Archivio tag: diritti della persona

Friuli: Screm e il messaggio universale della musica

di Alessio Screm

Forse non tutti conoscono la storia di Ayham al-Ahmad, il ventisettenne pianista siriano di origine palestinese che fino a poco tempo fa, rifugiato con moglie e figli nel campo profughi di Yarmouk a sud di Damasco, suonava un pianoforte sgangherato che portava con un carretto da ortolano lungo le strade devastate dei quartieri. Tra la polvere, le macerie, i raid aerei, accompagnava il canto dei rifugiati in uno scenario di distruzione, suonava per condividere attraverso la musica un forte messaggio di pace e speranza. Cantava: «Non andatevene, tornate, siamo fuggiti troppo a lungo». Ma anche lui è dovuto scappare, non potendo più resistere agli orrori dell’Isis che da aprile a Yarmouk sta conducendo un vero e proprio massacro, una situazione definita dall’Onu «al di là del disumano». Anche il pianoforte di Ayham è stato distrutto, perché «l’Islam non permette la musica», come ha intimato il fondamentalista che poi gli ha bruciato lo strumento, minacciando di mozzargli le dita. Ora Ayham è fuggito con la famiglia in Germania, dopo un lungo ed estremo viaggio in barca dalla Turchia alla Grecia, poi a piedi attraverso la Macedonia, la Croazia e l’Austria. Ha portato e porta ancora con sé «le melodie dell’infanzia, l’amore in musica», come racconta nei suoi post, tanto che giorni fa è stato invitato a esibirsi davanti a tremila persone alla Königsplatz di Monaco per il Danke-Konzert, un evento organizzato da artisti tedeschi come benvenuto ai rifugiati e ringraziamento ai tanti volontari impegnati nell’accoglienza. Ha eseguito un brano che era solito cantare coi bambini di Yarmouk, un’invocazione alla pace. Ora Ayham è ancora in Germania e collabora con diversi musicisti. Morale di una storia vera: non sarà certo la musica a risolvere i drammatici problemi dello jihadismo e dell’emigrazione di massa, ma di certo può aiutare a lenire le ferite dell’anima dei tanti sfollati, ispirare comunione e speranza tra accolti e accoglienti. Anche l’Italia, patria della musica, potrebbe ricordare i benefici di quest’arte, mezzo universale di comunicazione.

Tolmezzo: troppo rumore dalla pista di guida, nuove proteste dei residenti

di Tanja Ariis.
Sulla pista di guida sicura piovono ancora proteste per i rumori. Venerdì il sindaco, Francesco Brollo, incontrerà il gestore, che spiegherà al Comune come intende ridurre le emissioni acustiche. I residenti non ne possono più di sentire i roboanti motori di auto e moto anche quando mangiano o stanno riposando, magari dopo aver fatto il turno di notte al lavoro. Un anno fa avevano fatto anche una raccolta firme e scritto alla Procura della Repubblica. Valerio Vuan è uno dei portavoce del comitato spontaneo sorto allora. «Qui – denuncia – continuano a correre (non solo nei weekend ma anche in settimana)e nessuno fa niente. Fanno un rumore impressionante, che poco ha a che fare con una pista di guida sicura e poi ci sono anche persone malate qui attorno. Come fanno con tanto frastuono?» Venerdì scorso è stato uno di quei giorni da dimenticare, assicura. Racconta di aver segnalato invano mesi fa il problema sia al sindaco che al vicesindaco. Brollo, dal canto suo, spiega di aver preso subito sul serio il problema. Già l’autunno scorso, rivela, il Comune si è affidato a un consulente per effettuare misurazioni sul rumore, poiché ogni contestazione al gestore deve partire da lì. Effettuate anche presso l’ospedale e nei weekend, non registrarono superamento dei limiti. «Poi ci siamo rivolti all’Arpa – continua – per avere un riscontro e l’Arpa, evidentemente già attivata dalla Procura, ha fatto analisi approfondite, da cui è risultato che i limiti erano stati quasi sempre rispettati, tranne una volta. Alla luce di quell’episodio di sforamento, abbiamo scritto a fine luglio al gestore della pista, Fabrizio Rivellini, presidente dell’Asd Rocknroad, chiedendogli quali misure intenda porre in atto per ridurre il rumore. Venerdì ci incontreremo per analizzare le proposte: lui propone di applicare un sistema silenziatore ai mezzi che girano». Il contratto stipulato dal Comune col gestore ammette le prove libere su pista, ma il limite acustico va rispettato. «Chiederemo – assicura Brollo – misure drastiche al gestore e se non daranno soddisfazione, interverremo. Ho l’impressione che il problema ci sia soprattutto quando corrono i prototipi, auto monoposto a ruota scoperta» «Dobbiamo cercare di trovare un equilibrio tra le esigenze stabilite dal contratto, la richiesta assolutamente più che legittima del rispetto della quiete pubblica e gli appassionati di motori che cercano uno spazio. Alla base del problema – conclude il sindaco Brollo – c’è il luogo designato come pista di guida sicura, che tale deve essere. Purtroppo lì un circuito non può starci».

