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Carnia: Caponnetto all’Auditorium di Tolmezzo il 17/05/1995 a ricordare Falcone e Borsellino

23/05/2017
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di Ermes Dorigo.

Ringrazio tutti: chi ha organizzato questa mia salita a Tolmezzo, chi ha organizzato questa splendida riunione, chi ha usato parole tanto cortesi per presentarmi e per presentarmi quale io non sono, come qualcuno ha detto come una personalità. Io non sono nessuno, sono un modesto pensionato, che sta seguitando a girare il paese con tanta passione, con tanta stanchezza, ma con tanto entusiasmo, per portare ai giovani, nei quali ho tanta fiducia, come ne aveva Paolo Borsellino, una parola di fiducia, di coraggio e averne in cambio anche una iniezione di coraggio, perché io mi rigenero continuamente in questi incontri quotidiani, spesso anche due-tre al giorno, con gli studenti di tutta Italia.

E’ stato letto quello che io chiamo il testamento spirituale di Paolo, una piccola parte; forse vi è sfuggita l’importanza enorme di quelle parole, che ha scritto Paolo all’alba del 19; lui si alzava alle quattro, è andato a frugare tra le sue carte e ha trovato una lettera di sette mesi prima dei liceali di Padova, del liceo Cordaro. Lo rimproveravano perché era mancato a questo appuntamento del gennaio precedente e gli facevano dieci domande per iscritto. A quattro delle quali risponde; poi suona il telefono e deve uscire di casa per quella che sarà la sua ultima mattinata al mare. Quando ha scritto quelle parole – ed è questo che impressiona, il fatto che abbia trovato l’ispirazione, la forza di scrivere a voi giovani quelle parole che ricordo a memoria: “Sono ottimista, perché so che voi giovani, quando sarete adulti, avrete maggiore forza di reagire di quanta ne abbiamo avuta io e la mia generazione”. Pensate al significato e al valore di queste parole. Forse non ci avete messo sufficiente attenzione. Sono parole scritte da una persona, che sa di andare incontro alla morte, perché ha saputo fin dal giovedì precedente che il tritolo per lui era già arrivato a Palermo; aveva già chiamato il confessore e si era già fatto impartire la comunione, perché diceva: “Devo essere pronto in qualunque momento al grande passo” e probabilmente sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima domenica; lo dimostra anche il fatto della sua insolita insistenza nel riprendere la barca che amava tanto, la sua barca che mi mostrò con orgoglio una mattina, e nel voler andare al largo da solo; non volle la scorta, si impose al legittimo divieto della scorta di allontanarsi con la barca: “No, questa mattina non me lo potete impedire”. Sentiva proprio che era l’ultimo suo addio alla vita, al mare che amava tanto. Ecco, in quella lettera questa eccezionale figura, questo magistrato, questo uomo di una tempra morale e intellettuale quale forse non si ritroveranno più, si rivolge ai giovani esprimendo la propria fiducia, il proprio ottimismo, perché, dice, voi avrete più forza di reagire di quanta ne abbiamo avuta io: Paolo Borsellino, che stava lottando contro la mafia da dodici anni e ogni giorno era una sfida alla morte; eppure trova la forza di scrivere quelle parole suggeritegli non so da chi, forse da qualcuno che sta lassù. Cercate di capire la forza, la bellezza di questo messaggio, di questo testamento che vi ha lasciato Paolo. “Voi avrete più forza di quanto ne abbiamo avuta io, Paolo Borsellino,” che stava andando consapevolmente, lucidamente incontro alla morte, serenamente, con la serenità degli antichi martiri cristiani, quando andavano al supplizio. Cercate di non dimenticarle queste parole bellissime, splendide.

Ho sempre detto che non conto nulla, non sono nessuno, e quindi le mie parole non hanno nessun peso, ma vorrei tanto che queste frasi fossero incise in tutte le aule scolastiche d’Italia e servissero di sprone, di incitamento, di insegnamento, di ricordo, di ammonimento a tutti i giovani che stanno crescendo, che stanno apprestandosi ad affrontare una società difficile, ingrata, dura, spesso ostile ma che bisogna saper affrontare con lo stesso coraggio e la stessa serenità con cui Paolo seppe affrontare la propria morte. Qualcuno di chi mi sta a fianco ha detto che noi dobbiamo aiutarvi a crescere; si questo è vero, ed ha anche detto, ed è altrettanto vero, che noi abbiamo immensa responsabilità verso la vostra generazione, ma è vero anche quello che ha scritto Rita Borsellino, la sorella di Paolo; sono delle parole splendide, in cui ribalta il concetto e cioè dice in definitiva che dovete essere voi giovani ad aiutare noi a riscoprire e ad amare la vita; noi che vi abbiamo insegnato e seguitiamo ad insegnarvi dei disvalori, noi come generalità; facciamo in modo, scrive Rita Borsellino, che nelle scuole non si faccia solo cultura in senso astratto, ma cultura prima di tutto come educazione, come conoscenza, per migliorare i nostri rapporti con l’altro. Insegniamo ai nostri ragazzi il rispetto della persona umana, dell’altro, il rispetto dell’alterità della diversità, ma anche il rispetto di sé; il rispetto della diversità come fonte di arricchimento morale e culturale; il rispetto della natura come patrimonio comune. E voi ragazzi dovete esigere tutto questo, è un vostro diritto sacrosanto, di cui troppo spesso siete stati privati ingiustamente. Ridate a noi adulti – sentite questa bellissima frase di Rita – che abbiamo perso la capacità di distinguere i veri dai falsi valori, il desiderio e l’entusiasmo per una vita più autentica; fatevi voi portatori di proposte nuove, voi, sulle cui spalle grava la  responsabilità di quella che sarà la società di domani. Proposte nuove basate sul rispetto della persona umana, aiutateci a riscoprire e amare la vita, dice Rita. Questo di Rita, che si accompagna a quello del fratello Paolo, sono due messaggi incredibilmente belli ed è vero quello che scrive Rita, perché io mi rigenero continuamente e dimentico stanchezza, dimentico i miei 75 anni, dimentico le delusioni, le sofferenze, quando mi trovo con voi giovani. E come se mi si schiudesse tutte le mattine un nuovo orizzonte, luminoso, come se nell’animo mi entrasse tutte le mattine una carica di energia, di fiducia, di speranza.

