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Illegio: lascia il posto di perito metalmeccanico per dedicarsi a mais e ortaggi

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di GIUSEPPE RAGOGNA.
Non è stato un gioco da ragazzi assemblare un puzzle di terreni. Marco Zozzoli ha portato a termine un’operazione complicatissima. Ora ride soddisfatto, senza dare più di tanto peso a una faticaccia durata un paio d’anni: «Ho nel cassetto più di cento contratti di comodato d’uso gratuito di piccoli appezzamenti, alcuni sono micro-superfici di poco più di una decina di metri quadrati. In molti casi c’è stata la necessità di contattare proprietari in giro per il mondo». È riuscito così a mettere assieme all’incirca quattro ettari di terreno per dare concretezza al sogno della vita: creare degli orti ricchi di biodiversità tutt’attorno a Illegio, che è una gemma di bellezza tra i monti della Carnia, a una manciata di chilometri da Tolmezzo. È il paese degli antichi mulini di pietra, che si affacciano lungo il rio Touf, con le grandi ruote spinte dall’acqua. Un luogo d’altri tempi, che si ravviva soprattutto d’estate in occasione di mostre d’arte di prestigio. Di anno in anno, si alternano esposizioni di capolavori di assoluto valore che attirano, in un borgo che non raggiunge le 400 anime, più di 40 mila visitatori. Pitture cariche di emozioni, come lo sono i paesaggi di Illegio.La svolta della vita. Marco Zozzoli ha ventott’anni. Ha saputo costruire dalla passione per la terra, che è nata accompagnando il nonno Carlo nei campi, una specie di “officina della biodiversità”, dove studia, sperimenta e coltiva varietà diverse di mais, di ortaggi, di verdure e di legumi. L’officina, quella vera, l’ha lasciata davvero, dando un calcio a un posto fisso che durava da almeno tre anni, da quando si era diplomato perito metalmeccanico all’Ipsia di Tolmezzo: «Inutile insistere, era troppo forte il richiamo dell’agricoltura. Capita che nell’adolescenza si facciano delle scelte scolastiche non finalizzate agli obiettivi che via via maturano con l’età. L’attrazione fatale era per i motori, ma nell’esercizio del mestiere non li ho mai visti. Il mio ruolo era infatti quello di programmatore». L’orizzonte è la Natura con le sue fasi e le sue regole. Da curioso com’è, si era messo a smanettare su Internet per apprendere ogni tecnica, che poi applicava nei terreni che pian piano entravano nella sua disponibilità. Tre anni fa la svolta. Ha frequentato i corsi per aprire l’attività agricola. Oggi ha un’aziendina, il cui nome mette assieme la specializzazione dell’impresa con la caratteristica del paese: Il Vecjo Mulin, dove la prima parola richiama i semi antichi usati nei campi, e la seconda si riferisce alla strada principale di Illegio dominata dai mulini. Non ha scelto però un percorso qualsiasi. Ci sono infatti vari modi di “fare agricoltura”. La frequentazione della Rete gli ha spalancato nuovi orizzonti. «Di giorno sui campi, di sera davanti al computer. Marco è un ragazzo cocciuto – mormora nonna Alda, che ha voluto assistere alla lunga chiacchierata -, guarda i cavoli anziché le ragazze. È un grande lavoratore, ma a modo suo: ha soltanto le piante in testa. Pensi che uno dei suoi clienti, un responsabile della Cartiera Burgo, l’aveva corteggiato per portarlo in azienda. Niente da fare, ha dato un altro calcio al posto sicuro. Ai giorni d’oggi… mah».Metodi rigorosamente naturali. Il nipote non raccoglie le provocazioni, si schermisce, sorride e prende la forza per introdurre un lungo ragionamento sull’agricoltura sinergica. Dedica l’incipit alla visione etica, non soltanto pratica, dei due pionieri che hanno applicato concretamente alcune teorie: l’agricoltrice spagnola Emilia Hazelip, la quale ha adattato al clima mediterraneo i principi del microbiologo giapponese Masanobu Fukuoka. Marco, prima si accerta che sui fogli degli appunti siano stati scritti correttamente i nomi, poi passa a una sintesi di questo sistema alternativo di coltivazione. «Sul campo – avverte – non si fa quasi niente, occorre l’umiltà di capire la Natura, poi si arrangia la terra a far crescere i frutti». E scandisce gli elementi principali del sistema sinergico: nessuna lavorazione del suolo, se non nella fase di avvio per riassestare il terreno; nessun concime chimico; neanche prendere in considerazione diserbanti o fitofarmaci; attenzione scrupolosa delle fasi lunari e del ritmo delle stagioni; rotazione tra alcune specie di ortaggi e di verdure. «Il terreno trova nel tempo il suo equilibrio naturale. Alla fine conta soprattutto la qualità del prodotto – spiega – che garantisce profumi e sapori. Che sia chiaro: non mi