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Friuli: la Stratex dichiarata fallita, vinse appalti all’Expo 2015

di Luana de Francisco.
Non ce l’ha fatta: la “Stratex spa”, storica azienda con uffici e stabilimenti a Palazzolo dello Stella e Sutrio, e partecipata al 28,57 per cento dalla finanziaria regionale Friulia, è arrivata al capolinea. Venerdì, il tribunale di Udine ne ha dichiarato il fallimento, decretando in tal modo la fine di un’attività imprenditoriale cresciuta negli anni, fino al punto di riuscire a imporsi sul mercato mondiale del settore del legno e, più in particolare, della bioedilizia e della produzione di strutture in legno lamellare, e di aggiudicarsi importanti appalti anche all’Expo 2015 di Milano. Con la sentenza, pronunciata dal collegio presieduto da Francesco Venier – a latere, i colleghi Andrea Zuliani e Lorenzo Massarelli -, sono stati indicati quale giudice delegato lo stesso Massarelli e, come curatore, il commercialista udinese Maurizio Variola. L’esame dello stato passivo della società avverrà nell’udienza fissata per il prossimo 14 giugno. La decisione del tribunale chiude un iter avviato lo scorso 13 novembre, con il deposito dell’istanza di dichiarazione di fallimento presentata dalla “Codognotto Italia Spa”. Che la Stratex non navigasse in buone acque era cosa nota già dall’estate scorsa, quando era stata la stessa azienda a chiedere l’ammissione alla procedura di concordato preventivo al tribunale del capoluogo friulano. Il piano di salvataggio, però, non era stato ritenuto sufficiente a garantire la «prospettiva di continuità aziendale» promessa «grazie all’intervento finanziario di un soggetto terzo» con il quale la società aveva dimostrato di avere già trattative in corso. E così, l’azione combinata della mancata fiducia in una reale possibilità di ripresa dell’azienda e dell’istanza di fallimento nel frattempo presentata da uno dei creditori ha portato al verdetto di venerdì. Una decisione sicuramente prevedibile, ma rispetto alla quale più di qualcuno, specie tra i circa 80 dipendenti attualmente in servizio, aveva continuato a conservare qualche margine di ottimismo. Dopo le difficoltà determinate dalla negativa congiuntura economica mondiale e che, nel 2013, l’avevano costretta a ricorrere alla cassa integrazione, infatti, la Stratex aveva inaugurato una nuova stagione produttiva. E il peggio sembrava definitivamente passato. Il bilancio del 2014, chiuso con oltre 30 milioni di ricavi e 150 dipendenti al lavoro su tre turni, e quello non meno florido del 2015, avevano restituito ossigeno all’azienda. Buona parte dei risultati dell’ultimo biennio era legata proprio agli appalti che la società capitanata dalla famiglia Plazzotta era riuscita ad aggiudicarsi con l’Expo di Milano. Sua la firma posta sul progetto del Centro servizi e sua anche quella del padiglione della Cina, entrambi riconoscibili dalle strutture in legno lamellare che ne caratterizzano design e produzione. Per non parlare delle commesse collezionate nelle maggiori città italiane – da Trieste, a Firenze e Venezia – e all’estero – dal Kazakistan, alla Francia e il Qatar -, oltre che degli ulteriori affari in corso di trattazione in Marocco e Colombia. Decisamente non male per una realtà aziendale partita da Sutrio come una segheria, nei lontani anni Cinquanta, e diventata poi, generazione dopo generazione, un punto di riferimento nazionale e internazionale nel proprio segmento di produzione, tanto da azzardare il raddoppio nel 2010, con l’inaugurazione dello stabilimento da 12 milioni di euro di Palazzolo. A trascinare la Stratex nel baratro del fallimento, quindi, non è stata certo la carenza di ordini. La “bestia nera”, per la famiglia Plazzotta così come per tanti altri bravi imprenditori, è stata la piaga dei crediti. E cioè del ritardo infinito con cui molti di loro sono costretti a incassare pagamenti per milioni e milioni di euro. Un effetto indiretto della crisi, insomma, che, sommato alle esposizioni per alcune delle grosse commesse in corso, ha finito per prosciugarne la liquidità e paralizzarne la struttura produttiva.

