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Le eroiche portatrici carniche, due alpini rileggono la storia

di VALERIO MARCHIÈ
La recente l’approvazione da parte della Giunta regionale, su proposta dell’assessore alla Cultura, Gianni Torrenti, di un avviso pubblico sulla concessione di incentivi per progetti di rievocazione di una pagina mirabile della Grande Guerra: l’epopea delle portatrici carniche. La decisione è certamente apprezzabile. Peraltro, soprattutto negli ultimi anni, non sono mancate ricerche, pubblicazioni, spettacoli teatrali, celebrazioni (citiamo, fra tutte, quella del 2016 per il centenario della morte eroica di Maria Plozner Mentil, le cui spoglie riposano al Tempio Ossario di Timau). Innumerevoli vicende attestano la tenacia e le capacità delle donne nel primo conflitto mondiale: figure perlopiù (ma non soltanto) umili, pronte a tutto per sostituire gli uomini in famiglia, nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende, nelle amministrazioni comunali, nei lavori militari… Per lungo tempo si è raccontata la Grande Guerra senza parlare delle donne. Oggi tuttavia, dopo quel lungo oblio, e sebbene vi sia ancora molto da fare, disponiamo di contributi notevoli. Ricordiamone alcuni esemplificativi, chiedendo venia a chi non verrà citato.Fra il 2015 e il 2016 l’editore udinese Paolo Gaspari ha pubblicato: “Le donne nella Grande Guerra”, di Lorenzo Cadeddu; “Le donne nella Prima Guerra Mondiale in Friuli e in Veneto”, di Elpidio Ellero (con dati anagrafici delle portatrici, e un saggio di Antonio Gibelli); “Accanto agli eroi. Diario della duchessa d’Aosta. Maggio 1915 – Giugno 1916”, a cura di Alessandro Gradenigo e dello stesso Gaspari.Un altro editore in regione (la Leg di Adriano e Federico Ossola a Gorizia) ha dato alle stampe nel 2012 “Donne nella Grande Guerra”, volume di autori vari a corredo di una mostra allestita a Gorizia sulle donne nel conflitto (con relativo convegno nell’ambito di “èStoria”).Ancora nel 2012, Alessandro Gualtieri ha scritto “La Grande Guerra delle donne. Rose nella terra di nessuno” (editore Mattioli 1885). Nel 2014, poi, il Mulino ha edito sia “Donne nella Grande Guerra” (un lavoro collettivo di giornaliste e scrittrici, introdotto da Dacia Maraini e con un capitolo di Francesca Sancin dedicato alle portatrici carniche) sia “Una patria per le donne. La mobilitazione femminile nella Grande Guerra” scritto da Augusta Molinari.Nel 2015 Antonella Fornari, con “Le donne e la Prima guerra mondiale” (Edizioni Dbs), ha proposto storie al femminile, fra cui alcune delle portatrici, mentre l’anno scorso è uscito “Donne in guerra”, a cura di Valentina Catania e Lorisa Vaccari (Cierre edizioni), che spazia dal primo conflitto mondiale all’Isis.A questi e altri sforzi si aggiunge ora quello di due alpini: lo storico-collezionista Enrico Meliadò e il generale Roberto Rossini, convinti che non si possa considerare la Grande Guerra sulle nostre montagne senza la storia delle donne che giorno per giorno, compiendo sacrifici estremi con rigida ed esemplare autodisciplina, rifornivano i soldati italiani fino alla cime più aspre.È nato cosi “Le donne nella grande guerra 1915-18. Le portatrici Carniche e Venete, gli Angeli delle trincee” (editoriale Sometti, con il contributo dell’Associazione Filatelica Numismatica Scaligera di Verona, della Fondazione Bpa di Poggio Rusco e della Sezione di Udine dell’Ana).Gli autori, che offrono fra le altre cose un ampio quadro storico e una sezione dedicata alle testimonianze di alcune portatrici, sono stati coadiuvati da enti e da appassionati: basti citare l’Associazione Amici delle Alpi Carniche, la Scuola primaria e il Museo della Grande Guerra di Timau, o il pittore-alpino Enrico Tonello. E l’apparato iconografico, confezionato in un volume di pregio con un prezzo che resta comunque abbordabile, colpisce per la quantità e la qualità delle immagini

Carnia: “I fusilâz”, l’impegno di Marini, conosco la vicenda verrò a Cercivento

di Luciano Santin.

