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Zuglio: l’importante recupero di cinque statue del corpus sottratto all’altare di San Pietro

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di Gilberto Ganzer.

Come si sa il patrimonio d’arte di una comunità non è soltanto “memoria storica” della stessa, ma un importante tassello identitario che se viene a mancare non protegge più la comunità da quell’epidemia di disumanizzazione incombente che caratterizza il nostro tempo.Il recupero fatto dai Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico di cinque statue del corpus sottratto all’altare di San Pietro di Zuglio restituisce così una parte di quelle testimonianze di un sito storico che era stato prima forum e poi municipium; Julium Carnicum appunto esempio del fiorire di questo centro che con il Cristianesimo fu anche sede episcopale, titolo che ora giustamente riscoperto detiene il Nunzio Apostolico in Siria monsignor Mario Zenari. Zuglio è infatti simbolo di una storia amministrativa che determinò l’autonomia della regione montuosa da quella della pianura, tanto che la Carnia fece parte per se stessa ed ebbe una organizzazione territoriale, giurisdizionale e amministrativa autonoma, secondo quel processo delle autonomie così caratteristiche del mondo italiano.San Pietro di Zuglio, antico castello bizantino del V secolo, sarebbe diventata così il fulcro di una organizzazione religiosa potente e vasta se si pensa che solo nel 1380 la chiesa di Gemona veniva staccata dalla Prepositura di San Pietro, continuazione dell’antico vescovado e testimonianza dell’antichità territoriale del romano municipium. Nella pieve grandeggia ancora il magnifico altare di Domenico da Tolmezzo con al centro San Pietro in abito papale e alla sua destra gli apostoli Taddeo, Simone e Andrea; alla sinistra Paolo, Giacomo Maggiore e Mattia. Il piano superiore dell’ancona accoglie la Madonna con Bambino nel centro; gli apostoli Matteo, Bartolomeo e Giovanni e a sinistra Giacomo Minore, Ambrogio e Agostino. Le guglie del raffinato coronamento sono terminate con piccoli angeli che sovrastano le nicchie ove sbocciano figurine di profeti e sulla parte terminale troneggia un eterno padre benedicente. La grande ancona porta la firma mutila di Domenico da Tolmezzo con la data ascrivibile al 1483, sapendo che nel 1484 l’opera è già in sito e se ne reclamava il pagamento.Questo capolavoro del maestro tolmezzino non privo di rimandi al nuovo verbo rinascimentale padovano-veneziano, ma anche alle fascinazioni gotiche della tradizione oltralpina costituisce un unicum e grazie a questo recupero una restituzione importante per l’aspetto storico-artistico, ma anche più propriamente storico perché è l’importante testimonianza del prestigio che Zuglio aveva in tutto il territorio.Le statue erano state trafugate il 17 novembre 1981 dopo che, in epoca imprecisata, erano scomparsi quattro santi a mezzo busto della predella, raffiguranti come detto i padri della Chiesa latina. Per lo studioso Guido Nicoletti l’ancona di Zuglio «è la più bella tra quelle eseguite di Domenico, ormai padrone assoluto della tecnica che trasforma il legno in un arazzo fastoso e ricco con luci e splendori quasi musivi».La cerimonia della restituzione è stata quasi la premessa a un impegno che l’Arma porta avanti da decenni nel recupero di quel patrimonio identitario che caratterizza la nostra nazione e alla consegna infatti era presente il comandante del Comando dei Carabinieri – Tutela patrimonio artistico generale Fabrizio Parulli con i referenti del Nucleo di Venezia dottor Carlone e il capitano comandante del Nucleo di Udine Pella assieme ai Carabinieri in rappresentanza dell’Arma. L’accoglienza di queste preziose testimonianze è stata fatta da sue eminenza il Nunzio apostolico in Siria e arcivescovo titolare di San Pietro monsignor Mario Zenari con la presenza del già arcivescovo emerito di San Pietro monsignor Pietro Brollo e di sue eminenza l’arvivescovo metropolita di Udine Andrea Bruno Mazzocato, il prevosto titolare di San Pietro mons. Giordano Cracina e il sindaco di Zuglio Battista Molinari. In questa importante e significativa giornata il prevosto di San Pietro monsignor Cracina ha annunciato la prossima convenzione e fruizione della dimora Grassi – Gortani del comune di Zuglio in Formeaso che raccoglierà le testimonianze archivistiche, d’arte e di memoria collettiva, relazionandosi con il Museo archeologico Julium Carnicum; il percorso integrato di questa nuova sede sarà chiamato “Ianua Coeli” e proprio per questo era presente il direttore del polo museale del Friuli dottor Luca Caburlotto, il dirigente della Soprintendenza archeologica del Friuli, dottor Corrado Azzolini, la dottoressa Flaviana Oriolo, curatrice del Museo archeologico, già così validamente proposto. Monsignor Cracina ha annunciato che con l’ausilio di esperti e volontari atti a coinvolgere anche la comunità evidenzieranno ancor più come tale patrimonio culturale sarà un luogo non solo votato a visitatori o spettatori, ma un luogo dei diritti fondamentali della persona, proprio all’insegna del recupero della loro identità. Tra le figure istituzionali va ricordata la presenza della dottoressa Auriemma per il Centro regionale di catalogazione, del dottor Claudio Gortani. C’erano inoltre il presidente della Provincia dottor Pietro Fontanini e i rappresentanti di comunità parrocchiali quali il sindaco di Arta, monsignor Angelo Zanello e don Alessio Geretti della comunità di Tolmezzo.

