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Carnia: ecco il piano alternativo a Carniacque, «Tutto ritorni ai Comuni»

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di Michela Zanutto.

«Serve piano alternativo a Carniacque per la gestione delle risorse idriche in montagna». Ne è certo Franceschino Barazzutti, ex sindaco di Cavazzo e attuale numero uno del Comitato per la tutela delle acque del bacino montano del Tagliamento. Insieme a Barazzutti sono anche Paolo Querini, del Comitato Val Degano, Antonino Galassi, del Comitato acqua libera Val But e Dario De Alti, già sindaco di Cercivento. Tutti insieme oggi alle 10.30 in via Sabbadini presenteranno la loro idea durante l’incontro Montagna: acqua del rubinetto, sempre più cara, sempre più lontana. L’obiettivo numero uno è evitare il monopolio. Lo spauracchio, secondo Barazzutti è Hera. «Si è già presa Amga, Acegas e anche il gestore di Padova – dice –. È chiaro quale è lo scopo finale. Ma bisogna ritornare al modello di montanità, non si possono affrontare i problemi della montagna con cultura e criteri cittadini». Ma come? «Ogni Comune dev’essere proprietario della propria acqua – spiega Barazzutti –. Se vogliamo evitare che Hera entri in Carnia, dobbiamo passare alle gestioni comunali. Non certo mantenere in piedi Carniacque, che ha già notevoli difficoltà. Per esempio, nella valle del But, Sutrio, Cercivento, Paluzza, Treppo e Ligosullo possono anche mettersi assieme e hanno già una base sociale importante con la Società elettrica Alto But. Questi sono i modelli che dobbiamo portare avanti in montagna». Barazzutti è sicuro. La strada tracciata con gli investimenti del maxi-piano della Consulta d’ambito per il servizio idrico integrato Centrale Friuli (Cato) va in una sola direzione: la multi-utility sovraregionale. «Non si può allontanare la gestione dell’acqua dalla Carnia – aggiunge –, la montagna ha esigenze specifiche». Il piano prevede quasi un miliardo di investimenti: 30 milioni l’anno per trent’anni (2014-2043). Ripartiti fra Cafc (658), Acquedotto Poiana (100) e Carniacque (85). Da qui passano il rifacimento di seimila chilometri di acquedotti (al momento la perdita d’acqua media è al 30%), il completamento del sistema fognario (la rete passa da 2.500 chilometri a tremila) e la riorganizzazione dei depuratori che da 600 diventano 40. Ridimensionamento che va nel senso della qualità per venire incontro ai nuovi standard europei e garantire la pulizia di residui organici, metalli pesanti e veleni. Cinque le fonti finanziarie del Piano d’ambito: bollette, mutui, risorse pubbliche (dalla Regione 2,5 milioni in 20 anni), auto-risparmio (taglio dei depuratori) e sinergie (la fusione in tre gestori riuniti sotto la regia della Consulta d’ambito). Il debito creato dev’essere per legge ripianato. E i garanti sono gli utenti.