Non so se avete avuto mai un incontro con un altro personaggio meraviglioso, Michele Del Gaudio. Michele è stato un magistrato coraggioso che tredici anni fa, giudice istruttore a Savona, mandò a giudizio, in manette tutti gli uomini più potenti della Regione ligure socialista e ne ottenne la condanna, benché non incoraggiato affatto dai propri superiori, che lo tiravano per la giacca, dicendo: “Stai attento, non ti mettere contro i potenti”. Tredici anni fa in magistratura c’erano capi ufficio così; oggi per fortuna non ce ne sono più, ce ne sono altri come Borrelli, Caselli, Cordova, Vigna.  Lo esortavano alla prudenza, a non buttarsi in questa battaglia contro la corruzione e contro il malcostume politico. Ma lui andò diritto per la sua strada; ci ha rimesso la carriera, fu trasferito a Napoli, ci ha rimesso un matrimonio splendido con Luciana Lu, quella Lu a cui indirizza le lettere in quel volume bellissimo che tutte le biblioteche scolastiche dovrebbero avere, La toga strappata, in cui racconta questa sua allucinante esperienza, in forma di lettere tra Michi e Lu, in cui parlano di moltissimi problemi, ma soprattutto parla di questa allucinante esperienza, stretto da una parte da quello che era il suo obbligo di coscienza, il suo dovere di fare giustizia, dall’altro dalle intimidazioni dei propri superiori, dai consigli di prudenza dei propri pavidi superiori e dalle minacce espresse, formulate in Parlamento dai capi politici di allora: “Un giorno faremo i conti con questi giudici prevaricatori, con questi giudici che opprimono, che perseguitano gli innocenti “. Sono tredici anni che noi sentiamo queste parole, perché poi ci hanno preso l’abitudine e le sentiamo ancora ripetere, queste parole di arroganza politica rivolte contro i magistrati, non contro tutti i magistrati, neanche contro i magistrati corrotti: quelli vengono dimenticati. Stranamente si sentono queste minacce contro i magistrati che fanno il proprio dovere, che hanno il coraggio di perseguire i potenti senza riguardo per nessuno, come Del Gaudio. E Del Gaudio ha raccontato questa sua esperienza in questo libro, che io raccomando a tutte le scuole, perché è emblematico, perché rappresenta un poco quella che è sempre stata, nel corso dell’umanità, la lotta, la sfida tra un uomo coraggioso armato solo della propria coscienza e dei propri ideale, che sia magistrato, che sia sacerdote, che sia uomo di pensiero, che sia un letterato, filosofo, e l’arroganza e la corruzione del potere. Ecco, simboleggia proprio questo contrasto eterno, che ci sarà sempre, tra il bene e il male. Ecco perché tutti i giovani dovrebbero leggere libri come quello.

Ora ha scritto ultimamente un altro bellissimo libro dedicato a voi giovani con tanto amore. Non so se è girato tra le vostre mani, se è arrivato nelle scuole di Tolmezzo: Vi racconto la Costituzione. Magari tornerò per parlare di questo libro, perché non è il tema di oggi. Questa carta fondamentale, nella quale sono descritti i diritti e i doveri dello Stato verso i cittadini, dei cittadini verso lo Stato, questo patto fondamentale che i cittadini hanno stretto con lo Stato e che non si può ignorare. In America insegnano il preambolo della Costituzione americana ai ragazzini delle prime elementari, proprio a significare che non è possibile essere buoni cittadini, se non si conosce la Costituzione, se non si conoscono questi diritti-doveri fondamentali del cittadino. Per questo l’America per concedere la propria cittadinanza agli stranieri li sottopone a un duro esame che dura due ore e che è durissimo. Cosa gli chiedono? Gli chiedono di dimostrare la conoscenza della Costituzione americana. Mi sembra un concetto così ovvio, eppure i paesi occidentali non ci sono arrivati, carichi ancora di tutta la loro vecchia e spesso polverosa concezione dei rapporti tra Stato e cittadini. Ecco, nella pragmatica moderna America – non c’è bisogno di sottolineare anche i difetti di quella società – in questo sono estremamente pragmatici. In questo rapporto tra cittadini e Stato credo che diano a tutta la nostra antica e sofisticata cultura dei grossi punti. Ecco perché bisogna anche insegnare la Costituzione.

Del resto lo ha detto il Capo dello Stato. Non so nemmeno se questi messaggi arrivino alle scuole, se siano letti agli studenti, se siano commentati. So che ogni anno me ne manda una copia, il Capo dello Stato, e ho visto che nell’ultimo messaggio del settembre scorso, il 15 settembre, anche l’invito agli insegnanti ad essere particolarmente vicini, con particolare affetto a quelli che stentano a tenere il passo, a quelli che lui chiama “gli ultimi” e che hanno bisogno di particolari cure, di particolari attenzioni da parte degli insegnanti. Ai miei tempi, ricordo, gli insegnanti amavano coccolare i più bravi e trascuravano quelli che non tenevano il passo; facciamo il contrario, dice Scalfaro, dedicate affetto proprio a quelli che dimostrano di non tenere il passo, spesso non tanto per carenze individuali, ma perché portano nella scuola il peso magari di situazioni familiari o personali difficili; cercate di capirli, di essere loro vicini con affetto, non vi limitate a svolgere il programma da pagina x a pagina y; quella è solo una parte della vostra missione. La parte più importante è quella di educare, di formare il cittadino, di essere vicino allo studente, di capire i suoi problemi, di rispondere alle sue domande, di leggerle negli occhi, anche quando non ha il coraggio di parlarne, di avvicinarlo, di non affrettarsi di lasciare la cattedra appena suona il campanello della fine d’ora, ma approfittare per chiamare a sé gli alunni che non tengono il passo,  per cercare di recuperarli, di capire le loro difficoltà, i loro problemi, la loro solitudine. Anch’io ho vissuto la vostra età e so che può racchiudere momenti di solitudine e di sconforto. L’essenziale, dicevo, è nel messaggio dell’anno scorso. Scalfaro ricorda ancora queste belle parole: “Rialzarsi e sapersi rialzare dopo ogni caduta sia nella scuola, sia soprattutto nella vita”. Avere il coraggio di rialzarsi sempre, di non cedere mai allo sconforto, mai allo scoraggiamento.