Artisti Carnici: Stefano Marchi artista perplesso e irresoluto al bivio della maturita’

di Ermes Dorigo.

Verso la metà degli anni ’90 ebbi, se così posso dire, il merito di ‘lanciare’due giovani carnici, in tempi in cui le esposizioni erano dedicate soprattutto ai ‘canonici’ maestri del figurativo, meglio se floreali o paesaggisti: l’informale e la pittura contemporanea parevano proprio non esistere. Tale presenza ‘giovanile’ la rinforzai successivamente con una provocatoria mostra, tanto che un quotidiano locale s’affrettò a telefonarmi, per capire se per caso m’avesse dato di volta il cervello, tenutasi nel prestigioso palazzo Frisacco dal titolo Carnia New Art. Uno dei due giovani era Stefano Marchi, nato a  Tolmezzo nel 1964,  oggi non più crisalide, ma farfalla dal volo, se me lo concede, poco determinato, un po’ come se fosse intimidito e disilluso, irresoluto, quasi lo bloccasse un timore interno di ‘liberare’ completamente se stesso, di ‘superarsi’; intanto, con esposizioni personali e collettive, continua a volare, ma ondeggiando sempre, mi pare, tra il prima e il dopo, tra un morboso, quasi, attaccamento al sé primigenio e il desiderio di sfidare l’ignoto e di percorrere vie nuove, forse ancora da lui solo intraviste, ma che gli suscitano una sorta di inquietudine regressiva, pur continuando a sperimentare e a mettersi in discussione. In occasione della prima mostra, intitolata Lo sguardo pulsionale ovvero Le visioni dell’inconscio, lo definivo “selvaggio” in quanto individuavo nelle sue grandi tele, come padri spirituali, soprattutto Baselitz e Kiefer considerati, appunto, padri dei “nuovi selvaggi”, che non si esprimono verso il mondo, ma in quanto mondo, in quanto soggetti perduti che si cerca­no, per un bisogno insopprimibile di vita; che si cercano proprio in quanto corporalità, non ideologica­mente e programmaticamente: oggettivano sulle tela associazioni, ricordi, frammenti di esperienza, per cui il quadro si pone come entità‑altra rispetto all’artefice: l’opera fa il suo autore, nel senso che egli si identifica e si costruisce, interiormente e come essere socia­le, in relazione a quanto gli dice l’o­pera, la forma percettibile della lin­gua dell’inconscio. Stefano,  gestuale e meno legato alla convenzione artistica, ti trascina verso suoi ‘eventi” col piacere estetico della pennellata forte, ‘grossolana’ come quella del suo maestro Baselitz, degli accostamenti e contrasti ‘esagerati’ dei colori, dell’energia del movimento che agita anche ciò che solitamente è statico, come i volti ritratti. La sua è la figurazione di ciò che non colpisce lo sguardo, ma che si vede solo con occhio interiore. Troviamo nelle sue tele una grande intensità di astrazione espressiva ed emozionale ed un vibrante edonismo dei colori. A lui non interessa il dettaglio (né, quindi, l’accuratezza dell’esecuzione) ma l’impeto equilibrato dell’insieme, ottenuto con una sorta di sregolata regola, di disordinato ordine che implode in un oggetto pittorico che si pone come entità significante in sé e per sé, con arditi squarci e movimenti prospettici, che però non creano l’illusione della profondità (il fruitore dentro il qua­dro), ma mantengono la caratteristi­ca di pittura di superficie che ‘va verso’ il fruitore e lo intriga coi suoi interrogativi.