Friuli: salta il piano di salvataggio della Stratex

di Domenico Pecile.
Lo scorso mese di agosto aveva chiesto il concordato: un passaggio difficile, ma necessario per ripartire dopo lo stallo causato da un micidiale mix fatto di tempi di incasso troppo dilatati ma anche dall’esposizione verso commesse impegnative. E pochi giorni fa è trapelata la notizia, come un fulmine a ciel sereno, che il piano di salvataggio è saltato. Il giudice non ha infatti asseverato il piano concordatario. Così sulla Stratex – impresa con mezzo secolo di attività alle spalle soto la bandiera dell’eccellenza made in Friuli appena passata alla ribalta mondiale con prestigiose realizzazioni firmate da Expo – è sceso il buio . Nonostante l’azienda sia stata protagonista di una crescita di fatturato più che raddoppiato nell’ultimo anno. E nonostante nel 2014 sia stata capace di raggiungere i 30 milioni di ricavi che ha bissato anche nel 2015. Ma i tempi sempre più prolungati degli incassi dei crediti e la forte esposizione per alcune importanti commesse ottenute hanno costretto Stratex – che ha 80 dipendenti e impianti a Sutrio e a Palazzolo dello Stella – a rimettersi al tribunale. L’azienda della famiglia Plazzotta, che da piccola segheria nata negli anni Cinquanta si è trasformata in un interlocutore globale nel selettivo mercato delle costruzioni, si è ritrovata incagliata nella palude di crediti da milioni e milioni di euro che hanno prosciugato la liquidità, paralizzando la struttura produttiva. Non era rimasto che chiedere il concordato. Nessun commento dai vertici aziendali. Parla invece Francesco Gerin, della Cgil: «È una situazione complicata, difficile. Dispiace per tutti: dai dipendenti al management. Tutti – afferma – hanno continuato a lavorare anche in questi mesi a testimonianza che appalti e commesse non mancano. L’azienda ha pagato sempre tutti regolarmente, ditte appaltatrici e dipendenti e posso anche aggiungere che il Durc (documento unico di regolarità contributiva) è assolutamente regolare. Eppure…». Eppure Stratex rischia la chiusura. «Questa situazione – insiste Gerin – è figlia del mancato supporto finanziario. Le banche non vogliono intervenire in un settore come quello delle costruzioni particolarmente esposto». Neppure Friulia, che pure partecipa con il 28 per cento, è intervenuta. «Credo – chiosa Gerin – che non si sia voluto crare le condizioni per salvare un’azienda ancora molto appetita sul mercato, con diversi appalti in fieri e che pochi giorni fa ha incassato il corrispettivo di un importante appalto regolarmente portato a buon fine».

Carnia: per treni, bus e corriere, prezzi fermi e più sconti per famiglie e abbonati

Nel 2016 il costo dei biglietti del trasporto pubblico locale (Tpl) su gomma e su treno resterà invariato e aumenteranno gli sconti per gli abbonati, in particolare per studenti e famiglie. È la novità contenuta nella delibera della Giunta regionale che, su proposta dell’assessore alle Infrastrutture e Mobilità Mariagrazia Santoro, ha approvato il piano tariffario 2016 per i servizi Tpl automobilistici, tramviari, marittimi e ferroviari. Anche per il prossimo anno tutti i titoli di viaggio manterranno gli stessi prezzi del 2015 e verranno introdotte importanti novità sul fronte delle agevolazioni per gli abbonati, al fine di aumentare l’attrattività dei servizi di Tpl automobilistici e ferroviari. Come sottolinea l’assessore Santoro, “la Regione conferma la sua attenzione non solo alla qualità dei servizi di trasporto pubblico locale, con il mantenimento delle risorse investite che non hanno subito alcun taglio negli ultimi anni, ma anche all’attrattività dei servizi e al sostegno ai viaggiatori. Con alcune delle agevolazioni previste – prosegue Santoro –  il Friuli-Venezia Giulia anticipa alcuni provvedimenti a favore delle famiglie che il Governo sta definendo a livello nazionale”.

Tra i provvedimenti regionali vi è la previsione di un aumento degli sconti a partire dal secondo figlio per l’acquisto di abbonamenti automobilistici annuali per studenti appartenenti allo stesso nucleo famigliare (-20% per il secondo figlio, -30% per il terzo figlio e i successivi). Sono introdotte anche ulteriori riduzioni tariffarie, rispetto alle tariffe 2015, agli abbonamenti per studenti con validità 10 mesi, a decorrere o dall’1 settembre 2016 fino al 30 giugno 2017 o dal 1° ottobre 2016 fino al 30 luglio 2017, comprese le giornate festive, acquistati da studenti appartenenti allo stesso nucleo familiare, (-20% per il secondo figlio, al posto dell’attuale riduzione del 10% e -30% per il terzo figlio e i successivi, al posto dell’attuale 20%).

Sono inoltre previste le seguenti agevolazioni sempre per quanto riguarda i servizi automobilistici: aumento degli sconti per l’acquisto di abbonamenti extraurbano ed urbano in sequenza o sovrapposti (gli sconti passano dall’attuale 10% al 20%
per abbonamenti integrati tra le linee urbane ed extraurbane fra loro connesse e dal 40% al 50% per abbonamenti integrati tra linee urbane ed extraurbane fra loro sovrapposte); estensione dell’abbonamento per gli studenti impiegati in percorsi scuola-lavoro, senza ulteriori costi, anche alle tratte necessarie a raggiungere le sedi dell’attività, purchè la tariffa della nuova tratta non superi del 20% quella dell’abbonamento originario; maggiore flessibilità nell’utilizzo degli abbonamenti quindicinali (15 giorni a decorrere dalla data di vidimazione) e di quelli mensili e quindicinali da 3 e 5 giorni settimanali per due corse giornaliere.

