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Carnia: Strasaplàsas e Suiapòsas nel libro “Il finimento del Paese” di Ermes Dorigo

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estratto da “Il finimento del Paese”, KV Romanzi, 2006
di Ermes Dorigo

A Memo piaceva soprattutto la sboccataggine dei toscani, anche se, data l’età, si confondeva e attribuiva ai carnici qual­cosa dei maledetti toscani, di cui aveva letto ai suoi tempi: ficamagna, schioppaculo, piscione, le mele per i seni, l’occhio del sedere, il mischero, una via di mezzo tra il mistico e il bischero, erano il lessico di una scoppiettante popolarità che lui, abituato a vivere nei sotterranei e a vedere la vita dal basso, trovava anche in Carnia, dietro gli orpelli clericali con cui l’avevano deturpata. – Pensa, – diceva a Carminio, mentre giocavano a briscola – pensa a come la chiamano qua in dia­letto: la tuina, la micetta. Oppure la sópa, che è la zolla della terra, e si capisce il riferimento al simbolo della vita, ma anche una zuppa di pane bollito nel latte, che è una vera leccornia. Bisogna abituarsi a guardare questa terra con altri occhi, sotto la crosta dolente e malinconica, quella del libero amore a maggio, diventato invece il mese della Madonna, dell’edoni­smo enogastronomico, delle cantate in compagnia, dei vaga­bondaggi di giovani scioperati alla ricerca sfrontata delle micine. Il dialetto conserva la vivezza di questa vita.

Suiapòsas, erano soprannominati questi giovani anche un po’ fannulloni, asciugapozzanghere, ma non rendo bene, che asciugavano le strade dall’acqua piovana andando avantindietro indietravanti; o strasaplàsas, che si strascinavano da una piazza all’altra, girandoloni, per cui erano definiti prosaica­mente dei sboràs, una fuga casuale di sperma. Anche i carnici, quando morivano, se ne andavano con noncuranza all’altro mondo, come se cambiassero solamente casa e residenza, mica in un qualunque anonimo al di là! O come ora, che li hanno talmente plagiati, che anche quando camminano ritti sembra che stiano in ginocchio! Prova a chiedere a una vec­chia come vuole la morte e ti risponderà con spirito crudele, la crudezza spietata del realismo delle vecchie che sembra cinismo: carta e néta. Vai a un funerale: chi pensa o parla del morto? Curano i loro affari, rafforzano le amicizie e le allean­ze, lo salutano come se facesse un trasloco, tanto tra poco ci trasferiremo anche noi, intanto meglio oggi a lui che a me. Quello carnico è popolo rude e litigioso, tirchio di parole, apparentemente tignoso e tardo, ma in fondo bonario. Essere Carnici non è un caso ma una perfidia del destino, abbando­nati da tutti, anche da Dio; qui non c’è nessun Santo, tanto che hanno lanciato una petizione popolare per averne uno tutto loro, proprio indigeno, non d’importazione, che sono tutti dei venduti. Oggi i Carnici non sono seri, ma seriosi, come se tutto il mondo pesasse sulle loro spalle, convinti come sono, per disgrazie ataviche, di essere malnasùs e malcagàs, malnati e malcagati in questa terra proprio vicino agli austriaci. Sono individualisti e anarcoidi, sì, ma è meglio che pecoroni. E anche caparbi e laboriosi, quando e fin quando hanno voglia, mica come nello Stivale, che si aspetta sempre che qualcuno risolva i problemi. Anche in Carnia si compie ancora l’atto di grattarsi la testa, ch’era il modo popolare di affrontare la povertà. Il carnico ti guarda e ti scruta, non per vederti, ma per sapere quanto vali. Qua sull’intelligenza si è reticenti, per­ché è astratta, e qua contano i fatti non le parole, perciò uno stupido rimane tale, anche se parla bene ma opera male. Anche le donne, nonostante i risciacqui mariani, le sculaccia-panche sono ormai sempre meno, bisogna guardarle bene: arrossiscono ancora, non per pudore, ma per voglia; sono calde, ma non vogliono cacariuzze e occhi appiccicosi addos­so; vanno per le spicce senza tante moine di pavone e se non vogliono non vogliono; quelle che non possono, perché la natura non le ha ben modellate, comunque vorrebbero e sospirano, non per misticismo, ma per invidia delle esche che altre hanno in abbondanza; sono materne e premurose, ma anche fregolose, si danno tutte per aver tutto, così, natural­mente, senza ipocrisia, una sorta di saggezza, perché sanno dove va l’uomo, che è cacciatore in una regione di caccia… – Memo – lo interrompe Carminio, – scarti o non scarti?

