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Friuli: il grido di dolore della Carnia, troppo facile esortare alla speranza

di Delio Strazzaboschi Prato Carnico.

Il grido di dolore della Carnia nC’è chi sostiene che con la nota crisi aziendale la Carnia perderebbe ogni speranza. Ma per poter perdere qualcosa bisogna prima possederla! Non avevano speranza i lavoratori che negli anni ’70 lasciarono la loro terra per emigrare nella periferia industriale di Udine. Non si trattava solo di domanda di lavoro dovuta all’ultima fase del boom economico; c’erano state le lotte dell’autunno caldo, pur vissute in montagna da una minoranza, e la conseguente consapevolezza che qui il lavoro non solo era miseramente retribuito, ma si otteneva e si manteneva solo a condizione d’aver la testa sempre chinata al padrone e al prete. Andarsene era sì bisogno, ma soprattutto dignità. La retorica sociale degli anni seguenti tentò di riscrivere tale fenomeno come forma di viltà, per cui sarebbero stati più coraggiosi quelli che rimasero, continuando ad servire una realtà iniqua. Poi ci fu il terremoto del 1976: ulteriore sottomissione ai medesimi poteri, lavoro, non per tutti, e case nuove non per tutti ma per molti montanari che avevano subìto ben pochi danni. Negli anni 80-90 (psi egemone, dc ricattata, pci asservito) la politica occupò militarmente la società civile, anche in Carnia. Con voto di scambio, parentopoli e corruzione (e conseguente indebitamento dello Stato per generazioni), fiorirono anche in quota i baby pensionati, si moltiplicarono le assunzioni clientelari nella pubblica amministrazione, e non solo, e gli interventi pubblici in economia e nel sociale. Se prima si trovava lavoro da figli di democristiani, poi bisognava essere socialisti, infine, superata ogni remora, semplicemente coniugi/figli/amanti/parenti/conoscenti di qualcuno che un po’ comandava. Naturalmente a tutti gli altri cui il lavoro veniva negato (perché s’illudevano di ottenerlo con il proprio curriculum di buona volontà, intelligenza ed esperienza) rimaneva la derisione, il sorriso neanche trattenuto di chi aveva saputo risolvere, ancorché servilmente, i propri bisogni. Il risultato è che pigri e inetti sono ora maggioranza ovunque, nell’apparato pubblico e forse perfino in quello privato. E, visti gli esiti, anche nelle cooperative: traditi i propri storici ideali, evidentemente la maggioranza dei nominati ed assunti non lo era per i propri meriti. Peraltro anche i feudi del potere carnico sono ancora e sempre occupati dagli stessi individui, vecchi perfino anagraficamente. Ed è ridicolo pensare che una minoranza di privilegiati che in vita non ha mai sofferto di nulla possa davvero risolvere l’attuale crisi della montagna. C’è quindi da chiedersi come il recente immane grido di dolore per la montagna stessa possa riguardare tutti indistintamente e indipendentemente dalle responsabilità (delle istituzioni e dei singoli). Ogni giorno i muratori di Paularo partono alle cinque per andare a lavorare a Trieste, operai e impiegati vanno a Udine e anche più lontano (mentre pubblici dipendenti vengono in Carnia addirittura in corriera) e coloro che, pur meritandolo, in montagna un lavoro non l’hanno avuto, o se lo sono inventato o se ne sono andati per sempre. A tutti costoro non basta certo il suono di una fisarmonica o una storiella in friulano a far dimenticare la vera natura, tanto vile quanto feroce, di parte dei governanti e perfino di parte degli abitanti di questa terra. Troppo facile esortare alla speranza, e troppo poco.

