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Carnia: i 130 anni de “IL COMUNE RUSTICO”, Carducci in Carnia

Copertina EPT

di Ermes Dorigo

 

Più che i 180 anni dalla nascita – importante pur esso e che meriterebbe adeguate celebrazioni – alla Carnia e al Friuli interessano senza dubbio maggiormente i 130 anni della composizione – tra il 12 e il 14 agosto 1885 – de “Il comune rustico”, che ha fatto conoscere Piano d’Arta e la Carnia agli studenti di tutta Italia e l’epistolario da questa località, pubblicato per la prima volta a cura di Arturo Manzano –‘penna d’oro’ di questa testata – nel 1957 (Lettere di Carducci dalla Carnia, Quaderno n. 3, Edizioni EPT, Udine), che così sottolinea nella chiusa della sua lunga introduzione Carducci a Piano d’Arta, l’amore di questa terra per il ‘suo’ poeta: “Hanno rimesso al loro posto nella camera dell’albergo i mobili che Carducci vi trovò il mattino del 19 luglio 1885. Ora egli ritorna a Piano d’Arta, ma si ferma sotto gli ippocastani vicino al ponte. Finalmente in pace, meglio potrà ascoltare le voci della chiesa che prega e del cimitero che tace mentre i carnici, o carnieli com’egli meglio diceva, sentiranno che il suo grande cuore buono e onesto è ad essi vicino in questo tempo tanto duro per la montagna ch’egli amò e cantò”. Manzano raccoglie un corpus di 35 lettere più una da Desenzano e due da Gemona, nelle quali si nota un crescendo di ‘innamoramento’ per questa terra e il suo paesaggio a cominciare dalla prima alla moglie: “Belle montagne. Un bel fiume. Acque sulfuree. Foreste di abeti” (3537), sintetica ma efficace, e alla volontà di “guardare un po’ la storia di Carnia e la poesia popolare friulana”, Friuli che in parte conosceva per esserci stato per ispezionare il Ginnasio-Liceo “Jacopo Stellini” nel ’75 – quando visitò anche la biblioteca Guarneriana a San Daniele e nell’’80. Dicevo del crescendo: “Tra i fiori ce n’era di bellissimi e rari, rododendri, edelweis e certi con coccoline rosse. Questi fiori delle alpi sono proprio belli, splendidi di colore, odorosissimi, fragranti. E dire che ne nasce da per tutto per questi prati e per queste montagne; e a certe ore del giorno, specialmente la mattina e la sera, fra la fragranza degli abeti e il profumo acuto dei fiori, tutta l’aria è un odore, odore sano, acuto, non snervante. Qui sono tutte montagne, e le montagne sono tutte coperte di abeti, e anche di larici, e qua è là di castagni e di faggi: ma sul pendio e in vetta ci sono prati bellissimi, d’un verde tenero e smagliante. Tutto questo paese montuoso, che comincia dal Tagliamento e finisce con le vere Alpi, è partito in quattro piccole valli, per ognuna delle quali corre un torrente maestro, e in esso influiscono altri torrentelli; e tutte queste valli sono bellissime, selvose, fresche, aerate, piene di villaggi”; un paesaggio che fisserà in seguito in molte sue tele Marco D’Avanzo – ricordato nel sessantesimo della sua morte nella Pinacoteca di Ampezzo, dove nacque, e nell’esposizione a Palazzo Frisacco in Tolmezzo -.

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L’interesse per la poesia popolare ha il suo acme nella scrittura della ballata – inviata a Giuseppe Chiarini a Roma per averne un parere, che lui pubblica sul Fracassa domenicale contro la sua volontà, per cui non mancherà di fargli le sue pacate rimostranze (lettera 3557)-, nella raccolta del 1906 Rime nuove -dove troviamo anche Il comune rustico – prenderà il titolo In Carnia e che comincia coi versi “Su la vetta de la Tenca/ Per le fate è un bel danzar/ un tappeto di smeraldo/ sotto il cielo il monte par” (3551) : “ una tradizione carnica, raccontata in prosa friulana anche dalla Percoto” nel libro delle sue Novelle. De Il comune rustico scrive ampiamente nella lettera 3570 del 21 agosto al Chiarini, nella quale accenna a delle correzioni e conclude con “se vuoi stampare, fallo; se non temi che i lettori si secchino”. Sull’importanza di queste lettere così conclude il Manzano: “Per la gente di Carnia e del Friuli esse hanno un grandissimo interesse poiché Carducci vi riversa schiettamente e direttamente… un’ammirazione incondizionata per l’antico paese che l’ospitava, bello nelle sue georgiche e bucoliche aperture come nelle sue asperità selvagge, semplice e come casto nei suoi costumi, pieno di misteri nella sua storia millenaria, ricco di fantasia poetica nelle sue tante leggende”.

 

 

 

O che tra faggi e abeti erma su i campi

Smeraldini la fredda orma si stampi

Al sole del mattin puro e leggero,

O che foscheggi immobile nel giorno

Morente su le sparse ville intorno

A la chiesa che prega o al cimitero

 

Che tace, o noci de la Carnia, addio!

Erra tra i vostri rami il pensier mio

Sognando l’ombre d’un tempo che fu.

Non paure di morti ed in congreghe

Diavoli goffi con bizzarre streghe,

Ma del comun la rustica virtú

 

Accampata a l’opaca ampia frescura

Veggo ne la stagion de la pastura

Dopo la messa il giorno de la festa.

Il consol dice, e poste ha pria le mani

Sopra i santi segnacoli cristiani:

“Ecco, io parto fra voi quella foresta

 

D’abeti e pini ove al confin nereggia.

E voi trarrete la mugghiante greggia

la belante a quelle cime là.

E voi, se l’unno o se lo slavo invade,

Eccovi, o figli, l’aste, ecco le spade,

Morrete per la nostra libertà”.

 

Un fremito d’orgoglio empieva i petti,

Ergea le bionde teste; e de gli eletti

In su le fronti il sol grande feriva.

Ma le donne piangenti sotto i veli

Invocavan la Madre alma de’ cieli.

Con la man tesa il console seguiva:

 

“Questo, al nome di Cristo e di Maria,

Ordino e voglio che nel popol sia”.

A man levata il popol dicea, “Sí”.

E le rosse giovenche di su ‘l prato

Vedean passare il piccolo senato,

Brillando su gli abeti il mezzodí