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Paolo Medeossi: il “babau” e le ondate di fango che inquietano i nostri paesi

L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e natura
di Paolo Medeossi

La natura segue il suo corso, da sempre. E dunque in Friuli piove molto, moltissimo, da sempre, anche se da qualche anno in forme bizzarre, ma per questo più minacciose e difficilmente prevedibili visto l’effetto serra e i problemi connessi su cui Luca Mercalli ci informa ogni volta che fa tappa da noi e tiene affollate conferenze, dalle quali si torna a casa con il morale sotto i tacchi e la testa piena di domande. Ma ci sarà un motivo se in Friuli esistono toponimi come Pioverno o Piovega; se il primato italiano in fatto di piovosità appartenga alla remota Uccea dove nel 1960 si registrò una punta di 6103 millimetri; se il più grande genio nato a Udine, e cioè Arturo Malignani, dedicò la vita a tante imprese e pure al fatto di rilevare ogni giorno, per decenni, nella sua torre sotto il castello, i dati meteorologici della città, pioggia in testa; se ogni volta che un film viene ambientato in Friuli la maggior parte delle scene ha come sfondo panorami molto umidi; se insomma il nostro destino di regione ai confini nazionali è legato a un pregiudizio atmosferico per cui, in giro per l’Italia, Friuli fa rima con acquazzoni, temporali, nevicate, tempo da lupi e da orsi eccetera… Situazioni che hanno ispirato scrittori e poeti come Leonardo Zanier (che, da gabbiano controcorrente, ironicamente diceva: «In Carnia abbiamo i più bei temporali del mondo») o Pierluigi Cappello, che scrisse in friulano i versi di “Qui è appena grandinato”. Invece un giovane gruppo musicale, i “Luna e un quarto”, propone come cavallo di battaglia nientemeno che il brano “Il blues del temporale”.C’è poi la realtà con cui bisogna confrontarsi perché fa i conti direttamente con la natura. Il babau grande, al di là dei babau piccoli disseminati ovunque, resta sempre il Tagliamento, il fiume che taglia il Friuli dividendolo e anche unendolo in qualche modo. Un solco tracciato nella geografia e nella coscienza di questa terra. È lì, sul Tagliamento, che tutto va a finire oltre alle acque degli affluenti. In questi giorni riaffiorano, come sempre in simili situazioni, i ricordi delle disastrose alluvioni del 1965 e 1966, quando il nostro mondo venne messo in ginocchio, dalla Carnia a Latisana, dove si visse il dramma peggiore. Momenti nei quali vennero coinvolti anche i cronisti nel raccontare ora dopo ora la tragedia. Restano nel mito giornalistico friulano le parole di Mario Blasoni che, assieme ai colleghi, era asserragliato nel municipio latisanese. Il suo articolo, la sera del 4 novembre 1966, cominciava così: “Telefono mentre l’acqua sale…”. Quel disastro, causa di molti morti, segnò pure una presa di coscienza sul problema delle alluvioni, come una decina di anni dopo accadde con il terremoto. Si rafforzò dopo di allora una maggiore e vigile consapevolezza, tanto da portare alla nascita di una straordinaria Protezione civile, quella che in queste ore è entrata in azione in modo efficiente, logico, silenzioso perché chi ne fa parte sa a memoria cosa deve fare. È un sistema che va ringraziato e ricordato di continuo, perché ci avvolge in una rete di sicurezza che una volta non esisteva.Rischi e scenari da piovosità disastrosa possono dunque essere affrontati, limitati, combattuti anche se ancora di più si può fare per ridurre la vulnerabilità dei territori di fronte allo spauracchio-acqua che da noi ha una lunga storia. Sono almeno una sessantina le alluvioni gravi nei secoli recenti, riguardando soprattutto la sponda della Sinistra Tagliamento. Già nel 1483 il cronista Martino Sanudo definiva il fiume come rapace, furioso e rabbioso. Da allora si susseguirono tante “ordinarie alluvioni” perché l’apparente quiete idraulica non deve mai ingannare. Basta tenerlo presente e poi saper imbrigliare acque e panico quando dal nulla appaiono quelle ondate limacciose che scheggiano la tranquillità dei nostri paesi.

Alto Friuli: solo la nuova economia salverà la montagna

di Mauro Pascolini, –geografo, Università di Udine.

