Archivio tag: coopca

Carnia: CoopCa ripartono anche i rimborsi agli ex soci dopo la sentenza di rigetto dell’autofallimento

Risultati immagini per CoopCa

Riprendono i rimborsi agli ex soci CoopCa rimasti invischiati nel crac della storica cooperativa carnica, ormai 4 anni fa. Dopo il rigetto del tribunale di Udine alla richiesta di autofallimento presentata dai liquidatori sociali, Paola Cella (la liquidatrice giudiziale) potrà così riprendere il lavoro e chiudere la settima tranche, la primo a favore dei soci, che aveva a disposizione 2,8 milioni. Il tribunale di Udine, nel sottolineare il fatto che CoopCa avesse già avuto accesso a una procedura di concordato (pertanto ne erano già stati esaminati i libri contabili), pone una nuova questione. La richiesta di autofallimento era stata presentata dai liquidatori (Luigino Battiston e Giovanni Toffoli, assistiti dal legale pordenonese Loris Padalino) in forza del fatto che, a loro parere, il concordato non disponeva dei fondi per i loro emolumenti, 30 mila euro l’anno per tutta la durata della procedura. Ma, innanzitutto, come ha sottolineato Cella in aula, esiste un fondo rischi che potrebbe coprire quelle spese; secondo, per il tribunale la decisione dell’assemblea dei soci di pagare 30 mila euro l’anno non sarebbe legittima poiché arrivata quando il concordato era già stato approvato, quindi c’è la «cessazione del regime di limitazione dei poteri dispositivi della società debitrice».In altre parole, quei soldi erano bloccati e non era compito dei soci deciderne la destinazione. Un bel pasticcio, anche perché, detto che il concordato è salvo, chi pagherà i liquidatori sociali? La buona notizia è che riprendono i pagamenti. La liquidatrice giudiziale, Paola Cella, ha accumulato oltre 2,8 milioni da distribuire ai creditori. Per i privilegiati non ancora saldati sono già andati 79 mila 378 euro e, per tutti i chirografari, è prevista l’assegnazione di 2,8 milioni. L’importo ammonta, quindi, complessivamente a 2 milioni 879 mila 378 euro. In particolare, il progetto di riparto prevedeva il pagamento a favore delle banche di 28 mila euro, pari all’1 per cento dell’importo da assegnarsi complessivamente ai creditori chirografari. Per i prestatori sociali c’era un milione 876 mila euro, pari al 67 per cento del totale. Restavano altri 896 mila euro per altri chirografari iscritti al concordato (il 32 per cento della somma), come previsto nel piano di concordato.Il riparto in questione è stato completamente eseguito nei confronti dei creditori privilegiati, mentre, è stato eseguito solo parzialmente, per un milione e 729 mila 794 euro, nei confronti dei creditori chirografari. Resta, dunque, da ripartire a favore dei creditori chirografari l’importo di un milione e 70 mila 205 euro. Nel 2019 è previsto un altro pagamento che non è stato vanificato dalla richiesta di fallimento. Viaggia su un binario parallelo – e con tutta probabilità avrà il medesimo esito del primo tentativo – la richiesta di autofallimento presentata da Battiston la scorsa settimana anche per l’immobiliare della cooperativa carnica, ImmobilCoopCa. In questo caso non è ancora stata fissata la data per la prima udienza.

Carnia: addio definitivo alla Coopca dopo 110 anni

Risultati immagini per addio coopca

di Villiam De Stales Cercivento.

Addio alla CoopCa cancellati 110 anni nIl 19 settembre 2016 è stata decretata definitivamente la fine di Coopca (Cooperativa carnica di consumo), causa del fallimento e la sua liquidazione. Quest’anno avrebbe compiuto 110 anni, era stata costituita nel 1906 con Riccardo Spinotti e Vittorio Cella rispettivamente presidente e direttore, i quali diedero vita alla più grande realtà della cooperazione di consumo friulana, a cui si affiancò quella di credito. L’iscrizione a socio passava dai genitori ai figli, come i beni di famiglia. Perchè in fondo era considerata una specie di “bene rifugio”. In ogni paese della Carnia era presente uno spaccio Coopca. Parecchi residenti nel nostro comune erano Soci perchè anche a Cercivento, a partire dal 1929 fino al 1985. Dal 1929 fino alla metà degli anni ’40 era situato nella casa di Camillo Di Vora a Cercivento di Sopra: era gestito dalla consorte, la “Marie di Milo”, insieme a una delle figlie. Per qualche mese poi la gerenza passò a Bernardino Dassi. Successivamente, la direzine trasferì lo spaccio a Cercivento di Sotto affidandolo a gestori provvisori prima di assegnarlo definitivamente a Pieri Badai. Dal 1964 al 1985 passò presso la casa di Florio Morassi e a Pieri Badai, al pensionamente di quest’ultimo, subentrò Gjenio PIttin; poi sino alla chiusura la gestione passò a Dina Tognali, moglie di Ennio De Rivo. Dal giugno 1948 (anno in cui sono nato) sino al 1964 lo spaccio era al piano terra della casa di famiglia e, posso dire che la mia infanzia si sia intrecciata con esso. Ho imparato ad andare in bicicletta utilizzando di nascosto quelle appoggiate all’ingresso dai clienti; mi son fatto un’idea di come gira il mondo ascoltanto i racconti di guerra dei tanti clienti. Ogni loro ricordo era rinfrescato dal “tajut”. I loro volti a tutt’oggi mi accompagnano spesso lungo l’arco della giornata, li rivedo seduti in osteria a ricordare le vicessitudini dei loro percorsi di vita. La storia della Coopca è finita in modo disastroso, e con essa la fiducia di migliaia di persone. Ma è stato anche un colpo durissimo alla Carnia, per quello che Coopca ha rappresentato durante tutto il secolo scorso. Negli ultimi anni si era trasformata in una realtà staccata dalle sue radici: aveva smantellato quasi tutti gli spacci, correndo incontro al fallimento, investendo male e amministrando peggio. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. In questo percorso ha utilizzato i depositi dei soci (parecchi milioni, 26 di prestito e 8 di azioni sottoscritte) che si sono volatilizzati portando al fallimento.