«Conosco bene quella vicenda. Se il primo luglio mi invitano, a Cercivento ci vengo. Come presidente del Comitato storico scientifico per gli anniversari di interesse nazionale, e come tenente degli alpini». Franco Marini, responsabile della struttura scientifico culturale con cui il governo segue gli eventi legati alla Grande Guerra, annuncia la sua presenza alla cerimonia per commemorare i quattro alpini del battaglione Monte Arvenis passati per le armi per aver protestato di fronte all’ordine di attaccare la vetta del Cellon, di giorno e senza copertura di artiglieria. Il “lupo marsicano” ha tra le mani il libro “Compagnia fucilati”, un docu-romanzo nel quale il suo compagno di partito e di scranno senatoriale, Diego Carpenedo, ha ricostruito la vicenda (e che, anni addietro, a Palermo, è stato presentato dall’allora onorevole Sergio Mattarella). Premette che c’è un percorso con doverosi passaggi tecnici in cui è impegnato in primis il Parlamento, percorso che va espletato senza interferenze o sovrapposizioni. Ma assicura che per quanto lo riguarda, non potrà mancare alle onoranze che il territorio deciderà di tributare ai suoi ragazzi “giustiziati” per reati disciplinari. «Dobbiamo trovare una strada per dare un segnale di attenzione e per far sí che lo Stato recuperi una posizione equilibrata su questo episodio e sui tanti altri che si sono purtroppo verificati. Ci sono stati, cent’anni fa, intollerabili casi di ingiustizia, di esecuzioni legate al fatto che occorreva dare un esempio. Nell’esercito italiano, come in tutti quelli dei paesi belligeranti». Già, ma altre nazioni hanno già provveduto a onorare la memoria dei “giustiziati”, e a ricomprenderne moralmente la memoria tra i caduti per la patria. L’Italia è stata molto piú cauta, anche se dalla base come dai vertici sono giunti sull’argomento dei segnali molto netti. La duemila firme on line alla petizione pubblicata sul Messaggero Veneto, i pronunciamenti dei consigli provinciale di Udine e di quello regionale. Nonché il messaggio che la presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani ha rivolto al presidente della Repubblica, messaggio cui quest’ultimo ha risposto con parole misurate, ma inequivoche. «È stato redatto un testo di legge che non ha ancora completato il suo itinerario. Lo scorso anno c’è stata un’approvazione unanime alla Camera, ora è giusto aspettare che si pronunci il Senato. Poi occorrerà coinvolgere nel discorso anche il Ministero della Difesa e gli organismi militari interessati». Se Montecitorio ha dato un’approvazione plebiscitaria, trasversale a tutti i partiti, c’è da aspettarsi un voto a favore anche da parte di Palazzo Madama. Il problema, però, sono i tempi tecnici, con le riforme costituzionali che toccano proprio lo stesso Senato, e con pendenze piú pressanti e complicate. All’apparenza, il tempo che rimane sino al primo luglio 2016, un secolo esatto dall’esecuzione degli alpini friulani, dovrebbe essere sufficiente per l’approvazione definitiva del provvedimento. Però non è impossibile che tra sei mesi la legge Scanu-Zanin sia ancora trattenuta nelle pastoie burocratiche. La cosa potrebbe costituire una remora alla presenza del comitato? «Ripeto: è doveroso lasciar lavorare il Parlamento e individuare un percorso rispettoso delle competenze istituzionali. Ciò non toglie che, per la mia sensibilità di persona, di ufficiale delle Penne nere, e di presidente del Comitato, sono pronto a venire a Cercivento, se verrà fatta una commemorazione dei fucilati», dice ancora Marini. «Come ho detto allora vennero commesse anche delle ingiustizie, che è doveroso sanare, anche a distanza di tanti anni. Per questo a Cercivento ci verrò