Perché vi dico questo? Perché sono ancora colpito da quella dolorosa notizia di poche ore fa. Quei due liceali di 18 anni che, per usare le parole di Don Riboldi, si sono “dimissionati dalla vita”. I suicidi adolescenziali sono la seconda causa di morte per la fascia di età fino ai 19 anni, dopo l’omicidio colposo. Perché? Noi dedichiamo forse appena una occhiata distratta ai giornali o alla televisione, che ci porta queste terribili notizie; magari ci colpiscono e il giorno dopo non ce ne ricordiamo più, riprendiamo la vita di prima, distratta, qualche volta troppo distratta. Ci rimettiamo dietro alla televisione, questi spot che ci descrivono una società tanto diversa, quella in cui voi vi accingete ad entrare. Una società tutta sorridente, bella, pulita, lucida, lustra, tirata a lustro, in cui tutto è armonia, tutto è sorriso, tutto fila per il verso giusto, in cui le case sono tutte ordinate, pulite, lustre, con due televisori, magari due frigoriferi, non manca niente. Questa è l’immagine che danno della società di oggi gli spot, i terribili spot diseducativi di oggi. Guardatevene o, perlomeno, non dico come Ciotti “buttate il televisore dalla finestra”, tenetelo, perché ci sono anche programmi educativi, ma guardatevi da questo tipo di programmi che non vi preparano all’impatto con la società che potrebbe anche essere duro, potrebbe essere anche difficile. Ecco una delle cause di queste ricorrenti dismissioni dalla vita. Come si può a 18 anni? In una vita che non presenta problemi, perché apparentemente oggi i giovani hanno tutto, perlomeno molto di più di quanto non ha avuto la mia generazione che è cresciuta nella povertà. Sembra che oggi abbiate tutto e invece c’è qualcosa che i vostri cuori non riescono ad avere, una pienezza di affetti, di comprensione. Ecco dove noi adulti, parlo dei genitori, insegnanti, noi estranei anche, noi adulti che vi abbiamo lasciato cattivi esempi, vi abbiamo lasciato una società malata, che voi dovrete faticare a raddrizzare. Don Ciotti un anno fa, 5.5.1994, scrisse un articolo sull’Avvenire; consentitemi di leggervelo. Era rimasto impressionato da un episodio come quello di ieri, solo che era un ragazzo di 15 anni, che non aveva lasciato scritto un rigo, non aveva lasciato scritto niente: “Si è tolto la vita a 15 anni. Lo hanno trovato i genitori con una corda al collo nella sua stanza, dove viveva, dove cresceva, dove soffriva e dove più che in altri posti, si interrogava sul senso delle tante difficoltà che il diventare grandi comporta: scuola, matematica, brutti voti, legame con i genitori, affettività, primi amori, solitudine. Paradossalmente nella sua stessa abitazione si sentiva senza casa, senza un luogo sicuro non soltanto fisico, in cui esprimere le sue fatiche, le sue contraddizioni, le sue voglie di capire, di sfogarsi, di piangere, di essere capito”. Come sempre accade in questi casi gli interrogativi, i perché non hanno fine. Se la morte scuote sempre in queste circostanze tutto diventa più drammatico, si pensa ai genitori, al dolore indescrivibile che devono avere provato nel tentativo estremo e disperato di salvarlo,  di tagliare quella corda che lo ha ucciso. I due giovani di ieri si sono uccisi in modo forse più incredibile, lasciando aperto il tubo di scappamento dell’auto. Ci si interroga senza risposte esaurienti come sia possibile che a 15 anni manchino già la voglia o la capacità di reagire a difficoltà così normali per noi. O perché non si sia stati in grado prima di cogliere eventuali messaggi e richieste di aiuto, che il ragazzo può avere inviato alla scuola, agli amici o ad altre persone che vivevano con lui. Chissà quanti messaggi ha lanciato, magari con lo sguardo implorante senza che nessuno lo abbia saputo raccogliere, senza che nessuno abbia saputo rispondere alle sue domande anche se inespresse. Domande doverose che diventano ancora più inquietanti, quando ci si accorge che per ogni suicidio realizzato, se ne contano almeno dieci sventati. Eppure bisogna prendere coscienza che tra i ragazzi, al di sotto dei 19 anni, come dicevo prima il suicidio è la seconda causa di morte dopo gli incendi stradali. Gesti estremi riusciti o tentati, che sembrano in aumento e che testimoniano sempre più la fatica e la sofferenza in cui si trovano quanti stanno crescendo; questo male di vivere, come ho sentito ieri dire dal commentatore della tv nel parlare di questi episodi. “Giudicare o colpevolizzare  – continua Don Ciotti – non serve a nulla, non aiuta a capire. Le domande e le angosce di chi resta non possono essere affrontate con moralismi superficiali e non è questo che voglio fare oggi. Si tratta piuttosto di interrogarsi sul perché, perché sia così difficile ascoltarsi oggi. E ascoltare la sofferenza di chi ci è vicino,  perché si può vivere gomito a gomito senza accorgersi che l’altro sta male, anche se viviamo sotto lo stesso tetto. Perché si è portati a pensare che il compito educativo degli adulti verso i ragazzi si possa considerare esaurito con il concludersi dell’infanzia, mentre invece proprio allora comincia. Si dimentica, invece, che pre-adolescenti e adolescenti hanno un bisogno estremo di sentire vicini i genitori, di avere punti di riferimento autorevoli”. Non so se ci sono dei genitori qui nella sala, mi piacerebbe tanto ci fossero. “Non gli basta che gli adulti trasmettano i loro valori, ma hanno un bisogno quasi disperato di qualcuno che testimoni loro in cosa vale la pena credere, per cosa impegnarsi e lottare, hanno bisogno di esempi, di testimonianze, non di parole. Vivono spesso con molte cose materiali a disposizione, ma quasi sempre non hanno ciò che più desiderano e serve: il senso profondo del loro diventare grandi. Ideali capaci di impregnare la vita di sogni, di speranza, di progetti; si trovano così incapaci di dare un senso ai limiti, agli ostacoli, agli errori che il procedere negli anni obbligatoriamente comporta. Vivono come tutti, ma in modo particolarmente doloroso e conflittuale, il bisogno dell’affettività, dell’essere accettati per ciò che sono, del comunicare, dell’essere valorizzati; hanno voglia di protagonismo e di libertà ma hanno anche paura di restare soli senza relazioni, senza amici. A questo si aggiunga questo disagio giovanile pauroso, crescente, che la mia generazione non ha conosciuto, che la vostra purtroppo conosce.