Tolmezzo: un errore sul piano d’insediamento produttivo agricolo, Mizzaro assicura la correzione

di Tanja Ariis.
Uno sbaglio sul piano di insediamento produttivo agricolo (Pipa) a Terzo: terreni descritti come abbandonati e degradati e destinati all’esproprio sono in realtà coltivati e ben tenuti. Sul piede di guerra i proprietari dei relativi terreni con cui l’assessore comunale Michele Mizzaro si è nei giorni scorsi scusato, assicurando la correzione del perimetro dell’area. Mizzaro, rispondendo in consiglio comunale all’interpellanza dei consiglieri Gianalberto Riolino, Valter Marcon e Dario Zearo, ha parlato di mero errore di trascrizione nella perimetrazione dell’area, che ora, ha assicurato, sarà corretto. Il Pipa di Terzo investe un’area di 2,51 ettari e la spesa dell’intervento è di 110 mila euro (di cui 90 mila per soli espropri). L’amministrazione comunale nella relazione motivava il progetto con l’intenzione di «introdurre sul proprio territorio un’azienda agricola dedicata in particolare alla coltura della mela» e definisce il progetto di «notevole valenza ambientale e paesaggistica, consentendo di recuperare quelle peculiarità proprie del territorio che sarebbero definitivamente compromesse dal perdurare dell’attuale condizione di abbandono e degrado». La Regione per tale iniziativa ha assegnato al Comune un contributo di 85 mila 272 euro. Riolino ha obbiettato come non risulti da alcun atto che l’iniziativa sia richiesta da privati o aziende agricole già insediate in loco ed evidenzia la contrarietà dei proprietari dei terreni all’iniziativa, che li priverebbe di terreni oggi coltivati e ottimamente tenuti. Ha quindi chiesto a Mizzaro se in fase preliminare si sia accertato un eventuale interesse di aziende agricole all’iniziativa, se si siano eseguiti preventivi sopralluoghi per verificare lo stato di conservazione dei terreni, per quale motivo non sia stata interessata la consulta frazionale prima della richiesta di contributo e della scelta del sito, vista soprattutto la previsione di esproprio ai privati, e se intenda proseguire con il progetto. Mizzaro ha parlato di richieste provenienti da associazioni professionali agricole, ha ammesso l’errore, pur avendo fatto sopralluoghi, ha spiegato che il parere della Consulta frazionale non era richiesto, ma che, con il senno di poi, lo ritiene necessario e che il progetto proseguirà con i necessari correttivi. Riolino ha parlato di errore talmente evidente da apparire poco credibile e ha insistito sull’assenza di atti che attestino l’interesse di operatori per quell’area. Conservando intatti i suoi dubbi, ha chiesto di trasformare l’interpellanza in una mozione che sarà discussa nel prossimo consiglio comunale: chiede di azzerare la procedura e ripartire con l’iter corretto, coinvolgendo tutto il territorio comunale e i soggetti interessati.