interessa raccogliere quantità sproporzionate di frutti. La terra ha tutti gli elementi per lavorare da sola. E le piante si adattano. Ciò che conta è invece il rispetto di valori vitali: noi nelle campagne siamo degli intrusi, al massimo degli ospiti. L’uomo fa soltanto danni, rischia di coltivare campi di plastica. Ecco, allora, che non dobbiamo stravolgere l’ordine prestabilito, perché dopo di noi arriveranno altre generazioni». Di tanto in tanto, alla spiegazione, arricchita dai risultati concreti di esperienze intriganti, Marco intercala una serie di critiche severe alle multinazionali, «che fanno soltanto i loro interessi seguendo logiche industriali e commerciali». E non si ferma più: «Per seguire soltanto il mercato si arriva all’impazzimento. Un esempio lo si trova nelle vigne: hanno dato finanziamenti per lo sradicamento dei vecchi vigneti soltanto per assecondare le mode, così hanno devastato tutto e ora si ributtano al ripristino delle viti di una volta, perché garantivano vino buono. Così si finisce per diventare dipendenti da sistemi che c’entrano poco con la vita dei campi».La bio-valley di Illegio. Marco Zozzoli sta creando il suo piccolo “regno delle biodiversità” procedendo attraverso sperimentazioni che assicurano un insieme di macchie di colori e di forme non comuni. Ha cominciato con la raccolta di vecchie sementi di mais, di legumi e di altri ortaggi ascoltando i racconti degli anziani del posto: «Alcuni mi hanno portato i loro sacchettini con i semi che hanno fatto la storia locale. Ho dato spazio soprattutto al sorc di Dieç, un misto di mais giallo e rosso di Illegio (Dieç, in friulano). Ne faccio farina per polenta e pane, con trattamento in un mulino che utilizza una macina di pietra». La novità è l’introduzione di un tipo particolare di mais, chiamato “gemma di vetro”, i cui chicchi rappresentano una gamma amplissima di colori. È il prodotto assolutamente naturale di una serie di incroci di pannocchie diverse. La provenienza è americana, il risultato è un valzer cromatico: «È la pianta che crea più curiosità nei mercatini che settimanalmente frequento. Ho un cliente vegano che viene appositamente da Verona per comprare il mio mais. Non riesco più a far fronte alle richieste. Pian piano raddoppierò la produzione, destinando a questo tipo di coltivazione un ettaro di terreno». In realtà, il giovane agricoltore ha fatto della biodiversità il suo mantra. L’investimento riguarda varietà diverse per ogni specie, «perché la biodiversità è ricchezza, in quanto proietta la storia nel futuro, adattando meglio le piante al clima e al suolo di un determinato territorio». Nei suoi semenzai c’è di tutto. La lista dei nomi è molto lunga. Comprende varie tipologie di pomodori, cetrioli, spinaci, peperoni, fagioli, fagiolini, cavoli, cipolle, patate, barbabietole, zucche, carote. Si tratta di un centinaio abbondante di nomi che non si ripetono mai, perché danno vita a “pezzi unici”. La vendita avviene soprattutto come prodotti freschi. Soltanto una piccola parte è lavorata nei laboratori di un paio di ditte, a Lestans e Tarcento, per ricavarne conserve, sottoli e sottaceti. A a conclusione della conversazione, Marco cala il suo asso: lo zigolo dolce, che è una specie di mandorla di terra (un piccolo tubero) prodotta da una pianta erbacea. «È una coltivazione in via sperimentale che mi occupa d’inverno, perché durante l’anno non potrei permettermi di sbrigare la mole di lavoro, tra pulizia dalla terra ed essiccazione. Un lavoraccio che alza il prezzo a quasi 30 euro il chilo. Ma la produzione, molto richiesta dai celiaci, va via bruciata». La frenesia del giovane coltivatore richiama quella di un navigato collezionista di francobolli. Acquista, o dà vita a scambi, attraverso i rapporti che intrattiene con singoli produttori e con alcune associazioni specializzate nella raccolta e nella riproduzione di particolari sementi in via di estinzione. Alimenta così coltivazioni di nicchia che sono da tempo estromesse dalle grandi catene commerciali, le quali hanno imposto la standardizzazione delle proposte, financo dei sapori. «Siamo dentro la morsa di una grande omologazione – conclude Marco – che ridimensiona la biodiversità. Le varietà sono appiattite su pochi numeri per convenienze economiche. Dettano legge persino i metodi di confezionamento dei prodotti. Per esempio, alcune specie di ortaggi sono scomparse perché non erano funzionali ai tipi di imballaggio. Così rischia di sparire tutto». Non a caso la Fao ha già cantato il de profundis a un buon 80 per cento di varietà vegetali. Marco, nel suo microcosmo di montagna, si propone invece come coltivatore-custode della biodiversità.