A distanza di anni, dopo aver sperimentato ed essersi messo in discussione in numerose esposizioni personali e collettive ho voluto che fosse lui direttamente a trarre un primo bilancio della sua esperienza estetica, giunto ormai al bivio della maturità, tramite un’intervista-confessione: «Non è facile per me – dice Stefano – come artista parlare del mio lavoro. Ho sempre amato la pittura fin da ragazzino, quando mi capitavano in mano i testi di storia dell’arte di mio fratello maggiore, che all’epoca era studente universitario. Ho continuato poi la mia ricerca personale immergendomi in tutto ciò che era arte, in una sorta di studio autodidatta, visitando mostre più o meno importanti a livello mediatico e conoscendo artisti di vario livello.  Sono stato molto attratto dalle avanguardie degli anni Sessanta e Settanta; tramite la collaborazione e l’amicizia con il collezionista Egidio Marzona, ho avuto la fortuna di conoscere artisti come Vito Acconci, Luciano Fabro, Mario e Marisa Merz e Robert Barry, che ho aiutato nel porre in opera un’installazione nella casa di Marzona nel suo parco artistico. Grazie a Marzona insieme a Ermes ho allestito la mostra, epocale per la Carnia e il Friuli,  Nonno Padre Figlio – Duchamp Andre Missoni e realizzato un buon video su di essa  e sull’Artistic Park di Villa di Verzegnis. Ma sono sempre rimasto legato in maniera forte alla pittura. Uso tele industriali di un formato medio grande, dal 100×120 in su. C’è stato un periodo in cui le tele me le costruivo, ma è durato poco. Facendo tutto da solo avevo difficoltà nel tirare la tela grezza  e poi non riuscivo a trovare facilmente chi potesse costruirmi i telai senza chiedere somme esose. Dunque tele di grande formato. Ai movimenti delle braccia occorre spazio, perciò il formato è determinante, in quanto solo un largo campo d’azione consente di viaggiare immergendosi nel quadro stesso, dipingendo fino ad esaurimento. La lezione di Pollock è fondamentale per me. Come determinanti per la mia formazione sono stati Georg Baselitz e i Nuovi Selvaggi tedeschi degli anni Ottanta, come ha ben intuito Dorigo fin dalle mie prime opere. Adoro quella violenza gestuale che genera figure, sagome, volti tumefatti, vittime. I colori che uso sono prevalentemente scuri, privi di omogeneità e appaiono opachi, sporchi e vengono colati sulla tela spesso molto diluiti e comunque senza la presenza di un disegno o di una bozza preparatoria. Non c’è tempo per la riflessione, né per la perfezione, aspetti della pittura che non mi interessano. L’azione deve essere rapida, in piena sintonia col cuore e col cervello. Il cervello ci permette di essere liberi, di concepire un’idea e al tempo stesso di evitare di rinchiuderla dentro ragionamenti tecnici che nulla hanno a che fare con l’intuito, che per me è sinonimo di creazione e quindi di arte. L’idea fugge, non resiste a lungo nella mente e quindi nessuna pausa e via con i pennelli, con le mani se è necessario, in un turbine di materia e di colori.