Poste: addio al Friuli, cancellati 16 uffici e in 45 comuni montani consegne solo a giorni alterni

di Cristian Rigo.
Prima le chiusure, poi la beffa dei servizi a singhiozzo per la Carnia e la montagna pordenonese dove il postino lo vedranno solo a giorni alterni con buona pace di chi aspetta di ritirare la pensione o la corrispondenza. Una settimana gli uffici saranno aperti lunedì, mercoledì e venerdì, quella successiva martedì e giovedì così da una consegna all’altra nei fine settimana rischiano di passare anche quattro giorni. L’obiettivo – scrive nella missiva indirizzata ai 45 sindaci chiamati in causa il responsabile dell’Area logistica Nord Est Fabio Cicuto – è «ridurre l’onere del servizio universale». Ma – ribattono i primi cittadini – «le tasse le paghiamo ogni giorno, mica solo il lunedì e il mercoledì». Perché Poste italiane è sì una Spa, ma il capitale è detenuto al 100% dallo Stato tramite il ministero dell’Economia e delle Finanze. Nonostante questo il piano di riorganizzazione – denuncia il presidente dell’Anci Fvg, Mario Pezzetta – «non tiene in alcuna considerazione le esigenze del territorio visto che le scelte vengono calate dall’alto senza trasparenza né dialogo o collaborazione». Le spiegazioni fornite nella missiva insomma non convincono per nulla i Comuni. «Tale modello – dice sempre Cicuto – è stato adottato in un’ottica di ottimizzazione dei processi di lavorazione della corrispondenza, per adeguare l’offerta di Poste italiane ai mutati comportamenti della clientela. A livello nazionale, infatti, negli ultimi anni evidenzia una costante e continua riduzione dell’utilizzo dei mezzi di comunicazione tradizionali come la posta a favore di mezzi telematici (email, Pec, ecc)». Peccato che la montagna sia una delle aree maggiormente penalizzate per quanto concerne la presenza di connessioni digitali, senza contare poi l’età dei residenti – più alta della media – e la presenza di piccole comunità la cui sopravvivenza è inevitabilmente legata alla presenza di quelli che vengono ancora considerati (evidentemente non da tutti) servizi essenziali. Ecco perché l’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci) è pronta a dare battaglia. «Domani incontreremo un legale e ci confronteremo sull’opportunità di promuovere dei ricorsi al Tribunale amministrativo regionale. Se ci saranno i presupposti – annuncia Pezzetta – siamo pronti a dare tutto il supporto necessario ai piccoli comuni coinvolti». Il modello sarà quello di Buja, il comune che a tre anni di distanza dalla chiusura di due uffici postali ha vinto il ricorso al Tar tanto che adesso il sindaco Stefano Bergagna intende anche promuovere una class action per ottenere il risarcimento del danno a favore dei cittadini di Urbignacco e Madonna che si sono visti privare “ingiustamente” del servizio. IÈl fatto che Buja abbia vinto la sua partita non significa però che l’esito di un’eventuale azione legale sia scontato: «Questo Tribunale – ha scritto infatti nelle motivazioni il Tar – non sostiene affatto che i due uffici postali in questione non potessero legalmente essere soppressi, ma che ciò doveva eventualmente avvenire previa comparazione dei vari interessi, compresi quelli evidenziati dal Comune, e comunque con una congrua motivazione e non con un mero richiamo alle disposizioni che per la loro generalità non potevano tener conto delle specifiche concrete situazioni». Che non si sia tenuto conto delle specifiche situazioni nemmeno in questo caso, è però, secondo il commissario della comunità montana Lino Not, evidente. «Nessuno è stato contattato prima – sottolinea – le Poste si sono limitate a comunicare la decisione». Non solo. «Anche le proposte di molti comuni disponibili a offrire gratuitamente degli spazi per condividere i servizi – aggiunge Pezzetta – sono rimaste inascoltate». Così, mentre l’Anci studierà la prima mossa legale, la comunità montana della Carnia chiamerà a raccolta i sindaci (sono coinvolti in 26 su 28, gli unici a salvarsi dai tagli sono Tolmezzo e Forni di sopra) e poi si confronterà con i comuni pordenonesi per «valutare possibili forme di protesta». Anche la Regione, assicura l’assessore Paolo Panontin, intende fare la sua parte. «Francamente la sensazione di essere stati un po’ presi in giro c’è: prima abbiamo sottoscritto degli accordi per promuovere nuovi servizi innovativi che non sono ancora partiti e subito dopo ci siamo trovati di fronte a chiusure e a riduzioni di orario che metteranno in difficoltà territori già in sofferenza. Lunedì valuteremo quali iniziativa intraprendere per contrastare questa decisione che disattende le promesse fatte da Poste italiane al punto da rimettere in discussione anche il protocollo. E coinvolgeremo anche i parlamentari».