Carnia: a Preone verrà ricordato il partigiano ucraino


foto dal sito gemonese4445.blogspot.com.

di Tanja Ariis.
La comunità di Preone accudisce da quasi 72 anni nel suo cimitero la tomba di un giovane ucraino che nel 1944 perse la vita in località Chiampon a causa dello scoppio accidentale di una granata. In tanti anni il paesino carnico ha custodito quella sepoltura, dimostrando la capacità di guardare con umanità ai caduti anche stranieri. Dopo la pubblicazione nell’aprile 2014 sul Messaggero Veneto di una lettera dell’appassionato di storia locale Pierpaolo Lupieri sulla tomba “dal rus”, come è nota a Preone, l’associazione Ucraina-Friuli(con Vittoria Skyba e Fabio Galimberti) ha voluto approfondire la vicenda. Anche il sindaco di Preone sta esprimendo supporto e attenzione al caso. Alla commemorazione ufficiale in paese (ai primi di ottobre) ha dato ampia disponibilità a partecipare pure l’ambasciatore ucraino e sono già in corso contatti con il professor Volpi dell’Università di Udine per un convegno storico. Jaroslav Javney, classe 1913, ingegnere di un villaggio in provincia di Ternopil (allora Grande Polonia oggi Ucraina) apparteneva al battaglione partigiano Stalin, formazione di prigionieri o disertori sovietici affiancata alla Garibaldi che affrontava i propri confratelli cosacchi. Quando lo scoppio di una granata lo uccise in località Chiampon, il suo corpo fu seppellito nel camposanto, con il permesso del parroco di Preone, vista la nazionalità polacca del giovane, ritenuto perciò cattolico. «Il funerale vide la partecipazione – ricostruisce Lupieri – di tutto il battaglione Stalin. Javney morì come combattente antifascista e il suo fu un funerale partigiano». Alla fine della guerra i commilitoni di Javney lasciarono alla guardia comunale Romeo Lupieri incarico e mezzi per erigere una stele marmorea con la doppia incisione, sia in alfabeto cirillico sia in latino. Negli anni ’70, un commilitone di Javney emigrato in Canada ne rifece la lapide. Preone continuò a curare la tomba anche in seguito e per tutti gli anni che seguirono, non facendole mancare i fiori. A lungo non si fu del tutto certi dell’identità del milite sepolto, poiché lo indicavano anche come Bogdan Turasc. L’Associazione Ucraina-Friuli ha iniziato un’approfondita ricerca. «Siamo riusciti – spiega Lupieri – a dare un’identità certa al partigiano ucraino: è realmente Jaroslav Javney (Bogdan Turasc era il suo nome di battaglia): già a 19 anni era un nome in vista del nazionalismo ucraino. Nel 1943 i vertici dell’esercito insurrezionalista ucraino decisero di affidare a Javney e ad altri suoi compagni un tentativo di contatto con gli Alleati in Occidente. Fu mandato a incontrare i partigiani Badogliani, ma finì per errore nello Stalin, dove tuttavia decise di rimanere».

Paluzza: comincia il ripristino delle trincee della Grande Guerra

di Gino Grillo.

