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Fallimento Coopca: nella vicenda finalmente c’è qualcuno che pensa ai soci

di Antonella Tarussio.
 
Il 13 luglio scorso si è verificato qualcosa di veramente importante per la Carnia (e non solo): dopo 4 anni di rabbia silenziosa, di disperazione dignitosa, di danni diffusi su persone e territorio, il gup di Udine ha emesso un’ importante sentenza nella vicenda CoopCa. I soci, prestatori e azionisti, sono stati accettati come parti civili nel procedimento contro gli amministratori, i sindaci e il direttore generale della storica CoopCa. La richiesta dei 95 soci promotori è stata considerata fondata per tutti i tipi di reati contestati. Adesso si vada avanti! I tempi e le procedure della giustizia sono lunghi ma i carnici sanno aspettare e… vigilare.Desidero ringraziare il “Comitato spontaneo di difesa dei soci” nelle persone dei signori Giuseppe Fabbro e Alberto Barazzutti per il continuo lavoro di tutela dei soci durante questi anni difficili.Fin dalle prime tragiche giornate del crac della CoopCa, in cui nessuno capiva veramente cosa stava succedendo e tutti eravamo sotto shock per la perdita economica, per la scottante delusione e per l’ amarezza di essere stati raggirati, si è costituito spontaneamente il comitato per la tutela dei risparmiatori attorno a dei soci impavidi e perseveranti che hanno tenuto le fila nel momento dello sbando, hanno cercato contatti con avvocati ed esperti, hanno organizzato incontri e dibattiti per accompagnare e sostenere i tanti soci travolti dall’ondata della procedura fallimentare e della perdita dei propri risparmi.Ringrazio il comitato per il continuo lavoro di difesa di tutti i soci e per l’ attività di ricerca , aggiornamento e diffusione delle notizie che da anni continuano a svolgere.Vorrei, invece, esprimere il mio rammarico per l’ esclusione dal procedimento giudiziario per omessa vigilanza sulla CoopCa della Regione Fvg, con tutto il rispetto per le istituzioni regionali e con il sommo rispetto per la magistratura. Le norme in materia di vigilanza sugli enti cooperativi (decreto 2 agosto 2002 n. 220 ) esprimono chiaramente che le Regioni a statuto speciale sono direttamente responsabili della vigilanza sul settore cooperativo, con dovere di ispezioni ordinarie e straordinarie per accertare l’ esatta osservanza delle norme dello statuto, l’ esatta impostazione tecnica, il regolare funzionamento contabile e amministrativo, l’ osservanza delle finalità mutualistiche.Mi chiedo se la revisione cooperativa da parte della Regione si stata svolta come da norma… e se sì perché non ha mai evidenziato anomalie di gestione dei risparmi dei cittadini. Questa attività di controllo è una funzione non a carattere politico, ma istituzionale!Inoltre mi è profondamente dispiaciuto constatare che in nessun programma elettorale ci fosse un accenno sulla vicenda CoopCa: forse perché non si è compreso pienamente quanto enorme sia stata l’ondata di impoverimento e sfiducia che ha sommerso il territorio, che non è solo carnico (troppo piccolo per contare ?) dopo il fallimento della CoopCa. Chiedo, con tutto il rispetto per le funzioni e per le procedure, che la Regione dia segnali positivi nella vicenda del crac della CoopCa (dove “Ca” sta per “carnica”) e che si occupi di questa terra bellissima, fragile e delicata, troppo spesso trascurata e ora stremata da macro e micro fenomeni di impoverimento, non solo economico ma anche morale. Ma la Carnia è anche uno scrigno di cultura e di saggezza, di creatività e di energia. E, soprattutto, sa imparare dalla storia. —

Carnia: l’allarme dei sindacati “Se fallisce Coopca, 650 lavoratori senza cassa integrazione”

«Il percorso concorsuale, oggi come ieri, rappresenta per Coopca la soluzione che auspichiamo. In caso di fallimento, infatti, la conseguenza immediata sarebbe la messa in mobilità dei 650 dipendenti, senza alcuna prospettiva di ammortizzatori di tipo conservativo». Questo il messaggio che le segreterie confederali e di categoria di Cgil, Cisl e Uil lanciano alla vigilia della decisione del tribunale di Udine sull’ammissione dell’azienda al concordato preventivo, attesa per domani 16 aprile 2015.