Paularo: se ricevere la posta è un terno al lotto

Un gruppo di cittadini Paularo.

Siamo alcuni cittadini del Comune di Paularo che vogliono esprimere il loro grande disappunto per il disagio che da alcuni mesi i servizi di Poste Italiane hanno creato all’intera collettività. Dapprima la completa chiusura dell’unico Ufficio postale del mese di luglio (dal 6 al 28) e, come non bastasse, nelle ultime settimane il recapito della posta è stato un vero terno al lotto per i fortunati che la ricevevano. L’Ufficio postale, bisogna darne atto, è stato riaperto nel rispetto delle date comunicate a suo tempo, ma vorremmo ricordare che tale chiusura ha creato non pochi disagi costringendo gli utenti a recarsi nei comuni più vicini (15 km) per effettuare alcune piccole operazioni. Ora ci domandiamo: non era possibile avere un servizio alternativo? Informandoci abbiamo saputo che poteva essere istituito l’Ufficio postale mobile (camper di Poste Italiane) magari a giorni alterni. Un tanto, se attuato, avrebbe creato meno disagi e dato un minimo di servizio alla utenza locale. Nel frattempo, sono iniziati i problemi della consegna della posta, un disservizio dovuto alla mancanza del postino titolare della zona e sostituito da un collega che non conosceva il territorio. La conseguenza è stata che la consegna della posta non era per nulla sufficiente: qualcuno, pur di avere la corrispondenza con importanti scadenze, ha dovuto recarsi personalmente a Tolmezzo per entrarne in possesso, senza contare le famiglie rimaste per parecchi giorni senza ricevere le lettere. Questo situazione ha creato la consegna di alcune lettere con pagamenti già scaduti, si possono quindi immaginare le difficoltà per questi utenti. Ora non facciamo alcun commento in merito, tuttavia ci auguriamo che responsabili e dirigenti di Poste Italiane sappiano fare in modo che tali situazioni non si ripetano in futuro.

Coopca: finale shock, ora il Cda chiede la liquidazione, revisori e i sindaci non «in grado di fornire un giudizio compiuto»

di Lodovica Bulian.
Un intero patrimonio bruciato. Un bilancio 2014 pesantissimo, da cui ora si smarcano collegio dei sindaci e revisori contabili, astenendosi dal giudizio vista la gravità della situazione. E una delibera del consiglio di amministrazione che propone la messa in liquidazione di CoopCa. È l’atto finale della crisi della cooperativa carnica tradotto, nero su bianco, nei punti all’ordine del giorno della prossima assemblea generale dei soci, convocata il 19 luglio a Udine, quando i prestatori saranno chiamati a esprimersi in merito allo scioglimento della società e all’approvazione del bilancio. Un passaggio, quello della liquidazione, deciso dal cda con una delibera dello scorso 8 giugno e che riflette, spiega il legale Giuseppe Campeis, «l’evoluzione naturale della vicenda: si tratta di una soluzione obbligata visto che il cda non ha più compiti, se non gestire il concordato. Anche perché l’attività di liquidazione sarà delegata a un liquidatore nominato dal Tribunale, che dovrà realizzare i cespiti a favore dei creditori». Nei fatti, però, segna l’uscita di scena degli amministratori e il passaggio di CoopCa proprio nelle mani del liquidatore. La notizia ha scatenato l’ira dei soci, che ieri, a tarda sera, si sono riuniti per individuare la linea da tenere in vista delle assemblee separate – province del Veneto, Pordenone e Udine – all’inizio della settimana. «La liquidazione doveva arrivare in novembre con l’istanza del concordato, quando il cda doveva dimettersi. Invece hanno continuato ad amministrare e ora decidono per la liquidazione – tuona il portavoce Tommaso Angelillo – . Questo cda non può dettare il bello e il cattivo tempo. Ci faremo sentire in assemblea». Quando, infatti, potranno approvare o respingere la proposta di scioglimento. Nel primo caso si procederà alla nomina di un liquidatore – Paola Cella il nome proposto da CoopCa nel piano concordatario – o di nuovi amministratori, visto che il cda è in scadenza. E ieri scadeva anche il termine concesso ai creditori per far pervenire il loro dissenso al piano concordatario, ma ci vorrà ancora qualche giorno al commissario giudiziale, Fabiola Beltramini, per il conteggio delle maggioranze. Nel caso abbiano prevalso i sì, come ci si attende, l’omologa del Tribunale al concordato dovrebbe arrivare non prima di settembre. L’epilogo coincide anche con i numeri di una situazione finanziaria disastrosa. Che al 31 marzo 2015 vedeva sprofondare il deficit patrimoniale da 31 milioni di euro a 34 milioni, mentre alla perdita d’esercizio del 2014, pari a 43 milioni di euro, si sommano altri 2 milioni e 800 mila euro di rosso dei primi tre mesi dell’anno. Cifre sui cui i revisori e i sindaci, gli stessi che hanno dato il via libera ai bilanci degli ultimi anni, ora si astengono dall’esprimere un parere. Non sono «in grado – scrivono nella relazione – di fornire un giudizio compiuto».