La paura di andare incontro a una società, appunto, che non regala nulla, nella quale bisognerà sgomitare anche per avere un posto di lavoro. Eppure c’è un art. 4 della Costituzione che dice che il cittadino ha diritto al lavoro. Cosa ne è stato di quelle parole? Perché è stata così disattesa e tradita quella nostra meravigliosa carta costituzionale. E pongono domande non facili agli adulti. “E poi accidenti – scrive un ragazzo di 16 anni con straordinaria lucidità – accidenti, perché quando eravamo piccoli non ci avete insegnato subito che esistevano anche le avversità della vita; ci avete tolto ogni ostacolo ed ora che ci troviamo a dover affrontare la vita appena ne incontriamo uno cadiamo rovinosamente”. Queste parole che ha lasciato scritte un ragazzo di 16 anni sono un atto di accusa terribile contro chi, non lo dice, contro gli adulti, contro chi non lo ha saputo capire, che non ha saputo essergli vicino, contro chi non gli ha insegnato che la vita è una cosa seria. La vita non è uno scherzo – dice un poeta – se avrò un minuto ve la leggerò quella splendida poesia. ­E va amata, va amata la vita, proprio perché è una cosa seria. Rivendicano con la forza del linguaggio di cui sono capaci, alcune volte anche con le tragiche parole che non vorremo mai ascoltare, con questi gesti di dimissioni della vita, diritti, interventi, programmi, strategie, spazi, opportunità concrete, presenze che con un espressione tecnica potremmo definire: politiche giovanili. Dove per politica si intende il coraggio di credere e di inseguire a ogni costo e nonostante tutto giustizia, onestà, solidarietà, e legalità vissute e praticate. E dove con politiche giovanili si prende coscienza che i ragazzi e i giovani sono risorsa, sono progettualità, sono ricchezza, una ricchezza che bisogna curare e non disperdere.  Con le parole del Vangelo potremmo dire che ci ricordano l’espressione di Gesù “lasciate che i ragazzi vengano a me”; perché se si continua a scappare da loro e a lasciare inevase le domande che pongono, non serve poi molto piangere, quando loro scappano dalla vita, scappano dalla nostra società, dal nostro bisogno di loro, scappano dalla nostra incapacità di capirli. Ecco cosa scriveva don Ciotti. La vita non è uno scherzo, una poesia di un poeta turco che è morto a 33 anni, nel 1963. La vita non è uno scherzo. Me l’ha regalato per la Pasqua nel 1993 un meraviglioso sacerdote, parroco a Sariano in provincia di Rovigo, don Giuliano Zatterin. La vita non è uno scherzo, prendila sul serio. Come fa lo scoiattolo, ad esempio, senza aspettarti nulla dal di fuori, o nell’aldilà. Non avrai altro da fare che vivere. La vita non è uno scherzo, prendila sul serio. Ma sul serio a tal punto che messo contro un muro, le mani legate, o dentro un laboratorio con il camice bianco, con grandi occhiali tu muoia affinché vivano gli uomini. Gli uomini di cui non conoscerai la faccia, e morrai sapendo che nulla è più bello, più vero della vita. Prendila sul serio. Ma sul serio a tal punto che a settant’anni tu pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli ma perché non crederai alla morte, pur temendola e la vita peserà di più sulla bilancia. Ecco perché bisogna amare la vita, cari ragazzi.

Non so nemmeno più qual’era il tema d’oggi. Forse le prospettive della lotta alla mafia dopo la morte di falcone e Borsellino, a tre anni di distanza delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Anche questa grande lezione che ci viene dalla vita, dal sacrificio e dalla morte di Paolo e di Giovanni sono una lezione, sono un insegnamento, sono un insegnamento dal quale voi dovreste trarre una lezione d’amore soprattutto, di attaccamento alla vita. Quando commemorai nella Chiesa di Sant’Ernesto l’amico d’infanzia, il fratello, il compagno di lavoro Giovanni Falcone, Paolo si pose la domanda che tanti studenti mi pongono nelle scuole: Perché – dice -, pur sapendo che andavano incontro a morte sicura – perché questo lo sapevano entrambi che la sentenza di morte era stata pronunciata e che un giorno o l’altro, non sapevano come, dove e quando, la loro vita si sarebbe chiusa tragicamente e con loro la vita degli agenti che li scortavano – perché hanno seguitato ad andare avanti, perché non si sono fatti da parte, perché non hanno smesso di lavorare, non si sono fatti trasferire, perché non sono fuggiti, perché hanno accettato questa tremenda situazione? Perché non si è turbato – si sta riferendo a Giovanni, Paolo quando pronuncia queste parole – perché è sempre stato pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Risponde con due parole semplicissime: per amore. E’ bella questa risposta di Paolo. La sua vita è stata – si riferisce a Giovanni, ma le stesse parole le possiamo applicare a Francesca la dolce compagna di Giovanni, a Paolo, agli otto agenti che si sono sacrificati e che troppo spesso sono dimenticati, che si sono sacrificati anche loro con la consapevolezza di andare incontro alla morte: per amore. Perché la sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto ed ha il significato di dare a questa terra qualcosa. Tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali, professionali, per rendere migliore questa città. Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. La lotta alla mafia – dice Paolo – primo problema da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata, non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma deve essere un movimento culturale, morale anche religioso. Si avverte qui quella profonda fede cattolica in cui è vissuto Paolo e sono vissuti i suoi, che proprio a motivo di questa profonda fede sono riusciti in una cosa a cui io non riesco, a perdonare gli uccisori.