Illegio: via Beorchia sarà ripavimentata con lastre in pietra e il “Mulino di Narduz” dato in concessione

(t.a. dal MV)

È stato approvato dalla giunta comunale il progetto definitivo esecutivo per la realizzazione a Illegio in via Beorchia di un tratto di pavimentazione in lastre di pietra per il superamento della barriere architettoniche. Sarà effettuato quest’anno. Nel 2013 la pavimentazione di via Beorchia aveva fatto molto discutere il Consiglio comunale. Allora a Illegio, tra le tre bellissime vie ripavimentate in acciottolato sei anni prima, questa spiccava per criticità: per residenti con difficoltà motorie, e non solo per loro, era una vera insidia percorrerle. Già allora dunque si era deciso di reintervenire, interpellando prima la Soprintendenza e cercando frattanto i fondi necessari per i lavori:il Consiglio comunale all’unanimità aveva impegnato l’amministrazione comunale in tal senso con un odg presentato dalla minoranza, alla luce di una raccolta firme di 125 cittadini di Illegio. La Soprintendenza del Fvg in febbraio ha autorizzato le modifiche e ora la giunta ha dato il via libera all’intervento di 25 mila euro, di cui 18 mila per soli lavori. L’esecutivo tolmezzino ha, sempre nei giorni scorsi, concesso (per 33 euro mensili) fino al 14 ottobre una stanza dell’ex scuola elementare di Illegio al Comitato di San Floriano in relazione alla mostra d’arte “Oltre – In viaggio con cercatori fuggitivi e pellegrini”che si svolgerà fino al 9 ottobre. Come richiesto dal presidente del Comitato, tale locale sarà utilizzato per il deposito delle casse di accompagnamento delle opere d’arte esposte alla Casa delle esposizioni. Riguarda sempre Illegio la concessione da parte della giunta del “Mulino di Narduz” all’impresa agricola di Marco Zozzoli, nata a marzo con attività di coltivazione di ortaggi e che ha chiesto l’uso del mulino per l’esposizione e vendita dei prodotti. La giunta gli concede il mulino in locazione per sei anni a un canone mensile di 45 euro. Zozzoli realizzerà a sue spese la pavimentazione del primo piano. Per il Comune è importante che i mulini siano aperti nei periodi di maggior richiamo turistico e vengano realizzati allestimenti che attirino ancor più i visitatori.