Nel 2016 verranno inoltre introdotti l’abbonamento annuale studenti per i servizi ferroviari Trenitalia, utilizzabile per 12 mesi a partire da quello di acquisto e con un costo pari a 8 abbonamenti mensili, e ulteriori agevolazioni per l’acquisto di titoli di viaggio Micotra, il servizio transfrontaliero Udine- Tarvisio-Villaco svolto da Ferrovie Udine Cividale.

Quanto alle modalità di acquisto degli abbonamenti, per i servizi automobilistici la tariffa  è ridotta del 5% se l’acquisto viene fatto online. Le aziende di Tpl su gomma potranno inoltre estendere la sperimentazione dell’ cquisto del biglietto di corsa semplice tramite dispositivi mobili alle fermate, sia per i servizi urbani che extraurbani, oggi limitata ad Udine e Trieste.  La gran parte delle novità tariffarie entreranno in vigore dal primo gennaio, altre, come l’abbonamento annuale studenti ferroviario o la maggiore flessibilità nell’utilizzo degli abbonamenti quindicinali e di quelli mensili e quindicinali da 3 e 5 giorni, a marzo o a giugno 2016, al fine di consentire l’adeguamento dei sistemi di vendita.

Arta: il gestore delle Terme disdetta il contratto, lamenta costi energetici troppo alti

di Tanja Ariis.
L’attuale gestore delle Terme ha presentato al Comune la disdetta al contratto – con effetto da gennaio – a causa dei costi energetici troppo alti. Il consigliere regionale Renzo Tondo con un’interrogazione a risposta immediata chiede alla governatrice, Debora Serracchiani, quali azioni la Regione intenda intraprendere per salvaguardare l’attività e il conseguente indotto economico generato dal complesso termale, garantendo continuità al servizio socio-sanitario erogato. «Le terme rappresentano – afferma Tondo – un importante riferimento per l’erogazione di cure riabilitative e rigenerative utili al benessere psicofisico delle persone. La loro mission trova giustificazione sia per gli effetti terapeutici di quest’acqua unica nel suo genere, sia per la quantità di servizi erogati, tra cui fangoterapia, cure inalatorie Orl, cure idropiniche». Inizialmente il Comune gestiva in forma diretta lo stabilimento di sua proprietà e solo nel 2013 ha affidato la gestione a terzi con l’indizione di un bando di concorso per il suo affidamento novennale. Con il nuovo gestore, la Casa di cura Città di Udine, le terme hanno ampliato l’offerta dei servizi ambulatoriali specialistici. Però «il gestore – sottolinea Tondo – ha presentato disdetta del contratto in essere a far data da gennaio 2016 per perdite generate da ingenti costi di gestione, soprattutto energetici. Le terme costituiscono per Arta e i Comuni limitrofi un grande valore di qualificazione territoriale con effetti benefici non solo per il wellness e la promozione turistica, ma soprattutto per l’occupazione e l’indotto produttivo dell’intero Alto Friuli, area già penalizzata, ad esempio, dalla crisi Coopca e dalla chiusura del tribunale di Tolmezzo. Il complesso termale potrebbe permettere al Fvg di costituire un serio riferimento anche per il turismo termale, dando risposta a chi oggi si rivolge a realtà di altre regioni». Il sindaco di Arta Terme, Marlino Peresson, si dice fiducioso sulla possibilità di mantenere l’attuale gestore. «Non abbiamo – assicura – mai interrotto il dialogo. La disdetta è arrivata sei mesi fa. In questi mesi la Regione si è impegnata a cercare una soluzione e il modo di andare incontro alle esigenze del gestore in modo particolare per quanto riguarda i costi energetici. La partita non è assolutamente chiusa. Siamo in costante contatto con gli uffici regionali. Il Comune non può farsi carico da solo di questa realtà che è un servizio comprensoriale e sono le uniche vere terme della regione. Sono fiducioso che troveremo una soluzione e, in ogni caso, lo dico a chiare lettere, le terme non saranno chiuse».