Ha ottenuto il via delibera dall’amministrazione comunale il piano lavoro per il 2013 presentato dall’associazione Amici Alpi Carniche per eseguire gli interventi di rilevamento, mappatura, riatto manufatti bellici risalenti alla Grande Guerra presenti sui monti Freikofel, Selletta Freikofel e Passo Cavallo. Un atto dovuto in quanto la maggioranza dei terreni dove si andrà a operare è di proprietà comunale. I lavori di approntamento cantiere cominceranno allo sciogliersi delle nevi in quota, verosimilmente a fine aprile, mentre i lavori veri e propri, cui prenderanno parte i tanti volontari dell’Ana di tutt’Italia, con particolare riferimento al nord, dalla Lombardia al Friuli, inizieranno il 1º luglio per concludersi, come oramai capita da anni, a fine settembre. Un appuntamento importante che vedrà operare anche un gruppo della Protezione civile della Svizzera che ha già dato la sua adesione per la prossima estate. I principali lavori consisteranno nel completo recupero del Ricovero D’Andrea, nello svuotamento dei materiali di tutte le trincee che da Passo Cavallo portano in quota sulla Selletta Freikofel. Si completerà così un percorso che dal Passo Cavallo porta sino alla cima e che comprende pure due gallerie ben conservate. Una di queste si erige su tre livelli ed è denominata “della scala a chiocciole” per la presenza di una scala che porta da un livello all’altro. Si respira comunque già frenesia fra gli addetti ai lavori. Quest’anno sarà uno degli ultimi per poter preparare al meglio l’appuntamento con l’estate 2015, quando il Museo della Grande Guerra dovrà essere pronto a festeggiare il secolo di vita di questi manufatti bellici.

Paluzza: sul Freikofel fatti brillare 22 ordigni

di Gino Grillo.

Gli artiglieri dell’Esercito sono intervenuti sul Passo Cavallo, uno dei luoghi della Grande guerra 1915-18, per il brillamento di 22 residuati bellici. L’operazione si è svolta a quota 1.622 sul Freikofel. Gli ordigni erano stati trovati durante i lavori di ripristino del teatro di guerra organizzati dagli Amici delle Alpi Carniche dal gruppo dei volontari dell’Ana di Brescia. «Si tratta – ha spiegato il direttore del museo all’aperto Luca Piacquadio – presumibilmente di ordigni abbandonati negli anni 30 quando, in regime di autarchia, si portava a valle il materiale metallico per rivenderlo». La zona del ritrovamento è sulla zona franata di un camminamento che porta a una galleria. «C’era un piano di recupero del materiale metallico quale ferro e ottone – prosegue Piacquadio –, ma era sconveniente, oltre che pericoloso, portare a valle pesanti ordigni». Ordigni quindi recuperati e poi abbandonati sotto una slavina, riportati alla luce durante gli scavi di ripristino delle trincee. Una volta scoperti i residuati sono stati avvisati i carabinieri di Paluzza che hanno incaricato gli specialisti del 3° Reggimento genio guastatori di Udine per il brillamento che è avvenuto sotto la guida del tenente colonnello Stefano Venuti. Il 3° Reggimento Genio guastatori è una delle sette unità dell’arma del Genio incaricate di bonificare il territorio dell’Italia Centro-Settentrionale dai numerosi residuati bellici ancora esistenti e pericolosi: nel solo 2012 sono stati effettuati quasi 300 interventi.

Tarvisio: trovati i resti d’un soldato del 1916

 

di Giancarlo Martina.

I resti di un soldato dell’esercito austro-ungarico morto probabilmente sotto una valanga nel gennaio 1916, durante la Grande Guerra, sono stati ritrovati ieri in un bosco di faggi accanto al vecchio sentiero che sale dalla valle del lago di Cave del Predil al rifugio Corsi, poco prima dell’area prativa di Malga Grantagar. Il rinvenimento da parte dello storico Davide Tonazzi, che, da fotografie inedite del fronte della prima guerra mondiale, ha riconosciuto un muretto che aveva notato tempo fa nella zona di Malga Grantagar. Lo scorso maggio, appunto, Tonazzi aveva individuato il luogo e trovata la lapide di una sepoltura di guerra e ieri mattina, assieme al gestore del rifugio, Cristiano Martucci, ha proceduto agli scavi: subito sono venuti alla luce, dopo quasi un secolo di riposo in pace sui monti, i poveri resti di un solDato. Potrebbero essere di un giovane di origini croate, stando al nome, Fridrick Ramasak, ancora leggibile sulla lapide. I Carabinieri della stazione di Cave del Predil-Fusine, guidati dal capitano Massimo Soggiu, comandante della compagnia di Tarvisio, sono interventi per gli accertamenti del caso, incaricandoo le pompe funebri del recupero dei resti che, riposti in apposita cassetta, sono stati provvisoriamente trasportati al tempietto ossario di Tarvisio, in attesa di decidere dove potranno riavere degna sepoltura, probabilmente in un cimitero austronungarico. È stata informata anche la Croce Nera austriaca, che provvede alle onoranze ai caduti in guerra.