Friuli: Biotestamento, legge impugnata dal governo, l’assessore noi ci opporremo

di Anna Buttazzoni .
Il Governo dice no. E boccia la legge regionale sul biotestamento, varata dal Consiglio regionale il 3 marzo. Ma la bocciatura spalanca le porte a una nuova battaglia legale, perché l’assessore alla Salute Maria Sandra Telesca annuncia che la Regione resisterà davanti alla Corte costituzionale. La decisione di impugnare le norme del Fvg per incostituzionalità è arrivata ieri dal Consiglio dei ministri. «La legge in oggetto – recita il comunicato diffuso da palazzo Chigi – invade la competenza esclusiva dello Stato sia in materia di ordinamento civile (articolo 117, secondo comma, lettera l) della Costituzione, sia in materia di tutela della salute, i cui principi fondamentali sono riservati alla legislazione statale, ai sensi dell’articolo 117, terzo comma, della Costituzione». Il Consiglio sapeva di avere di fronte una questione spinosa, diventata banco di scontro tra i partiti con la storia di Eluana Englaro, morta il 9 febbraio 2009 a Udine. Da allora attorno a papà Beppino dal capoluogo friulano ha preso forma un gruppo di persone che a gran voce chiede una legge nazionale sul fine vita, persone che sono raccolte nell’associazione “Per Eluana”, come il primario di anestesista Amato De Monte che fu a capo dell’équipe che seguì Eluana nel suo ultimo viaggio. E quel gruppo di cittadini prese l’iniziativa di una petizione popolare con oltre 5 mila firme per chiedere almeno alla Regione Fvg di approvare una legge sul registro per il biotestamento. A farsi portavoce della richiesta il consigliere regionale di Sel Stefano Pustetto, divenuto primo firmatario del testo approdato in Aula. Un provvedimento che, come da previsioni, ha diviso il Consiglio e i partiti, tanto che su 49 eletti al voto hanno partecipato in 35, con un risultato di 30 favorevoli, tre contrari e due astenuti. La legge regionale non ha alcun impatto sulle cure. È invece un elenco chiaro e dettagliato sull’istituzione del registro regionale per le Dat, cioè le dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario, la definizione tecnica per indicare il biotestamento. E la norma prevede la procedura che un cittadino deve seguire nel caso voglia presentare il proprio testamento biologico o voglia esplicitare l’intenzione di donare organi e tessuti dopo la morte. La legge regionale stabilisce che la registrazione è gratuita e prevede la possibilità di nominare un fiduciario o un amministratore di sostegno. Il testamento biologico, inoltre, ha valore sia che si tratti di un semplice foglio scritto e firmato di proprio pugno sia del modulo da compilare che viene messo a disposizione da diverse associazioni (dal gruppo Luca Coscioni a “Per Eluana”). L’importante è che la firma sul documento avvenga davanti a un responsabile della propria Azienda sanitaria. Saranno poi le singole Aziende per l’assistenza sanitaria a creare la banca dati nella quale custodire i biotestamenti, banca dati che sarà protetta e l’accesso riservato. Aspetti amministrativi, insomma, ma con un fine politico chiaro, spingere il Parlamento a legiferare. Ecco perché la Regione resisterà davanti alla Consulta. «Rivendichiamo di aver posto il tema anche all’attenzione nazionale – commenta Telesca –, vorremmo essere di sprone a un’iniziativa parlamentare e dunque resisteremo all’impugnazione. Nel merito, i principi espressi dalla legge ci appaiono di grande rilievo sociale. La legge – chiude l’assessore – forse può avere dei punti di debolezza, anche se per noi ha una valenza solo amministrativa. Il Consiglio regionale ha ritenuto comunque importante far valere la sua potestà».