Carnia: la Giunta per il sì alla centralina a Illegio, ma Tolmezzo vuole garanzie

di Tanja Ariis.
La giunta comunale ha espresso parere favorevole, nell’ambito della procedura di valutazione di impatto ambientale (Via) avviata dalla Regione, al progetto preliminare del Cosint per la realizzazione a Illegio di una centralina idroelettrica, ma si riserva ulteriori valutazioni sia sulle compensazioni ambientali che quelle economiche. Non mancano, osserva il vicesindaco Simona Scarsini, alcune criticità di natura urbanistica (servirebbe una variante) e altre di tipo ambientale (legate soprattutto alla sovrapposizione di due strutture analoghe sullo stesso corso d’acqua). In questa fase il progetto, osserva Scarsini, è molto generale e il parere espresso è un po’ un passaggio obbligato, ma la giunta si è riservata ulteriori valutazioni successive. Il Cosint ha presentato alla Regione il progetto preliminare di centralina idroelettrica “San Floriano a Illegio” sul rio dei Mulini. La Regione ha avviato la procedura di valutazione di impatto ambientale dell’opera e ha chiesto al Comune di esprimere un proprio parere a riguardo. La giunta comunale rileva come, a seguito anche di istruttoria da parte dei propri uffici, emergano alcune criticità: la non conformità al Prgc, gli interventi ricadono in ambito soggetto a vincolo idrogeologico e paesaggistico, manca la titolarità delle aree oggetto degli interventi, manca una puntuale individuazione del tracciato dell’elettrodotto dalla centrale al punto di consegna (con maggiori costi di realizzazione dell’impianto) e manca una specifica analisi degli impatti cumulativi. Nel progetto, viene osservato poi, non si fa alcun riferimento alle misure di compensazione né dal punto di vista ambientale né dal punto di vista economico: pur riconoscendo che l’impianto così come progettato non presenta condizioni rilevanti di incompatibilità ambientale, l’impatto provocato dall’opera si somma a quello causato dalla centrale dell’Enel che già attinge molto, rileva Scarsini, dallo stesso corso d’acqua. Questo determina complessivamente un impatto ambientale rilevante per il quale si ritiene debba essere prevista una misura di compensazione. In generale, evidenzia la giunta, la realizzazione di questo o altri impianti simili, non può prescindere da un’attenta valutazione delle effettive ricadute che tali interventi hanno sulle popolazioni e sulle economie locali. Intanto stanno invece procedendo e termineranno a breve i lavori per le due centraline che il Comune sta realizzando a Illegio (in un’area diversa rispetto a quella del Cosint) e Betania: sono le prime centraline idroelettriche tolmezzine e saranno di proprietà esclusiva del Comune.

Illegio: 40capolavori, un Caravaggio e un Bonatto Minella nella mostra “L’ultima creazione – L’idea divina del femminile”