L’avvio del percorso concorsuale, secondo i sindacati, non aprirebbe soltanto la prospettiva di un anno di cassa integrazione straordinaria per tutti i dipendenti, ma rappresenta anche l’unico strumento per evitare un aggravarsi della situazione finanziaria e commerciale della cooperativa carnica, che risulterebbe invece ulteriormente compromessa in caso di fallimento. A ribadirlo, nel corso di una conferenza stampa convocata questa mattina a Udine nel palazzo della Regione, i segretari regionali di categoria Susanna Pellegrini (Filcams-Cgil), Paolo Duriavig (Fisascat-Cisl) e Andrea Sappa (Uiltucs-Uil), assieme ai segretari generali della Cgil Udine Alessandro Forabosco e della Cisl Alto Friuli Franco Colautti.
Consapevoli che il ricorso al concordato passa inevitabilmente per una soluzione spezzatino, i sindacati continuano a sollecitare l’apertura di un tavolo regionale, con la partecipazione di tutte le realtà e di tutte le centrali cooperative coinvolte, nessuna esclusa, nella ricerca del massimo risultato possibile in termini di salvaguardia dell’occupazione, degli asset, dell’avviamento commerciale di Coopca e del suo ruolo economico e sociale: «Perché il fallimento della cooperativa – secondo Forabosco e Colautti – sarebbe una sconfitta per un territorio già duramente colpito dalla crisi e dello spopolamento, oltre segnare la fine di un modello sociale nato più di un secolo fa come risposta ai problemi della montagna».

Pur ribadendo con fermezza le pesante responsabilità del management di Coopca, i sindacati ritendono indispensabile anche la revisione su un modello distributivo basato sulla crescita incontrollata della rete, che rappresenta per Cgil, Cisl e Uil una delle cause non solo del dissesto di Coopca, ma anche delle tante crisi che colpiscono il terziario in Friuli-V.G. come altrove. Da qui l’appello alla Regione e ai Comuni a un’inversione di tendenza, nella ricerca di una regia pubblica delle politiche distributive e commerciali, oggi esposta a una deregulation piena di rischi per l’occupazione e il territorio.

Tarvisio: Weissenfels, il pm chiede il fallimento, ma l’attività è ripartita

 