Una lotta culturale, morale e religiosa, che coinvolga tutti, che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà, che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. Vi parlavo prima di Michele Del Gaudio. Ha scritto anche lettere ai giovani; non sono in commercio, ci sono pochi esemplari stampate dall’editore Pironti, che Del Gaudio ha donato ad amici, a presidi, a scuole; la prima lettera ai fratelli

della camorra, la seconda ai sacerdoti in terra di mafia e la terza ai giovani. “Cari ragazzi – dice Michele – io fino a qualche anno fa lavoravo solamente, poi mi sono accorto che era necessario impegnarsi nel civile, nel sociale. Ho in particolare incominciato a girare le scuole di tutta Italia, per farvi capire che la cosa più importante nella vita sono i sentimenti e gli ideali, per diffondere tra voi una coscienza collettiva della legalità – quella cui vi richiamava prima il Preside -. Non mi importano le vostre scelte future, ideologiche e partitiche, ma mi sta a cuore che da destra o da sinistra voi abbiate, quando vi sedete al tavolo della politica, un denominatore comune, la cultura della legalità”. E io aggiungerei il rispetto della persona umana, il rispetto dell’avversario, perché democrazia vuol dire rispettare anche le idee degli altri. Non mi ricordo più chi, forse un grande pensatore, forse Voltaire, spiegava così l’essenza della democrazia: rispettare la diversità di pensiero del nostro avversario politico, ed essere pronti a sacrificare anche la propria vita, perché il nostro avversari¢ politico non venga privato del diritto di esprimere le proprie opinioni.

Ecco la bellezza suprema del valore della democrazia. Voi siete nati in un paese che avete già trovato libero e democratico; per me non è stato così, io sono nato in un paese dove c’era la dittatura. E so quanti sacrifici, quanto sangue sono costate la conquista della democrazia e della Costituzione. La nostra democrazia è la più bella che ci sia al mondo. Ecco perché dovete difendere questi valori contro chiunque attenti ad essi; e state in guardia, perché è stato difficile conquistare democrazia e libertà, ci è voluto il sacrificio di una intera generazione, ci è voluto tanto sangue. Questa Costituzione non è un pezzo di carta che qualcuno oggi vorrebbe stracciare e buttare in un cestino. Questa Costituzione è un pezzo di vita, è un pezzo di storia, ci sono grumi di sangue dentro questa Costituzione: cercate di non dimenticarvene.  E cercate di tenere sempre presente che così come avete trovato democrazia e libertà senza nessuno sforzo da parte vostra, potreste anche in un domani, perderla facilmente. Più facilmente di quanto non crediate. Non c’è più bisogno oggi di manganelli o di carri armati, per distruggere democrazia e libertà, bastano anche le armi insidiose di una propaganda ben manovrata. State attenti, state vigili! Cercate sempre di tenere a cuore questi valori essenziali, autentici, quelli che diceva ancora Scalfaro nei suoi messaggi, anche se gli studenti e i professori li hanno tutti dimenticati. Diceva: “Rimanete attaccati con le unghie e con i denti ai valori autentici, a quelli che non cambiano mai. Mettete dei picchetti attorno alla vostra splendida giovinezza, fate in modo che non c’entrino i disvalori: l’egoismo, l’indifferenza, l’illegalità”. Ecco, questi disvalori fate in modo che non entrino nell’ambito della vostra esistenza. L’incontro con voi  ­dice Michele,  mi è sempre di conforto. La leggo volentieri questa lettera spesso agli studenti, perché riflette il mio stato d’animo, i miei sentimenti. Sono in perfetta sintonia con Michele; quando ci troviamo, qualche volta le nostre strade si incrociano, è proprio una festa. Ultimamente si sono incrociate spesso, perché sono andato in giro a presentare il suo libro, assieme a lui e ho conosciuto anche i ragazzi con i quali egli dialoga nello spiegare i valori della Costituzione, tutti di Torre Annunziata. Ora i suoi impegni parlamentari – è stato eletto nelle ultime elezioni nel collegio di Savona – lo tengono un pò lontano da questi contatti con gli studenti , ma appena può, di sabato e di domenica, è di nuovo accanto ai giovani.

 L’incontro con voi mi è sempre di conforto, perché voi credete a quello che dico, cercate disperatamente di farmi capire che attendente delle indicazioni, che vorreste tanto liberarvi dai disvalori che vi stiamo insegnando come genitori, docenti, istituzioni. I nostri messaggi – purtroppo, aggiungo io – sono ossessivamente indirizzati verso la vittoria del più bello, del più ricco, del più forte, verso questo mito del consumismo che sta distruggendo i valori ideali della vita. Ma a voi non interessano solo il rock e le discoteche; ancor di più vi sentite presi da amore, amicizia, solidarietà, uguaglianza, giustizia. Io ricevo migliaia di lettere da voi giovani. Purtroppo non ho il tempo di rispondere e di questo mi faccio un rimprovero incessante, ma mi manca il tempo, sono sempre fuori. Sono lettere bellissime. Giovani che ho incontrato e che mi ringraziano, pure i giovani che non incontrerò mai indirizzano: dr. Capponetto Antonino, Firenze; le lettere mi arrivano tutte. Mi chiedono consigli, una parola di incoraggiamento; magari giovani che attraversano crisi di solitudine, di sconforto e allora in quei casi rispondo, quando capisco che è necessario. E sono queste le parole che io sento ricorrere nelle lettere di voi giovani, che gli adulti giudicano giovani superficiali, senza ideali. Quanto sbagliano, di quanto sono lontani dalla verità! Qualche volta mi sono preso a parole con loro. Dicono: Ma perché ha tanta fiducia nei giovani? Non lo vede come non si può avere fiducia in questi giovani che si affollano, che si entusiasmano per dei miti effimeri? Ma io rispondo: “Non guardate alle manifestazioni esteriori, che qualche volta possono a noi di un’altra generazione apparire come dei riti incomprensibili, e che sono momenti di aggregazione, nulla di più. Guardate, invece, a quello che hanno in fondo al cuore e aiutateli a tirarlo fuori. In fondo alla mente, in fondo al cuore provate a cavare fuori quello che hanno di più bello dentro e resterete ammirati come me. Venite a sentirli, venite a un incontro mio con i giovani, fatevi trovare sulla porta, magari, se non vi fanno entrare. Quante volte l’ho detto a tanti adulti, mettendomi a tu per tu con loro, magari anche litigando. Venite a leggere a casa le migliaia di lettere che ho e dalle quali, prima che si spenga la mia vita, vorrei avere il tempo di cavare le tre o quattrocento più belle e pubblicarle a mie spese e intitolarle: “I giovani scrivono a un vecchio pensionato“, senza mettere il mio nome. Non mi importa. Mi importa soltanto che il paese conosca quanti valori racchiudono i giovani di oggi e come si debba amarli ed avere fiducia in loro.