Englaro: dopo sei anni ancora nessuna legge, Il silenzio di Beppino

di Anna Buttazzoni
È il giorno del silenzio. Ma è anche il giorno in cui prendere atto che non c’è ancora una legge nazionale sul fine vita. Il 9 febbraio di sei anni fa a Udine moriva Eluana Englaro. Erano le 19.35 di un lunedì piovoso. Ieri papà Beppino ha ricevuto molte telefonate, anche dal suo Friuli, anche da Amato De Monte, l’anestesista a capo dell’équipe che ha seguito Eluana negli ultimi giorni alla Quiete. De Monte è il medico che un lunedì di sei anni fa telefonò a Englaro e gli disse: «E je lade Bepino, tu le as liberade». È anche il vice presidente dell’associazione “Per Eluana”, fondata nel 2009 a Udine, guidata da Englaro, fondata da lui e De Monte con Ferruccio Saro, Aldo Gabriele Renzulli, Massimiliano Campeis e che nel comitato scientifico raccoglie personalità come Stefano Rodotà, Umberto Veronesi, Ignazio Marino, Amedeo Santosuosso. Nella giornata del silenzio, come vuole che sia Beppino Englaro, in risposta al Governo che istituì il 9 febbraio la giornata sugli stati vegetativi, c’è spazio per i ricordi e per la consapevolezza che è ancoro lungo il cammino per veder rispettato il diritto a decidere della propria vita. «Come associazione – spiega De Monte – troviamo strumentale agganciare la data del 9 febbraio a qualunque ricorrenza. È la giornata del silenzio e della speranza, come dice Beppino Englaro, in cui noi ricordiamo quanto accaduto sei anni fa. Per noi significa lanciare un segnale forte di perseveranza, per continuare il percorso della campagna di informazione per arrivare al riconoscimento che va rispettata la volontà di una persona davanti a situazioni di vita estreme. È quello il nostro compito e continuiamo a portarlo avanti. Perché la scelta di un individuo, in un senso o nell’altro, nel voler essere mantenuto in vita oppure no, dev’essere rispettata, nella considerazione totale che si deve alla volontà e al sentire della persona. Affinché ciò avvenga – continua De Monte – è importante che le persone siano informate in maniera libera, obiettiva e scevra da ogni condizionamento ideologico e confessionale». L’associazione “Per Eluana” non molla e con fermezza chiede una legge nazionale. «Il fatto che ancora il Parlamento non abbia fatto nulla è un segnale disarmante. Si sta cercando di far calare il silenzio, per far passare tutto nel dimenticatoio. È un gesto offensivo – sostiene l’anestesista – cui tutti devono opporsi, perché non è pensabile che chi riveste cariche così importanti faccia finta di non sapere che c’è una problema aperto». De Monte chiude l’aspetto “istituzionale” e va ai ricordi. Alla telefonata di ieri con Beppino. «Ci siamo sentiti sì e per lui è la giornata del silenzio. Il 9 febbraio è una data che ci lega in maniera indissolubile. Non passa giorno – racconta De Monte – senza che io pensi, in un modo o in un altro, a Eluana. È stata un’esperienza fortissima, umanamente e per la consapevolezza acquisita di tanti aspetti della società e delle persone, in positivo e negativo».