Udine: laurea ad honorem al liutaio carnico Gio Batta Morassi

di Davide Vicedomini.
Dalle sue mani, dal suo saper fare tipico di un artigiano, hanno preso forma 1200 strumenti ad arco, la più grande produzione mai vista, seconda solo al celebre Stradivari. Lui è Gio Batta Morassi, insignito, ieri, dall’Università di Udine della laurea magistrale honoris causa in discipline della musica, dello spettacolo e del cinema. «Ho ricevuto tanti riconoscimenti nella mia vita, – ha detto il liutaio – ma questo resterà indimenticabile, perché arriva dalla mia terra». Settantuno anni, di Arta Terme, noto soprattutto all’estero, dagli Stati Uniti al Giappone, è considerato uno dei maestri che hanno riportato la liuteria di Cremona ai massimi livelli. «Essere liutaio – ha spiegato Morassi – vuol dire avere quell’ingegno che forse si è perso negli ultimi anni a causa della tecnologia. Le macchine sono pericolose. Hanno fatto nascere l’illusione di poter sostituire l’intervento artigianale con la produzione in serie. In verità solo il “saper fare” dell’uomo può dare la perfezione armonica. Il liutaio è uno scultore e un fisico: deve tramutare l’anima della foresta in suono come fa lo scultore con una statua prendendo un blocco di marmo e deve essere un po’ Einstein, conscio che il violino va esaminato come una macchina che si trasforma nel tempo». Una passione nata quasi per caso quella di Morassi «La mia esperienza – ha detto durante la lecio magistralis – parte dalle foreste del tarvisiano. Lì ho potuto constatare che gli abeti rossi possiedono qualità acustiche uniche». «Poi negli anni ’50 la Camera di Commercio mi ha dato la possibilità con una borsa di studio di trasferirmi e studiare a Cremona. E lì è iniziata la mia fortuna». La cerimonia di conferimento della laurea si è tenuta al Conservatorio di musica Jacopo Tomadini. Dopo i saluti del rettore Alberto Felice De Toni e del direttore del dipartimento di tutela di storia e tutela dei beni culturali, Neil Harris, è seguita la laudatio di Morassi intitolata «La liuteria: arte nobile e preziosa che tramuta l’anima della foresta in suono» tenuta da Giorgio Alberti, professore di assestamento forestale e selvicoltura, e Roberto Calabretto, professore di musicologia e storia della musica. «L’attività del maestro Morassi – ha spiegato il professor Alberti – ha rappresentato un elemento di unione tra la gestione sostenibile delle foreste e la valorizzazione degli aspetti culturali relativi al bosco». «Grazie alle tecniche di laboratorio – ha aggiunto Calabretto – ha trasmesso ai suoi allievi la capacità di riconoscere i legni, le qualità delle vernici e la storia della liuteria». E proprio ai giovani si è rivolto infine Morassi «Ragazzi che vogliono continuare questo mestiere ce ne sono ancora. Ma bisogna avere passione e affidarsi a buoni maestri artigiani».

Enemonzo: Piero, 23 anni, così in Carnia l’agricoltura può rinascere

 
di Tanja Ariis.
L’orgoglio di essere agricoltore, la propensione a innovare, collaborare, imparare sempre, ma anche lo sprone alle istituzioni a procedere con il riordino fondiario per avvicinare altri giovani all’agricoltura: è tutto questo Piero Travani Tomat, 23 anni, di Enemonzo. È una testimonianza preziosa del nuovo volto dell’agricoltura in Carnia, quella della nuova generazione, che il giovane ha portato ad Amaro nell’incontro organizzato dal Rotary Club Tolmezzo e Innova Fvg alla presentazione del libro “Friuleconomy” di Massimo De Liva. Piero gestisce a Enemonzo con il padre Celso un’azienda agricola nata ai primi del ’900 e che era fondata per lo più sulla produzione da latte. L’ingresso di Piero in azienda 3 anni fa ha portato nuova linfa. Accanto ai 50 capi da latte «abbiamo voluto integrare – spiega – con la produzione di ortaggi, specie con tre ettari di terreno coltivati a patata. Ci siamo appoggiati all’Ersa, che ci ha dato sostegno e forza. Tuttora collaboriamo con la Comunità montana della Carnia con un progetto sulla orticoltura e frutticoltura». E il futuro dell’agricoltura per Piero è legato molto anche a tali settori. Piero è stato anche “testimonial” all’Isis Solari di Tolmezzo con un altro giovane agricoltore, Michele Marmai. E domani andrà all’Expo con la Coldiretti e vari colleghi. È orgoglioso di ciò che fa, lavora con passione. «Mi sono insediato nell’azienda – dice – anche perché sono grato di tutto quanto mi hanno lasciato le precedenti generazioni: non solo la terra o la struttura, ma tutti i principi e i valori che caratterizzano questo settore». Quando contatta i suoi ex compagni di classe scopre che c’è chi è andato a lavorare in Nigeria, chi in Venezuela, molti sono disoccupati. «E allora mi sento fortunato perché io ogni giorno mangio alla mia tavola e vado a dormire nel mio letto. Dopo l’industrializzazione c’è stato un abbandono dell’agricoltura», ma ora dalle istituzioni, per Piero, deve arrivare in primis, viste le proprietà così frammentate in Carnia, il riordino fondiario, fondamentale per qualsiasi giovane che voglia partire con un’impresa agricola. La sua azienda gestisce 50 ettari a valle più una malga di 100 ettari e quindi non ha problemi, ma per un nuovo insediamento, spiega, se deve partire da zero, è impossibile. Plaude quindi a quei Comuni che hanno avviato un progetto per la bonifica dei terreni incolti, come Amaro, che punta a rendere utilizzabili 18 ettari: «può essere – dice – un’opportunità per qualche giovane che vuole fare questa scelta di vita». Cosa chiede anche alle istituzioni? «Di capire il legame che c’è tra agricoltura e turismo».