di LICIO DAMIANI.
Fanno impressione, nell’affascinante e intrigante mostra di Illegio “L’ultima creazione – L’idea divina del femminile” (fino al 4 ottobre), diversi dipinti che narrano la spregiudicatezza e la sconcertante ferocia con cui alcune eroine della Bibbia straziano i nemici del popolo d’Israele per far trionfare il progetto divino. Ma i disegni di Dio sono misteriosi e possono passare, secondo le Sacre Scritture, anche attraverso il sangue, la crudeltà, il tormento. Nel contempo, la rassegna eleva inni intrisi di significati simbolici alla grazia e alla bellezza femminile, sia virginale sia ambiguamente seduttiva. È di rilevante spessore concettuale e di grande impatto spettacolare l’esposizione, comprendente una quarantina di opere, curata come tutte quelle che l’hanno preceduta da don Alessio Geretti con sorprendente ricchezza di cultura artistica, acribia critica, sapienza teologica, profondità spirituale. Uno dei primi personaggi nella sala d’ingresso, dedicata al guppo di donne sterili che, per intervento divino, avrebbero generato addirittura in vecchiaia, è “Rebecca al pozzo” (1848). Pervasa da un alone erotico per quanto idealizzato è affine nell’impostazione ad altre donne bibliche dipinte da Francesco Hayez – si pensi a “Ruth”, a “Betsabea al bagno”, a “Tamar”, alla “Maddalena” – prese a pretesto per esaltare la sensualità tattile del nudo mulíebre. Nelle due tele di Francesco Solimena datate 1710, “Rebecca e il servo di Abramo” e “Giacobbe e Rachele”, la freschezza d’invenzione, le scene scalate in profondità, la “liquida” e intensa qualità cromatica nella quale la luce calda scivola sulle carni ambrate, sui tessuti smaglianti, sulla corazza del guerriero che nella prima opera s’imposta di spalle con energico rilievo, rivelano influssi del napoletano Luca Giordano. Sofisticato pittore di scene sacre Pompeo Batoni in “Agar, Ismaele e l’angelo nel deserto” (1776) sembra preludere al neoclassicismo per il nitore compositivo e per la materia cromatica splendente come porcellana. La concubina cacciata da Abramo ha la grazia aristocratica di una dama settecentesca; la veste bianca dell’angelo è lievemente marezzata di ventosi fruscii. Inquadra l’episodio una scenografia boscosa d’Arcadia. Tra le donne “custodi della vita” è ricordata anche la cananea “Tamar” che, per far parte della religione di Abramo, volle sposare Giuda, il quarto dei figli di Giacobbe, e dargli un discendente. Mise perciò in atto un tranello, facendosi trovare da Giuda vestita da prostituta. Jacopo Bassano ha dipinto l’episodio nella tela “Giuda e Tamar” (metà del XVI secolo) con un realismo ruticano ispirato all’ambiente della campagna veneta. La fanciulla, coperta testa e spalle da uno scialle bianco che spicca sulla veste color sacco, siede sotto un albero, avvicinata dall’uomo in abito contadino. In pagamento della prestazione egli ha accanto la capra, resa con vivace e spiritoso piglio naturalistico. L’episodio si svolge in un paesaggio immerso e come fuso in una cupa luce naturale. La sezione successiva ha per protagoniste le salvatrici di Israele: “Giuditta”, “Giaele”, “Ester”. È il capitolo piú trucido in cui domina il personaggio di “Giuditta”. Geretti ne dà una lettura allegorica: «Nei diversi testi dedicati alla storia di Giuditta una tipologia interpretativa si è imposta, producendone una stabile icona: quella figurale, addetta a fare dell’eroina un emblema di Maria e una personificazione di umiltà e castità che trionfano, grazie all’aiuto di Dio, su orgoglio e lussuria». L’opera piú sconvolgente è la grande tela di Caravaggio, “Giuditta taglia la testa di Oloferne”, superbo e idolatra (1599-1600). Secondo il curatore della mostra la fanciulla «appare sconcertata del proprio gesto» e nel volto avrebbe impresso un moto di orrore mentre affonda l’affilata lama nel collo del generale. Ma l’interpretazione potrebbe anche essere diversa e alludere piú semplicemente a un teatro del sadismo, con la “bella Fornarina” – come la definisce Longhi – che, sotto un tumulto di rossi tendaggi, scanna, spinta da un oscuro impulso – sottolineato dai capezzoli eretti sotto la blusa bianca e dall’arcuarsi impetuoso del manto – il condottiero riverso e rantolante; il fiotto di sangue cola dalla gola; la vecchia serva, mezzana rugosa, sbigottisce davanti all’energia selvaggia della padrona. Il seguito della vicenda è narrato da Orazio Gentileschi in “Giuditta e l’ancella fuggono con la testa di Oloferne”. In un’atmosfera notturna da complotto risalta l’audace scorcio del volto della serva, bruno con gli occhi leggermente a mandorla, espressione di un carattere forte e aristocratico. Tra le molte variazioni sul medesimo episodio spiccano le due morbide opere di Giambattista Piazzetta, rispettivamente del 1715-1720 e del 1748. La seconda, addirittura, è allestita come uno spettacolo teatrale, con Giuditta che apre una sorta di sipario per presentare al pubblico Oloferne decapitato. Da parte sua Rubens organizza la macabra scena sullo sfondo di un drappo rosso. Pinturicchio invece, nella sezione della mostra che disserta sulla bellezza, idealizza l’elegante figura di “Giuditta” con delicatezza soffusa (1470-1512). Una gemma è il Pannello di cassone con storie di Giuditta, Dalila, Ester (1425-1450) attribuito a Giovanni di Paolo: nella terza formella spicca la regina sul trono panneggiata da una dorata veste serica; nella prima fluttuano tre preziose silhouettes di ancelle. “Ester” davanti ad Assuero è anche protagonista della grande tela di Sebastiano Ricci (1733) resa con uno sfavillante fraseggio sfrangiato. Il “botto” finale della rassegna è offerto da uno splendido quadro del quasi sconosciuto pittore torinese Carlo Bonatto Minella, “Giuditta si presenta al popolo” (1877). In un lussureggiante apparato scenico assiro-babilonese l’eroina appare su una scalea in regale veste candida: su un gradino sottostante siede l’ancella in tunica azzurra ricamata di stelle, a terra il sacco con la testa di Oloferne. Spira la lezione del Simbolismo di Gustave Moreau e di Odilon Redon passato per le arie dell’ “Aida” di Verdi.