Timau: sul Freikofel trovati i resti di un caduto della Grande Guerra, il sesto dal 1992

di Antonio Simeoli.

Quei poveri resti li hanno trovati all’improvviso domenica mentre scavavano per aprire un varco tra i camminamenti e le trincee spazzate via dalla furia dei cannoni probabilmente durante i feroci combattimenti del giugno 1915. Un pugno di ossa sparse sul terreno frammiste a dotazioni appartenenti a soldati sia italiani sia austroungarici. I volontari dell’Ana di Cordenons, capitanati da Fabio Zanella, hanno avuto un sobbalzo, si sono raccolti in preghiera e hanno subito avvertito del ritrovamento del caduto della Grande Guerra l’Associazione Amici delle alpi Carniche di Timau, che da una ventina d’anni organizza sopra Paluzza le spedizioni nella zona teatro dell’immane conflitto e che a sua volta ha avvertito i carabinieri. Sono stati momenti di grande intensità emotiva. I volontari di Cordenons infatti sono alpini in congedo, innamorati delle penne nere e le vicende del Freikofel sono una pietra miliare della storia del corpo. Per questo alla pietà per quei resti si è subito fatto largo l’orgoglio di poter contribuire al ripristino di quelle trincee in cui combatterono per oltre due anni migliaia di soldati divisi da un confine che fino al giorno prima dello scoppio del conflitto attraversavano magari per andare al lavoro. Tra l’altro, come riferisce Lindo Unfer, deus ex machina dell’associazione di Timau, i ritrovamenti di resti di caduti del conflitto sul Freikofel, sul Pal Piccolo o sul Pal Grande non sono proprio all’ordine del giorno. «Con l’ultima scoperta – spiega Unfer – i caduti ritrovati sul Freikofel dal 1938 sono 33, sei soltanto negli ultimi vent’anni». Periodo in cui l’associazione presieduta dal tenente alpino Marco Plozner ha avviato un percorso che ha portato prima all’apertura del Museo di Timau, che ha trovato posto nell’ex scuola elementare, e poi all’apertura, sempre sul Freikofel, del museo all’aperto. Sono decine i gruppi di volontari porvenienti da tutta Italia che nel periodo estivo si alternano a quota 1.700 per riportare alla luce chilometri e chilometri di trincee, camminamenti, gallerie che italiani e austro-ungarici costruirono a tempo di record prima che sulla montagna si scatenasse l’inferno. «Tra il 6 e il 10 giugno 1915 – spiega Lindo Unfer, classe 1926 e una grinta da esportazione – i combattimenti furono terrificanti e la cima passò ripetutamente di mano tra i due contendenti dopo combattimenti anche corpo a corpo e sotto l’incessante fuoco delle mitragliatrici. Ecco perchè accanto ai poveri resti di quel soldato sono strati trovati pezzi di armi italiane e austriache. Impossibile quindi risalire alla nazionalità del caduto». Finite le battaglie, infatti, le truppe raccoglievano i morti che erano in vista, le vittime sepolte dalla roccia frantumata dai cannoni restavano lì. Anche per più di 90 anni.

