Crea sito

Carnia: centesimo della nascita di Siro Angeli, poeta vero

_Siro-Angeli

© ermes dorigo

Ricorre quest’anno il centesimo della nascita di Siro Angeli (1913-1991) carnico ma drammaturgo e poeta e narratore di fama e valore nazionale, vicedirettore di Radio3 alla RAI, autore di radiodrammi,  sceneggiatore e protagonista maschile del film di Cottafavi Maria Zef , che ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali

SIRO ANGELI: POETA VERO

 Dare nello spazio pur generoso di questo blog  un quadro complessivo della biografia e della multiforme attività letteraria di Siro Angeli si ridurrebbe ad un arido elenco della spesa e il lettore alla fine si troverebbe ad aver sprecato inutilmente il suo tempo. Per questo motivo ho ritenuto di focalizzare questo scritto, con arbitraria preferenza e parzialità, sulla sua produzione poetica e di farlo utilizzando gli interventi critici sulle sue opere: oltre che per il valore in sé la sua poesia s’accresce d’importanza anche in relazione al prestigio delle parole e dei critici stessi: ne viene in pratica esaltata, non perché lo scrivente la pensa così, ma perché poeti e critici di chiara fama la pensano così.

Per quanto riguarda il Teatro – la Società Filologica ha pubblicato in cofanetto i suoi drammi, di cui val la pena ricordare almeno la cosiddetta trilogia carnica (La Casa, Mio fratello il ciliegio, Dentro di noi) – rinvio al completo e definitivo saggio di Angela Felice Il teatro della sincerità di Siro Angeli (in S. Angeli Anthologica. Il teatro, La poesia, La critica, a cura di Ermes Dorigo, Campanotto,1997), che con sintesi fulminante fissa il tratto dominante dei suoi drammi: «Al di fuori di ogni ipotesi idillico-arcadica, di ogni facile conclusione consolatoria, i testi si chiudono sempre con note di amara, ambigua malinconia».

Prima del poeta ritengo corretto dire dell’uomo, attraverso le parole del grande poeta Giorgio Caproni, che diverrà suo intimo amico: « Nel periodo fascista era per noi “l’uomo che crede a tutto”, anche alle Istituzioni così com’esse si presentavano, e quasi lo accusavamo – con una punta d’invidia, però – d’ingenuità, forse non accorgendoci che invece, di quelle Istituzioni ormai screditate (la Patria, la Famiglia, la Religione), egli era riuscito a conservare intatto in sé il principio, e a scorgerne ancora il brillìo (il palpito di vita) sotto il cumulo di calcinacci delle deformazioni; mentre altri, avvenuto l’inevitabile crollo, non riuscì ahimè a vedervi che il vuoto».

L’incunabolo della sua poesia é il quadernetto autografo Solevento (1928-1931), edito dallo scrivente in cofanetto, contenente l’anastatica e l’edizione critica, dal quale furono riprese gran parte delle poesie nelle due raccolte d’esordio: nel 1937 Il fiume va, edita a Udine grazie all’interessamento di Chino Ermacora, preceduta dalla prefazione dell’allora prestigioso poeta Diego Valeri; nel 1941 Erba tra i sassi, anch’essa apprezzata dalla critica che comunque «mi considerava – affermava – più valido come autore teatrale».

