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Una coraggiosa politica energetica regionale

Logo del consorzio BIM Tagliamento

di Franceschino Barazzutti
già presidente del Consorzio del Bacino Imbrifero Montano (Bim) Tagliamento, già sindaco di Cavazzo Carnico

Ha fatto bene il neopresidente del Consorzio BimTagliamento, nonché sindaco di Ampezzo, Michele Benedetti a sollevare il tema dell’applicazione nella nostra regione dell’art. 11-quater (Disposizioni in materia di concessioni di grandi derivazioni idroelettriche) della Legge Nazionale 11. 02. 2019 n. 12 (Legge Semplificazioni), poiché il settore idroelettrico investe ampiamente e pesantemente quasi tutti i corsi d’acqua del territorio montano della nostra regione, per il quale il provvedimento legislativo può essere uno strumento per una positiva svolta radicale. Ma vediamo, per punti, che cosa prevede questo provvedimento legislativo iniziando dall’aspetto più importante qual è il trattamento delle concessioni: “alla scadenza delle stesse e nei casi di decadenza o rinuncia, gli impianti passano, senza compenso, in proprietà delle regioni, in stato di regolare funzionamento”. Questo è il dettato fondamentale. Al concessionario è dovuto solo un indennizzo pari al valore non ammortizzato delle opere autorizzate. Le regioni possono assegnare le concessioni così acquisite ad operatori economici mediante gara pubblica, (che significherebbe lasciare le cose come sono ora! ) o a società a capitale misto pubblico-privato (sarebbe una mezza misura! ) o a una propria società energetica (sarebbe la cosa giusta! ) come avviene con ottimi risultati nella Regione Autonoma Trentino Alto Adige. Conseguentemente i nuovi concessionari versano i canoni concessori alla regione e non più allo stato. Inoltre sono previsti canoni aggiuntivi da destinare al finanziamento del ripristino ambientale dei corpi idrici interessati dalla derivazione e misure di compensazione ambientale e territoriale da destinare ai territori dei comuni interessati dalla presenza delle opere idroelettriche Con questo provvedimento legislativo viene riconosciuta alle regioni l’importante facoltà di disporre “l’obbligo per i concessionari di fornire annualmente e gratuitamente alle stesse regioni 220 kWh per ogni kW di potenza nominale media di concessione, per almeno il 50 per cento destinata a servizi pubblici e categorie di utenti dei territori provinciali interessati dalle derivazioni. ” Tale obbligo è da tempo vigente nel Trentino Alto Adige. Di fronte a così importanti ed innovativi poteri attribuiti alle regioni, sorge la domanda: come mai la nostra Regione non ha ancora adottato la propria legge attuativa di quella nazionale entro il termine massimo previsto del 31 marzo 2020? Né risulta che sull’argomento tuttora siano state depositate in consiglio regionale proposte di legge di gruppi politici o di singoli consiglieri o un disegno di legge giuntale. Ogni ulteriore ritardo sarebbe grave e minerebbe la credibilità politica. Preoccupa il fatto che sugli interessanti scenari disegnati dalla legge nazionale regni il silenzio in particolare proprio nei territori montani sui quali principalmente grava l’idroelettrico, mentre dovrebbe essere oggetto di dibattito e di iniziative nelle sedi istituzionali, nei partiti, nelle associazioni, nelle comunità, e perché no anche nei bar, con la volontà di prendere nelle proprie mani il destino della propria terra, dove sono presenti storiche presenze di cooperative idroelettriche centenarie che hanno garantito e garantiscono condizioni favorevoli agli utenti e sono depositarie di una preziosa esperienza gestionale. Tra le varianti di assegnazione delle concessioni acquisite va considerata la preziosa e consolidata esperienza della Provincia Autonoma di Trento, che attraverso la propria società energetica “Dolomiti Energia” ed altre società pubbliche gestisce le concessioni, come fa pure la Provincia Autonoma di Bolzano con la propria società energetica “Alperia”. Province che hanno saputo e voluto ben utilizzare ed ampliare i poteri della loro autonomia. Altrettanto deve fare la nostra Regione, dove purtroppo spadroneggiano società energetiche esterne, i cui azionisti di riferimento – si noti – sono Comuni, enti pubblici che incamerano all’attivo dei loro bilanci i profitti realizzati dallo sfruttamento della nostre acque. È ormai indilazionabile che la nostra Regione a statuto speciale di autonomia costituisca quanto prima una propria società energetica a capitale pubblico per assumere via via le concessioni. Non si capisce perché la proposta di legge n. 193 avente per oggetto “Costituzione della Società Energia Friuli Venezia Giulia – SEFV”, presentata il 27. 02. 2017 dai Consiglieri Revelant, Tondo, Riccardi, Colautti, Violino, Marsilio, Ciriani e Zilli sia rimasta senza seguito. Forse per fermarla è bastata una letterina dell’Associazione dei derivatori “Elettricità Futura”? Occorre più coraggio politico. Tanto più che sono imminenti le scadenze del complesso idroelettrico della Val Tramontina di Edison, cioè della francese “Electricité de France”, costituito da 5 centrali, mentre nel 2029 scadranno le concessioni del sistema idroelettrico del Tagliamento della lombarda a2a costituito dalle centrali di Ampezzo e di Somplago. Un sistema dinosauro incompatibile e insostenibile in quanto ha privato di tutte le acque la gran parte della Carnia e sconvolto il lago di Cavazzo o Tre Comuni, un sistema che va rivisto. È tempo che la nostra Regione a statuto speciale di autonomia decida se vuole doverosamente svolgere una propria politica energetica autonoma anche ricorrendo alle moderne tecnologie o se invece vuole continuare a rilasciare concessioni per centraline speculative che inaridiscono gli ultimi ruscelli, incentivate fra l’altro con i certificati verdi pagati dagli utenti attraverso le bollette, e ad essere quindi colonia delle società multiutity esterne. Tanto più dal momento che l’idroelettrico sfrutta un bene comune per eccellenza come l’acqua che sta già diventando sempre più strategica e preziosa.

