Friuli: la morte di PPP, ucciso dalle trame oscure del nostro paese.

dal sito www.gruppolaico.it

Generalmente i profeti vengono eliminati o pesantemente emarginati. Anche il vangelo lo afferma decisamente: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria” (Luca 4,21-30). Nel pensiero comune il profeta è uno che prevede il futuro, come un indovino o un medium. Ma questo è il frutto dell’ignoranza religiosa in cui siamo stati quasi tutti lasciati, nonostante la presenza massiccia della Chiesa: presenza non tanto educativa ma di controllo e di potere. Nella Bibbia i profeti ( Isaia, Geremia e gli altri) non prevedono il futuro ma aiutano i loro contemporanei a comprendere meglio ciò che accade e quali sono le conseguenze delle scelte che vengono fatte. In questo senso il profeta ” prevede il futuro”: più lucido, attento e appassionato dei suoi contemporanei vede già dove può portare un modo di vivere, una politica sociale, un comportamento collettivo. Il profeta può far questo partendo da una sua intima convinzione di fede o da una lettura razionale e laica della realtà. Ma il risultato è lo stesso: il profeta ( parola greca che significa “parlare al posto di qualcuno” che sia Dio o la coscienza comune, ma significa anche ” parlare DAVANTI a qualcuno” cioè esporsi, porsi di fronte agli altri) grida, avverte, incita, spiega, denuncia e per questo diventa oggetto d’odio per il Potere, ma anche per il popolo medio che non ama essere disturbato o inquietato.

Per questo Gesù, profeta religioso, sarà condannato, prima che da Pilato o Caifa, dalla gente che preferirà Barabba, un ladrone, a lui:  “NON LUI MA LIBERACI BARABBA” (Giov  8,80). Per questo Pasolini, profeta laico, sarà ucciso, in una notte oscura di trame segrete, dal potere ( “il Palazzo”) ma anche dall’indifferenza astiosa di molti della “sua patria”. Pasolini “gridò”,  attraverso la poesia, il cinema, la letteratura, il giornalismo, l’azione politica, il pericolo che incombeva sopra di noi, sopra la sua e nostra patria: un genocidio culturale provocato del nuovo fascismo legato all’ideologia consumistica che avrebbe portato ad “una mutazione antropologica” delle persone, distrutte nell’animo e nella coscienza, senza più un senso laicamente religioso della vita, automi della volgarità e della beceraggine.  “Gridò” che vivevamo uno sviluppo feroce, crudele, ammalato d’ipertrofia tecnologica che non permetteva un reale progresso umano, una crescita della coscienza e della dignità. Un “grido” saggiamente apocalittico. Per questo suo “grido” insistente, testardo, deciso e pieno di amore anche per quella gente che lo ignorava o lo aggrediva Pasolini doveva morire: era l’ultimo ostacolo a che si concretizzasse il processo di distruzione del nostro Paese, dei suoi valori risorgimentali, resistenziali e della cultura semplice e umana che in qualche modo ancora era presente nell’Italia degli anni 50/60, nonostante il boom economico, l’avvento dei media di massa e della scuola media dell’obbligo ( che lui denunciò, meravigliando tutti, essere i veicoli principali di quel progetto distruttivo).

Il nuovo fascismo ( espressione tante volte usata dal Poeta) non poteva sopportare quest’uomo libero che voleva avvertire, da profeta laico, verso dove stavamo andando e precipitando. Un profeta che stava scoprendo ciò che era più nascosto dentro la strategia della tensione e dietro a certi personaggi del tempo pericolosissimi.  Pasolini non previde il futuro: il suo genio INTUI’ ciò che sarebbe successo se non si riacquistava una coscienza resistenziale, e le sue intuizioni ( quell’ “Io so”, così fortemente espresso nell’articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre del 1974 e intitolato ” Cos’è questo golpe? Io so“) le mise a disposizione di tutti, le “gridò davanti a tutti” esponendosi, con coraggio, fino all’inverosimile. Gridò quando ancora si poteva fare qualcosa per fermare la valanga amorale, incivile e a-politica. In una notte oscura si decise che la sua voce doveva spegnersi. E non rimase nessun’altra voce del suo livello, con la sua forza morale, con la sua dedizione totale anche se altri (pochi) raccolsero la sua eredità profetica.