Friuli: Biotestamento, legge impugnata dal governo, l’assessore noi ci opporremo

di Anna Buttazzoni .
Il Governo dice no. E boccia la legge regionale sul biotestamento, varata dal Consiglio regionale il 3 marzo. Ma la bocciatura spalanca le porte a una nuova battaglia legale, perché l’assessore alla Salute Maria Sandra Telesca annuncia che la Regione resisterà davanti alla Corte costituzionale. La decisione di impugnare le norme del Fvg per incostituzionalità è arrivata ieri dal Consiglio dei ministri. «La legge in oggetto – recita il comunicato diffuso da palazzo Chigi – invade la competenza esclusiva dello Stato sia in materia di ordinamento civile (articolo 117, secondo comma, lettera l) della Costituzione, sia in materia di tutela della salute, i cui principi fondamentali sono riservati alla legislazione statale, ai sensi dell’articolo 117, terzo comma, della Costituzione». Il Consiglio sapeva di avere di fronte una questione spinosa, diventata banco di scontro tra i partiti con la storia di Eluana Englaro, morta il 9 febbraio 2009 a Udine. Da allora attorno a papà Beppino dal capoluogo friulano ha preso forma un gruppo di persone che a gran voce chiede una legge nazionale sul fine vita, persone che sono raccolte nell’associazione “Per Eluana”, come il primario di anestesista Amato De Monte che fu a capo dell’équipe che seguì Eluana nel suo ultimo viaggio. E quel gruppo di cittadini prese l’iniziativa di una petizione popolare con oltre 5 mila firme per chiedere almeno alla Regione Fvg di approvare una legge sul registro per il biotestamento. A farsi portavoce della richiesta il consigliere regionale di Sel Stefano Pustetto, divenuto primo firmatario del testo approdato in Aula. Un provvedimento che, come da previsioni, ha diviso il Consiglio e i partiti, tanto che su 49 eletti al voto hanno partecipato in 35, con un risultato di 30 favorevoli, tre contrari e due astenuti. La legge regionale non ha alcun impatto sulle cure. È invece un elenco chiaro e dettagliato sull’istituzione del registro regionale per le Dat, cioè le dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario, la definizione tecnica per indicare il biotestamento. E la norma prevede la procedura che un cittadino deve seguire nel caso voglia presentare il proprio testamento biologico o voglia esplicitare l’intenzione di donare organi e tessuti dopo la morte. La legge regionale stabilisce che la registrazione è gratuita e prevede la possibilità di nominare un fiduciario o un amministratore di sostegno. Il testamento biologico, inoltre, ha valore sia che si tratti di un semplice foglio scritto e firmato di proprio pugno sia del modulo da compilare che viene messo a disposizione da diverse associazioni (dal gruppo Luca Coscioni a “Per Eluana”). L’importante è che la firma sul documento avvenga davanti a un responsabile della propria Azienda sanitaria. Saranno poi le singole Aziende per l’assistenza sanitaria a creare la banca dati nella quale custodire i biotestamenti, banca dati che sarà protetta e l’accesso riservato. Aspetti amministrativi, insomma, ma con un fine politico chiaro, spingere il Parlamento a legiferare. Ecco perché la Regione resisterà davanti alla Consulta. «Rivendichiamo di aver posto il tema anche all’attenzione nazionale – commenta Telesca –, vorremmo essere di sprone a un’iniziativa parlamentare e dunque resisteremo all’impugnazione. Nel merito, i principi espressi dalla legge ci appaiono di grande rilievo sociale. La legge – chiude l’assessore – forse può avere dei punti di debolezza, anche se per noi ha una valenza solo amministrativa. Il Consiglio regionale ha ritenuto comunque importante far valere la sua potestà».