Ravascletto: non si trova un sostituto per il farmacista

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di Gino Grillo.
Anche negli altri comuni turistici la crisi del commercio si è fatta acuta. Nella Val Calda, a Ravascletto, la doppia stagionalità di villeggiatura non crea le condizioni per poter tenere aperto un esercizio commerciale per tutto l’anno «essenziale – tiene a sottolineare il sindaco, Ermes De Crignis – per trattenere i residenti». «Occorre che Comunità montana e altri enti sovracomunali prendano in seria considerazione il problema». A Ravascletto si cerca una soluzione anche per la farmacia. «Dopo la morte del farmacista è difficile trovare un sostituto e cerchiamo di andare incontro alle esigenze di chi subentrerà in tutti i modi». Ma mancano altri servizi fondamentali come il forno e la macelleria. «Non credo – afferma De Crignis – nei temperary shop: possono sopperire alle esigenze del turista, ma intaccherebbero il reddito di chi sul posto opera tutto l’anno, inducendo a chiudere nei periodi di bassa stagione con problemi per i residenti». Commercio in difficoltà anche a Forni Avoltri dove «per fortuna – racconta il sindaco, Clara Vidale – le attività che erogano servizi di prima necessità e,cioè, farmacia, macelleria e panificio, tengono». Arta Terme, invece, registra un aumento di apertura di negozi nel capoluogo, ma preoccupa la situazione nelle frazioni. «A Lovea l’unico bar – dice il sindaco Marlino Peresson – non riesce a garantire il passaggio di gestione dai genitori ai figli: troppe spese e si perde un punto di riferimento per la popolazione». «Occorre battersi per mantenere questi servizi nei luoghi più marginali – sostiene Peresson – Noi in bilancio abbiamo adottato le aliquote minime per queste categorie, ma il nostro è solo un momento di attenzione, per risolvere la questione servono sostegni dall’alto»

Ovaro: chiude l’unico negozio di alimentari di Liariis

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(t.a. dal MV di oggi)

Il 15 novembre ha chiuso l’ultimo negozio di alimentari della frazione di Liariis. La signora Rina Zarabara che lo gestiva da 37 anni ha appeso un cartello per ringraziare i suoi clienti, ma il ringraziamento più grande glielo vuole rivolgere in realtà il suo paese, perché stoicamente, nonostante i suoi problemi di salute, ha voluto tener duro fino a oggi, ben consapevole dell’importanza di un simile servizio in un piccolo centro di montagna specie per le persone anziane, per cui questo era anche un punto di incontro, per scambiare due parole. In estate anche i turisti venivano a fare la spesa. Tanti i ciclisti che si fermavano a comprare bibite e panini per la bontà dei suoi salumi. D’ora in poi questo servizio mancherà anche per i villeggianti che d’estate raddoppiano la popolazione di Liariis. E pensare che qui 37 anni fa di alimentari ce n’erano ben tre, gli abitanti erano tra i 500 e i 600, mentre ora non arrivano neanche a 200. Dopo la chiusura di questo negozio, che da 20 anni era l’unico di Liariis, nelle 14 frazioni di Ovaro, solo Ovasta ha ancora il suo alimentari (lì c’è anche il bar). Tanti gli aneddoti, i ricordi, la passione che traspare dagli occhi di Rina per un lavoro che ha amato tanto. Lei vendeva dal salame alle lampadine, dai tappeti alle ciabatte. Anni fa, Rina, d’inverno, ogni venerdì faceva decine di chili di baccalà mantecato per i clienti che venivano a prenderlo e lo prenotavano da tutta la vallata. Faceva anche le consegne a domicilio per chi ne avesse bisogno, andava fino a Clavais e tanti in paese la ricordano sempre in movimento per rispondere alle esigenze di tutti, pronta a portare la spesa anche a chi era malato. Oggi i problemi di salute hanno indotto Rina, a 68 anni, alla decisione di chiudere il negozio. L’attività contava su una clientela soprattutto anziana, ma andava avanti, anche se le spese erano tante. A incidere parecchio in questi casi sono, comunque, tasse e burocrazia. «Dovevo pagarmi il commercialista – raccont Rina – come un negozio di città. Almeno togliessero quello».