Carnia: l’incognita delle Uti tra Brollo e Barazzutti

di Alfio Anziutti Forni di Sopra.

L’incognita delle Uti tra Brollo e Barazzutti nel merito al frizzante scambio di opinioni tra Franceschino Barazzutti, ampiamente conosciuto come difensore dei diritti dei carnici, e l’attuale sindaco di Tolmezzo Francesco Brollo, desidero dire alcune cose. Tema dello scontro sono le Unioni dei Comuni (UtiI), di cui Brollo è fresco presidente. Vengono elencati capacità decisionali, decentramento, vocazioni economiche dei paesi. Non un progetto, ma solo auspici su un futuro che non si presenta facile, pensiamo alla coesione dei paesi, a un piano generale, alle capacità dei nuovi amministratori, allo sbandierato decentramento. Tutte cose da verificare, uscendo, secondo Barazzutti, «dall’indifferenza e prendendo a cuore il destino della propria terra e ricostruendo lo spirito proprio delle comunità» cioè dei paesi; tracciando, secondo Brollo, «traiettorie sostenibili ma, se serve, audaci», provando «a rialzare le sorti della Carnia come gruppo» della politica. In proposito Brollo chiede «rispetto verso sindaci e amministratori»: ci mancherebbe. Sarebbe bene, penso, che anche lui rispettasse i sindaci e gli amministratori precedenti, cominciando proprio da “quel Barazzutti” (cosí lo ha apostrofato) che rappresenta i sindaci del 1976. Forse Brollo avrà sentito parlare di “quel terremoto” e del riconosciuto impegno di “quegli amministratori” (esempio mondiale che onora il Friuli), oggidí tutti pensionati che Brollo vorrebbe rottamare, senza però il permesso di «brontolare da bordo strada». La Carnia è piena di pensionati e questi vecchi montanari, anche se a Brollo danno fastidio, vorrebbero continuare a dire la propria sul futuro di questa terra. Solidarietà, quindi, al sindaco del terremoto Franceschino Barazzutti e a tutti i pensionati della montagna: sempre nel nome della Carnia.