Friuli: la battaglia di Corona, morirò per eutanasia

di Lieta Zanatta
Non vuole dire di piú. Le ultime volontà le ha già dettate pubblicamente a Radio 24 alla “Zanzara” di Giuseppe Cruciani e David Parenzo. «Non voglio alcun accanimento terapeutico – ha dichiarato -, ho già fatto testamento dal notaio». «Voglio l’eutanasia, ho già scelto chi mi ucciderà» ha rincarato Mauro Corona ai due conduttori che lo incalzavano con domande. «Se mi prende un ictus o infarto o se dovessi essere malato terminale e sono in balia degli altri, ho già deciso chi saranno i miei killer!». Lo scrittore di Erto va a ruota libera. «Chi di dovere sa che deve portarmi in Svizzera o darmi una pastiglietta. La vita è mia e non dei bigotti bacchettoni come Giovanardi!». I due conduttori ne vogliono sapere di piú, chiedono i nomi dei “killer” designati. «È una carta firmata da me e tre persone che hanno accettato, siamo tanto amici, mi fido di loro. Però non vi dico chi sono. Se dovessi perdere – aggiunge ancora -, 20 chili in un mese, ti fanno gli esami e ti dicono che è finita, vuol dire che è l’ora di andare. Vado in una bella foiba con una cassa di vino e di sigari toscani e mi lascio morire lí, di fame». Ma è una morte orrenda, esclama Cruciani. «Tutte le morti sono orrende – risponde Corona con solennità -, meglio questa che sentire intorno i parenti e gli amici che dicono: “Dai che ce la fai!”, mentre non vedono l’ora che tu crepi! Ma non voglio fare gesti eclatanti come Monicelli». E come vorresti essere sepolto? sollecitano ancora i conduttori. «La tomba? Cosí poi gli amici vengono a trovarmi per fare finta e invece dicono: “È morto il bastardo”? Vorrei essere dimenticato. Casomai la cremazione e le ceneri nel cesso». E aggiunge d’impeto: «Sono una m…, perché non mi piaccio. Perché sono un vile, avrei potuto fare di piú, essere piú leale, meno vanitoso». Le ceneri nel cesso? esclama uno sbalordito Cruciani. «Sì, va beh, è una battutaccia… Però, quando mi vedo da solo, mi faccio schifo anche fisicamente, sono una brutta bestia, un cattivo essere umano». Un confronto senza peli sulla lingua, com’è sempre con Corona, che ai microfoni di Radio 24 ha anche parlato di immigrazione e dato la sua ricetta: «Se siamo tutti cosí preoccupati che i migranti partano e poi muoiano in mare, ma allora mandiamo a pigliarli con navi militari, sommergibili e le navi Costa crociere, basta che non ci sia a bordo Schettino. Inutile continuar a fare proclami, i migranti continueranno a venire e a morire». E poi sta dalla parte di Gianni Morandi, accusato di buonismo, e si rende disponibile a ospitare due – tre migranti a casa propria. Non trascura di parlare di Expo: «È una grande occasione, porterà qualche soldo, ma bisognerebbe pensare a chi da mangiare non ne ha». Con una stoccata finale agli animalisti e ai vegani. «Ho mangiato di tutto: gatti, vipere, salamandre, cavallette. I cani no, ci sono troppo affezionato».

