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Carnia: quando il gestore di un rifugio diventa quasi un missionario

12/07/2014
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di Gino Grillo.

 Più che un lavoro, fare il gestore di un rifugio alpino in Carnia è una missione. Vita dura, sacrifici, poca retribuzione e soddisfazioni più personali che altro. La stagione estiva nei rifugi di montagna appare poco lusinghiera, quest’anno, per le tasche dei gestori. Non aiuta il maltempo, ma soprattutto la crisi e la cultura che, in particolare, gli italiani hanno delle montagna. Per superare l’empasse tanta promozione e mercati esteri, dove la voglia, la tradizione e la cultura della montagna e del wilderness è più radicata. David Pesce al rifugio Tolazzi a Forni Avoltri sintetizza questo inizio luglio con «qualche pranzo e tanta solitudine». Il rifugio offre, o meglio si deve dire, offrirebbe, pure possibilità di alloggio in tenda, più adatte a famiglie, ma la pioggia e le temperature che si avvicinano allo zero, tengono distanti i gitanti. Naturalmente il bilancio di arrivi, pernottamenti ed economico è al di sotto dei parametri del 2013. Il Tita Piaz sul Passo Pura ad Ampezzo salva la stagione con le manifestazioni e con i botanici dell’università di Manchester che studiano l’ambiente locale. Stesso trend a Forni di Sopra. Al rifugio Giaf, gestito da Dario Masarotti, la stagione è salvata dai tedeschi. «Abbiamo investito anche quest’anno sulle riviste specializzate del Cai tedesco: altra mentalità, altro modo di avvicinarsi alla montagna». La proposta congiunta dei 4 rifugi (Giaf e Pacherini, a Forni di Sopra, Pordenone a Cimolais e Padova in Cadore) sarà proposta anche dalla rivista del Cai il prossimo agosto. Nilo Pravisano, presidente del coordinamento nazionale dell’Assorifugi, che conta 500 rifugi dal Friuli alla Valle d’Aosta fino al Gran Sasso, al De Gasperi di Prato Carnico tiene duro. «Fa freddo, devo ogni giorno spalare ghiaccio e neve ancora presente a terra, ma sono fiduciosos che dalla Carnia parta la riscossa dei rifugi di tutta Italia». I prezzi? «Pernottamento 20 € (10 per i tesserati Cai) primo piatto 7.50 euro (6), litro di tè 5 euro (4), tazza di tè 2.50 euro (2), ma i costi di affitto sono alti, dai 2 mila euro del De Gasperi, ai 9.500 del Corsi ai 20 mila del Lambertenghi. «E si capisce subito- chiude Pravisano- perchè sia chiuso»

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