Illegio: torna Illegio con la Giuditta di Caravaggio, presentata la mostra “L’ultima creatura”

di Melania Lunazzi.
Torna Illegio, appuntamento con la grande arte molto apprezzato, ma che dopo gli accadimenti dell’anno passato si temeva non potesse essere piú ripresentato. Invece torna con un tema inaspettato: nella Casa delle Esposizioni del piccolo paese montano questa volta si parlerà di donne. “L’ultima creatura. L’idea divina del femminile” è, infatti, il nuovo progetto espositivo ideato e curato da don Alessio Geretti e dal Comitato di San Floriano, presentato ieri a Udine nella sede della Regione. L’inaugurazione è prevista per domenica 17 maggio, alle 16, giornata di apertura gratuita per i visitatori entro le 21. La rassegna resterà aperta fino al 4 ottobre. Dopo un anno di inattività forzata – imposta dal contenzioso giuridico con la Soprintendenza a Roma, in via di soluzione, ma ancora aperto – il Comitato di San Floriano si è rimesso al lavoro grazie anche al conforto di donazioni private che hanno reso possibile procedere con le iniziative culturali. Il Comitato ha potuto avvalersi del contributo regionale (140 mila euro) di quello della Fondazione Crup (50 mila) e con questo insieme di risorse ha approntato la mostra. Don Geretti ha tenuto a sottolineare che per ogni euro pubblico investito Illegio produce un risultato di 1 euro e 60 centesimi e che la percentuale dei contributi istituzionali è, sí, del 39%, ma il 36% delle risorse è frutto dello sbigliettamento e il 25% viene da sponsor privati. A essere indagate questa volta sono le figure femminili presenti nelle Sacre Scritture in particolare dodici tra queste: Eva, Hagar, Rebecca, Rachele, Tamar, Miriam, Dalila, Giuditta, Giaele, Ester, Susanna, la Divina Sapienza. «Questa mostra – ha detto don Geretti – ci offre racconti avvincenti, emozioni potenti e confronti intriganti. Il primo aspetto di interesse è riscoprire il grande repertorio di racconti biblici dedicati alle protagoniste femminili. Queste, nella storia di Israele della divina rivelazione, sono assai piú abbondanti e decisive di quanto si possa immaginare, nonostante qualche tratto antifemminista della cultura di Israele. Nelle pagine bibliche questo aspetto è sorpassato dal protagonismo positivo e dal valore di donne sorprendenti che Dio ha scelto per potare avanti la sua storia di salvezza. Donne sconcertanti e a volte scandalose. Basta leggere la genealogia di Gesú nel Vangelo di Matteo, che ha quattro eccezioni rispetto alla tradizione ebraica del seguire la linea paterna maschile: Tamar, che per entrare nel popolo di Israele si congiungerà con suo suocero per dare una discendenza ai figli; Rachab una prostituta che con l’inganno salva sé e la sua gente; Ruth, che non esitò a farsi strada nelle vicende familiari di alcuni uomini di Israele per conquistarsi un posto preminente e Betsabea». Quaranta tra pitture e sculture proposte, che coprono un arco di tempo dal XV secolo al Novecento e provenienti da trenta tra gallerie, musei, istituzioni italiani di prestigio, per una mostra suddivisa in cinque sezioni tematiche. Il pezzo forte sarà la “Giuditta” di palazzo Barberini del Caravaggio, uno dei capolavori assoluti dell’arte mondiale. Accostata da opere di Rubens, Pinturicchio, Palma il Giovane, Veronese, Lanfranco, Piazzetta, Ricci, Solimena, Hayez e molte altre. E forse in corso d’opera potrà aggiungersi anche la “Giuditta” degli Uffizi di Firenze dipinta da una grande donna dell’arte, Artemisia Gentileschi: «Ci stiamo lavorando». In soli quattro mesi di lavoro il Comitato di San Floriano è riuscito insomma a ottenere un risultato apprezzabile. E se il paesino carnico di sole 360 anime ha visto passare, grazie alle venticinque mostre a oggi realizzate, 220 mila visitatori, questo evento non potrà che accrescerne la notorità. «La missione di Illegio – cosí monsignor Angelo Zanello, presidente del Comitato – è custodire la bellezza tra i nostri monti, aprendola alla comunità. Le proposte illegiane sono sempre un evento di comunità. In questi giorni tutto il paese è un grande cantiere e tutto il contesto diventa educativo e occasione di riscatto. Tra l’altro ci sono 25 giovani che si stanno preparando ad accompagnare i visitatori alla mostra». L’assessore regionale alla Cultura, Gianni Torrenti, si è detto «soddisfatto della proposta di grande qualità e anche del tema scelto. Sono fiero del fatto che in un paesino quasi sperduto come Illegio si svolga una delle iniziative culturali piú importanti che offre la nostra regione. La mostra ha un’attrattività di incoming importante ed è un sintomo di come i nostri modelli di turismo alpino siano cambiati. Dobbiamo continuare a qualificarci cosí».