Gemona: writers colorano i sottopassi, maestri della Street Art ospiti di “Elementi Sotterranei”.

di Piero Cargnelutti.

“Elementi Sotterranei”, dieci anni alle spalle e già 5 mila metri quadrati di graffiti su Gemona. Si annuncia dunque la decima edizione del festival internazionale dedicato ai graffiti e alla urban art organizzato dall’associazione Bravi Ragazzi che ieri ha presentato il programma 2015 dedicato alle “Energie”. Conferenza stampa a palazzo Boton, alla presenza del sindaco Paolo Urbani e dell’assessore Marina Londero. Un traguardo importante questi dieci anni per i Bravi Ragazzi, durante i quali, con i loro colleghi spesso di fama internazionale (ne sono già stati ospiti 142), hanno impresso con le loro opere già 5 mila metri quadrati ridando colore e decorazioni a molti luoghi urbani nella capitale del terremoto friulano. «La decima edizione di “Elementi Sotterranei” – ha detto il presidente di Bravi Ragazzi Francesco Kerotoo Patat – è una tappa importante per la nostra associazione, per Gemona, per la regione per la scena delle arti urbane europea. Abbiamo deciso di festeggiare questo momento simbolico dal titolo “ESX” invitando sessanta artisti, tra cui alcuni nomi della scena mondiale dell’urban art e una rappresentanza dei partecipanti di ogni edizione, dal 2006 a oggi. Chiuderemo quindi il ciclo della riqualificazione dei sottopassi – prosegue Patat – e dei luoghi dove piú naturalmente si sviluppa la street art e il graffiti-writing, nell’ottica di uscire in futuro dai “sotterranei” per cavalcare l’onda dell’arte urbana mondiale promuovendo la decorazione di facciate di grandi dimensioni a opera di artisti urbani contemporanei». Quest’anno, “Elementi Sotterranei” si svolgerà dal 29 maggio al 7 giugno e sarà la volta di via Pecol in Piovega dove i graffiti andranno a occupare un superficie di 2 mila metri quadrati, con artisti provenienti da tutto il mondo e di fama mondiale quali i brasiliani D.Ninja e Does, la bielorussa Yu-Baba oppure nomi noti nel panorama internazionale della urban art quali i torinesi Corn79 e Vesod, i polacchi Robert Proch e Sepe, e l’olandese Telmo Miel. «“Elementi Sotterranei” – ha detto Cristian Sturi, artista e critico d’arte – non poteva nascere che a Gemona, vista la presenza preponderante di cemento nella cittadina dovute a normative collegate al post terremoto che creavano un appiattimento visivo». Il festival sarà anticipato dall’evento #InvasioniDigitali in programma domenica 26 aprile e realizzato con la collaborazione dell’Ufficio Iat mentre una vera anteprima di writing è fissata per le giornate del 1°, 2 e 3 maggio. Cinque artisti – Bonzai (Londra), Soda (Londra), Boost (Milano), Scarpa e Kerotoo (Gemona del Friuli) – dipingeranno i muri del sottopassaggio pedonale interno alla stazione di via Roma che collega le banchine dei binari; mentre dalle 14 del 2 maggio, all’interno della sagra di Campagnola, ci sarà l’appuntamento con i laboratori didattici e la musica dei Ragazzi del Commissariato degli Ipercussonici. E anche quest’anno, sotto l’egida di “Energie”, a cui è stato dedicato il festival, ci saranno incontri, laboratori per parlare si sviluppo sostenibile, riciclo, sovranità alimentare: «Abbiamo creduto in voi – ha detto il sindaco Paolo Urbani – dieci anni dopo siamo contenti di vedere che siete cresciuti con il vostro festival: crediamo anche che in una cittadina a volte “all’antica” come Gemona, “Elementi Sotterranei” sia una ventata di freschezza: contiamo su di voi e sui progetti dei giovani».

Barabba e la Carnia, Domenica delle Palme alla Pieve di Gorto

di Alberto Terasso.