La montagna è nuovamente al centro dell’attenzione: una perturbazione da tempo annunciata, precipitazioni intense che questo mese d’ottobre non aveva ancora conosciuto, ed ecco il bollettino di guerra che segnala frane, smottamenti, esondazioni, allagamenti, ponti crollati, strade chiuse, paesi e frazioni isolate, non solo in Carnia, ma nel Sappadino, nell’Alta Valcellina, nella Pedemontana pordenonese. Sembra che la montagna si sgretoli e che voglia scendere a valle non solo con gli abitanti che hanno da tempo hanno lasciato i centri in quota e quelli nei fondovalle più marginali e sfavoriti, andando a popolare le cinture periferiche e i paesi industrializzati della pianura, ma con tutta se stessa, con i prati, i pascoli, i boschi, i torrenti, a voler dire a tutti che questa volta non serve solo rappezzare, intervenire nell’emergenza, soccorrere: bisogna affrontare una situazione che è fondamentale per tutto il territorio regionale e non solo perché il dissesto della montagna ha pesanti conseguenze anche in pianura come i fiumi in piena lo stanno a dimostrare.E allora riemergono i temi di un territorio, quello montano, tante volte diagnosticati, ma mai realmente affrontati anche se i medici al capezzale sono stati molti e molte sono state le ricette. Il nodo fondamentale è che per fare la manutenzione di un territorio come quello montano bisogna che la presenza dell’uomo sia una presenza viva e attiva: vanno puliti i letti di rii e torrenti, vanno falciati i prati perché non diventino una inesorabile superficie che accelera lo scorrere dell’acqua, vanno curati i boschi, vanno conservate le radure, vanno presidiati gli insediamenti, e si potrebbe continuare a lungo con l’elenco. La montagna invece è contrassegnata da fenomeni di abbandono, di scivolamento a valle dei centri più elevati, dall’invecchiamento e femminilizzazione della popolazione, dalla denatalità, dall’abbandono delle professioni tradizionali, aggravati dalla mancanza di un diffuso e condiviso progetto di sviluppo del territorio che ponga al centro la possibilità reale del vivere in montagna.Troppo sporadici, pur se presenti, sono i tentativi di mettere in essere buone pratiche e il restare o il tornare in montagna è un fenomeno poco diffuso anche se su altri versanti dell’arco alpino parole come neo pastorizia, neo ruralità, ripopolamento e reinsediamento, nuove economie sono pratiche che lentamente e a fatica si stanno facendo strada, superando l’unica ricetta meccanicamente proposta, quella del turismo. La montagna in queste ore sta rendendo evidente che le sue debolezze sono quelle, se ben guardiamo, di tutta una regione che sembra aver perso l’idea di futuro e ripiegata su stessa, sembra aver perso il legame profondo con i luoghi e la conoscenza stessa dei delicati equilibri che con quei luoghi hanno elaborato nel corso di secoli permettendo alle comunità di sviluppare il loro progetto esistenziale. E riprendere il filo del discorso interrotto è tanto più urgente in quanto è ormai evidente che la dimensione del problema è planetaria se pensiamo ai cambiamenti climatici, al riscaldamento del clima, alle modifiche nella distribuzione e nella quantità delle precipitazione, al ritiro dei ghiacciai… e gli eventi di questi giorni lo stanno a dimostrare.La cura del territorio è la cura di un patrimonio che abbiamo avuto in eredità e che dobbiamo conservare e incrementare per le generazioni che verranno dopo e ciò è tanto più vero per la montagna che ha dato vita a una fittissima rete di rapporti e interrelazioni che uniscono il materiale all’immateriale realizzando una dimensione spaziale valoriale collettiva e sociale. I luoghi sono memoria, appartenenza, valore, storia e per questo la risposta deve essere una risposta di tutti: se la montagna si sbriciola si sbriciola anche l’intera comunità regionale e allora la risposta deve essere forte, pronta ed efficace con modelli di sviluppo nei quali il montanaro e i suoi luoghi siano protagonisti. 

Tolmezzo: Deltaplano 2018, la Carnia al centro del mondo

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di Simonetta D’Este
Il deltaplano ha scelto il Friuli Venezia Giulia per disputare il XXII Mondiale, che si svolgerà dal 12 al 27 luglio 2019, preceduto dal pre Mondiale dal 26 luglio al 4 agosto 2018. E sarà questa un’occasione unica per il territorio per proporsi come riferimento per questo sport, anche grazie alla collaborazione con Austria e Slovenia che hanno accettato che durante le prove di volo i deltaplani possano sconfinare senza preoccupazioni. La competizione si svolgerà nei principali siti di volo della regione e avrà come centro operativo la città di Tolmezzo, dove domani, al cinema David alle 18, sarà presentato il programma dettagliato. A fare gli onori di casa di saranno il sindaco Francesco Brollo, il vice-presidente della giunta regionale Sergio Bolzonello e il project manager del comitato organizzatore Enzo Cainero. L’evento è organizzato dall’Aeroclub d’Italia, con l’appoggio di tutti i club di volo del Fvg, e in particolare di quelli di casa, Volo Libero Carnia e Volo Libero Friuli, e con la collaborazione dei Comuni interessati. A occuparsi degli aspetti pratici ci saranno la Lega Piloti e Flyve con Bernardo Gasparini e Suan Selenati, quest’ultimo componente della squadra nazionale italiana cinque volte campione del mondo. Selenati non potrà partecipare, però, ai Mondiali friulani, perché coinvolto in veste di organizzatore. I piloti (ne sono attesi oltre 150) avranno come aree di decollo principali il Crostis, il passo Pura, il Curanan, il Valinis, ma anche secondarie come Tolmino e Nova Gorica. Gli atterraggi principali sono previsti a Cercivento, Bordano e Travesio, e quelli secondari anche a Lignano Sabbiadoro, per esempio, Greifenburg in Austria o Kobarid in Slovenia. Una gara di deltaplano segue le stesse dinamiche di una regata velica: esiste una linea immaginaria aerea che tutti i piloti devono oltrepassare dopo un orario prestabilito, ma ci sono anche boe da aggirare (cilindri virtuali con 400 metri di raggio) e una linea di arrivo. Vince il pilota che riesce a compiere tutto il percorso nel minor tempo possibile. Le singole task possono variare dai 50 ai 250 chilometri di ampiezza e il tempo necessario per concludere ogni gara varia dai 60 minuti alle 5 o 6 ore. Il deltaplano, infatti, non ha motore e sfrutta la forza del vento: la velocità media di percorso e compresa tra i 30 e i 70 chilometri per ora, mentre nelle planate discendenti tra una corrente e l’altra i moderni deltaplani possono raggiungere anche i 140 orari.