La mia è una pittura che definirei ‘disinvolta’, che imperversa sulla tela con violento e ampio slancio del pennello, con cromatismi a volte selvaggi ed incisivi. Ed è una sensazione indescrivibile per me ciò che appare sotto il vibrare del pennello. Tutto ciò, l’azione pittorica spaziante, gli inevitabili spruzzi di colore,  le parti della tela non dipinte, le meravigliose sbavature, mantengono il quadro finito in una condizione di provvisorietà e frammentarietà. Sento dentro di me questa passione indomabile, che mi spinge ad imbrattare tele come la belva affamata addosso alla sua preda, ma ciò nonostante sento che dal mio lavoro traspare un messaggio di amore verso la vita ed il mio prossimo, in una sorte di passaggio al di là, una specie di filtro che si interpone tra l’artista e la realtà, tra la realtà dell’artista e la realtà di chi guarda. L’interpretazione della realtà, arricchita dal nostro stato d’animo, dalle nostre sensazioni, si traduce sulla tela che diventa il passepartout per mete altrimenti irraggiungibili. Temi comuni che troviamo nel lavoro di molti artisti sono anche i miei: la negazione della guerra, la condizione umana, la libertà, la pace, la paternità, il sesso, l’amore, la poesia, la paura, ossessioni ricorrenti negli uomini, amplificate negli artisti, frutto di sedimentazioni emotive interiori o derivanti da traumi esterni, ma nella loro genesi complessa c’è un punto fermo: il quadro. Io mi riconosco nel e col quadro. Al momento nulla per me è più vero di un quadro: il pensiero che da esso scaturisce mi appare più forte, più resistente e diretto».

 

Artisti Carnici: Marco Marra e le sue “Geometrie dell’anima”

a cura di Ermes Dorigo.

Ricerca estetica come impegno etico per una mente chiara e ordinata; dunque, rigore formale come rigorosa disciplina interiore: questa mi pare la cifra semantica dell’arte di Marco Marra. Conoscenza e dominio razionale del Sé e delle sue inquietanti pulsioni; equilibrio e armonia spirituale; creazione e visione dell’immagine come decantazione catartica e come interrogazione meditativa sul mistero dell’esistenza e della vita; tensione delle forme tra finito e infinito; corrispondenze tra micro e macrocosmo; educazione della percezione al bello contro la mercificazione del gusto; bisogno di serenità e aspirazione alla pace; il sogno della coincidenza degli opposti; la fiducia nella forza della ragione; le forme dell’anima razionale come oggetto vero e centrale della rappresentazione artistica: non la realtà – naturale, sociale o individuale – nelle forme della razionalità, more mathematico, ma le forme stesse dell’intelletto con i suoi archetipi percettivi (le forme geometriche) e i suoi simbolismi (colori), che tendono a fondere, in una utopica o possibile o desiderata sintesi, materia e spirito, concretezza ed astrazione.

In questo sollecitare il singolo all’autocontrollo, al miglioramento di sé, alla consapevolezza della propria potenza intellettuale, ma anche della sua fragilità creaturale l’arte di Marra si connota d’impegno civile, perché, proponendosi di migliorare i singoli, vorrebbe contribuire al miglioramento della qualità della vita sociale.

Se tale lettura delle opere di Marra è plausibile, allora ci si rende conto, solo dalla sommaria elencazione della poetica sottesa ad esse, che dietro le tecniche contemporanee dell’Optical Art ci sta qualcosa di più radicato e sedimentato nella psicologia e nella cultura dell’artista: ci sta la tradizione umanistica e un anonimo ancestrale inconscio collettivo con tendenza alla stilizzazione, geometrizzazione, astrazione della materia, che non significa la sua negazione, ma l’affermazione dell’ordine e dell’intervento attivo della ragione sulla opacità, alterità e oscurità di essa. L’arte di Marra rivela, dunque, una triplice appartenenza: al genius loci – inteso non in senso naturalistico ma come abito mentale e strutture percettive astraenti -; alla tradizione umanistica; alle avanguardie contemporanee (più Vasarely che Mondrian, a mio avviso).

Genius loci, dicevo. In realtà, in una zona di frontiera come la Carnia convivono diverse culture che, schematicamente, possiamo ridurre a quella mediterranea (pensiamo alla grande influenza di Venezia nel passato) e a quella nordica: qui agisce, nelle menti e nei cuori e nelle relazioni sociali, in forme contraddittorie, confuse e talora aspre l’antica contrapposizione o conciliazione o crogiuolo tra le tonalità psicologiche, le sensibilità delle genti del Sud e del Nord Europa. L’approdo di Marra al suo ‘classicismo geometrico’ si ha a conclusione di un percorso sperimentale tormentato, che passa attraverso quell’arte nordica dell’angoscia, dell’orrore, degli abissi torbidi dell’interiorità, che è l’espressionismo, che tocca il dolore nel nervo (del quale, comunque, conserva la carica oppositiva ai disvalori). La sua è una scelta, prima che culturale, di vita; un autoperfezionamento di sé per gli altri; la riaffermazione di una identità che è consapevole della oscura potenza dell’inconscio e delle sue sirene, ma che non intende abdicare al primato luminoso della ragione, come chiarezza e ordine individuale, sociale e naturale. Scelta estetica e scelta etico-civile nelle sue opere coincidono.

