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Friuli: il fisico Sergio Cecotti parla della scoperta del bosone di Higgs

23/01/2013
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di Luciano Santin.

Sergio Cecotti, fisico per un bel po’ prestato alla politica, commenta senza enfasi e con il consueto pizzico di provocatorietà l’attribuzione del Nonino al “maestro del nostro tempo” Peter Higgs. Lo scienziato scozzese, scoprendo il bosone, ha lasciato una traccia perenne nella storia della fisica – dice –, ma certo, se fosse accaduto l’inverso, sarebbe stato meglio: si sarebbe dimostrato che la fisica così come l’avevamo pensata sinora era sbagliata, con la necessità di ripartire verso scenari totalmente nuovi. – Il Nonino a un fisico. Una positiva sorpresa? «Non è poi così strano. Lo sarebbe stato, semmai, il contrario. Visto che questo è l’anno dei premi a Higgs, attribuirgli il Nonino sta nella logica. Anche se Higgs non è stato né l’unico né il primo a studiare la materia. È un fisico importante, però non attivissimo sotto il profilo delle pubblicazioni: undici articoli, prevalentemente storici, in mezzo secolo. Ma non si pensi che intenda sminuirne la figura». – Immagino che conti la qualità, più che la quantità. E poi il bosone è davvero importante… O no? – Certo. Era l’unica cosa che rimaneva da trovare nel modello standard della fisica. Del quale si chiude così la storia, con dati specifici, permettendo di andare avanti con la nuova fisica. Naturalmente, tutto sarebbe stato più rilevante e interessante se la particella “non” fosse stata scoperta». – Suona un po’ paradossale. «I fisici sono più contenti quando una teoria viene falsificata, piuttosto che verificata. Nel secondo caso si sa che le cose stanno come si immaginava, nel primo, invece, si mette in crisi un sistema, e si spalancano scenari nuovi. Una confutazione provata dell’esistenza del bosone sarebbe stata più stimolante». – Dice che i fisici sono più contenti per i fallimenti. Non quelli del progetto Atlas, però… «Beh, si sa che esiste una convenzione sociologica per cui i premi vengono attribuiti quando si trova qualcosa. Il Nobel si dà alle scoperte, non alle non-scoperte». – Lei con Higgs ha avuto a che fare? «Personalmente no, anche perché il periodo della sua attività ha preceduto il mio. Ma mi sono occupato abbastanza della “fase di Higgs”». – Che è una cosa legata al bosone, immagino. «Ecco, sarebbe il caso di precisare che il bosone potrebbe essere definito un sottoprodotto del lavoro di Higgs, il quale si è occupato di sistemi ampi: abbiamo il fenomeno, la fase, il meccanismo di Higgs. E anche in matematica, ci sono i fibrati di Higgs». – Addirittura… «Parrà strano, ma in molti casi si tratta di cose che lo scienziato scozzese neanche sa che esistono. È come per la fisica euclidea: ci sono le teorie quantistiche, ma non è che Euclide se le fosse immaginate. E del neoplatonismo lo stesso Platone evidentemente non poteva sapere niente, perché defunto». – Higgs è stato rappresentato come il classico genio solitario, cui si accende il lampo nel cervello. Ma la ricerca è stata fatta da uno stuolo di scienziati. «Attenzione: lui è un fisico teorico. Al Cern si è lavorato sulla sperimentazione, la quale deve necessariamente coinvolgere molte persone. Ai tempi del Nobel di Rubbia, anni 70, c’era già un team di oltre mille persone». – La casalinga di Voghera si domanderà: si, vabbè, questo bosone sarà pure una scoperta geniale. Ma che cosa cambia, nella mia vita? «Magari non immediatamente, ma quasi tutte le scoperte finiscono per avere applicazioni tecnologiche pratiche. Chi va nello scantinato del building 5 del Cern, trova una targa con nomi e data, nella quale si ricorda come in quella stanza sia stata intuita e creata Internet. Con la semplice finalità di scambiare dati scientifici tra tutti i laboratori del mondo. Poi si è visto com’è andata a finire».

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