Friuli: c’era una volta la Carnia ora viviamo in un incubo

di Paolo Medeossi.

Ci sono ancora i paesaggi, i fiumi, i torrenti, i rifugi, i boschi, le belle montagne innevate (viste alcune settimane fa nel programma tv “Linea bianca”), ma appena si scende a fondovalle atmosfere e stranezze da incubo. Esagerazioni ed enfasi da cronisti a caccia di scoop? Sarebbe riduttivo e letale ragionare così perché in gioco ci sono le sorti di un territorio complesso e strategico, non solo per i carnici. Diceva un acuto osservatore, anni fa: «Se i problemi della montagna non vengono risolti, la valanga si ingrossa e travolge tutti, anche in pianura». Adesso la valanga è enorme, oltre i livelli di guardia, e non si vedono grandi soluzioni. L’orizzonte si fa cupo e lo stillicidio delle notizie non solleva il morale, anzi. Addirittura succede che spariscano in una banca i conti correnti di ignari risparmiatori che, quando vanno a ritirare il gruzzolo, si trovano con un pugno di mosche. Scattano le indagini, la magistratura apre l’inchiesta, intanto campa cavallo. La situazione a livello giudiziario, per tempi e rallentamenti ben noti, sembra dare boccate d’ossigeno ai colpevoli più che alle vittime. D’accordo: non sono cose che succedono solo in Carnia, ma il peso di certi macigni diventa micidiale in territori fragili, vulnerabili, abitati da una popolazione con tanti anziani, più indifesi rispetto a stress e timori. Qualcuno ha detto che stiamo vivendo l’epoca delle “passioni tristi”. Definizione intelligente. C’è un malessere diffuso, una tristezza che attraversa le fasce sociali. Serpeggia un senso di impotenza e incertezza che induce a rinchiudersi, a vivere il mondo come una minaccia alla quale non si sa rispondere. Ogni tutela legale pare un miraggio, altri strumenti non esistono. Una volta si mostrava l’indignazione tutti assieme, le si dava forma visibile e voce. Ora non c’è l’urlo di protesta: si sfoga la rabbia scrivendo frasi di fuoco sui social network, poi si resta a livello virtuale ingigantendo l’impotenza, la frustrazione. Così si consolida l’idea che la roccaforte dei potenti resti inespugnabile. Forse riporteranno qualche cicatrice, qualche feritina, subiranno gli insulti, ma hanno un asso fondamentale: la smemoratezza generale. Si dimentica in fretta, troppo in fretta. Ciò che oggi fa scandalo, domani è solo un piccolo foruncolo da estirpare. E chi ha subìto il danno si arrangi. Sulla Carnia pesa maledettamente la tegola Coopca, vicenda terribile per tanti motivi, compreso quello simbolico. Si chiude una pagina gloriosa per questa terra di montagna e per lo stesso modo di sentirsi carnici. Ciò accade (visto, tra l’altro, che questo 2016 è zeppo di anniversari) proprio a 110 anni dalla nascita, avvenuta nell’aprile del 1906. La mazzata ha cancellato i piccoli capitali della gente, ha creato disoccupazione in zone dove il lavoro è manna, ma soprattutto ha seminato sfiducia in maniera irrimediabile. È lo stesso incubo che si sta verificando nel caso della Banca Popolare di Vicenza, con dimensione ancora più ampia e grave. Realtà economiche e finanziarie con le quali le famiglie avevano stabilito un rapporto di conoscenza e affidabilità a occhi chiusi, ponendosi come obiettivo non la speculazione, ma la difesa del risparmio, hanno voltato le spalle tradendo dalla sera alla mattina con cambi di scena inauditi, in un quadro dove ha fallito ogni tipo di vigilanza e controllo. E adesso c’è la fuga dalle responsabilità che darà vita a infinite schermaglie legali in un Paese con il primato europeo per lunghezza dei processi. Aver demolito, in Carnia, in Friuli e altrove, la fiducia dei risparmiatori è un fatto atroce, non solo per chi aveva i soldi alla Coopca o in banca. Abbatte un pilastro sociale su cui l’Italia è cresciuta e peserà tantissimo. La Carnia di questi tempi, gestita tra astuzie varie, ha gettato ombre anche su una sua invenzione, quella degli alberghi diffusi, idea lanciata fin dagli anni Ottanta, dopo il terremoto, da personaggi come Leonardo Zanier e Piero Gremese per dare una chance turistica ai paesi senza vederli ridursi a una sorta di “Pompei montanara”. Sappiamo cos’è invece successo attraverso le cronache di questi mesi, che alla fine alimentano il discredito anche su chi si è comportato in maniera corretta, in base a leggi di tanti anni fa, che non avevano sollevato dubbi o rimostranze. C’è chi (ecco il popolo dei risparmiatori) ha investito i soldi nel recupero di case o stavoli diroccati come atto di fede verso la propria terra e c’è chi ha agito in altri termini, sotto gli occhi di una politica indifferente, sia carnica sia regionale. Politica che dopo la grande crisi, scoppiata da nemmeno dieci anni, non si è calata con senso di umiltà e consapevolezza nel nuovo mondo. Ha continuato come sempre, allontanandosi così dai sentimenti della gente. Alla fine ci sarà certo chi, miracolato, festeggerà elezioni ottenute con un pugno di consensi, ma primo compito d’un politico, al di là della vittoria personale, dovrebbe essere in democrazia quello di riportare il popolo compatto e convinto al voto. La Carnia non è all’anno zero, ma poco sopra. Appena Enzo Cainero ridà il Giro d’Italia allo Zoncolan si accende l’entusiasmo e cresce la speranza. Uno sprazzo vitale. La scorsa estate il turismo ha regalato sorrisi, timidi forse, ma concreti. Ora però i carnici devono tornare a essere se stessi. Basta trucchi, trucchetti e cortigianerie. Per trovare qualche idea, rileggano la bella biografia che Ermes Dorigo ha dedicato a Michele Gortani (in gennaio sono passati 50 anni dalla morte, ma chi se ne è ricordato?) oppure rileggano gli Almanacchi pubblicati dal Coordinamento dei circoli culturali. Riscoprire Giorgio Ferigo diventa fondamentale. Anche lo scrittore Sergio Maldini, che non era di Tolmezzo e dintorni, visitando le vallate disse: «In Carnia c’è un popolo autonomo, cosciente, civilissimo, che vanta i pareggi dei bilanci comunali e diffida di tutto ciò che è brillante, ma effimero. E inoltre la Carnia possiede una cosa sempre rara nel nostro Paese: la serietà». Era il 1968, secoli fa. Infine ecco Leo Zanier, il poeta di Maranzanis, che scrisse: «I tromboni predicano “guai a perdere le radici”? Io dico invece che stiamo perdendo la semenza». E in una sua “storiuta” pedagogica, per bambini e non, narrò dell’orso a cui piaceva il miele e con l’acquolina in bocca attraversava le foreste seguendo un’usta zuccherina… Ogni riferimento (eccetera eccetera) è puramente casuale.