Tolmezzo: ecco il primo licenziato col jobs act, era stato assunto solo 8 mesi fa alla Pigna Envelopes srl

di Elena Del Giudice.
Il Jobs act ha mostrato ieri l’altra faccia della medaglia: da un lato la concretizzazione del sogno, il posto fisso, dall’altra l’estrema facilità con cui questo può svanire. «Stiamo assistendo – dichiara Massimo Albanesi, segretario regionale della Fistel Cisl, il sindacato di riferimento per il settore dei cartai – al primo licenziamento targato Jobs act». Con una lettera di poche righe, 11 per le precisione, il presidente e amministratore delegato della Pigna Envelopes srl di Tolmezzo, ha comunicato ad un proprio dipendente la risoluzione, praticamente immediata, del rapporto di lavoro. Invocando la «riorganizzazione della turnistica dovuta ad un persistente calo di lavoro», l’ad informa il lavoratore che con decorrenza dal ricevimento della lettera (datata 11 novembre, e quindi a far data dal 13 novembre), il “posto fisso” agguantato grazie al contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs act, scompare. Bontà della legge, il lavoratore è stato «dispensato dall’effettuazione del periodo di preavviso» di cui gli verrà corrisposta la relativa indennità sostitutiva. «Le modalità con cui questo sta avvenendo – prosegue Massimo Albanesi – conferma i dubbi e le critiche che, come sindacato, avevamo avanzato al Jobs act e alle nuove norme intervenute sull’articolo 18. Ed è anche la dimostrazione – sottolinea il sindacalista – che i lavoratori “a tutele crescenti” vengono trattati allo stesso modo dei precari. Anzi – rincara – direi che vengono trattati peggio dei lavoratori a termine perché nei contratti a tempo determinato le regole sono chiare: il lavoro c’è ed è a tempo, condizionato all’attività dell’impresa. Non ci sono illusioni, nè si alimentano. Qui invece assistiamo ad un licenziamento che lascia a casa un lavoratore che, per essere assunto alla Pigna ed avvicinarsi alla famiglia, una moglie e due figli piccoli, aveva lasciato un’altra occupazione, faticosa, certamente, che gli lasciava poco tempo per la famiglia, ma che gli consentiva di mantenere moglie e figli. Oggi quest’uomo è a casa, senza lavoro e in prospettiva, senza reddito. Dall’altra parte – ricorda Albanesi – abbiamo un’azienda che ha beneficiato della decontribuzione prevista dalla legge per aver assunto un lavoratore a tempo indeterminato (e non sarà nemmeno costretta a restituire il vantaggio contributivo incamerato per i mesi di assunzione), e che oggi scarica sulla collettività lo stesso lavoratore che dovrà fare domanda per accedere agli ammortizzatori sociali. Per l’azienda nessun conto da pagare; per il sistema Paese un doppio costo sociale». Il licenziamento su due piedi preoccupa il sindacato non solo per il caso in sè, ma anche per il timore «che altre persone assunte con le medesime modalità nella stessa azienda, possano subire la medesima delusione», conclude Albanesi. Timore non peregrino perché la Pigna Envelopes – una novantina di dipendenti – è controllata dalle Cartiere Paolo Pigna spa di Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo, 130 dipendenti, cartiera storica le cui origini risalgono agli inizi dell’800, che a settembre ha ottenuto di essere ammessa al concordato in continuità aziendale, dal quale dovrebbe uscire ristrutturata per approdare in nuove mani (forse tedesche). «Doppia preoccupazione dunque – aggiunge Franco Colautti, segretario della Cisl Alto Friuli -, di cui una legata all’impresa e alle vicende che la coinvolgono con quel che ciò potrebbe significare per la tenuta dell’occupazione, e l’altra attiene agli effetti di questa norma di legge. Non vorremmo che, esauriti i vantaggi economici, le imprese possano liberarsi dei lavoratori senza troppi patemi. E non dimenticherei – conclude Colautti – che questo territorio sta già patendo le conseguenze di crisi pesanti, basta pensare alla Coopca, e ha anche altri settori in sofferenza. All’alto Friuli non serve un altro fronte». Ovviamente il licenziamento sarà impugnato perché benchè la legge dia ampi margini di manovra alle imprese, impone anche di agire secondo criteri che, nel caso specifico, secondo i sindacati, non sarebbero stati rispettati.