La consacrazione definitiva come poeta arriva con la raccolta L’ultima libertà, pubblicata nel 1962 da Mondadori nella prestigiosa collana di Poesia Contemporanea, curata da Niccolò Gallo e Vittorio Sereni. Poesie scritte «per disperazione e per vincere la disperazione. Scrivevo come chi, in una strada buia e sconosciuta, grida per farsi coraggio»: infatti, in versi limpidi e rarefatti cerca di far rivivere, come Leopardi fa emergere Silvia dal buio della morte, la perduta moglie Liliana Guidotti, sposata nel 1943 e morta prematuramente nel 1953, «alla quale – scrive Giorgio Caproni – egli ha dedicato questo suo libro, frutto d’una fedeltà in cui lo ritrovo intero: dico “lui”, Siro Angeli, cioè l’uomo  capace di “credere” nei sentimenti “onesti” e nelle persone che li suscitano fino a riuscire a oltrepassare la stessa barriera della morte: o almeno a renderla così trasparente, grazie al miracolo della poesia raggiunta, da poter vedere, oltre quel muro, la persona cara, e con lei e per lei continuare a vivere vincendo l’angoscia e la disperazione». Il poeta Alfonso Gatto, che diverrà suo sodale, scrive: «L’ultima libertà del poeta è l’assumere, il secondare “ciò che deve”; ancor di più il riconoscere che assieme a quel che accade, che il caso “non ha una sola faccia”». Giacinto Spagnoletti evidenzia come ci sia «un parallelo, non letterario bensì psicologico con i canzonieri medievali. La sua importanza non sta nell’aver capito cosa andava detto e cosa andava taciuto (ormai Petrarca ce lo insegna), ma nell’aver scelto una direzione stilistica del tutto nuova. Angeli, per dirla in altre parole, si è ricreato per il suo romanzo d’amore una lingua colta e cortese».Sostanzialmente la critica sottolinea come questo libro sia un Canzoniere, esemplato su quello del Petrarca e ne emerge l’immagine di un Angeli come una sorta di geloso ‘custode’ della tradizione classicistica, amante e cultore dei metri dei padri della nostra letteratura; altri lo vedono come ancora legato al filone ermetico in un clima quasi stilnovistico. Poesia talmente alta ed elitaria che Giuseppe Ravegnani non teme di affermare recisamente che «il posto di Angeli tra i poeti d’oggi è sicuro: direi anzi che è più sicuro di tanti altri anche se godono d’una fama maggiore; si può affermare, e con piacere, che fra tanta poesia d’oggi questa non ha certo paura di morire».

Negli anni ’50 mentre s’arrovella sulla perdita immane, il dolore lo trasforma interiormente: negli abbozzi poetici e nella mente, come scissa, si fissano immagini, ricordi, trasfigurazioni di Liliana nel consueto lirismo, ma anche una presa di coscienza di come sia mutata la condizione dell’intellettuale negli anni del boom  economico, la necessità di farsi poeta etico-civile, consono a lui il versante ecologico. Nascono due raccolte completamente diverse per contenuti, intenti, linguaggio espressionistico e lirico, sperimentalismo anche formale e stile classicistico: Il grillo della Suburra nel 1975 e Màtia mou del 1976. Ritengo opportuno partire da quest’ultimo (il titolo in greco significa “occhi di me”, essendo Liliana nata a Corfù), per confutare alcuni luoghi comuni. La critica classicistica é entusiasta; Bortolo Pento scrive: «E’ Liliana questa ombra di una già vivente che ancora, a vent’anni di distanza dalla morte, gremisce di sé i giorni del poeta».  Achille di Giacomo, oltre che sottolineare la varietà di registri linguistici,  scrive delle parole fondamentali: «Di Màtia mou colpisce innanzitutto il linguaggio: quel ritmo tra antico – così antico da riportare alla mente certi nostri autori duecenteschi (pensiamo in particolare alla struggente malinconia di Cavalcanti) – e moderno, in cui la ricerca semantica, il gioco irrequieto (e tuttavia geometrico) delle rime rivelano sì perizia tecnica, ma si tratta di una tecnica che non si esaurisce in sé, essendo invece al servizio del sentimento».

L’ultima raccolta, nella quale prevale il presente e l’impegno civile, Da brace a cenere del  1985, é prefata addirittura dal grande poeta Attilio Bertolucci che si sofferma su alcuni dei temi trattati dall’autore «dall’astrofisica alla biologia, dalle volte stellate scendendo ai selciati macchiati di sangue (Brigate Rosse): domande senza risposta forse, del nostro buio presente. Un presente che volge il poeta alle eterne e sempre rinnovatisi piagate risposte di quel Golgota che non dista da Sabra e Chatila. Ne risulta un libro, perché Da brace a cenere è un libro, non appena una raccolta, di tanti, diversi temi, espressi in una musica che è del tutto riconoscibile per la sua singolarità».