Carnia: Cosano lascia l’albo dei sindaci emeriti «C’è anche Cortiula, vado via»

(d.pe. dal MV)

Lui è Alessandro Cosano, ex sindaco di Enemonzo. Uno dei primi, l’unico che nel 2004 mandò a dire ai vertici di CoopCa che qualcosa non andava e che «si faceva raccolta di risparmio in Veneto senza avere provveduto alla modifica statutaria e senza autorizzazione degli organi preposti». Si fece molti nemici per questo. «Parlavo – dice – perché sapevo quello che dicevo, come poi purtroppo si sono rilevati i fatti. E parlavo per coerenza». La stessa che ha invocato scrivendo all’Associazione sindaci emeriti del Fvg e chiedendo di essere cancellato dall’Albo regionale «avendo inteso che detta iscrizione fosse considerata come un titolo di merito e di riconoscimento all’impegno profuso quale sindaco del mio Comune. Ho dovuto constatare, purtroppo – ha aggiunto nella sua lettera – che detta onorificenza è concessa indistintamente a tutti anche a chi, come il cavaliere Giacomo Cortiula (ex sindaco e già presidente di CoopCa) ha saputo ed è riuscito a mettere in ginocchio l’intera Carnia e non soltanto, a mandare sul lastrico migliaia di risparmiatori per lo più anziani e a fare perdere il posto di lavoro a centinaia di persone. Non entro nel merito dell’opportunità dell’iscrizione – si legge nella nota – ma io con persone come lui non voglio condividere nulla». La richiesta di cancellazione è stata accolta. «Ho saputo che mi hanno cancellato – sottolinea – ma non ho ricevuto commenti. Non ho altro da aggiungere. Dico soltanto che ognuno deve assumersi le proprie responsabilità».