Tolmezzo: Automotive si amplia ed entro fine anno assume 80 dipendenti

di Maura Delle Case.
Cresce ancora Automotive Lighting. La più grande azienda che il gruppo Fiat vanta in regione si prepara infatti a stabilizzare 80 persone da qui alla fine dell’anno. Alle 50 assunzioni recentemente strappate all’azienda grazie all’accordo sulle domeniche, il sindacato ne porta a casa ulteriori 30 mediante l’intesa, sottoscritta il 2 novembre, sulle turnazioni nel reparto elettronico. Produzione, quest’ultima, che sta letteralmente esplodendo al punto da richiedere ad Automotive nuovi importanti investimenti in macchinari e la costruzione di un sito produttivo adiacente all’esistente. La costruzione del nuovo corpo di fabbrica sarà gestita dal Cosint che contribuirà alla spesa di 8,5 milioni di euro complessivi con 2,5 milioni, mentre 6 li metterà la Regione. Automotive si lega così ancor più strettamente alla Carnia dove oggi dà lavoro a 750 persone che diventeranno presto 830. Mille se si contano anche i contratti di lavoro a tempo determinato e i somministrati. Un tesoro di questi tempi. Specie se si considera che oltre la metà dei dipendenti sono donne. Residenti a Tolmezzo naturalmente così come nella vicina zona pedemontana, ma soprattutto in Carnia, Val Canale e Canal del Ferro. Leggi: in montagna, che in Automotive conta dunque un presidio irrinunciabile. Ogni nuovo investimento e accordo di stabilizzazione viene letto quindi come un sì alla forza lavoro, ma più in generale alla montagna friulana. I nuovi investimenti che l’impresa della galassia Fiat (fa parte del gruppo Magneti Marelli) si prepara a realizzare porteranno alla costruzione di un nuovo capannone vicino all’attuale sede produttiva di via Nazionale come confermato non più di qualche settimana fa ad Amaro, nel corso di un incontro tra sindaci, sindacalisti e lavoratori di CoopCa, da Roberto Vicario, capo di gabinetto del vicepresidente della Regione, Sergio Bolzonello. Sollecitato da un dipendente della Cooperativa Carnica sui motivi che hanno spinto Automotive ad orientarsi verso Tolmezzo anziché rilevare il magazzino della coop ad Amaro, Vicario ha spiegato la scelta “calcolatrice alla mano”. «Bastano pochi centesimi per far andare fuori mercato un’impresa come questa. Fatti i conti, Automotive ha verificato che solo ampliando il sito produttivo a Tolmezzo è in grado di mantenersi competitiva». Grazie alla nuova linea (forse due) in via Nazionale si produrranno anche le schede elettroniche dei fanali. Dalla progettazione al prodotto finito. Elettronica compresa. A Tolmezzo se ne sfornano circa 10 mila serie al giorno. Per Porsche, Audi, Bmw, Mercedes e Jeep solo per citare alcune delle case automobilistiche che si sono affidate alle cure di Automotive per realizzare apparati illuminanti sempre più tecnologici. Veri e propri gioielli che l’azienda ormai produce quasi no stop. Fatte salve le feste comandate e qualche giorno ad agosto e a Natale, la produzione è continua. Le presse lavorano 7 giorni su 7, 24 ore su 24, per 21 turni che da novembre passeranno a 20, dagli attuali 15, anche per l’elettronica. Il 2016 si annuncia dunque un anno importante per Automotive, pronta ad immettere sul mercato prodotti sempre più avanzati grazie a nuovi investimenti. Dovesse infatti aumentare la produzione, l’azienda di casa Fiat dovrà fare conti con un magazzino piccolo. E chissà che allora non torni alla ribalta il quartier generale di Coopca.

Friuli: accordo interregionale sul prelievo legnoso in ambito boschivo, previsto un incremento