Franceschino Barazzutti: la ritirata (delle Istituzioni) dalle valli della Carnia

Ospitiamo un intervento del già sindaco di Cavazzo Carnico Franceschino Barazzutti sul tema delle UTI, oggetto di molte recenti discussioni e da lui ripreso in chiave polemica. «Con la recente elezione da parte dei sindaci della Carnia del sindaco di Tolmezzo Brollo a presidente dell’Unione territoriale intercomunale è giunta a compimento anche sul piano istituzionale la ritirata dalle valli della Carnia. In verità la ritirata è iniziata alcuni anni fa con l’avanzare dell’onda del centralismo fatto propria sia dal centrodestra che dal centrosinistra che, in ciò, pari sono. Sintomatico è il caso del servizio idrico che d’intesa hanno prima centralizzato in Carniacque spa togliendolo ai Comuni per portarlo ora da Tolmezzo al Cafc di Udine». «Questa ritirata dalle valli è il prodotto, da un lato, di una teoria politica liberista, di destra, fatta purtroppo propria e accentuata dal Pd, che ritiene di risolvere i problemi con il centralismo (vedi tribunale, servizio idrico, Uti), dall’altro dello smarrimento della cultura – e quindi della politica – montanara negli stessi abitanti della montagna e nei loro sindaci. Di quest’ultimo aspetto ho avuto la controprova assistendo alla riunione dei sindaci della Carnia in occasione della discussione e approvazione dello statuto dell’Uti. Tralasciando i timorosi e rinunciatari interventi di troppi sindaci improntati al “non va bene, ma è il male minore” oppure al “se non lo approviamo ci mandano il commissario”, mi ha colpito l’intervento del sindaco di un piccolo Comune destinato a contare nell’Uti quanto il due di coppe quando briscola è denari, destinato, come tanti altri, ad avere in municipio un computer, un dipendente e …tanti spazi vuoti. Secondo questo sindaco la costituzione delle Uti è positiva poiché pone indistintamente tutti i territori della nostra regione sullo stesso piano, per cui avranno successo o falliranno tutti insieme. Posizione che rivela chiaramente che il nostro sindaco ha smarrito l’identità del proprio territorio che in politica si esprime nel “differenziale montagna”, la cui rinuncia equivale al suicidio». «Agli amministratori pubblici della Carnia sfugge anche il notevole e sostanziale passo indietro costituito dalla sostituzione della Comunità montana con l’Uti. Infatti, mentre la Comunità era lo strumento dei Comuni per la programmazione e promozione dell’armonico sviluppo economico e sociale dell’intero territorio montano, in particolare di quello “alto”, l’Uti è lo strumento dei Comuni per l’organizzazione dei servizi sull’intero territorio. In sintesi: la Comunità aveva una qualifica politica, l’Uti ha una caratterizzazione organizzativa. Il che pone una domanda: chi provvederà alla elaborazione politica complessiva per la Carnia ed alla programmazione dello sviluppo? Si pensa forse di elevare l’organo esecutivo “Consorzio Industriale” anche a ente politico programmatore dello sviluppo economico?» «Mentre i sindaci discutono giustamente sulle Uti, sfugge loro che l’ultima legge organica della Stato sulla montagna – la 1102 – risale al 1971. Poi non c’è stato nessun provvedimento organico (la legge 97/1994 tale non è) per fermare e invertire il declino della montagna. Sarebbe il caso di chiedere all’Uncem e al suo presidente nazionale on.le Borghi del Pd, alla presidente Serracchiani, detentrice della delega alla montagna, nonché vice segretaria nazionale del Pd di sollecitare governo e parlamento ad approvare una nuova legge organica per la montagna. Contemporaneamente va elaborata dal basso sul territorio una “vertenza montagna”». «In questi giorni 40 anni fa eravamo nelle tende sotto le scosse del terremoto. La gente si organizzò spontaneamente prendendo in mano la situazione. Ora davanti al terremoto economico-sociale è indifferente e subisce. Allora ai nostri piccoli Comuni, attraverso uno spinto decentramento, furono attribuiti gravosi compiti che seppero assolvere egregiamente in quelle circostanze straordinarie. Ebbene, quel decentramento e quell’autonomia, che produssero in quella situazione straordinaria il meraviglioso risultato della ricostruzione, perchè non si attuano a maggior ragione anche nell’attuale situazione ordinaria?» Sotto il cielo della Carnia c’è troppa confusione. La cultura e la politica vera sono state cacciate via da un lato dall’indifferenza della gente e dall’altro lato dal servilismo verso chi comanda in Regione di quella che dovrebbe essere la classe dirigente locale». «O la gente di Carnia esce dall’indifferenza, prende a cuore il destino della propria terra, ricostruisce lo spirito proprio delle comunità di montagna e in esse individua ed elegge ai vari livelli i propri rappresentanti politici e istituzionali tali che abbiano la dignità, la volontà e il coraggio di combattere, tenendo la schiena ben diritta, per il bene della propria terra e non per il proprio, o la Carnia sarà in breve solo un’espressione geografica, svilita persino nel suo nome proprio da quello posticcio di Alto Friuli».