Noi, che oggi vediamo ( se ne siamo capaci) le macerie irreversibili di quel processo distruttivo, di quella “mutazione antropologica” che il Poeta denunciò; noi, che oggi assistiamo alla mediocrità volgare al potere e dilagante nella coscienza della massa; noi, oggi, mentre Pasolini compie novant’anni ( 5 marzo del 1922-2012) perchè i profeti come lui vivono; noi, oggi, guardiamo la morte vera nella quale ci dibattiamo, forse presente in noi stessi.  La morte presente nel suo film ( diventato testamento suo malgrado), il suo ultimo film: “Salò” del 1975. Una morte senza resurrezione e ricoperta di plastica.

 

“lo non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene
paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta; dall’essermi messo in
condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun
patto che non sia quello con un lettore che io del resto considero degno di
ogni più scandalosa ricerca.”

“Forse qualche lettore troverà che dico delle cose banali. Ma chi è scandalizzato è
sempre banale. E io, purtroppo, sono scandalizzato. Resta da vedere se, come
tutti coloro che si scandalizzano (la banalità del loro linguaggio lo
dimostra), ho torto, oppure se ci sono delle ragioni speciali che giustificano
il mio scandalo.”

«Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della
civiltà dei consumi»

«Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e
repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il fascismo
mussoliniano non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima
del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di
comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo
l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre».

«Gli uomini di questo universo ( la civiltà contadina,  n.d.r) non vivevano un’età dell’oro, come non erano
coinvolti, se non formalmente con l’Italietta. Essi vivevano l’età del pane. Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita».

Da   P.P. Pasolini   Scritti corsari, 1975

Un pensiero su “Friuli: la morte di PPP, ucciso dalle trame oscure del nostro paese.