Certo non è un’opera che si offre al facile consumo; richiede anzi attenzione, riflessione, volontà di superare la sua resistenza di oggetto assoluto, senza riferimenti naturalistici; le forme dell’anima non sono comparabili con quelle della realtà. È necessario familiarizzare con la sua grammatica e la sua sintassi, col suo forte spessore allegorico- simbolico; forme e colori stanno per qualcos’altro, rinviano al altro, ma sempre sul piano della concettualità e della razionalità, in cui vengono sussunte e filtrate anche le sensazioni e le emozioni, proprio perchè l’artista vuol far percorrere al fruitore un percorso conoscitivo e catartico, non emotivamente irrazionale (il sonno della ragione ha generato, nel nostro secolo, parecchi mostri) e consumistico, attraverso il piacere delle forme, delle simmetrie, degli accostamenti di colore con un ruolo fondamentale della luce, retaggio delle sue prime prove post- impressioniste. 

Mi permetto di avanzare un’’ipotesi di lettura, con­sapevole della sua soggettività: del resto, qualsiasi attività critica, se affrontato in umiltà, è solo una approssimazione all’opera d’arte, che per sua natura è polisemica.

Innanzitutto colgo uno dialettica fondamentale tra forme e sfondo monocromatico, che afferisce alle  ‘poetiche dei silenzio’, che hanno caratterizzato tante espressioni artistiche e letterarie del Novecento; tensione tra ciò che è e ciò che È, tra finito e infinito, tra esistenza e vita: si coglie, insomma, una tensione metafisica, che assume varie forme di declinazione del rapporto tra imma­nenza e trascendenza, ora come presenza ora come distanza (il colore dello sfondo identico/simile o diverso da quello della figura).

Troviamo il cerchio, simbolo dello perfezione e dell’aspirazione all’armonia con se stessi, traversa­to talora da linee, che rappresentano lacerazioni, ferite, sofferenze, ma plasmate e placate appunto in questo dolce ventre ‑ il cerchio ci ricorda anche la luna e il sole, il femminile e il maschile, come sovrapposti e conciliati; il cerchio richiama anche il foro della vita – la pietra forata -; ciò che ci porta al di là, al senso e al significato dell’esistenza, la porta verso l’Assoluto. Anche il quadrato è la figura della perfezione, i cui vertici alludono ai quattro elementi vitali – terra, acqua, aria e fuoco-, dicendoci l’appartenenza della vita individuale a quella Cosmica.

E si potrebbe percorrere anche la complessa simbologia dei colori, che dicono dell’anima non le forme ma la ‘tonalità’ : ad esempio, l’azzurro può essere inteso come l’oscurità divenuta visibile; fra bianco e nero è la conciliazione del giorno e della notte, del conscio e dell’inconscio. E poi la dialettica tra colori caldi avanzanti, che indicano attività, e colori freddi, retrocedenti, che indicano passività e debilitazione. Jolan Jacobi, seguace di Jung, scrive: «Il colore azzurro (colore dello spazio e del cielo limpido) è il colore del pensiero; il colore giallo (il colore del sole che viene da lontano, sorge dalle tenebre come messaggero della luce e scompare nell’oscurità) è colore dell’intuizione, cioè di quella funzione che illumina istantaneamente le origini; il rosso ( il colore del sangue palpitante e del fuoco) è il colore dei sensi impulsivi e ardenti; verde invece…».

Le opere d Marra, oltre che conoscitiva, permettono anche una fruizione ludica, nel senso di giocare a l’interpretazione sulla (gradevolmente) intrigante simbologia delle loro forme e dei loro colori; fruizione ludico-conoscitiva favorita dalla piacevolezza dei ritmi quasi musicali della scansione degli spazi e delle strutture compositive.