Carniacque: Barazzutti continua la battaglia per tenersi l’acqua con Cercivento, Ligosullo e Forni Avoltri

(m.d.c. dal MV di oggi)

Partono da un principio insindacabile: l’acqua è patrimonio comune. E tale deve restare. Anzitutto in montagna, dove i beni all’arco dei coraggiosi residenti che ancora tengono duro sono appena due. Il bosco da un lato, l’acqua, appunto, dall’altro. Non intendono lasciarsele scippare i Comuni di Cercivento, Ligosullo e Forni Avoltri che gestiscono in proprio la risorsa idrica e vogliono continuare a farlo. Se necessario battagliando a colpi di firme e referendum contro la Regione e il progetto di accentrare nelle mani di un gestore unico la preziosa risorsa. Sindaci e associazioni ambientaliste si sono ritrovati assieme ieri per dire no al progetto normativo. «Va stracciato e riscritto daccapo, basta copiare da chi ha fatto meglio di noi, vedi la provincia autonoma di Bolzano», ha detto Franceschino Barazzutti, carnico orgoglioso e attaccato alla sua montagna, che da anni ormai ha fatto della difesa dell’acqua un cavallo di battaglia. Ieri, in Regione, si è seduto accanto al sindaco di Cercivento, Luca Boschetti, al vicesindaco di Forni Avoltri Manuele Ferrari e all’assessore di Ligosullo, Fabiana Morocutti, oltre a un nutrito gruppo di associazioni. «L’impostazione della norma è terribilmente finanziaria, estremamente negativa nei contenuti e indegna di una Regione a statuto Speciale – ha denunciato Barazzutti –, lo avevamo già detto a suo tempo incontrando i consiglieri regionali Giulio Lauri (Sel) e Vittorino Boem (Pd). Non c’è nulla che valorizzi l’autonomia. Né la risorsa in sé di cui la montagna è ricca. Purtroppo non ci hanno ascoltati e ora o cambiano la legge o dovranno fare i conti con una raccolta firme per il referendum abrogativo». «Non vengano a raccontarci che la Regione non ha poteri. “Bales” – ha tuonato ancora l’ex primo cittadino di Cavazzo Carnico –. Il passaggio all’autorità dell’energia elettrica non vale per le speciali. E possibilità di manovra ci derivano anche dal nostro statuto. Basta volere. E fare scelte diverse da questo Ddl che mira ad accentrare tutto nelle mani del Cafc. E poi a lungo termine chissà, in quelle di Hera, una società il cui obiettivo è l’utile. Sulla nostra acqua». Boscutti non intende mollare, ma sa di essere poco meno che solo. Al di là di Forni Avoltri e Ligosullo, i Comuni in questa battaglia hanno scelto le retrovie. Per Bosciutti, «perché non hanno saputo investire in passato sul proprio acquedotto, a differenza nostra, che vantiamo una linea all’avanguardia, anche grazie a chi ci ha preceduto». Come l’ex sindaco De Alpi, anche lui ieri a Udine per denunciare il rischio di scippo e l’occasione mancata per l’autonomia regionale. Opinioni che condividono anche i vertici delle associazioni ambientaliste. Come Franca Pradetto, presidente di Assieme per il Tagliamento: «Nel generale depauperamento dei servizi non possiamo accettare che la montagna venga spogliata anche della risorsa idrica perché sarà l’anticamera di un ulteriore spopolamento». Vivere in montagna è in effetti una vocazione. «Per arrivare qui oggi – ha raccontato il vicesindaco Ferrari – ho dovuto iniziare a spalare neve alle 6 di mattina, poi sono salito in macchina e con pazienza ho macinato chilometri, tornanti e code, a causa di automezzi finiti di traverso sulla strada, fino a raggiungere Udine. Non ci lamentiamo, ma chiediamo almeno un po’ di dignità per chi vive in montagna, che passa anche dalla gestione dell’acqua, che sgorga sui nostri territori, e dal riconoscimento d’una tariffa ridotta».