La Giunta regionale ha accolto la proposta dell’assessore alle Risorse agricole e forestali, Cristiano Shaurli, di sottoscrivere un accordo interregionale sul prelievo legnoso in ambito boschivo, un documento di cui la Regione si è fatta promotrice assieme alla Regione Lombardia in seguito alla richiesta fatta da FederlegnoArredo nel 2014. Allargato al concetto di filiera, l’impegno coinvolge anche Emilia Romagna, Veneto e Piemonte, e cioè l’ambito territoriale che già condivide l’accordo interregionale sul pioppo, siglato a Venezia il 29 gennaio dello stesso anno. L’intesa è coerente con la strategia forestale nazionale e con il Programma di sviluppo rurale del Friuli Venezia Giulia adottato lo scorso settembre dalla Commissione europea, e corrisponde quindi, osserva Shaurli, “agli obblighi sottoscritti dall’Italia in ambito comunitario su settori che sono d’interesse strategico, oltre che trasversali alle politiche economiche, ambientali, sociali, paesaggistiche e culturali”. Anticipando le prime forme concrete di attuazione delle azioni proposte dal tavolo di lavoro nazionale e finalizzate alla promozione della filiera legno-arredo Made in Italy, l’accordo prevede una serie di impegni che sono stati suddivisi tra prioritari e rilevanti e riguardano aspetti che vanno dalla semplificazione degli impianti normativi alla valorizzazione dell’intero comparto. Attualmente il patrimonio forestale delle regioni coinvolte nella stipula del documento copre circa il 26 per cento della loro superficie totale, per un totale di 26.800 chilometri quadrati sui quali è stato calcolato un capitale legnoso di circa 450 milioni di metri cubi, caratterizzato da un incremento annuo di circa 9milioni e 900 mila metri cubi. “Il prelievo medio annuo è pressappoco di 2 milioni e 600 mila metri cubi, una quota che rappresenta appena il 26 per cento del prelievo sostenibile sotto il profilo ambientale – osserva Shaurli – ed è quindi legittimo valutare l’opportunità di un incremento, così come è stato del resto previsto tra gli impegni prioritari”. All’incremento del prelievo legnoso annuo ambientalmente ed economicamente sostenibile si somma tra l’altro, sempre per quanto riguarda gli impegni prioritari, l’avvio alla gestione delle foreste abbandonate, l’adeguamento a standard ottimali della densità viaria camionabile nei boschi a valenza produttiva, la promozione della gestione sostenibile dei boschi attraverso imprese private della filiera foresta-legno, l’aggregazione delle proprietà forestali e, last but not least, l’avvio di una campagna coordinata d’informazione e promozione sull’importanza della filiera italiana del legno e dell’utilizzo di legno italiano. Gli “impegni rilevanti” riguardano invece la promozione, formazione ed aggiornamento degli operatori boschivi in modo da aumentare o consolidare la qualità del lavoro (patentini, albi); la tracciabilità delle attività di gestione forestale, la certificazione forestale e le catene di custodia; il rafforzamento dei controlli a tutela del lavoro boschivo regolare e del commercio legale del legno anche in attuazione della direttiva europea sulla Timber Regulation – due diligence. Sempre tra gli impegni di rilievo è stata collocata infine la promozione di tutta una serie di attività, che vanno dall’impiego del legno ai fini energetici all’innovazione ed alla competitività nel settore forestale; dall’utilizzo del legno proveniente dalla filiera foresta-legno locale italiana alla valorizzazione delle segherie che operano in tale contesto.