Carnia: il patrimonio storico Coopca vada all’Archivio di Stato di Udine

di Giancarlo L. Martina.

«Mi piange il cuore» Piange il cuore. La Coopca ha chiuso definitivamente, non esiste più. Piange il cuore innanzitutto e soprattutto per i soci prestatori e per i dipendenti, i primi perché subiranno dei contraccolpi notevoli solo per aver dato fiducia a chi amministrava i loro soldi, così come avevano fatto nel corso della storia della Coopca i soci precedenti. I secondi, una buona metà di loro, si troveranno nella situazione di dover trovare un nuovo lavoro, con la speranza che chi ha il dovere istituzionale dia loro una mano. Piange il cuore, perché la storia della Coopca intesa non come azienda, ma come insieme di donne e uomini, si è conclusa, con lei la storia di migliaia di persone di oggi, soci e lavoratori, è stata travolta con danni incalcolabili. La Cooperativa Carnica di Consumo nacque nel 1907, con Riccardo Spinotti e Vittorio Cella come presidente e direttore. Nello stesso anno aprì lo spaccio di Tolmezzo e a seguire altri cinque distribuiti nella montagna del Friuli.I soci erano 556, in linea di massima socialisti o socialisteggianti, dato che l’idea di fondo era quella del socialismo riformista. Queste persone e quelle che seguirono diedero vita alla più grande realtà della Cooperazione di consumo friulana cui si affiancò quella di credito, secondo il sistema per cui i depositi dei soci fungevano da capitale per ampliare la rete commerciale, per acquistare a prezzi i più convenienti i prodotti, per permettere a chi non aveva contante di poter “segnare sul libretto” gli acquisti pagati alla fine dell’anno o al rientro delle rimesse degli emigranti. La Coopca rappresentava una sicurezza sia per chi partiva sia per chi restava. Nemmeno la prima guerra mondiale riuscì a demolire la Cooperativa, profuga anch’essa (a Bologna) come migliaia di friulani. Al rientro a Tolmezzo gli amministratori furono capaci non solo di riaprire i vecchi spacci depredati, ma addirittura di aumentarne il numero. Dopo aver aderito (a sorpresa) alla federazione fascista delle cooperative, la Coopca affrontò la seconda guerra ed entrò a far parte della prima esperienza di democrazia dopo vent’anni di dittatura : la Repubblica Libera della Carnia. La svolta fu quella degli anni ’80 e della fine del XX secolo, da cooperativa con finalità solidaristiche si trasformò in un’entità diversa, una società che investiva in attività immobiliari, in centri commerciali, nell’ampliamento dei punti vendita anche fuori Italia.Sembra di intuire un’entrata nel mercato della libera concorrenza e della ricerca del profitto a scapito delle premesse ideali, forse ideologiche nel senso migliore del termine, dei fondatori. Piange proprio il cuore, perché viene a mancare un punto fermo dell’economia della montagna e non solo della Carnia, un servizio per chi resiste nell’economia dei paesi o per chi è anziano o senza auto. Purtroppo poco o nulla si può fare. Spero che ci sia la consapevolezza del patrimonio storico e culturale che l’archivio e gli archivi della Coopca rappresentano; spero che le istituzioni culturali e anche politiche non permettano di disperdere questo patrimonio, magari proponendo all’Archivio di Stato di Udine di acquisire il materiale, o che possa entrar a far parte dell’imponente e affine, per certi versi, Archivio Gortani conservato a Tolmezzo. Un ulteriore contributo consisterebbe nello studio da parte degli intellettuali del movimento cooperativo nella nostra regione. Solo così possiamo impedire la dispersione dell’eredità di migliaia di donne e uomini che hanno creduto in un mondo migliore.

Coopca: Tondo si autoassolve “E’ il simbolo della montagna in crisi, ora bisogna ripartire”

