Neo laureati: non chiamiamola depressione post-laurea, ma il diritto di essere felici


di Alice Vidussi

Scrivo questa lettera perché sono stufa e delusa da un mondo che ormai non "sente" più nulla, ma vive in maniera fredda e frenetica, come i computer che perennemente svolgono calcoli senza commuoversi o sapere coscientemente quello che fanno. Ho ventisei anni e, dalla mia esperienza post-universitaria, posso affermare con certezza che la maggior parte dei miei coetanei vive, sta vivendo o sta cominciando a vivere una fase di grande depressione e incertezza, che non è però affiancata dalla speranza in un futuro luminoso o nella gioia di essere giovani uomini e donne, ancora liberi dalle responsabilità della famiglia. Quella di noi giovani del 2011 è una condizione dettata dalla paura e dalla frustrazione dell'amarissima consapevolezza di non potere realizzare i nostri sogni. Non esiste in questa nostra società occidentale moderna lo spazio temporale e anche propriamente fisico per lasciarci esprimere  perché un ragazzo o una ragazza possano dimostrare, a esempio al datore di lavoro, quanto valiamo veramente, i valori in cui crediamo, che cosa ci piacerebbe fare per migliorare le cose, per superare la crisi economica, perché abbiamo studiato, perché vorremmo che il nostro paese ci trattasse meglio. Chi ha più il tempo, soprattutto un capo, di sedersi e ascoltare un istante e valutare la persona che ha davanti? Non basta che svolga il suo lavoro sottopagato o addirittura gratuitamente? Tanto noi giovani siamo così disperati che ci accontentiamo anche delle briciole. È questa la mentalità che dilaga! Sì, il nostro Paese, l'Italia ci tratta male! Quanti miei coetanei in gamba e pieni di volontà sono "scappati" all'estero non appena laureati! Per inseguire i loro sogni: di svolgere un dottorato in letteratura, a esempio: la letteratura così bella e preziosa per il nostro straordinario bagaglio culturale e così disprezzata dai nostri politici, che invece ci insegnano solo il valore del denaro e della fretta calcolatrice, che è il mezzo più pratico per arricchirsi. I soldi, la carriera, la vanità, lo snobbismo di tutto ciò che non ha a che fare con i grafici, con l'economia, con il potere… A questo siamo arrivati? Siamo arrivati a un punto in cui per non arrenderci, noi giovani, che dovremmo essere la forza trainante del nostro Paese, dobbiamo voltare le spalle alla nostra famiglia, agli amori, agli amici e andarcene in un altro Stato, dove sanno apprezzare una laurea con 110 e lode e dove offrono uno stipendio adeguato a un ragazzo bravo, che si impegna e che merita fiducia. Viviamo in un mondo difficile, senza speranza ormai. Sono giunta alla conclusione che per come stanno le cose oggigiorno, noi neo-laureati, siamo un peso per lo Stato, non una risorsa. Per queste ragioni, non ci conquisteremo mai il diritto di essere felici e appagati, perché l'Italia non ci darà mai l'opportunità di realizzarci. Non possiamo più sperare di essere felici un giorno. Ritengo sia una frase pessimista ma realistica, se nessuno ci dà la possibilità di fare qualcosa di positivo per il nostro Paese e ci lasciamo in un angolo da soli. Ha ragione Tiziano Terzani, quando, nella sua ultima intervista, Anam, il senzanome, pronuncia queste parole impregnate di amara saggezza: «Oggi l'economia è fatta, per costringere tanta gente, a lavorare a ritmi spaventosi per produrre delle cose per lo più inutili, che altri lavorano a ritmi spaventosi, per poter comprare, perché questo è ciò che dà soldi alle società multinazionali, alle grandi aziende, ma non dà felicità alla gente».

3 pensieri su “Neo laureati: non chiamiamola depressione post-laurea, ma il diritto di essere felici

  1. utente anonimo

    Prima di lamentarti, di quello che non hai, vai in qualsiasi favelas povera del mondo e dopo ti rendi conto di quanto sei fortunata. Almeno hai potuto studiare.
    Poi le cose più belle sono quelle sudate e conquistate. stop piangersi addosso 

  2. catia

    rispondo ad anonimo…
    ma secondo te ogni realtà è paragonabile?
    ogni vita rappresenta una cultura. Nel nostro paese ci hanno insegnato fin da piccoli che studiare era il miglior investimento. Era un investimento non solo per il lavoro, (magari migliore di quello dei nostri genitori) ma era un investimento per quanta riguarda la capacità di comprendere come vanno le cose, come va il mondo. Alla base di questo, renderlo migliore.
    La cultura aiuta, anzi è fondamentale per poter capire e rendersi aperti alle diversità per tutta la vita.
    Chi ha studiato si aspetta che questo merito gli venga riconosciuto.
    Chi non ha conosciuto, chi non ha avuto la possibilità di aprirsi verso gli altri, o semplicemente chi ha solo preso schiaffoni nella vita, purtroppo sarà tendenzialmente rancoroso.
    La cultura è tutto e dobbiamo valorizzare i ragazzi migliori perchè hanno studiato: ovvero hanno gli strumenti in mano per rendere tutto più facile e se volete…più bello! Dategli una possibilità.

  3. catia

    ovvero…io che ho studiato dovrei meritare la possibilità di dare aiuto concreto a quelli che “vivono nelle favelas”. Ma qualcosa di concreto…non roba che dura giusto due settimane, ma cose ragionate che possano dare aiuto per una vita.
    Se molti ragazzi hanno studiato e ci credono, fateli andare avanti.

I commenti sono chiusi.