Perbacco – dice Michele – io trovo ragazzi entusiasti, che ascoltano attenti, che applaudono, si commuovono, si affollano attorno a me dopo il dibattito per parlare ancora, che mi scrivono lettere bellissime. Quando ero ancora poco più che un ragazzino sono diventato giudice, ho cercato di essere onesto e indipendente, ma ho trovato contro di me – lo dicevo prima – proprio le istituzioni che mi dovevano difendere. Ho continuato la mia lotta non violenta a mafia e corruzione e oggi ho incontrato voi, che date un senso – dice Michele – alla mia vita. Voi che date un senso – potrei dire io – a questa mia meravigliosa vecchiaia. Continuate così. Sentite questo eptalogo, questi sette comandamenti di Michele, cercate di racchiuderli nell’animo, di non dimenticarli per quanto è possibile. Lo so, avete mille distrazioni; magari tra qualche giorno vi passeranno di mente ma fate uno sforzo di memoria e nei momenti di sconforto, di sfiducia, cercate di riandare a questi comandamenti di Michele. “Rifiutate i compromessi. Siate intransigenti sui valori. Convincete con amore chi sbaglia. Rifiutate il metodo del saperci fare, questo vezzo italiano della furbizia, io ce la so fare, a me non me la fanno. Non chiedete mai favori o raccomandazioni”. Questo è un ammonimento importante. La Costituzione e le leggi vi accordano dei diritti, sappiateli esigere. Esigete i vostri diritti sempre con fermezza, con dignità. Non chiedete mai come elemosina quello che le leggi vi accordano come diritti. Chiedeteli, esigeteli con fermezza, con dignità, senza piegare la schiena, senza abbassarvi al più forte, al più potente, al politico di turno. Dovete esigerli! Questo è un imperativo, che deve sorreggere tutta la vostra vita. E’ un imperativo di dignità, di dignità umana. Abbiate sempre rispetto della vostra dignità e difendetela anche in questo modo, esigendo i vostri diritti e non chiedendoli come favori o come raccomandazioni, al politico, al potente, al funzionario di turno.

E votate in modo consapevole quando sarà il vostro momento. Votate in modo consapevole, non per ottenerne dei vantaggi, e tanto meno per fare dei favori o per ricambiare dei favori a qualcuno. Tanti di voi si sono schierati -dice Michele –  hanno fatto una scelta contro la mafia, la corruzione, il favoritismo, la rassegnazione. Basta con la cultura della quiescenza. Oggi ci vuole la cultura della ribellione, della consapevolezza, della partecipazione, della solidarietà, della resistenza. Fatelo tutti. Il silenzio non basta più, bisogna parlare, denunciare, agire, essere normali – dice tra virgolette Michele – cioè onesti, leali, corretti. Anche se oggi diventarlo ha un significato quasi eversivo, quasi rivoluzionario. Facciamo capire ai nostri amici di non comprare uno stereo, un motorino rubato a prezzo stracciato (e alla tentazione spesso non sapete resistere) e vi accorgete che è rubato, si vede dalla matricola abrasa: sono queste piccole illegalità quotidiane da cui dovete guardarvi, perché significa dare il proprio consenso al furto generalizzato degli stereo e dei motorini; mettersi inconsapevolmente in un circuito di illegalità. Il grave è che poi questa somma di illegalità quotidiane – non rispettare i segnali di circolazione stradale, non pagare le tasse per gli adulti, non chiedere le ricevute fiscali, andare in autobus e non pagare il biglietto, non rispettare il verde, i monumenti pubblici, cedere ad atti di teppismo, di vandalismo, anche all’interno delle scuole, non ci nascondiamo dietro a un dito, anche all’interno delle scuole – contribuiscono a creare nel paese un clima di illegalità diffusa, nella quale poi allignano e trovano terreno fertile i grandi fenomeni di illegalità, di corruzione e di criminalità organizzata. Inoltre, se soggettivamente si cede a queste piccole illegalità quotidiane e si reiterano questi comportamenti, si finisce col perdere – e questo è un grosso rischio attenzione – la cognizione, il senso del limite, dello spartiacque tra ciò che è illegale e ciò che è legale; ciò che è conforme a legge e ciò che è contrario a legge. Guardate che è una linea di confine così sottile, così esigua che poi di varcarla non ci si rende nemmeno conto, e si passa dalla piccola illegalità alla grande illegalità.

Conosco il mio tormento di magistrato: qualche volta dovevo giudicare degli imputati e io stesso non ero sicuro se mi trovavo di fronte a qualcosa che aveva violato la legge o no. E passavo notti insonni, notti di tormento, perché l’indomani dovevo emettere il mio verdetto, il mio giudizio e rischiavo di condannare un innocente o di assolvere un colpevole. State attenti a questi piccoli gesti di illegalità quotidiana. Sono convinto che alcuni ragazzi, che oggi distruggono delle vite – ci sono state delle vite distrutte oltre che persone ferite, gettando dei macigni dai ponti sulle autostrade o sulle ferrovie – hanno cominciato quando erano ragazzini, magari a tirare delle sassate alle lampadine della pubblica illuminazione, senza rendersi conto della illegalità del gesto, senza che nessuno genitore, insegnante, o adulto presente li riprendesse. Ci scherzavano sopra, ci ridevano, era una ragazzata. Non era una ragazzata, era una piccola illegalità quotidiana. Poi, piano piano, crescendo, l’illegalità, il piccolo sasso è diventato un macigno, e si sono trovati senza sapere il perché a lanciarlo e a distruggere delle vite umane. Perché lo avete fatto? hanno chiesto: 16, 15, 18 anni, 21 i più grandi. Hanno dato risposte allucinanti.

Qualcuno ha la consapevolezza oramai – e la dobbiamo proprio al sacrificio di Paolo, di Giovanni, di Francesca degli agenti – che la mafia è un male che si è esteso in tutto il Paese ed ha tra valicato anche i confini nazionali, che ha s,tretto patti ed alleanze con la mafia turca, cinese, colombiana, russa. Che è un fenomeno criminale, che accanto all’aspetto puramente criminale, ha assunto questo aspetto di grande impero economico-finanziario. Ecco oggi l’aspetto più preoccupante del fenomeno mafioso. Al di là del fenomeno puramente criminale, dell’esistenza di 200 latitanti decisi a tutto, c’è questo armamento sofisticato della mafia, ­missili terra-aria, kalasnikov che comprano negli arsenali della Germania dell’Est e del dissolto impero sovietico, vanno e comprano con i denari che hanno in grossa quantità, comprano armi anche delle più sofisticate, ultimamente comprano anche ordigni, elementi nucleari, comprano armi batteriologiche e chimiche, per farne cosa? Non si sa ancora. Non si sa se la mafia, Cosa Nostra, coltivi folli e disperati segni di grandezza, sogni di grandezza anche politica o se invece sia soltanto per farne commercio. Perché il commercio delle armi convenzionali e non, è diventato il business principale per Cosa Nostra. Ecco perché ora, come dice Violante, bisogna spostare in avanti la frontiera nella lotta contro la mafia, bisogna aggredire il patrimoni dei mafiosi, le ricchezze della mafia.