Domenica delle Palme alla Pieve di Gorto, con il cielo ancora terso e il saluto sull’angolo del cimitero: bondì animas di Diu. Dice, è suggestivo. No, è molto di più: le pietre parlano una lingua che non si può decifrare, Google maps non le vede, tanto le tracce che nasconde la Pieve sono profonde, un’abbuffata di segni. Nel piccolo piazzale su colle qualche bambino, tanti anziani. I cantori si contano sulle dita di una mano, sempre che possa stendersi, così com’è, bloccata dall’artrite. E le strette di mano a volte sono acrobazie. Chissà se serve la traduzione: “I sin puocs, rabiuos e triscj”.

E non si confonda triste con cattivo. Sì, la cattiveria sparata in silenzio contro il sole freddo di marzo. The frozen winds of march, diceva il poeta.
Faccio la conta e voglio essere generoso: siamo in sessanta ad ascoltare nella lingua della Carnia il racconto della Passione di Cristo. Ma è solo la passione di Cristo o è davvero in quest’alluvione di simboli, la Passione della Carnia? Nessuno, nemmeno il sacerdote, ne fa cenno. Ma, davvero, “i sin in poucs, rabious e triscj”.

La Pieve rilancia il suo mistero, donne e uomini che sono stati qui nei momenti fondamentali della vita, quelli che riposano appena fuori e vigilano, forse, sulla vallata, quelli che ancora cantano e ti perforano l’anima con la forza della lingua e dei secoli andati.

“Salvaiso Crist o Barabba?”
“I vin dit Barabba”.
“Ma a l’è un brigant”.
“I vin dit Barabba!”.

E improvvisamente è come si svelasse all’improvviso quel che sarà, in qualche modo, di noi. Di fronte a quel che ancora ha da dire questa terra e a quanto ha già portato dentro di noi, lo spreco di valori, lo scialare dei riferimenti, il buttare nei cassonetti dell’indistinto una cultura invidiabile. Scegliere Barabba invece che quest’overdose di identità, rappresentata da una chiesa che sembra un faro per le navi in transito. E, intanto, i guardiani del faro sono piegati dagli anni, aggrappati a un’ancora piccola piccola: quella bambina bionda, la cui testa spunta appena dall’altare e che ha il ruolo davvero sproporzionato di servire messa tra quelle colonne di tufo e quel freddo che entra nelle ossa.

I guardiani, gli ultimi che hanno coscienza di una comunità che si sta arrendendo, sono anche la retroguardia dei soldati – uomini e donne – che hanno a lungo messo in piedi progetti e messo via illusioni. Dice: che spettacolo questa Pieve. Una spettacolo – volendo – che dischiude paesaggi interiori da far venire i brividi, ma a che serve. Anzi, verrebbe da dire: ormai, a cosa serve?

“I vin dit Barabba”.
E Barabba non sa che farsene di questa Carnia forse infidelis, a questo punto. Non sa come ridare vita e speranza a un patrimonio umano che si sta sgretolando sotto la voce “curva demografica” e senza che il brigante sappia mettere in piede almeno qualche trovata da malvivente.

“Puos, rabious e triscj”.
De Andrè poetava della “domenica delle salme”, solo un’assonanza che offre rimandi lessicali non da poco. I rimandi, però, sono ancora quelli dell’entrante settimana di Passione. Temo che abbia una durata insopportabile, quassù, che fino al Venerdì santo tutti capiscano quel che sta accadendo.

E’ la Pasqua che non si vede, nemmeno dal colle della Pieve di Gorto.

Sutrio: ode a Gabane di Federica Nodale

di Federica Nodale.

Volevi diti Gabane

Ca ti ai simpri ammirat

Pa to allegrie

Pa to bontat

Par i tiei voi svuelz

Ca vivin di momenz!

 no tu ti fermes e tu vas a font

Al di la’ di ogni pregiudizi cand e’ pal mont!

Tu rives in ogni riee a scattaa une fotografie!

Tu seis come il bolettin cal fasc la storie di un pais

E tu fasc sintii ogni abitant dongje encje se distant!