Carnia: «Io, malgaro: qui c’è la mia vita», la storia di Renato Gortani e la sua famiglia

di Silvia Zanardi.
Cosa vuol dire svegliarsi sotto le nuvole bianche e i raggi del sole, respirare l’aria e sapere se il tempo sarà bello o pioverà, insegnare qualcosa a qualcuno, guardarsi intorno e ritenersi fortunati di poter fare tutto questo di giorno in giorno, di anno in anno e per una vita intera? Non lo so. La mia vita è troppo frenetica e distratta dalla vibrazione del cellulare per poter anche solo immaginare una risposta. E, sì, mi piacerebbe fermare il tempo e vivere un po’ come Renato Gortani e la sua famiglia per guardare la cima di una montagna e fantasticare sul futuro in silenzio. Quel momento arriverà. Per ora mi accontento di camminare fra i fiori selvatici che popolano i prati in cui Renato porta le vacche a pascolare. I fiori selvatici mi sembrano una perfetta rappresentazione dell’umanità: nascono ovunque da semi mossi dal vento, sono uno diverso dall’altro, con la fantasia pare abbiano baffi, ciuffi, nei, cappelli. Presi singolarmente dicono poco ma in gruppo sono un inno alla bellezza… ne vado pazza. Qui siamo a quota 1.583 sul monte conosciuto per essere una delle tappe più dure del Giro d’Italia. A malga Pozof trascorre l’estate la famiglia Gortani, che, vent’anni fa, ha trasformato un fabbricato senza vita in una malga accogliente e in un agriturismo, dove si mangiano gustosi formaggi con il frico di patate, la polenta e i mitici cjarcions, i ravioli ripieni tipici della Carnia. «Quando siamo arrivati qui, questo fabbricato era una cattedrale nel deserto – mi racconta Renato –. Ma sasso dopo sasso lo abbiamo tirato su. Ci siamo aiutati fra famigliari: io e i miei figli cercavamo una malga, mia moglie e mia cognata hanno insistito per fare anche l’agriturismo, che oggi ci dà grandi soddisfazioni». Renato è da sempre un uomo di malga. Suo padre l’ha iniziato al mestiere di casaro quando aveva cinque anni e lo ha portato nella malga di famiglia – al confine con l’Austria – per venire incontro alla mamma, che aveva appena dato alla luce un fratellino. Lavorare a contatto con gli animali, piegarsi ai voleri della natura, asciugarsi le lacrime quando tutto sembra perduto sono lezioni di vita che si imparano solo in ambienti come questo, dove la fatica dell’uomo e la sua tenacia sono gli unici mezzi per riuscire a concludere qualcosa. In tempi fortunatamente lontani, erano gli unici mezzi per sopravvivere. «Quando ho fatto la mia prima esperienza di malga la guerra era finita da poco… mi sembra ieri che mio padre mi raccontava di quando, per pura fortuna, è riuscito a salvarsi dalla violenta rappresaglia tedesca che ha falcidiato cinque dei suoi operai. Mio padre all’epoca aveva 37 anni e cinque bambini piccoli, l’ultimo aveva solo 15 giorni – mi racconta –. Ogni tanto penso che mio papà, allora, aveva l’età di mio figlio Michele. Questi ricordi sono sempre dentro di me, per ricordarmi quanto attaccamento c’è stato in quei tempi, nonostante il pericolo, all’attività». Nel mondo a colori di malga Pozof, sul monte Zoncolan, Michele Gortani, il figlio di Renato, segue il lavoro del padre e insegna il mestiere a ragazzi giovani che dopo le scuole trascorrono l’estate qui, per imparare ad accudire le vacche e a fare i formaggi. Ma Michele è laureato, in giurisprudenza. «Avrei potuto concentrarmi su altro, ma sapevo che la mia natura si sarebbe realizzata solo in un ambito come questo – dice –. Penso che fare quello che piace in un periodo difficile come questo renda l’uomo più felice e contento. Io lo sono, e quindi non posso che essere convinto della mia scelta». Per Renato è una soddisfazione vedere che l’attività a cui, con grande passione, ha dedicato la sua vita trova continuità nella famiglia e nei giovani che anziché fare le solite vacanze fra selfie e discoteche, vengono qui a dare una mano. «Con questa esperienza i ragazzi si responsabilizzano, si alzano presto di mattina e vanno a letto presto la sera. Mi piace vedere che sono molto più felici il giorno in cui arrivano che nel giorno in cui se ne vanno». Il lavoro è scandito da ritmi ben precisi. Di prima mattina si lavorano i formaggi, con il latte munto dalle vacche la sera prima. «Tutte le nostre vacche sono di razza bruna, attualmente ne abbiamo una novantina fra adulte, manzette e vitelline di prima erba – mi spiega Renato –. La selezione di questa razza per i nostri formaggi arriva dalla tradizione di mio padre, che l’ha scelta per la qualità del latte che produce e per la buona attitudine degli animali al pascolo. Conosciamo ogni vacca per nome, cosa che per chi fa questo mestiere è abbastanza banale, ma le conosciamo una a una anche per i carattere che hanno: ci sono quelle più irrequiete che si allontanano dalla mandria, quelle più tranquille, quelle più diffidenti. Il rapporto che instauriamo con loro è fondamentale per il loro benessere e per la bontà del latte». Le vacche brune di Gortani, dallo sguardo dolcissimo, pascolano tutta l’estate sullo Zoncolan, nutrendosi di erbe fresche e aromatiche che rendono i loro formaggi così buoni. «In questa zona della Carnia le varietà botaniche sono davvero tante e ogni stagione è diversa. Ci piace pensare che sia il latte a comandare il casaro: in base al suo profumo e alla sua consistenza diamo vita al formaggio che meglio rispecchia la qualità dell’ambiente. Un ambiente adibito a malghe è un ambiente sano – dice Renato – perché gli animali lo custodiscono, lo curano, lo tengono pulito». Le nostre fredde giornate invernali, quindi, si scalderanno con il calore del sole, dell’erba, dei pascoli e con il profumo del latte e dei formaggi che casari come Renato, i suoi figli e i “ragazzi” hanno preparato durante l’estate. In questi giorni, malga Pozof sta chiudendo perché la stagione è finita e gli animali hanno terminato il loro periodo di pascolo sullo Zoncolan. Ma l’attività di caseificazione continua nell’azienda di pianura, fino alla prossima stagione. «In questo ambiente, si è continuamente stimolati a vivere la vita – dice Renato –. La natura ti può mettere in ginocchio ma ti regala anche le più grandi soddisfazioni. Sono stato fortunato a conoscere questo mondo fin da bambino e ad aver trasmesso ai miei figli la stessa passione per questo mestiere».

Austria: in Carinzia finisce con un fallimento la campagna acquisti di aziende italiane