 Il fenomeno criminale in sé ormai preoccupa poco, è un fenomeno destinato inevitabilmente alla fine, quando non lo so. Forse io non ne vedrò la fine; sono ottimista ugualmente come lo era Borsellino a poche ore dalla morte. Era ottimista e, quindi, ognuno di noi ha il dovere morale di esserlo. Era ottimista Paolo a poche ore dall’agguato di via D’Amelio a cui sapeva di andare incontro – non sapeva le modalità, non sapeva l’ora, non sapeva quando e come e dove, ma sapeva che i suoi giorni e le sue ore erano contati – in quella lettera che ha lasciato a tutti voi studenti. Se era ottimista lui, nessuno, dico io, può permettersi il lusso di essere pessimista. Quindi sono ottimista come lo era Paolo e so che la fine della mafia verrà E che io potrò, se sarò ancora vivo, togliermi il desiderio inappagato di uscire come un cittadino libero qualsiasi, e portare a spasso i miei nipotini, cosa che non riesco oggi a fare e me ne dispiace tanto. Quindi non è che io vi dica la fine è imminente, è dietro l’angolo. Vi dico state attenti, è una lotta che può durare ancora anni, è una lotta che potrà richiedere ancora lo spargimento di sangue in terra di Sicilia e anche altrove, ma la fine della mafia è ormai inevitabile, è irreversibile; perché quelle due stragi hanno segnato un punto di non ritorno. E’ stato questo il regalo che ci hanno fatto Paolo e Giovanni, cioè di segnare il punto di non ritorno, da cui è cominciato il declino inarrestabile della mafia. Per quanto possa essere grande, sofisticato il suo armamento, per quanto possa essere grande la sua potenza economico-finanziaria, è destinata a cadere. Perché? Cos’è che mi dà questo ottimismo? Prima di tutto me lo dà la consapevolezza con cui state crescendo voi giovani, che respingete, ignorate, disprezzate il fenomeno mafioso e questo è importante, estremamente importante. Mi dà questo ottimismo la consapevolezza che ormai il consenso della mafia si sta riducendo. Pochi anni fa, prima delle due stragi, era del 50% a Palermo e l’altro 50% – scriveva Giovanni – stava alla finestra a vedere come finiva la corrida. Oggi il discorso non regge più. Oggi c’è un 20-25% secondo i mafiologi più esperti di consenso attorno alla mafia: vecchie isole mafiose, che ormai resistono a questa cultura mafiosa, che resistono a qualsiasi innovazione; queste famiglie di vecchi mafiosi e anche tutto un giro di interessi, di persone che vive attorno alla mafia, e spartisce le ricchezze con la mafia e la favorisce nei suoi disegni anche insospettabili. Ma questo consenso si sta restringendo e la mafia se ne accorge. E a questa emorragia continua, giornaliera di mafiosi che scavalcano il fosso e passano dalla parte dello Stato la mafia non può reggere a lungo, e fa di tutto per arginarla. Vedete, questi attentati degli ultimi giorni, anche questi omicidi che sono avvenuti a ripetizione, che qualcuno interpreta come una prova di forza della mafia: “Vedete la mafia è ancora forte, perché spara, uccide, no, no”… E’ il contrario. La mafia è consapevole di questa emorragia interna e di questa perdita di consensi esterna e reagisce proprio in questo modo, reagisce con l’intimidazione, con la ferocia, cercando di mostrare il suo volto più bestiale e cercando di intimidire le persone oneste, che si stanno ribellando in tutto il paese, che stanno cercando di liberarsi di questa cancrena, di questo male. Ecco perché queste manifestazioni feroci della mafia sono un segno di debolezza e non di forza. Come tali dovete interpretarle.