Tolmezzo: i Comitati propongono depuratori all’Uti e acquedotti alle vallate

(t.a. dal MV di oggi)

Comitati di difesa territoriale dell’Alto Friuli si appellano ai sindaci della Carnia perché non proseguano nella centralizzazione del servizio idrico. Lunedì potrebbero decidere come far confluire Carniacque nel Cafc. «Abbiamo sempre sostenuto – dice Franceschino Barazzutti, portavoce dei Comitati– che levare la gestione del servizio idrico ai Comuni e affidarla a Carniacque era un errore, il primo passo verso ulteriori spoliazioni e la discesa in pianura del servizio idrico. Purtroppo avevamo ragione. È chiaro che Carniacque non sta in piedi finanziariamente. Ora, invece di capire che centralizzare è sbagliato, vogliono far confluire Carniacque, perché non sta in piedi,nel Cafc. In questi giorni i sindaci di Tolmezzo, Paluzza, Pontebba e i vicesindaci di Raveo e Prato Carnico stanno vedendo come effettuare il passaggio delle azioni di Carniacque in Cafc. Eseguono gli ordini della Regione che vuole il gestore unico regionale. La gestione di Carniacque sarà data al Cafc a condizione, pare, che apra una succursale a Tolmezzo, un carnico entri nel cda del Cafc e ci sia una tariffa agevolata, questa è carità. Come fa a star in piedi la tariffa agevolata, se Carniacque non ce la faceva? Lunedì nell’assemblea della Zto della Carnia i sindaci dovrebbero decidere sulla proposta dei cinque. Stanno finendo nella bocca del lupo. Non dicano poi che non sapevano: l’acqua finirà non solo al Cafc, ma alla bolognese Hera. È un atteggiamento autolesionista. In Carnia stiamo perdendo tutto. Se non vogliono decentrare ai Comuni, lo facciano almeno a livello di vallata: all’Uti si affidino i depuratori, alle vallate gli acquedotti».

Tolmezzo: Barazzutti pubblica la lettera alla coalizione di centrosinistra sull’accordo con il NcD

di Tanja Ariis.

Franceschino Barazzutti, di Sinistra per Tolmezzo e con lunga militanza nella sinistra, rende nota la mail di protesta da lui inviata a vari componenti della coalizione di centrosinistra sull’inclusione della lista di Cristiana Gallizia nella coalizione. A quella mail, spiega, hanno fatto seguito «solo una non risposta dal segretario Pd Mizzaro e una dispiaciuta pacca sulle spalle dal prof D’Avolio. Dagli altri silenzio assoluto, anche dal candidato sindaco Brollo che io ho sostenuto con forza». Barazzutti ne ha anche per quella che definisce la “visitor” Serracchiani, che semmai secondo lui nel suo ruolo «avrebbe dovuto venire a Tolmezzo» con la notizia di una riapertura del tribunale e della procura di Tolmezzo. Egli ha scritto la mail dopo la “bacchettata” di Brollo a Nonino, ritenendola politicamente sbagliata e per fare alcune considerazioni: «sono bari – scriveva – quelli che tengono una carta di riserva nella manica per tirarla fuori al momento per loro propizio. Possiamo definire”bari complici” quelli che, pur vedendo il baro» agire così, «tacciono o, addirittura, lo difendono. Come si possono definire coloro che, dopo aver elaborato un programma elettorale con uno schieramento di centrosinistra ed avere indetto e svolto le elezioni primarie di tale schieramento tirano fuori dalla manica una lista elettorale la cui regista e massima esponente è la coordinatrice del Nuovo Centro Destra? Sì, una persona che nelle passate amministrazioni di destra ha peraltro ricoperto cariche e responsabilità importanti. Tirando fuori nell’ultimo momento questa”lista civica di moderati” costoro sono anche tanto irrispettosi ed offensivi da pensare che in giro ci siano gonzi, me compreso, che non sappiano vedere quello e chi sta sotto la maschera. Alla trasparenza di un ben definito schieramento di centrosinistra hanno preferito, forse a seguito di una influente “visitor” salita a Tolmezzo,copiare il quadro politico dell’inciucio romano con l’aggiunta di un’esponente il cui operato si è dimostrato destabilizzante e tale continuerà ad essere. Da chi bara sul tavolo pubblico delle prossime elezioni comunali tolmezzine è bene starsene pure alla larga. Anche se mi sento preso in giro. Sono capace di stare con coerenza, impegno,trasparenza sull’arena politica locale anche senza una rappresentanza in consiglio comunale. Senza fare sconti a nessuno. E non ne farò!».