In realtà Màtia mou non é una ‘variante’ de L’ultima libertà, ma un ‘addio’ a Liliana, perché dagli inizi degli anni ’70 era entrata nella sua vita una giovane ragazza, Alida Airaghi, che poco a poco, attraverso un fitto epistolario (1500 lettere) penetra e s’insedia nella sua mente e nei suoi sentimenti,  lo libera dal suo abbarbicarsi ai ricordi come l’ostrica allo scoglio, lo fa vivere nel presente e, divenuta sua moglie, nel futuro, regalandogli due splendide figlie, Daria e Silvia: é lei, pregevole poetessa a sua volta, la sua nuova e vera Musa: allora nascerà il capolavoro: l’edizione del 1975 de Il grillo della Suburra (Barulli), definito da Nicola Corbelli in un suo libro su Angeli «il poemetto di una vita», preceduto da un ampio saggio introduttivo di Alfonso Gatto (sarebbe opportuno ristamparlo in anastatica in quanto bello anche graficamente). Trenta sono gli anni che Angeli per il suo rigore morale e poetico dedica al poemetto: la prima edizione esce sulla rivista Segnacolo nel 1960, l’ultima revisione nel 1990 presso Scheiwiller. L’uscita nel 1975 del poemetto, finalista al Premio Viareggio, suscita grande interesse ed entusiasmi. Sostanzialmente il grillo “senza tana” è lo specchio del poeta “senza focolare”, senza identità e ruolo social-culturale in una società (il degrado metaforico della Suburra, il luogo più malfamato dell’antica Roma ) cementificata, caotica, senza valori, con le persone ridotte a oggetti, a dei dannati: sdegno che egli esprime con un linguaggio fortemente espressionistico; e ancora, come scrive Alida Airaghi: «Molto prima di qualsivoglia risveglio verde dei nostri ecologisti dell’ultima ora, Angeli chiama un grillo a testimone inorridito e inadeguato del degrado umano e ambientale cui è arrivata la metropoli odierna, coacervo di abitudini corrosive, di veleni fisici e psicologici, di aggressioni visive e auditive».

Mi limiterò, tra le moltissime recensioni, in quanto ampiamente esaurienti, a citare due grandi friulani, collaboratori di questo giornale, che indirettamente aiuteranno il lettore a comprendere anche il contenuto dello stesso. Il poeta Dino Menichini (Siro Angeli poeta a Roma) scrive: «Un discorso che procede per agglomerazioni o aggetti e dà vita a un fraseggio composito, di singolare natura sintattica e linguistica; la novità sta nell’abbandono totale dell’elegia, nella totale immersione del poeta in Roma: beninteso in veste di spettatore dei mali che travagliano la città, della febbre che le imprime movimenti vorticosi, della confusione che ne stravolge i lineamenti. Perché il poemetto Il grillo della Suburra è appunto questo: la trascrizione del subbuglio, dell’ossessa e ossessiva ripetizione di gesti, di voci, di rumori, di movimenti di cose e di uomini. Un poemetto, questo di Angeli, che potrebbe definirsi un catalogo del disordine e dello squallore: e che, pur assumendo per intrinseca necessità un andamento prosastico, ha una rara vis poetica e, insieme, proprio per il suo carattere di secca testimonianza, è un’allarmata denuncia».

Carlo Sgorlon (Roma tragica e disumana) ne sottolinea un aspetto particolare: «Ciò che emerge innanzitutto è l’indole severa, triste e pure serena del poeta; il suo rifiuto del compromesso, la sua rinuncia a ogni utilitarismo, la sua strenua difesa di una concezione rigorosa dell’esistenza, che appare strana e nobilmente stonata in un paese come il nostro dove ormai l’edonismo, l’arrivismo, il compromesso, la avidità di arraffare la parte più grossa ha ridotto il costume e il vivere sociale a una rissa fragorosa, senza esclusione di colpi».

Per concludere, un cenno alle due raccolte poetiche in friulano  di cui coglie l’essenza con la solita acutezza critica Giacinto Spagnoletti in due lettere ad Angeli: L’âga dal Tajament (1976): «Bello e pieno di grazia ineffabile è il tuo libro dove ritornano i tuoi motivi tanto rincorsi ma con un nuovo soccorso, quello del paesaggio, che preme su ogni figura, e dà al verso una sua naturale freschezza, un soffio di naturale allegria. Naturalmente accanto al paesaggio c’è l’uomo, anzi gli uomini, le donne, i bambini, quanto basta a distinguere questa tua poesia da tanti tentativi di dar colore nostalgico al dialetto»; e Barba Zef e jò (1985): «Il libro muove da un motivo biografico (la poesia che ricorda la sua parte nell’omonimo film) ma poi si allarga a motivi esistenziali, che la lingua friulana restituisce con sapide e dolci armonie. E’ il secondo tuo notevole proposito pienamente  riuscito di parlare la tua lingua materna, facendola assumere profonde emozioni e sentimenti. Bellissimo libro, anzi dono, il tuo che si aggiunge a quanto di meglio ci hai dato in poesia».