di Domenico Pecile.
Un lungo sfogo che racchiude mestizia, rabbia, un pizzico di autoassoluzione, ma anche un messaggio di speranza. Renzo Tondo parla un po’ da ex presidente della Regione e molto da carnico ferito dalla fine di CoopCa e altrettanto preoccupato per il futuro della sua terra. Per Tondo quella di CoopCa rappresenta la fine di una realtà importante che ha fatto parte della storia dei carnici. «Ricordo – riferisce – che nel 1985 quando ero vicesindaco di Tolmezzo, avevo promosso una serata, presebte l’allora assessore regionale alla Cooperazione, Gabriele Renzulli, per la presentazione del libro della Puppino su “Cooperare per vivere” che parlava di CoopCa. Il libro parla molto di Vittorio Cella, primo direttore e uno dei fondatori di CoopCa». Basterebbe questo ricordo, assicura, per sottolineare come la fine di CoopCa rappresenti un capitolo tristissimo. Ma questo è il dato «di carattere affettivo, mentre c’è pure quello legato al contingente e che riguarda la perdita dei posti di lavoro, dei punti vendita, dei risparmi dei soci prestatori, del rischio della crisi per tanti fornitori ancora in attesa di come finirà questa vicenda». E il dato che più preoccupa – sono ancora le sue parole – è che tutto questo si inserisce in un momento complessivamente difficile per la Carnia. «Sì, sono preoccupato anche se resto in fiduciosa attesa del fatto che la presidente Seracchiani abbia impegnato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al recupero di una parte dei risparmi dei soci. Purtroppo, invece, gli azionisti resteranno fuori da questo meccanismo». Tuttavia, per Tondo la restituzione di parte dei risparmi è solo un anti-dolorifico, giacchè le ferite resteranno. Poi, la precisazione: «Non sta a me cercare responsabilità. Credo che ce ne siano. Ma credo anche che tutto sia accaduto in un momento in cui CoopCa – setto o otto ani fa – aveva immaginato una fase di espansione anche fuori dal Friuli Venezia Giulia. Ma quella fase coincideva con l’inizio della crisi economica più drammatica dal dopoguerra ad oggi. Ecco, il vero errore è stato quello di non capire la portata e la possibile durata di quello che sarebbe accaduto da lì in poi. Insomma, non tutti avevano percepito che eravamo alle soglie di una crisi che non sarebbe stata assolutamente di breve periodo». Tondo assicura invece che lui quella consapevolezza l’aveva avuta. Prova ne sia che «quando nel 2008 divenni presidente della Regione proprio perché colsi la durata della recessione cominciai l’opera di abbattimento del debito pubblico. Forse, ma sottolineo forse perchè non spetta a me dare giudizi, se la dirigenza di CoopCca all’epoca avesse fatto la stessa riflessione o perlomeno avesse avuto la medesima percezione i danni sarebbero stati limitati». Tondo è un fiume in piena. E non si esime dall’affrontare questioni tutt’altro che risolte. «Leggo spesso – insiste l’ex governatore – che l’investimento per realizzare il magazzino di Amaro è stato un errore perché troppo decentrato rispetto al baricentro in cui operava la cooperativa carnica. Quell’intervento avrebbe avuto più significato – si diceva e si dice ancora – se fosse stato realizzato a Pordenone o addirittura nel vicino Veneto. Bene, io ribadisco come ho già avuto modo di affermare, che sarebbe stato impossibile, in quel contesto, pensare di trasferire il cervello di CoopCa perchè in Carnia sarebbe scoppiata la rivoluzione. Se di errore si tratta non ritengo sia stato il fatto di aver individuato il magazzino ad Amaro, quanto di averlo sovradimensionato». Tondo si sofferma anche sulla perdita del Tribuale, «perché di perdita si tratta, anche se la Serracchini cerca di edulcorare la vicenda con il fantomatico sportello di prossimità. Sono anche rammaricato del fatto che in quel contesto si ritenne di non seguire una mia indicazione vale dire quella di lavorare non tanto per la difesa del Tribunale perché con il governo Monti non c’era interlocuzione, ma di abbassare l’asticella e ragionare su una sede decentrata del tribunale di Udine». Tondo è anche preoccupato per la vicenda delle Terme di Arta: «Prendo atto che la Giunta regionale ha proposto una soluzione tampone con Promotur. Credo sia un errore avere lasciato cadere la possibilità di radicare la presenza di Città di Udine, presidio ospedaliero, perché sarebbe stata la soluzione definitiva». Infine, il messaggio di speranza: «La mia storia di imprenditore carnico che qui ha investito risorse significative mi fa pensare che avremmo buone potenzialità sul turismo. Ma tutto dovrà essere accompagnato dal mantenimento del livello industriale e manufatturiero che è molto importante, come testimonia Automotive».

Carnia: CoopCa chiudono i punti vendita di Tolmezzo, per inseguire gli altri ha imboccato la via del declino