Alto Friuli: «Più tutela per le acque» i Comitati a tutela del Lago alzano la voce

di Piero Cargnelutti.

Idroelettrico friulano a rischio di essere «colonizzato» dalle grosse multiutility, tanto che comitati e associazioni ambientaliste chiedono alla Regione un’attenzione particolare e un intervento su più fronti. Lo hanno detto ieri mattina in conferenza stampa i Comitati a tutela del Lago dei Tre Comuni con Franceschino Barazzutti e Dino Rabassi, Marco Iob del Ce.Vi ed Emilio Gottardo di Legambiente. A preoccuparli sono soprattutto le miriadi di derivazioni già in funzione, senza contare le centinaia che sono attualmente in istruttoria nelle Direzioni regionali: dalle innumerevoli che interessano la zona di Forni Avoltri alle tre nella Valle del Lago, una sul Tagliamento a Gemona, fino ad arrivare a Resia e in Val Raccolana. «Chiediamo – ha detto Barazzutti – che la questione idroelettrica entri nella realizzazione del Piano energetico regionale e che fino ad allora si preveda una moratoria di tutte le richieste di concessione. Crediamo che l’energia idroelettrica debba essere gestita dai Comuni, magari consorziati e in grado di finanziare gli interventi attraverso fondi di rotazione, in modo tale che la ricchezza prodotta resti sul territorio». A impensierire comitati e associazioni è la constatazione che la maggior parte delle centrali presenti oggi sia in mano a gruppi privati, su tutti Edipower che possiede impianti di quel tipo a Ovaro e Arta in Carnia, ma anche lungo il Ledra, il Cellina e anche l’Isonzo: «Abbiamo apprezzato – ha detto Gottardo – la scelta della giunta regionale di stralciare, nella legge omnibus in queste settimane all’attenzione del consiglio, l’applicazione del deflusso minimo vitale “ab libitum”, ma ci sono molte richieste che avevamo fatto come un osservatorio sulla tutela delle acque e la moratoria che non ci sono, e oltretutto mancano le linee di indirizzo su come dovrà essere gestito il settore». Dal canto suo, il Ce.Vi mette in guardia la Regione dai mancati riscontri a livello nazionale del referendum realizzato due anni fa, e la condizione di «poca voce in capitolo» di cui godono oggi gli amministratori sulla questione: «Il nuovo ruolo dell’Authority per l’energia elettrica rispetto a quello che aveva l’Ato, composto dalle amministrazioni – ha detto Iob – ha tolto sovranità ai sindaci, e assistiamo all’assorbimento di molte realtà locali in grosse multiutility come nel caso di Era con Acegas. C’è bisogno di una nuova legge regionale sul bacino idrografico, che indirizzi le priorità e permetta alle amministrazioni locali di gestire l’idroelettrico così come già prevede la legge nazionale per i Comuni sotto i mille abitanti». Secondo i comitati, anche le procedure di Valutazione di impatto ambientale, oggi di competenza ministeriale, dovrebbero essere gestite dalla Regione: «Prendiamo l’esempio da Bolzano – ha detto Rabassi – dove quelle procedure non sono di competenza ministeriale, anche perché solo gli enti presenti sul territorio lo conoscono, e in quanto tali sono in grado di valutare e fare le scelte opportune per salvaguardare e sfruttare in modo adeguato il proprio ambiente e le sue ricchezze».

Cavazzo: presentato da Franzil uno studio sul lago, raddoppio la distruzione del lago

 

Presentato uno studio sul lago pedemontano redatto nell’arco di tre anni dall’ingegnere Dino Franzil. Barazzutti: lo studio mette in luce tutte le falle del progetto Edipower in generale, e in particolare della tecnica del pompaggio su cui esso si basa. Proposte soluzioni alternative.

Realizzare il progetto di Edipower per il raddoppio della centrale idroelettrica di Somplago, sul lago di Cavazzo Carnico, «significherebbe la completa distruzione del lago». Lo ha affermato a Udine il presidente del Comitato per la tutela del Bacino del fiume Tagliamento, Franceschino Barazzutti, presentando uno studio sul lago pedemontano redatto nell’arco di tre anni dall’ingegnere friulano Dino Franzil. «Denominato Lea, Lago energia ambiente – ha continuato Barazzutti – lo studio mette in luce tutte le falle del progetto Edipower in generale.

 

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