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Amaro: sono made in Carnia le cisterne del Prosecco, Gortani amplia lo stabilimento e prevede di assumere altre 20 persone

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di Maura Delle Case.
Le vigne del Prosecco distano in qualche caso diverse centinaia di chilometri da Amaro eppure nel primo paese della Carnia vantano uno dei segreti del proprio successo: le grandi autoclavi in acciaio Inox prodotte dalla Gortani srl. Una delle principali aziende del settore che ha saputo cavalcare con profitto il boom del Prosecco mettendo a segno, in pochi anni, un vertiginoso salto di fatturato in parallelo all’aumento delle superfici produttive e dei lavoratori a libro paga. Tutto, rigorosamente, in Carnia. A poca distanza da dove l’avventura produttiva è cominciata. E’ il primo dopoguerra quando Gianpietro Gortani avvia una piccola attività di distilleria ad Arta Terme. Usa, per imbottigliare, tradizionali contenitori di legno finché non si accorge dell’acciaio inox, garanzia di migliori prestazioni. C’è però un problema: nessuno in montagna e nemmeno a stretto giro produce quel tipo di contenitori e così Gortani inizia a fabbricarli da solo. Prima per sé, poi per una serie di altri piccoli produttori. Il business cresce rapidamente, tanto da indurre il fondatore ad abbandonare la distilleria per votarsi interamente alla produzione di serbatoi grazie all’aiuto, determinante, del figlio Gian Paolo che oggi, assieme alla figlia Federica, guida l’azienda. Divenuta nel frattempo un piccolo colosso del settore: nata 30 anni fa, nel 2002 si è trasferita ad Amaro con i suoi 35 dipendenti, divenuti 70 nell’arco dei successivi 10 anni fino agli attuali 150. Un tesoretto occupazionale per la Carnia, formidabile argine, insieme a poche altre realtà produttive – come le cartiere Burgo e l’Automotive lighting -, allo spopolamento della montagna che la famiglia Gortani per nulla al mondo abbandonerebbe. Parola di Federica: «Siamo carnici e qui restiamo, nonostante qualche svantaggio ci sia. Siamo lontani e dunque meno competitivi di altri, per via degli alti costi di trasporto, in regioni come Piemonte ed Emilia Romagna, d’altro canto però diventiamo concorrenziali nei Paesi dell’est, vedi Slovenia e Croazia». L’azienda in questi anni è dunque cresciuta all’interno del Cosint, il consorzio industriale che per consentirne lo sviluppo, in sintonia con il Comune di Amaro, ha rivisto addirittura le norme urbanistiche derogando ai 10 metri di altezza massima degli edifici produttivi per far sì che Gortani potesse costruire i grandi serbatoi da oltre 20 metri d’altezza e 2.000 ettolitri di capacità sotto a un tetto, anziché sul piazzale come per un po’ è stata costretta a fare. Prodotti che poi prendono – con trasporti eccezionali – la via di numerose aziende vitivinicole soprattutto del Nordest (ma non solo). Con qualche puntata all’estero, ad esempio in Georgia (ex Urss), anche se il mercato domestico resta quello di riferimento. Trainato dal settore vitivinicolo che non conosce crisi e garantisce alla Gortani il 95% del fatturato. «Siamo passati da poco meno di 7 milioni di euro nel 2008 a 10 milioni nel 2012 proseguendo in crescendo fino quest’anno che prevediamo di chiudere oltre i 19» continua Gortani annunciando per il 2017 l’inaugurazione del nuovo capannone e l’assunzione di ulteriori 20 unità di personale. Gortani dunque promette di crescere ancora. Forte dell’ottima reputazione di cui gode tra i produttori vitivinicoli e del boom del Prosecco che non conosce freni. «E’ una moda – conclude la figlia del titolare -, il mondo del vino oggi tira in quella direzione. E’ un prodotto facile, alla portata di tutti, non costa molto e le quantità sono sempre maggiori. Nel nostro caso vale una buona fetta di fatturato (in certi anni quasi la metà) ma offre anche l’occasione per farci conoscere dalle aziende che, dopo le autoclavi, vengono da noi anche per i serbatoi semplici». Tipologia di prodotto che continua ad essere il pezzo forte della produzione Gortani, quello da cui tutto è cominciato.
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Friuli: il gambero nella mitologia e in cucina

 

di CRISTINA BURCHERI

 Il gambero (così come il granchio) rappresenta nello zodiaco la costellazione del Cancro, il passaggio dalla stagione estiva a quella autunnale, il retrocedere, l’inizio della fine, e quindi il presagio della morte. Nella simbologia cristiana il gambero simboleggia invece la passione e morte di Gesù. “In un senso più recondito richiama l’idea dell’eresia in quanto come si sa, cammina all’indietro, va in senso contrario”… scriveva Claudio Comel in “Pietà e dissenso religioso nelle ultime cene” pubblicato in “Civis” nel 2000. Il gambero è raffigurano anche degli splendidi mosaici della Basilica patriarcale di Aquileia: qui, in particolare, un gambero rosso è posato sulle fronde di un albero (simbolo zodiacale del Cancro). Risalendo dalla costa verso la montagna, a Gemona, sulla facciata del duomo la statua di ispirazione nordica di san Cristoforo (1327), protettore dei viandanti, è raffigurata con il Bambino Gesù sulla spalla e una gambero ai suoi piedi volto ad evocare l’immagine dell’acqua del fiume attraversato dal santo. Ben noto sin dall’antichità il gambero così come il granchio d’acqua dolce questi due animali furono abbondantemente apprezzati anche nelle nobili mense friulane dove si costumava mangiarli in periodo di magro, specialmente durante la quaresima quando vigeva l’obbligo stretto d’astenersi dalla carne. Se anticamente è testimoniata la copiosa presenza di gamberi nei corsi d’acqua dolce regionale, oggi sono animali rari e protetti la cui la cattura è vietata. Giorgio De Luise, laureato in scienze della produzione animale e specializzato in idrobiologia, ittiologia, acquicoltura e ittiopatologia, ai gamberi e granchi d’acqua dolce ha dedicato un volume edito nel 2006, dalla casa editrice Leonardo. Nel libro – “Il gambero e il granchi di acqua dolce tra storie, leggende e realtà in Europa e in Friuli Venezia Giulia” – ricorda la leggenda della “rude bestie”, un mostro spaventoso che una volta terrorizzò le donne di Amaro, e valse al gambero un posto d’onore nello stemma del comune carnico. A supportare la leggenda anche una motivazione più pragmatica riportata nel 1753 dal Podestà per avvalorare la domanda di concessione all’On. Consulta Araldica del Regno: “… lo scrivente propone di ricorrere ad una specialità che lo rende rinomato, cioè l’allevamento del gambero (Astacus fluviatilis)”.