In te l omp di une volte cun valors e tradizions,

Cun la nostalgje di un ir in cui si ere plui bogns!

Ma encje la modernitat di ogni di’

Quant ca ti iout davant dal pc!

Un omp cul cjaf tal presjnt

Il cur in tal passat

Ma al pass in cheste societat!

Une societat ca nus iout cori svuelz!

Insegninus a iesi simpri contenz

A fermasi un tic a cjalaa ci che spess al po’ scjampaa!

Par il to timp.. Par ogni to pinsir

Grazie di dut cavalir!!!!

 

Friuli: «Con le Unioni un ritorno al Medioevo», l’anatema del poeta Zannier

«Questo Friuli polverizzato in 17 emirati posticci è un ritorno ai frazionamenti medioevali e semifeudali». Domenico Zannier, poeta, sacerdote, intellettuale, profondo conoscitore della storia del Friuli (ha ottenuto numerosissimi riconoscimenti per la sua attività letteraria e tra questi anche la candidatura a Premio Nobel per la letteratura nel 1986) in una lettera indirizzata al presidente della Provincia di Udine manifesta il suo pensiero sul riordino degli enti locali varato dalla Giunta regionale e le conseguenze di tale disegno per Udine e il Friuli. Di seguito il contenuto della lettera trasmessa al presidente Fontanini nei giorni scorsi. *** di DOMENICO ZANNIER Friuli: ritorno al Medioevo territoriale. Non accadeva da sette secoli. Dallo Stato Patriarcale, passando per il dominio veneziano, napoleonico, austriaco e italiano, Udine era sempre stata la capitale amministrativa del Friuli. Il passaggio di Gorizia agli Asburgo aveva causato una prima divisione regionale e statuale, non sanata che per un breve periodo all’indomani della Grande Guerra. La Provincia del Friuli integrale durò poco e Gorizia ritornò capoluogo di Provincia. Nel Secondo Dopoguerra si è costituita la Provincia di Pordenone, favorita da Trieste, divenuta nel frattempo capitale della composita Regione Friuli-Venezia Giulia. L’ultimo tentativo di smembrare il Friuli è stato il progetto della quinta provincia di Tolmezzo. Trieste ha sempre avuto la sindrome dell’accerchiamento, a torto o a ragione. L’ingiusta mutilazione territoriale del retroterra carsico potrebbe essere una scusante che oggi non regge. Ora vengono azzerate tutte le province della Regione a vantaggio dell’unico Centro non friulano. Udine rappresentava il Friuli storicamente, culturalmente e amministrativamente, sia pure indebolito da campanilistiche e inutili divisioni. La sua cancellazione è un atto di ingiustizia verso la realtà della Patria del Friuli e un atto di incurante disprezzo verso la nostra identità e la nostra Storia. Ma si può chiedere rispetto a chi non sa nulla del Friuli? Da un po’ di tempo in qua i Friulani votano per esiti maldestri. Dove sono scomparsi i radicalfriulanisti? I leninisti della lingua? E il clero etnico e gli intellettuali di ogni specie e grado? Tutti presi in contropiede o cavalli di Troia. Inutile lamentarsi di realtà territoriali e linguistiche smembrate, quando si lavora allo smembramento del Friuli per entità non friulane e addirittura non italiane. Questo Friuli polverizzato in 17 emirati posticci è un ritorno ai frazionamenti medioevali e semifeudali. Un comune per sua natura non ha mai la visione globale del territorio di un ente sovracomunale che funge da equilibratore delle diverse e singole esigenze. Mi domando perché si siano aboliti i mandamenti che illustravano le medie città provinciali. Sempre per risparmiare soldi? e per soldi preture e tribunali? E per soldi le province? Può essere. Ma, finiamola di dire insulsaggini. Si farebbero anche riforme pretestuose e fantasiose per stare a galla politicamente e in questo caso favorire un’unica città, non friulana, cui dobbiamo far capo e servire. Speriamo contro ogni speranza per il bene del Friuli. Il presidente della agonizzante Provincia di Udine, Pietro Fontanini ha fatto celebrare l’Anno dei Patriarchi con manifestazioni e pubblicazioni di sorprendente attualità. Non mi curo delle vane critiche alla sua iniziativa anche da parte di chi sta diluendo il Friuli. I Patriarchi rappresentano, insieme al Ducato Longobardo, un momento forte e irripetibile della nostra identità storica e umana. L’abolizione delle Province annulla la presenza delle realtà civili e dello Stato. Non ci saranno più prefetti, presidenti, questori. I presidenti delle “Unioni” saranno dei semplici “primi inter pares”. Le città capoluogo di Provincia non potranno fondare identità civile, ridotte a vestigia storiche turistiche. Restano le Diocesi con i Vescovi. Non risulta che l’Arcidiocesi di Udine e quelle di Gorizia e Concordia-Pordenone vengano soppresse e i Friulani potranno vedere nelle rispettive sedi episcopali e nel territorio ad esse connesso una più ampia e vasta aggregazione morale e culturale. E i nostri Vescovi sono pure gli eredi del glorioso Patriarcato di Aquileia, di Aquileia e non di Trieste, con buona pace di certe riforme. Se lo Stato (o il Friuli) si scioglie, supplet Ecclesia.