Friuli: in ricordo dei “Perlasca” sconosciuti della pontebbana

 

di LUCIANO SIMONITTO

Correva l’anno 1944, Bellina Dionisio, alunno d’ordine (sottocapostazione) della stazione di Venzone annotava nel suo diario: «Nel pomeriggio del 22 luglio 1944, verso le ore 16.30 giungeva a piedi in questa stazione il collega della stazione di Carnia, Bardelli Angelo, accompagnato da un sottufficiale e da sei militari tedeschi. Osservai che il Bardelli era un po’ malconcio. Difatti presentava una ferita al sopracciglio, labbra tumefatte e sanguinanti e la guancia sinistra contusa e gonfia. Cercai di avvicinarlo ma mi fu impedito in malo modo sia dal sottufficiale che dai militari. Seppi poi che la mattina seguente col treno 1635 il suddetto Bardelli era stato tradotto a Udine sempre in stato d’arresto». Angelo Bardelli era stato sorpreso dai soldati tedeschi mentre segnalava telegraficamente al collega di Villa Santina la partenza di un treno blindato. Il comando nazista invero, nell’estate del ’44, aveva deciso di dare segnali forti con azioni spettacolari, deterrenti, per chi segnalava i treni blindati che avrebbero dovuto raggiungere il cuore della Carnia. L’autore del messaggio, come dicevo, venne individuato, tradotto al locale comando tedesco, duramente picchiato. Trascorsa una settimana, anche lui restava assordato dallo scorrere delle ruote sulle rotaie, dal ritmo monotono del treno verso il campo di concentramento di Auschwitz. Questo eroico modo di vivere la resistenza può tornare utile per una lettura corretta del momento storico in tempi in cui si tende a stravolgere e a dimenticare la storia, attraverso un revisionismo assurdo che fa leva su episodi opera “del male” che sempre serpeggia nella società sia in guerra sia in pace. E “il male” serpeggiò effettivamente anche in Friuli. Purtroppo anche ovviamente tra le fila di coloro che erano animati da vero amor di patria, pronti al sacrificio e fiduciosi nel proprio ideale, si erano annidati profittatori e avventurieri spinti più che da motivi politici, da ragioni di appetito, razzia, vendetta, e zotico protagonismo. Alcuni deplorevoli episodi nulla tolgono però agli ideali da cui all’improvviso sbocciare della primavera nacque la resistenza quasi un miracolo da paragonarsi ai miracoli della natura che fanno spuntare i fiori e le gemme in un dato giorno. Scorrendo la cronaca di questi tempi si assiste amaramente a una squallida divisione fra Comuni sul dove tenere la cerimonia del 25 Aprile. L’ex presidente del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Antonio Martini, li invita a fare un passo indietro, a riflettere, io li invito qualora non trovassero coesione, a salire là dove i ferrovieri, «i Perlasca della pontebbana”, rischiando e perdendo la vita hanno evitato i campi nazisti a centinaia di giovani deportati, là dove quelle ragazze, quelle spose, quelle anziane già provate dal dolore per la perdita o la prigionia dei propri cari nella prima guerra mondiale e in quella in corso, dotate di sensibilità particolare, sentivano quei disgraziati che invocavano aiuto dalle gratelle dei carri del dolore, come figli della loro terra e la loro cultura cristiana trasfusa nel sangue le univa spiritualmente a tale dolore. Sindaci del dissenso, anche l’estrazione politica degli “angeli della ferrovia pontebbana” era eterogenea, molti erano rimasti fedeli al socialismo di cui proprio la Carnia era stata la culla nell’Italia settentrionale, altri come Angelo Bardelli, classe 1911, erano dei “conquistatori dell’Impero” con onorificenze che avevano permesso loro di trovare un posto di lavoro sicuro in tempi di difficile occupazione. Come conciliare dal punto di vista ideologico il paradosso di uomini che hanno salvato la vita di migliaia di deportati, ma avevano militato anche nelle “camicie nere” combattendo nella guerra di Etiopia? Gli atti umanitari da loro compiuti poco contavano con la politica, non avevano assolutamente a che fare con l’ideologia, ma erano dettati dalla loro coscienza che non poteva giustificare ciò che i tedeschi facevano, erano il frutto di sublime abnegazione e coraggio che li conducevano al di sopra delle parti, unicamente e cristianamente tesi a porgere le mani ai fratelli prostrati nel fisico e nella mente.