di Marco Di Blas.
Signori e signore, la campagna acquisti di aziende italiane da parte della Carinzia è chiusa o quanto meno sospesa. L’agenzia che se ne occupava – l’Entwicklungsagentur Kärnten (Eak) – è stata posta in liquidazione, dei suoi 15 dipendenti la metà è stata licenziata a giugno e l’amministratrice delegata Sabrina Schütz-Oberländer è cessata anch’essa dal suo incarico. Schütz-Oberländer era il volto dell’agenzia più noto in Italia dell’agenzia carinziana. Era lei, con alcune sue collaboratrici, che organizzava due o tre volte all’anno work-shop per imprenditori del Nord Italia, per spiegare loro quanto fosse vantaggioso investire in Austria, il “paese delle meraviglie” dove si pagano meno tasse, la burocrazia è efficiente, il personale altamente qualificato, il fisco indulgente e le banche pronte a concedere finanziamenti. Memorabili gli incontri promossi più volte al castello di Susans di Majano, al Là di Moret di Udine e poi anche in provincia di Pordenone, nel Veneto, dalle parti di Brescia, persino in Piemonte e in Emilia Romagna. Il copione era sempre lo stesso: la presentazione della situazione economica in Austria e delle opportunità offerte a chi volesse aprivi una fabbrica. Parlavano le rappresentanti dell’Eak e poi esperti nel campo legale e fiscale, che spiegavano come in quattro e quattr’otto si potesse costituire una società e come fosse semplice pagare le tasse. Gli astanti restavano a bocca aperta nell’apprendere che l’Irap in Austria non c’è e che esiste un’unica imposta sulle società al 25%. E ancora: che in Austria si può licenziare quando si vuole. L’esperta legale amava citare l’esempio di una dipendente cacciata dal lavoro non appena le era stato diagnosticato un tumore. Insomma, un mondo meraviglioso che, stando ai rapporti annuali dell’agenzia, avrebbe determinato una vera e propria fuga di aziende dall’Italia. Quante? Gli ultimi dati ufficiali parlano di 300 e passa, non tutte italiane ovviamente, che avrebbero creato 4450 posti di lavoro, contribuendo in maniera determinante alla ricchezza del Land. Perché allora eliminare una simile “gallina delle uova d’oro”? La spiegazione ufficiale che ne dà l’assessora regionale Gaby Schaunig è di natura finanziaria. Il Land, come è noto, è sull’orlo della bancarotta e per sopravvivere ha avuto e avrà bisogno dell’aiuto dello Stato, con prestiti che graveranno sulle spalle dei carinziani per le prossime generazioni. L’Eak era un carrozzone molto costoso, con troppo personale e un’accentuata propensione a organizzare work shop in location di lusso con banchetti luculliani. Le stesse funzioni potranno essere svolte nell’ambito del Kärntner Wirtschaftsförderungsfonds (Kwf), una specie di “Friulia”. Ma perché mandare a casa Schütz-Oberländer e il personale, rinunciando a un’esperienza di oltre un decennio? Qui l’assessora Schaunig non dà risposta, per cui bisogna dare ascolto alle voci in circolazione, secondo le quali la decisione sarebbe politica. L’Eak era una creatura di Haider, che l’aveva voluta in tempi in cui non si badava a spese. E anche la nomina di Schütz-Oberländer sarebbe avvenuta nell’era Haider. Da ciò la decisione dell’attuale assessora socialdemocratica di liberarsene, rischiando però di buttare l’acqua sporca con il bambino dentro. Può darsi che entrambe le spiegazioni siano vere. Così come può darsi che qualcuno abbia verificato quanto di vero c’è negli strabilianti risultati raggiunti dall’Eak. Dove sono le 300 nuove aziende straniere? In quali anfratti della Carinzia si sono nascoste? Secondo le nostre verifiche, mai smentite, sarebbero non 300, ma poco più di 10 (dieci), con meno di 200 dipendenti in tutto. E le altre 290? Forse qualche pizzeria, qualche gelateria, qualche ufficio di consulenza. O forse semplicemente qualche società di comodo, senza dipendenti ma solo una casella postale, per sottrarre al fisco gli utili conseguiti in Italia. In attesa che in Carinzia la vicenda si chiarisca, per un bel po’ non sentiremo più dalle nostre parti il “pifferaio magico” dell’Entwicklungsagentur.

Ampezzo: chiude dopo un secolo il negozio di frutta Ermano

di Gino Grillo.

Quando si chiude una bottega, si impoverisce un paese. Con oggi termina una storia durata quasi un secolo: la bottega di frutta, verdura, fiori e piante, in via Nazionale 122, nel centro del paese, di proprietà di Emiliano Ermano, come accade sempre più spesso a tante attività della Carnia, cessa l’attività. Un negozio storico se ne va, dopo aver dato lavoro, in quasi 100 anni, a ben tre generazioni. Infatti i più anziani del paese ricordano Vincenzo Ermano, detto Cien, che coadiuvato dalla sorella Bruna gestiva nei primi decenni del scorso, l’attività. Ma allora Ampezzo era un centro importante, che contava più di duemila residenti, non esistevano i supermercati e tanta gente trovava occupazione in loco lavorando nella centrale idroelettrica del Plan del Sac . Vincenzo, che era nato nel 1910, moriva nel 1984, lasciando il negozio al nipote Armando Ermano che assieme alla moglie Tiziana Lanzicher ha gestito, fino a pochi anni fa, la bottega rinnovata, presentando frutta e verdura di prima qualità. Qualche anno fa la ditta è stata intestata al figlio Emiliano, animatore e insegnante di musica, anche se la gestione diretta l’aveva sempre mamma Tiziana che ogni giorno, anche nelle feste, teneva aperto. Così, fra difficoltà di clientela e di burocrazia, si è giunti alla decisione di gettare la spugna, lasciando un paese un po’ più povero, di economia e di storia.