di Domenico Pecile.
Lo tsunami che ha travolto CoopCa – la cooperativa carnica finita in concordato e su cui indaga la procura di Udine – costringendola a un concordato che si è tradotto in uno schiaffo violento per i 650 dipendenti, per i circa 3 mila soci prestatori e per gli altri “azionisti” ha incrociato inevitabilmente il boom prima e l’espansione poi dei centri commerciali nella nostra regione. Ad ammetterlo, in questi lunghissimi mesi di attese, speranze e infine di cocenti delusioni, sono stati a più riprese gli stessi vertici della cooperativa, per bocca dei rappresentanti del consiglio di amministrazione. CoopCa – siamo agli inizi degli anni 70 – era una rete distributiva fatta di piccoli negozi disseminati in tutta la Carnia. Nel 1956, vale a dire nel cinquantesimo anniversario di quella che originariamente si chiamava “Società anonima cooperativa di consumo carnico” oggi CopCa, c’erano 6 mila soci e 60 spacci sparsi in tutta la Carnia. E ognuno di quei negozietti aveva un’anima che racchiudeva il sogno di una mutualità che in Carnia significava servizi, lavoro, solidarietà, etica. E anche e soprattutto sviluppo. La cooperativa di quei paesi era anche un simbolo di fraternità ma anche di quella comunanza che colmava le distanze tra persone antropologicamente chiuse. Ma quando la grande distribuzione irrompe sul mercato, i vertici della CoopCa si sentono accerchiati. Temono che la concorrenza possa stritolare una realtà che, bene e o male, non conosceva la grande concorrenza. E così CoopCa ritenne fosse venuto il momento di pensare in grande, di dare l’addio ai piccoli negozi, di accettare la sfida della grande distribuzione e di pianificare l’espansione in tutto il Friuli e anche in Veneto. Questa è stata anche la genesi della sciagurata idea di costruire il magazzino di Amaro che si è trasformato in un boomerang economico che ha devastato l’equilibrio finanziario della cooperativa carnica. Intanto, proprio oggi – come ha informato il liquidatore giudiziale, Paola Cella – sarà scritto un altro capitolo di questa triste storia. Scade infatti l’avviso di raccolta di manifestazioni di interesse per l’acquisto dei negozi rimasti invenduti, di cui 4 in Friuli: Sacile, Gemona, Codroipo e Tarvisio. Le offerte dovranno pervenire entro le 15. Finora il bilancio delle vendite è stato positivo, anche perché si sono materializzate offerte inaspettate. Tuttavia, i conti continuano a leggere un responso durissimo per i creditori chirografi. E non a caso l’esercito dei tre mila soci prestatori che ha perso 26,5 milioni di euro nel dissesto di CoopCa adesso si aggrappa all’atto di liberalità annunciato da Coop 3.0, che ha assicurato di rimborsare loro il 50 per cento dei depositi congelati.

Coopca: le svendite vanno più veloci del previsto, a fine mese la chiusura dei punti vendita

foto di Dario Teon.

La svendita è iniziata  il 09 Dicembre anche all’Ipercoopca di Amaro dove visto il grande afflusso di clienti, gli scaffali si stanno svuotando velocemente e quindi è presumibile che terminerà ben prima di Natale. Poi per  IperCoopca di Amaro e per il il Supercoop in Centro a Tolmezzo è previsto il passaggio di di proprietà all’ASPIAG /DESPAR. Intanto i partiti politici continuano ad usare la vicenda Coopca come terreno per lo scontro tra maggioranza ed opposizione in consiglio regionale. E’ la volta di Forza Italia e in particolare del capogruppo Riccardi , che nel corso di una conferenza stampa, assieme ai consiglieri Rodolfo Ziberna e Riccardo Novelli, presenta un emendamento alla legge di stabilità che prevede la messa a bilancio di 14 milioni da destinare ai soci Coopca che attualmente vedono sfumare il cosidetto prestito sociale. Siamo giunti così all’epilogo finale della vicenda Coopca che ha già oscurato il marchio sia sui mezzi di trasporto che nel sito principale di Amaro e via così fino al 31 dicembre quando la Coopca rimarrà solo un ricordo tra le tante chiusure eccellenti che la Carnia dovrà ricordare.

Coopca: il grido della Carnia «Cancellato il futuro dei nostri figli»