 

Presentazione nel catalogo della mostra Geometrie dell’anima, Tolmezzo, 1996

Illegio: torna Illegio con la Giuditta di Caravaggio, presentata la mostra “L’ultima creatura”

di Melania Lunazzi.
Torna Illegio, appuntamento con la grande arte molto apprezzato, ma che dopo gli accadimenti dell’anno passato si temeva non potesse essere piú ripresentato. Invece torna con un tema inaspettato: nella Casa delle Esposizioni del piccolo paese montano questa volta si parlerà di donne. “L’ultima creatura. L’idea divina del femminile” è, infatti, il nuovo progetto espositivo ideato e curato da don Alessio Geretti e dal Comitato di San Floriano, presentato ieri a Udine nella sede della Regione. L’inaugurazione è prevista per domenica 17 maggio, alle 16, giornata di apertura gratuita per i visitatori entro le 21. La rassegna resterà aperta fino al 4 ottobre. Dopo un anno di inattività forzata – imposta dal contenzioso giuridico con la Soprintendenza a Roma, in via di soluzione, ma ancora aperto – il Comitato di San Floriano si è rimesso al lavoro grazie anche al conforto di donazioni private che hanno reso possibile procedere con le iniziative culturali. Il Comitato ha potuto avvalersi del contributo regionale (140 mila euro) di quello della Fondazione Crup (50 mila) e con questo insieme di risorse ha approntato la mostra. Don Geretti ha tenuto a sottolineare che per ogni euro pubblico investito Illegio produce un risultato di 1 euro e 60 centesimi e che la percentuale dei contributi istituzionali è, sí, del 39%, ma il 36% delle risorse è frutto dello sbigliettamento e il 25% viene da sponsor privati. A essere indagate questa volta sono le figure femminili presenti nelle Sacre Scritture in particolare dodici tra queste: Eva, Hagar, Rebecca, Rachele, Tamar, Miriam, Dalila, Giuditta, Giaele, Ester, Susanna, la Divina Sapienza. «Questa mostra – ha detto don Geretti – ci offre racconti avvincenti, emozioni potenti e confronti intriganti. Il primo aspetto di interesse è riscoprire il grande repertorio di racconti biblici dedicati alle protagoniste femminili. Queste, nella storia di Israele della divina rivelazione, sono assai piú abbondanti e decisive di quanto si possa immaginare, nonostante qualche tratto antifemminista della cultura di Israele. Nelle pagine bibliche questo aspetto è sorpassato dal protagonismo positivo e dal valore di donne sorprendenti che Dio ha scelto per potare avanti la sua storia di salvezza. Donne sconcertanti e a volte scandalose. Basta leggere la genealogia di Gesú nel Vangelo di Matteo, che ha quattro eccezioni rispetto alla tradizione ebraica del seguire la linea paterna maschile: Tamar, che per entrare nel popolo di Israele si congiungerà con suo suocero per dare una discendenza ai figli; Rachab una prostituta che con l’inganno salva sé e la sua gente; Ruth, che non esitò a farsi strada nelle vicende familiari di alcuni uomini di Israele per conquistarsi un posto preminente e Betsabea». Quaranta tra pitture e sculture proposte, che coprono un arco di tempo dal XV secolo al Novecento e provenienti da trenta tra gallerie, musei, istituzioni italiani di prestigio, per una mostra suddivisa in cinque sezioni tematiche. Il pezzo forte sarà la “Giuditta” di palazzo Barberini del Caravaggio, uno dei capolavori assoluti dell’arte mondiale. Accostata da opere di Rubens, Pinturicchio, Palma il Giovane, Veronese, Lanfranco, Piazzetta, Ricci, Solimena, Hayez e molte altre. E forse in corso d’opera potrà aggiungersi anche la “Giuditta” degli Uffizi di Firenze dipinta da una grande donna dell’arte, Artemisia Gentileschi: «Ci stiamo lavorando». In soli quattro mesi di lavoro il Comitato di San Floriano è riuscito insomma a ottenere un risultato apprezzabile. E se il paesino carnico di sole 360 anime ha visto passare, grazie alle venticinque mostre a oggi realizzate, 220 mila visitatori, questo evento non potrà che accrescerne la notorità. «La missione di Illegio – cosí monsignor Angelo Zanello, presidente del Comitato – è custodire la bellezza tra i nostri monti, aprendola alla comunità. Le proposte illegiane sono sempre un evento di comunità. In questi giorni tutto il paese è un grande cantiere e tutto il contesto diventa educativo e occasione di riscatto. Tra l’altro ci sono 25 giovani che si stanno preparando ad accompagnare i visitatori alla mostra». L’assessore regionale alla Cultura, Gianni Torrenti, si è detto «soddisfatto della proposta di grande qualità e anche del tema scelto. Sono fiero del fatto che in un paesino quasi sperduto come Illegio si svolga una delle iniziative culturali piú importanti che offre la nostra regione. La mostra ha un’attrattività di incoming importante ed è un sintomo di come i nostri modelli di turismo alpino siano cambiati. Dobbiamo continuare a qualificarci cosí».