Friuli: la soddisfazione dell’associazione “Per Eluana” per la legge che prevede le “DAT”

COMUNICATO STAMPA DELL’ASSOCIAZIONE PER ELUANA

Udine, 04/03/2015

 La petizione popolare  che ci ha visti mobilitati per quasi due anni è diventata Legge della Regione Friuli Venezia Giulia.

Con questa Legge, attraverso procedure ancora da perfezionare con un apposito Regolamento, chi vorrà e avendo predisposto le proprie volontà in materia, potrà:

     richiedere l’annotazione delle proprie dichiarazione anticipata di trattamento sanitario (DAT) all’interno del Registro regionale appositamente istituito;

     registrare sulla propria Carta Regionale dei Servizi (la cosiddetta Tessera sanitaria) le proprie DAT (oppure solo il nominativo del Fiduciario e il luogo di deposito del documento) presentando all’Azienda sanitaria l’atto contenente le dichiarazioni, avente data certa con firma autografa e autenticata;

     rilasciare l’autorizzazione a comunicare a chiunque ne faccia richiesta, o a solo determinati soggetti, l’esistenza della dichiarazione anticipata di trattamento e il suo contenuto.

 Le DAT hanno ad oggetto la volontà del singolo di essere o meno sottoposto a trattamenti sanitari, di indicazioni sul fine vita e sulla donazione di organi, in caso di malattia o lesione cerebrale che cagioni una perdita di coscienza e volontà definibile come permanente ed irreversibile secondo i protocolli scientifici riconosciuti a livello internazionale.

 Vogliamo rammentare il percorso di questa iniziativa:

     nel maggio 2013 prendeva il via la mobilitazione per la raccolta delle firme a sostegno della petizione popolare da noi promossa;

     nel febbraio 2014 la petizione, con le oltre 5.500 firme a sostegno raccolte, veniva consegnata al Presidente del Consiglio regionale, Franco Iacop;

     nel luglio 2014 la petizione veniva recepita sotto forma di proposta di Legge e presentata da alcuni Consiglieri regionali, primo firmatario Stefano Pustetto;

     nei giorni scorsi la discussione in III Commissione e poi, ieri, l’approvazione del Consiglio regionale con 30 voti favorevoli, 2 astensioni e 3 voti contrari.

Vogliamo ringraziare:

     i volontari che hanno consentito la raccolta delle firme a sostegno della petizione in molte piazze delle città e dei paesi della Regione;

     i cittadini firmatari, tutti, per il sostegno dato;

     i Consiglieri regionali promotori della proposta di Legge e su tutti Stefano Pustetto;

     le Istituzioni per aver permesso lo svolgimento di questo percorso democratico in un tempo relativamente breve e, comunque, fruttuoso.

 

Sulla scorta di questa esperienza vogliamo credere che possa essere portata a compimento, in materia di dichiarazioni anticipate delle proprie volontà, una Legge nazionale di civiltà e di rispetto reciproco.

 

L’Associazione per Eluana