  1. Ermes Dorigo

    ermes dorigo

    IL PASOLINI DI VOLPONI
    Personalmente, ritengo si debba pensare a dare il giusto rilievo al’interpretazione che della sua vita e della sua opera dà Paolo Volponi, che di Pasolini fu amico fraterno dal 1952 («Abitava in via Fonteiana, dove io ebbi la fortuna di incontrarlo e di conoscerlo, frequentando anche la sua casa e legandomi d’affetto anche con i suoi genitori. Anche con il padre, appartato e accigliato, che però era sempre molto orgoglioso nel mostrarmi le poesie di Pier Paolo, pubblicate o tradotte»).
    Entrambi maturano in quel punto di snodo della cultura italiana degli anni dal 1945 al 1955 circa, caratterizzato da antiermetismo e antineorealismo, su una linea neosperimentale, che si scontrerà, Pasolini soprattutto, anche con la neoavanguardia, e li terrà uniti, soprattutto il comune legame con la nostra tradizione storica, culturale e letteraria e con la lezione di poesia etica e civile che veniva da Dante e dal suo plurilinguismo.
    L’atteggiamento di Volponi nei confronti di Pasolini, per lui «maestro sapiente e amico fraterno», è di avvicinamento, consonanza, consentaneità e, nello stesso tempo, di distanziamento, dissonanza, distanza. Infatti, se comune era solo la matrice culturale, ma anche un grumo di dolore interiore, diversa era la soluzione che i due diedero alla ‘gabbia dell’io’ come lucidamente dirà Volponi: «Scrivevo delle poesie per ‘venire fuori’, per non essere schiacciato dalla regressione, dall’ansia, dalla paura. Lui capiva benissimo queste cose, anche se io lottavo all’interno di quel conflitto mentre lui lo subiva radicalmente».
    Qui divergono le strade; e mentre l’uno rimarrà legato al mito della ‘madre-società’, una madre primigenia e rurale («il cortile inazzurrato delle Alpi»), perchè Pasolini del popolo «non ha accettato interamente la storia, ma soltanto l’umanità», l’altro perseguirà il progetto-sogno, utopia, mito? – della madre-industriale.
    Però Pasolini non rimase del tutto prigioniero del narcisismo, come ci fa capire Volponi nella sua ultima opera poetica, Nel silenzio campale; «Pasolini si sentiva ferito; colpa e delusione/opprimevano il suo cuore e anche la sua intenzione/di opporsi, di avvertire; la sua stessa disperazione/gli dava la coscienza della vita e la concrezione/ della propria vitalità: quindi la destinazione /civile e letteraria sopra l’espressione di sé».
    Pasolini uomo («maestro misurato, dolce, paziente, ironico, didattico; socratico innocente quanto disperato; portatore di serenità, di aiuto, di consigli; affascinante conservatore dal sorriso mite e triste, un dolce sorriso comprensivo e rassegnato» divenuto alla fine «ansioso e un po’ incerto, sempre più triste, emaciato e solitario») che diventa il Pasolini-allegoria di una «stagione/di dubbi e di ricerca, ansia di comprensione,/viva e proponente ideologia» contrapposta alla presente, nella quale «non si possono più intra-/prendere viaggi, né sono pra-/ticabili percorsi di conoscenza; /non ci sono più luoghi di contra-/sti e di formazione, non la veemenza / dei maestri»: rimpianto, ma senza il ‘rimorso per la religione/del mio tempo’ per 1’urbinate.
    Volponi in Pasolini vedeva il limite della sua «posizione regressiva, astorica, nemmeno utopistica, ma soltanto di rimpianto per il bel mondo rurale», talora «senza un sicuro sostegno ideologico», per cui se era stato bravo a prevedere «il disastro ecologico, l’omologazione delle culture, la rovina delle città, lo sviluppo sfrenato del consumismo, la graduale dispersione della coscienza critica e democratica, l’imbonimento e la mercificazione della lingua, dell’arte, della letteratura», non lo era stato altrettanto nell’individuarne i rimedi, in quanto «alla fine, ne ha fatto un mistero mistico-letterario».
    Ma allora qual’è l’essenza dell’insegnamento del ‘maestro’ Pasolini, a trentasette anni dalla sua morte?
    Pasolini secondo Volponi è stato «un grande poeta civile, forse il più grande poeta della nostra letteratura dopo Leopardi, superiore a tanti del secolo scorso e del nostro, anche se celebratissimi, amatissimi, premiatissimi». Poeta civile.
    Volponi ritiene che la stagione più fulgida dell’amico sia stata quella tra il ‘55 e il ‘63; poi deviò, vuoi per la grande ostilità della neoavanguardia, che lo ferì profondamente: («cominciava a chiudersi in se stesso, ad avere degli allarmi sentiva che l’umanità degli affetti, che la sua psicologia in qualche modo esigeva, gli era negata»), vuoi perché si lasciò sedurre dal cinema e dal successo («era ambizioso in un modo un poco infantile»), che, sostanzialmente, lo distrasse dalla letteratura, facendolo «regredire un tantino: non era più il grande poeta, critico e uomo di lettere che veramente poteva improntare di sé la nostra epoca».
    Per Volponi ciò che veramente dura di Pasolini e che costituisce saldo e sicuro punto di riferimento per la cultura democratica dell’Italia è la sua poesia civile e il suo modello di uomo di cultura-pedagogo, che aveva capito come «il nostro popolo fosse estraneo ad ogni possibilità reale di partecipare e di scegliere; come fosse costretto – nei suoi dialetti, nelle sue piazze, nei suoi gruppi – a vivere una vita per certi versi ricca di rapporti, ma alla fine deprivata dalla cittadinanza, della possibilità di decidere». Profetico!
    La mancanza nella cultura italiana «è stata soprattutto quella di non assumersi la propria responsabilità di impegno civile e sociale, come sostegno e guida dei suoi valori specifici» e di lasciare spazio o di indulgere alle sottoculture, che fanno dell’assassinio di Pasolini un «delitto politico» perpetuato e voluto, in fondo, «dall’inconscio collettivo di strati piccolo-borghesi, bigotti e presuntuosi», da quel ventre molle della nostra società, regressivo e autoritario, impastato di controcultura, immaturità psicologica, ignoranza storica: «La morte appartiene alla vita di Pasolini, ma non certo come scandalo o esasperazione letteraria e tanto meno come oscura vocazione al suicidio: le appartiene intimamente per la sua essenza esemplare, didattica; perché diventa l’atto conclusivo dell’insegnamento e lo svela per intero, dando alla vicenda personale una ampiezza storica».
    Pasolini aveva «un amore e un senso del nostro paese che dà speranza anche in questi momenti in cui sembra che tutto sia rotto o stia per sprofondare, ancora nello stesso buio della regressione storica», per cui bisogna guardare alla sua vita e alle sue opere «come luce e materiale per la nostra cultura e anche per la costruzione della nostra democrazia».

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