Tolmezzo: a palazzo Frisacco la mostra che riscopre l’arte di Gianfrancesco da Tolmezzo

di Alessio Geretti

La prima sezione della mostra, che si protrarrà fino al 7 ottobre, è dedicata al contesto storico, sociale, culturale e religioso entro cui si sviluppò la vicenda biografica e artistica di Gianfrancesco da Tolmezzo. Per evocare tale scenario si incontra anzitutto un’opera di carattere profano: il Fregio Mantica: un vasto frammento di fregio decorativo, con putti, profili clipeati e insegne araldiche entro ghirlande, che Gianfrancesco eseguí a Pordenone, nell’ambito del suo prolungato rapporto con la committenza cittadina. I volti ritratti di profilo che vi si osservano ricordano le pregevoli sansovine, una preziosa e interessante serie delle quali è esposta in contemporanea a questa mostra nel vicino Museo Gortani. Nelle sale dedicate agli affreschi sono esposti due lacerti di ampie dimensioni provenienti da Pordenone: la grande Santa Barbara, dalla chiesa del Cristo, e il Padre Eterno con figure di Apostoli (probabilmente un frammento di scena di Pentecoste), dal Duomo di San Marco. Altri due affreschi attestano l’attività del maestro carnico nel Friuli occidentale: la Madonna in trono col bambino e i Santi Leonardo e Giovanni Battista, già nella chiesa di Santa Giuliana a Castel d’Aviano, ora nel museo diocesano di Pordenone, e la Pietà con due Santi della parrocchiale di Vivaro: ambedue le opere sono esposte al pubblico dopo un nuovo restauro appena concluso. La centralità dell’aspetto tecnico nell’arte del maestro tolmezzino, efficacissimo interprete della pittura a buon fresco, viene posta in rilievo da una serie di pannelli materici che ricostruiscono le numerosi fasi esecutive dell’affresco. Alcune stampe antiche, modelli di riferimento per l’opera di Gianfrancesco, sono presentate in una sala che ripresenta in collegamento l’opera grafica di ispirazione e l’opera risultante del tolmezzino. In particolare sono esposte le stampe del grande incisore alsaziano Martin Schongauer e dal Maestro I.A.M. di Zwolle, ai quali il tolmezzino guardò soprattutto per i cicli dedicati alla Passione di Cristo. Una sala specifica è dedicata alla grande pala di Santa Giuliana, raffigurante la Madonna in trono col bambino e i Santi Nicolò, Dorotea, Giuliana di Nicomedia, Caterina, Apollonia, Gregorio papa e due angeli musicanti, eseguita nel 1507 per la chiesa di Santa Giuliana a Castel d’Aviano (ora in deposito al Museo Civico d’Arte di Pordenone), che costituisce l’unico esempio a noi giunto di opera su tela del Maestro.Per far entrare il visitatore nelle atmosfere sonore rinascimentali, evocate dalle numerose “orchestre celesti” descritte con dovizia di particolari e dettagli realistici da Gianfrancesco, sono inoltre esposte alcune riproduzioni di strumenti musicali dell’epoca, opere di alto artigianato. L’itinerario di approfondimento, suggerito al visitatore della mostra da un’apposita sala multimediale, trova infine un concreto parallelo nell’ultima sezione espositiva, incentrata sulle testimonianze dell’analogo viaggio fra chiesine campestri, affreschi e pale d’altare compiuto nella seconda metà del secolo XIX dallo storico dell’arte Giovan Battista Cavalcaselle, grazie alle riproduzioni di una dozzina dei fogli dei suoi taccuini, conservati presso la Biblioteca Marciana di Venezia. La mostra si conclude nella sala allestita dagli artigiani carnici, con realizzazioni esclusive ispirate all’arte del maestro Gianfrancesco .