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Friuli: aziende friulane in crisi, in 8 mesi nel 2011 già 67 fallimenti e 11 concordati,

di Luana de Francisco

La moria delle aziende continua: inesorabile, come la crisi economica mondiale che la alimenta, sta falcidiando il tessuto imprenditoriale friulano, che pure vanta un’incoraggiante iniezione di nuovi ingressi nel registro imprese della Camera di commercio. La conferma si legge e si osserva negli uffici e nelle aule del tribunale di Udine: l’ultimo dato, aggiornato al 1° settembre, dava le sentenze di fallimento a quota 67. Cioè, 6 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e a quello precedente. A riprova che il trend, in netta crescita dal 2008, si è ormai consolidato. Bilancio a tinte fosche. Inutile tentare di addolcire la pillola, di fronte ai numeri e alla generale sensazione di malessere manifestata tanto dagli imprenditori, quanto dai loro dipendenti. Anche ipotizzando un calo delle istanze di fallimento – peraltro fisiologico – nella seconda metà dell’anno, il 2011 si avvia a chiudere in linea con le stagioni peggiori.  Ossia, archivi alla mano, con quell’“annus horribilis” che fu il 2009, quando i crac dichiarati furono 107. In rialzo anche i concordati preventivi: 11 i ricorsi finora presentati, di cui 4 già giudicati improcedibili, contro i 6 complessivamente depositati nel 2010, tutti respinti per dichiarata inammissibilità. Stessa musica con le società cooperative: dai 3 dell’intero anno scorso, gli stati di insolvenza rimbalzati dalla Regione sono già diventati 8. Le vittime. Sbirciando tra gli estratti delle sentenze di fallimento, l’impressione è che a finire nel calderone, in questi anni di recessione globale, siano stati un po’ tutti: pesci grandi e piccoli, senza sconti per questo o quel settore. In cima, certo, resta la miriade di imprenditori, più o meno navigati, che avevano investito soldi e speranze nel Triangolo della sedia e nella filiera dell’arredamento. Ma a sgretolarsi è anche la non meno fitta rete delle ditte specializzate nei campi dell’edilizia e della metalmeccanica e quelle che avevano puntato sul mercato immobiliare, dell’autotrasporto e pure della ristorazione. Senza contare chi, costretto dai debiti ad alzare bandiera bianca, è poi risorto come srl e newco sulle ceneri delle vecchie attività. E senza dimenticare i “contoterzisti”, cioè i fornitori delle imprese più grandi, spazzati via dalla concorrenza di Paesi dove la materia prima costa meno. Barlumi di ottimismo. Se è vero, come emerge dai dati, che una fetta dell’imprenditoria locale non possiede le caratteristiche per sopravvivere alla crisi e competere sul mercato, è altrettanto vero che esiste una parte che sa e riesce a fare sistema e a salvaguardare così gli interessi propri, dei lavoratori e dei creditori: è la tesi che Marco Pezzetta, presidente provinciale dell’Ordine dei dottori commercialisti, si sente di sostenere, di fronte a un quadro a suo parere comunque positivo, almeno per l’aumento del ricorso alle procedure concorsuali. «Specie nelle imprese più grandi – afferma -, si nota una certa reattività: invece di subire passivamente la crisi, abbandonando l’impresa al proprio destino, si cerca il coinvolgimento di tutti, nella speranza di ripartire su basi nuove e con maggiori prospettive di crescita. D’altra parte, sono proprio le società più articolate, organizzate con un collegio sindacale o con capitale misto, ad accorgersi prima dei sintomi della crisi e a mettere mano a soluzioni tecniche decisive». Quanto all’incidenza del fenomeno, secondo Pezzetta è soprattutto «l’eclatanza dei risvolti che una crisi può avere, a cominciare dai rischi penali collegati a un fallimento», che dovrebbe fare riflettere. E i casi di bancarotta, anche a Udine, non mancano.