di Lodovica Bulian.
Risparmi di generazioni. Non solo «i nostri che sono il frutto del sudore e delle fatiche di decenni di lavoro, ma quelli dei nostri genitori…». È a questo punto che Mary, una distinta signora sulla settantina, si interrompe perché sale il magone e gli occhi azzurri le si bagnano. Ha smesso di contare quante volte negli ultimi dodici mesi le è capitato di piangere nel buio di notti insonni, seduta a tavola con suo marito o parlando con sua figlia, e in tutti i momenti di una quotidianità a cui è stata strappata la serenità. Rifiata. «Quei soldi, quelli dei nostri genitori intendo, erano sangue. Ha capito? Sangue delle nostre famiglie». Disperso in modo «ignobile» da chi «ha giocato con la vita delle persone», inghiottito da un dissesto finanziario che ha dissipato il patrimonio di CoopCa bruciando in un solo colpo 7 milioni di euro di azioni. Già, le azioni, e gli azionisti. Le prime vittime del crac e l’ultimo anello di una rimborsabilità apparsa da subito remota. Sono rimasti per mesi in silenzio ad ascoltare increduli e impotenti le cronache della fine dei loro risparmi. Ieri a Tolmezzo l’avvocato dei risparmiatori, Gianberto Zilli, in uno degli incontri organizzarti dal Comitato soci, li ha guardati negli occhi e ha spiegato loro che l’incubo è reale e non riavranno nulla dal concordato. Ma anche che possono agire in sede civile, e con un percorso lungo e tortuoso chiedere un risarcimento danni contro i responsabili del disastro che eventualmente saranno individuati nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Udine. Maria di anni ne ha 77, un marito, in due prendono una pensione di mille euro in tutto. Ha un affitto da pagare, perché nonostante 40 anni di lavoro non è riuscita a comprare casa, ha cambiato diversi impieghi e qualche anno di contributo si è smarrito nel vortice burocratico della previdenza sociale. Quello che era riuscita a mettere via lo aveva investito in certificati azionari acquistati accanto al banco dei salumi nel supermercato sotto casa. «13 mila euro per me erano una sicurezza». La quota, intorno ai 100 euro, necessaria per partecipare a un’azione legale la induce a gettare la spugna. «Quei soldi mi servono per fare la spesa, non me la sento». Il terrore di non arrivare a fine mese: è questa la realtà in cui è stata catapultata da un giorno all’altro un’intera comunità in Carnia e non solo. Pensionati, lavoratori, disoccupati, minorenni intestatari di certificati azionari CoopCa. In fila dall’avvocato Zilli c’è anche una famiglia intera. «Lei è mia suocera» dice un’azionista indicando un’anziana signora che attende seduta a un tavolino con l’espressione seria e i tratti avvolti dalla preoccupazione di chi sa che non riceverà rassicurazioni. «Tutti noi, mio marito e mio fratello, avevamo acquistato certificati. Rendevano più di una banca. Avevamo anche libretti di risparmio. In tutto 200 mila euro». Nella stessa fila c’è anche un signore sulla settantina, titolare di 60 mila euro di azioni: «Mio zio è stato tra i fondatori della cooperativa, 100 anni fa. A vedere questo scempio, si sarà rivoltato nella tomba».

Carnia: Coopca e i negozi che non vuole nessuno

Per 14 negozi non sarebbe stata depositata alcuna offerta e nonostante su 39 punti vendita, 25 sianostati aggiudicati  (e per alcunicon  una gara al rialzo) ora la preoccupazione è massima per quei negozi che non viole nessuno con la speranza che i 25 aggiudicati vengano resi al più presto funzionanti e riaperti al pubblico sotto una nuova insegna.

Tra quelli non richiesti, i tre negozi di Mestre, Treviso, Crocetta del Montello, Gemona, Cassola, Sacile, Vittorio Veneto, Buja, Tolmezzo Chelonia, Tarvisio e Codroipo, mentre fuori asta l’IperCoopca di Amaro sul quale si starebbe muovendo il gruppo Aspiag-Despar.

 

Aggiornamento

di Lodovica Bulian.