Illegio: dopo le grandi mostre ora è necessaria “una colletta” per onorare imprese e professionisti

(v.f. dal MV di oggi)
Il ricordo delle grandi mostre di Illegio è ben vivo nelle persone (e sono tante) che le hanno visitate da quando – era il 2004 – ebbe inizio la serie di eventi culturali profondamente legati alla fede. Mostre di alto livello sempre accolte con interesse e buon afflusso di visitatori. L’anno scorso però la mostra già programmata non fu realizzata: motivi burocratico amministrativi dissero gli organizzatori, non problemi di finanziamenti. Poi si seppe che davanti al Tar del Lazio era stata sollevata una questione legata a un’altra mostra che si sarebbe dovuta tenere nel 2013 alla Galleria Borghese di Roma, organizzata sempre dal Comitato di San Floriano e poi bloccata dal ministero e dalla soprintendenza. Il Tar diede ragione al Comitato di San Floriano, che vide riconosciuta l’illegittimità di quello stop. Passata al Consiglio di Stato, la questione attende ora il pronunciamento definitivo e «l’equa definizione della riparazione». Una vicenda che ha messo in difficoltà gli organizzatori tanto da indurli a sospendere tutto anche a Illegio. A spiegarlo ai tanti amici del Comitato di San Floriano è una lettera firmata dal presidente monsignor Angelo Zanello e da don Alessio Geretti, curatore delle mostre, diffusa in questi giorni proprio tra quegli amici di San Floriano che negli anni hanno appoggiato le splendide iniziative nate nel piccolo paese carnico e realizzate anche altrove. «Sono venute a mancare diverse centinaia di migliaia di euro tra incassi, sponsorizzazioni e ricavi previsti a contratto – spiega la missiva – Oltre al dolore non è stato possibile per più di un anno onorare imprese e professionisti che avevano lavorato per noi». Ecco allora la lettera – appello, rivolta a tutti coloro i quali vorranno dare un contributo – piccolo o grande che sia – alla causa e contribuire al pagamento di chi ha lavorato. Ma nella lettera c’è anche un ulteriore elemento, la volontà di raccogliere il frutto “ideale” di una stagione felice, quella che solo a Illegio ha portato in un decennio migliaia di persone da tutta Italia. Si chiede a chi la riceverà di condividere pensieri, sentimenti, suggerimenti «che saranno per noi preziosi» aggiungono monsignor Zanello e don Geretti. «Dopo dieci anni prima di guardare al futuro ci premeva capire che cosa ha lasciato nel cuore Illegio – spiegano – e facciamo pure presente che anche un aiuto economico gioverà». Guardando al futuro «noi ce la mettiamo tutta» aggiungono lasciando capire che è forte la volontà di non lasciare cadere nel vuoto quello che è stato realizzato fin qui .