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di Luana de Francisco

Debiti consolidati, spoliazioni e spartizione dei beni, un’inchiesta penale per presuna esterovestizione e, non ultima, la denuncia dei sindacati: è il mix “esplosivo” posto dalla Procura di Udine alla base dell’istanza di fallimento presentata nei giorni scorsi sia nei confronti della Italricambi spa (stabilimenti a Cividale, Flagogna e Gaiba), sia della sua controllata all’80 per cento Weissenfels Tech-Chain di Fusine, ora in liquidazione. La discussione di entrambi i casi si è tenuta ieri, davanti al tribunale presieduto da Alessandra Bottan (a latere i giudici Massarelli e Zuliani), nelle successive udienze che il collegio ha chiuso, riservandosi la decisione. In aula, per le due aziende, i rispettivi liquidatori Michele De Bellis e Matteo Rossini. Nel corso dell’udienza su Weissenfels, le parti si sono confrontate anche sulla domandata di ammissione al concordato preventivo depositato già qualche tempo fa. Ben prima, quindi, che dalla Procura arrivasse il “siluro” dell’istanza di fallimento. Il piano prevede l’affitto dell’azienda alle Acciaierie Val Canale (costituita ad hoc dall’austriaca Pewag per completare l’affitto di ramo d’azienda), con patto d’acquisto quantificato in 3 milioni di euro. Scelta che il gruppo Early spa di Milano, subentrato ai vecchi amministratori di Italricambi il 18 febbraio scorso, non ha condiviso del tutto. «Spiace che un complesso del genere sia stato venduto a un prezzo così basso – ha detto l’avvocato Pierfrancesco Mussumeci, di Bergamo -. I soli macchinari valgono il triplo di quanto offerto. Se fossimo arrivati prima, avremmo trovato soluzioni diverse. Al liquidatore, comunque, va riconosciuto il merito di avere salvato posti di lavoro». Nell’istanza per Italricambi, il pm esprime un giudizio dubbio sulla proprietà, «specie rispetto alla volontà di effettivamente sanare la situazione e far ripartire la produzione. Sono documentate spoliazioni con contratti verso società con ai vertici figure di non spiccata affidabilità». Peso è stato attribuito anche all’«esistenza di una società estera lussemburghese (fittizia) che controlla il capitale sociale e non aiuta certo a ipotizzare futuro roseo» e alle «dichiarazioni chiarificatrici del segretario regionale Fim Cisl, Sergio Drescig». Per la Procura, inoltre, «è in atto una spartizione e sparizione di quanto di buono è rimasto». Da qui, la decisione di promuovere un’azione in grado di evitare fughe di denaro all’estero, a tutela dei creditori di entrambe le aziende. Tutte questioni rispedite al mittente dal liquidatore di Italricambi. «Le attività sono ripartite a fine aprile – ha affermato De Bellis -. Per riuscirci, una volta entrati nel Cda, abbiamo ottenuto dalla vecchia clientela l’impegno a ricominciare ad acquistare da noi, abbiamo proceduto alla manutenzione di tutti gli impianti rimasti fermi per oltre un anno e abbiamo comprato come Early le materie prime, mantenendo sui prodotti i marchi storici di Italricambi e Mtm. Gli ordini stanno arrivando e il 60% dei dipendenti è già al lavoro. Nel giro di un mese e mezzo, contiamo di riassorbire anche quelli ancora in cassa integrazione e di tornare a pieno regime».

Sappada: vendita giudiziaria dopo il crac delle partecipate di Fingefa, all’asta skilift e rifugi

di Luana de Francisco

La partita vale quasi sei milioni di euro. E non è che una parte del ben più cospicuo patrimonio – o meglio, di quel che ne resta – di Fingefa e delle sue sei (ormai ex) partecipate. Tutte fallite come birilli, tra il dicembre 2010 e il gennaio 2011, a seguito della bufera prima finanziaria e, a ruota, anche giudiziaria abbattutasi sull’ex costellazione dell’Ente friulano di assistenza. A poco più di un anno di distanza, al tribunale di Udine è suonata l’ora dell’asta giudiziaria. La prima finora organizzata per i beni di Ski-program, Tuglia sci e Monte Siera, le tre società proprietarie degli impianti di risalita di Sappada, uno dei due poli (l’altro era e resta Lignano Sabbiadoro) dell’attività sociale di Efa e Ge.Tur. L’avviso di vendita indica nelle 12 del prossimo 28 marzo il termine ultimo entro il quale fare pervenire le offerte per tutte e tre le procedure e tra le 10.30 e le 11 del giorno successivo il fatidico momento dell’apertura delle rispettive buste e dell’eventuale gara tra i candidati, davanti al notaio di Udine, Antonio Frattasio. Obiettivo dei curatori fallimentari, Andrea Bonfini e Adino Cisilino, recuperare il recuperabile. Individuando in uno o più offerenti, gli acquirenti o comunque gli assuntori disposti a incamerare oneri e onori di quel che rimane del vecchio impero targato Franco Pirelli Marti,

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