E’ una maratona durata oltre nove ore, quella che ieri alle 18 finalmente consegna l’atteso responso sul destino dei supermercati CoopCa – la cooperativa carnica finita in concordato e su cui indaga la procura di Udine – sparsi tra Friuli Venezia Giulia e Veneto. Tra colpi di scena, bracci di ferro, trattative e aste al rialzo, dallo studio del notaio Lucia Peresson di Udine, dove alle nove di mattina inizia il tam tam delle aggiudicazioni con l’apertura delle buste contenenti le offerte pervenute per i punti vendita, la procedura incassa la cessione di 22 negozi a marchio cooperativa carnica, per un realizzo totale che si aggira attorno ai 13 milioni di euro. L’esito Stremati ma soddisfatti i liquidatori, Paolo Rizza, Giovanni Sgura e Roberto Pittoni, che hanno preso le redini dell’azienda dopo lo scioglimento del cda, perché i numeri rivelano che «è andata meglio di quanto pensavamo e di quanto avessimo in mano». Già, perché, oltre ai giganti di Coop Nordest, Alì, Centro Commerciale Discount e Despar, a dare benzina al bando per la cessione è spuntata una «new entry che non ci aspettavamo». E’ Ortofrutticola Cervellin srl di Udine, che si aggiudica l’acquisizione di ben cinque supermercati che erano rimasti finora orfani di acquirenti, tra cui anche Trieste. Ma ci sono anche tre dipendenti CoopCa che non vogliono gettare la spugna e si mettono in gioco per strappare il punto vendita in cui lavorano da chiusura certa, convinti che «possiamo farcela». «E’ andata bene – dice anche il commissario giudiziale, Fabiola Beltramini – ma la strada è ancora lunga». E in salita, perché la clessidra scorre veloce al 31 dicembre, la dead line fissata nel piano di concordato per la cessazione definitiva della cooperativa, e ci sono ancora 14 negozi “orfani” che senza offerte saranno costretti ad abbassare le serrande entro Natale. Oltre ai 22 punti venduti, sono stati assegnati anche due immobili – una sede di uffici a Codroipo, e quella dello spaccio di Amaro – mentre è ancora in corso la trattativa, con buone chance di concludersi positivamente, sull’Ipercoop delle Valli, ad Amaro. Gli acquirenti Senza intoppi invece la vendita seguita all’offerta irrevocabile di acquisto già presentata a inizio procedura come pilastro del concordato, e come promesso dallo stesso presidente Paolo Cattabiani come impegno a favore della “sorella” finita in dissesto finanziario, Coop Nordest ha acquisito sette punti vendita in Friuli: si tratta dei supermercati di Fagagna, Majano, Brugnera, Precenicco, Pordenone, Tarcento (via Dante), Rivignano. Centro commerciale Disocunt invece si porta a casa il contesissimo negozio di Spilmbergo, su cui ha “battagliato” nell’asta informale al rialzo con Conad, che ne è uscita a mani vuote, e Tolmezzo (Mercato). Aspiag, la concessionaria di Despar per il Triveneto, strappa dopo un braccio di ferro con una cordata di privati già operativi in Carnia con diversi alimentari, il Supercoopca di Tolmezzo. In Veneto va a Famila il supermercato di Torri di Quartesolo (Vicenza), mentre ad Alì erano già stati aggiudicati senza dover procedere con le aste vista la qualità e il valore dell’offerta sottoscritta, i punti di Limena e Marcon, tra i più competitivi della cooperativa nella vicina regione. I dipendenti Angelo Verde, dipendente CoopCa a Cassola, scende in campo con le sue forze e acquista il punto vendita di Venturali, a Villorba. La stessa impresa la tenta un altro dipendente, che compra il negozio di Cittadella, mentre altri due privati si aggiudicano i punti di Spinea e di Pontebba. Ma a dare nuova e inaspettata benzina alle cessioni, ieri, è stata appunto la società Ortofrutticola Cervellin di Udine, ingrosso di frutta e verdura, che ha scongiurato la chiusura per Trieste, Cividale, Tarcento, Aviano e Cervignano, su cui le speranze erano ridotte ormai al lumicino. Per tutti i negozi opzionati, l’intenzione è quella di effettuare il cambio di insegne entro la fine dell’anno. A mani vuote I punti vendita senza offerte sono quattordici e per loro il rischio, imminente, è la chiusura e la conseguente perdita di posti di lavoro. Entro Natale, come vuole il piano di concordato, se alle aste al ribasso che verranno avviate non troveranno un nuovo padrone. Si tratta di Tarvisio e Codroipo, su cui aveva messo gli occhi Cc Discount ma senza poi far seguire un’offerta concreta, di Sacile, Gemona, Tolmezzo Chelonia, Buja, tre punti vendita siti a Mestre, Treviso, Crocetta del Montello, Cassola, Vittorio Veneto e Oderzo. L’introito A fine giornata sale a 11 milioni di euro circa – che si sommano ai due milioni derivanti dall’assegnazione ad Alì di Limena e Marcon – su 40 milioni di euro totali. Restano da vendere 17 milioni di euro, se non si considera il Cedi di Amaro, per cui non si intravedono ancora soluzioni, ma di cui si è fatta già assegnataria Banca di Cividale che sull’immobile da 12 milioni di euro aveva concesso a CoopCa un mutuo. Difficile quantificare quanti posti di lavoro si salveranno nel complesso, perché quasi per tutte le cessioni rimangono ancora da definire gli accordi sindacali, finalizzati alla massima tutela del personale. Da una prima valutazione i liquidatori stimano che si potrebbe trattare di circa 300 lavoratori, su 639, che non rimarranno senza impiego. Meno della metà. Per tutti gli altri la cassa integrazione straordinaria proseguirà fino ad aprile 2016. La polemica Insieme alla gioia per l’affare fatto, resta però l’amaro in bocca ai dipendenti che si sono buttati nell’avventura dell’auto imprenditorialità, una partita già complessa di per sé, quella della metamorfosi da commessi a capitani d’azienda, nella quale si sono ritrovati soli, lamentano. E se non si può parlare di flop, neanche di decollo dell’iniziativa sponsorizzata dalle associazioni delle cooperative per attutire il tonfo delle chiusure. Il motivo, spiega Angelo Verde, ex dipendente del negozio di Cassola che ha acquistato il punto di Venturali a Villorba, con otto dipendenti e tanta voglia di ricominciare, non è solo il timore e la paura in un futuro incerto. Ma anche lo scarso appoggio e il disinteresse dimostrato da chi aveva promesso loro aiuto. Confcooperative, infatti, non sarebbe stata, a quanto riferiscono i nuovi manager, un interlocutore in queste difficili settimane di conti e numeri. Ad aiutarli, spiega ancora Angelo, ci hanno pensato gli stessi liquidatori di CoopCa. Ma di certo, questo abbandono non ha incentivato altre iniziative che magari avrebbero potuto tirare fuori dalle secche negozi oggi senza acquirenti. Magazzino Rimane ancora aperta e verrà definita nelle prossime ore anche la trattativa sull’Ipercoopca di Amaro, ma i liquidatori sono fiduciosi sul suo buon esito. Irrisolta la questione del Cedi, che, senza interesse alcuno, per ora continua a pesare sulle spalle di Banca di Cividale che ha comunque formalizzato una propria proposta.