Carnia: Illegio perde la mostra-evento dell’estate

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di Luciano Santin

La mostra di Illegio di quest’anno doveva intitolarsi “I monti di Dio, dal Sinai della rivelazione al Calvario della crocifissione”. L’annuncio era stato dato nell’ottobre scorso a conclusione dell’evento “Il cammino di Pietro” che aveva raccolto 20 mila visitatori. Nello stesso mese aveva chiuso i battenti anche “Dipingere il mistero. L’arte della fede oggi” che il Comitato di San Floriano aveva promosso nella chiesa di Sant’Antonio Abate a Udine. Eventi realizzati con il coordinamento di don Alessio Geretti.UDINE La mostra artistica di Illegio, da 10 anni tra i grandi appuntamenti dell’estate regionale, quest’anno non si farà, causa complicazioni burocratico amministrative legate ad altre esposizioni organizzate a Roma. Il perché della mancata realizzazione verrà reso noto presto ma, assicura don Angelo Zanello, presidente del Comitato organizzatore, una volta tanto lo stop non dipende dal taglio dei fondi, ma da altre ragioni. «Siamo fermi, non ci sono problemi di carattere finanziario né, tantomeno, colpevoli da individuare», assicura il parroco di Tolmezzo. «I guai sono sostanzialmente di natura burocratica e per questo speriamo di sbloccare la situazione per quanto riguarda il futuro. Stiamo lavorando, e siamo fiduciosi. Appena avremo individuato una soluzione e una prospettiva, le renderemo note». Altri dati non vengono forniti, anche perché don Alessio Geretti, delegato per la Cultura per l’episcopato di Udine, in questi giorni si trova a Gerusalemme. L’assessore regionale alla Cultura Gianni Torrenti conferma che la mancata realizzazione dell’esposizione non è legata a spending rewiew in sede locale. «Sì, la mostra di Illegio quest’estate non si farà, per scelta degli stessi organizzatori. Da quanto mi risulta la sospensione è legata a problemi connessi con altre attività, svolte collateralmente, e per conto del Vaticano, in occasione dell’Anno della Fede. Qualche tempo fa il comitato ci ha comunicato la cosa, rinunciando formalmente al finanziamento (120 mila euro) previsto dalla Finanziaria, poi recuperato in sede di assestamento». L’accenno all’Anno della Fede si riferisce probabilmente alla mostra “Il Cammino di Pietro”, organizzata a Illegio lo scorso anno e proposto anche a Roma, a Castel Sant’Angelo, assieme ad un’altra mostra tenuta a Villa Borghese. I due eventi erano stati oggetto di un’inchiesta di Report intitolata “Il business delle mostre dei privati nei grandi musei pubblici”. Dopo aver spiegato che i visitatori, per vedere la mostra sul Cammino di San Pietro, dovevano pagare un sovrapprezzo di 3,5 euro, la trasmissione ricostruiva il percorso fatto dal Comitato organizzatore tolmezzino. Un “cammino” passato per l’ambasciatore Antonio Zanardi Landi, per Berlusconi e il cardinal Bertone, fino a Gianni Letta. In merito alle risorse, don Alessio in tv aveva all’epoca spiegato che il Comitato si era indebitato, ma che i previsti 280 mila visitatori avrebbero portato alla mostra quasi un milione di euro. In quanto alla mostra di Villa Borghese (ingresso di 2 euro), era risultato trattarsi di una sola opera, un San Tommaso di Andrea Del Verrocchio. Mentre il direttore della Galleria aveva sottolineato come fossero stati promessi dipinti di Rembrandt, El Greco e Velasquez, poi mai arrivati. Sia come sia, quest’anno il tradizionale appuntamento carnico con l’arte ispirata alla religiosità salterà un turno. Gli organizzatori, però, pur non volendo per il momento aggiungere altro, si dicono fiduciosi sulla possibilità di ripartire a breve.