Occorre che lo Stato non abbassi la guardia. Molto è stato fatto, sempre dopo il sacrificio di Paolo e Giovanni. E’ stata approvata, e se ne discuteva da otto anni, la legge che tutela i collaboratori e le loro famiglie.. Ricordate l’ultimatum di Riina da quella gabbia di Reggio Calabria. Allucinante. Col consenso del pubblico ministero, che non avrebbe mai dovuto consentire uno show di quel genere a un ergastolano. Ebbene gli è stato consentito, non solo, ma la Rai si è graziosamente prestata a diffondere a tutto il Paese questo ultimatum di Riina. Un vero e proprio ultimatum; qualcuno di voi avrà assistito a quella allucinante trasmissione in cui si vede un ergastolano, il boss dei boss – gli stava per succedere Provenzano a capo della cupola, del consiglio di amministrazione di Cosa Nostra – dalla cui bocca uscì questo ultimatum verso lo Stato che tradotto – perché il linguaggio mafioso è sempre un pò cifrato – in parole modeste significava: Noi vi diamo una mano nella lotta contro il comunismo – questo fu il termine usato da Riina, che evidentemente non si è ancora molto aggiornato sui termini -, vogliamo in cambio due cose: l’abolizione della legge per la tutela dei collaboratori, che ha incentivato questo fenomeno della collaborazione, minando alle basi e gettando anche questo germe del sospetto nella famiglia mafiosa, e l’abolizione dell’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Ne avrete sentito parlare spesso anche da pseudo-garantisti che lo osteggiano, stracciandosi le vesti per questi poveri boss mafiosi condannati a un regime carcerario severo, gente che ha sulla coscienza migliaia di omicidi, migliaia. Noi abbiamo giudicato nel maxi processo soltanto 120 – 130 omicidi,  perché? Perché soltanto 120 – 130 cadaveri furono ritrovati, gli altri centinaia, forse mille, duemila, erano stati dissolti negli acidi, erano stati dati in pasto ai maiali, erano stati cementificati nelle fondamenta della Palermo che cresceva, negli edifici della nuova Palermo. Ecco a Riina è stato consentito di lanciare questo ultimatum, ma lo Stato ha risposto con fermezza, bisogna dargliene atto. Ha risposto con fermezza dopo qualche momento iniziale di sbandamento, che aveva un pò preoccupato tutti, e in cui sembrava che la preoccupazione del nuovo Ministro di Grazia e Giustizia fosse solo quella di rivedere la legge di tutela dei collaboratori; ci fu questo momento, poi le cose sono rientrate nell’ordine e oggi nessuno parla più di abrogare, nemmeno di aggiornare o mitigare la legge per la tutela dei collaboratori, che fu approvata alla Camera sette giorni dopo la morte di Giovanni e al Senato, dodici giorni dopo la morte di Paolo Borsellino. Senza il loro sacrificio sarebbe accaduto questo? E’ la domanda che pongo a me, a voi. Erano otto anni che noi avevamo lanciato questa proposta e per otto anni era stata ignorata. Giaceva lì,  nel Parlamento,  nessuno si decideva a mandarla avanti, c’è voluta questa ribellione, questa presa di coscienza civile, questa ribellione in tutto il Paese, di giovani soprattutto…le donne in nero di Palermo, le donne del lutto, le donne del digiuno di Palermo, questi giovani studenti di Palermo. Questo moto di ribellione popolare, che poi si diffuse in tutto il Paese per dare una scossa al Parlamento, per fare approvare sia pure a stretta maggioranza questa legge fondamentale nella lotta contro la mafia. E poi è venuta la riorganizzazione dei servizi di ricerca dei latitanti che ha consentito l’arresto, in due anni, di oltre 200 pericolosi latitanti; ne sono rimasti 200 armatissimi e decisi a tutto, ma verrà anche il loro momento. State tranquilli. Stanno lavorando sul serio queste pattuglie per la ricerca dei latitanti. Ognuna di loro ha in consegna un latitante. In questo senso è stato riorganizzato questo servizio; prima era svolto confusamente senza direttive: guardia di finanza, polizia, carabinieri davano la caccia allo stesso individuo, si ostacolavano spesso nelle ricerche addirittura. Invece è stato accolto il suggerimento che noi lanciavamo da anni di razionalizzare questo servizio, affidando ad una squadra di 10-12 poliziotti o carabinieri o finanzieri la ricerca di un latitante: ne ricostruisca l’identikit, il passato, ne ricostruisca le abitudini, i familiari, il suo modo di agire e si preoccupi solo di ricercare questo latitante. Ecco i frutti: in due anni oltre 200 latitanti, tra l’altro anche importantissimi, sono stati catturati, della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta, della sacra corona unita. E anche per gli altri questa sorte sarà inevitabile, a meno che non decidano prima di fare il passo, di costituirsi, di collaborare con la giustizia. Ecco l’art. 41 bis, la sua importanza ed ho concluso. Tagliare ogni legame, ogni possibilità di mantenere i contatti tra boss e la propria famiglia, questo è l’art. 41 bis. Perché prima d’ora – basta leggere di Arlacchi sulle confessioni di Calderone, Gli uomini del disonore, o di Buscetta, Addio Cosa Nostra – questi delinquenti all’Ucciardone, neanche passavano dalle celle, non ci passavano proprio, entravano ed andavano diritti in infermeria tutti quanti. Pigiami di lusso, rolex d’oro al braccio, pasti ordinati presso i migliori ristoranti di Palermo innaffiati con champagne. Questa era la vita dei boss mafiosi in infermeria all’Ucciardone e, come ultimo tocco, voglio dirvi questo, che addirittura lì dentro si tenevano di notte riunioni; i latitanti entravano con la complicità del direttore, del personale di custodia – tutti arrestati, identificati – entravano quelli che erano fuori, si riunivano ai capi mandamento che erano dentro, e ricostituivano e tenevano in carcere all’infermeria la riunioni della cupola, pensate. Qualche volta si facevano nella villa di Michele Greco, ma spesso si facevano nell’infermeria del carcere, addirittura. Ora tutto questo è finito; i boss stanno vivendo la loro carcerazione nelle isole, o in carceri di sicurezza, dove veramente espiano la loro pena, ma soprattutto dove non hanno più la possibilità di mantenere i contatti, di emanare ordini all’esterno. E sono delegittimati, ormai sono privi di carisma; questo è il grosso secondo risultato psicologico. Il capo mafioso che finisce in carcere viene – dice Buscetta – “posato”, cioè viene messo da parte, sostituito, perde ogni potere perché perde il controllo del territorio. E’ il controllo del territorio la forza principale del potere mafioso, oltre al suo verticismo. Una volta che è allontanato dal proprio territorio il capo mafioso non conta più niente. Ecco perché l’art. 41 bis aveva una sua ragion d’essere. Ed ecco perché è da apprezzare la decisione con cui dopo tanti attimi di indecisioni finalmente il Parlamento l’ha prorogato per cinque anni. Ecco perché la mafia ha sparato negli ultimi tempi e seguita a sparare. Proprio perché lo Stato non ha accettato questo ultimatum. La legge che tutela i collaboratori è lì ferma, e l’art. 41 bis è stato prorogato per cinque anni, quello di cui Riina chiedeva con tono sprezzante, come ultimatum, come una sfida allo Stato, l’abrogazione. Se lo Stato tiene così alto il livello di guardia non ci possono essere dubbi sulla fine della mafia; ripeto non so quando, ma non ci possono essere ragionevoli dubbi che questo debba essere l’esito di questa sfida. Non mi importa se non avrò l’avventura di assistere a questo giorno.

L’essenziale è che questo giorno venga e che venga per i miei figli, per i miei nipoti, che venga per voi, per le vostre generazioni, per questa generazione meravigliosa che sta crescendo. Voi crescerete senza più il ricordo della mafia, questo ve lo assicuro io. Mi potete credere. Voi crescerete, e ve lo auguro, nel culto dei valori veri, nel culto della legalità, della solidarietà, dell’amore per il prossimo, del rispetto della persona umana qualunque sia il colore della sua pelle, qualunque sia la sua razza, qualunque sia la sua religione. Questo è l’augurio che vi faccio. Con tutto il cuore.

 

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Blog di Aldo Rossi

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