Tolmezzo: 2018 al via la quarta edizione del maggio letterario

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Ritorna il Maggio Letterario, la rassegna d’incontri con l’autore organizzata dal Comune di Tolmezzo che quest’anno giunge alla quarta edizione e si svolgerà dal 3 maggio al 20 giugno. “Forti del bel riscontro ottenuto nelle passate edizioni, abbiamo aumentato gli appuntamenti rispetto agli anni precedenti, accrescendo l’investimento in cultura e consocenza” – spiega l’assessore alla cultura Marco Craighero – “portando così a Tolmezzo alcuni tra gli autori più in vista del panorama letterario e culturale italiano, assieme a personalità di spicco locali e regionali. Un mix eterogeneo di generi che spaziano dai romanzi alla saggistica con l’occasione di conoscere storie divertenti, toccanti, intense e per riflettere su temi d’attualità e storici, che riguardano il nostro presente e la nostra società.”

Si parte giovedì 3 maggio con Vito Mancuso che alle 20.30 presso il Teatro Candoni, in dialogo col giornalista Gianpaolo Carbonetto presenterà  il suo ultimo lavoro “Il bisogno di pensare”, una riflessione profonda sulla necessità umana di trovare risposte su questioni cruciali, sul senso del nostro stare al mondo, sulla ricerca del Bene e la costruzione di una società migliore.

Si proseguirà poi con Andrea Vitali, uno degli scrittori più letti, in cima a tutte le classifiche di vendita, che racconterà l’ultima avventura del maresciallo Maccadò, uno dei suoi personaggi più amati.

Inoltre ci saranno incontri con due giornalisti di spicco come Ritanna Armeni, che racconterà una storia di femminismo ambientata nella seconda guerra mondiale ricollegandosi alla questione femminile odierna, e Luca Telese, che dopo il successo di due anni fa ritorna a Tolmezzo con la seconda parte della sua opera incentrata sulle violenze politiche degli anni di Piombo.

Ospite di rilievo è anche Guido Tonelli, fisico e accademico tra gli scopritori del bosone di Higgs, che col suo “Cercare Mondi” ci porterà alla scoperta dell’universo.

 

Altro grande protagonista sarà Vauro Senesi, famoso vignettista e volto televisivo, che nel suo ultimo romanzo immaginerà il ritorno di Dio sulla Terra sotto forma di donna e attraverso gli occhi, la sensibilità, la passione, la compassione e l’intelligenza della donna si muoverà e vivrà la propria umanità nell’umanità dei nostri giorni.

 

Sul tema dell’integrazione e il dramma degli sbarchi si incentrerà la performance di Davide Enia, drammaturgo teatrale, che racconterà il suo “Appunti per un naufragio”.

 

Una serata di sicuro divertimento sarà quella con Vincenzo Maisto, alias “Il signor distruggere”, vero fenomeno dei social con oltre 800mila fan sul solo facebook, autore di un blog seguitissimo, che presenterà uno scritto irriverente e dissacrante su alcune realtà del web.

 

Altro appuntamento derivato dai successi del web sarà quello con Giada Sundas, giovane mamma, molto seguita e apprezzata per la maniera dolce, delicata e benevolmente ironica con cui racconta la sua esperienza di maternità e di vita familiare quotidiana.

 

Legato a questa tematica sarà anche l’esordio letterario di Laura Martinetti e Manuela Perugini, che racconteranno la storia di due amiche di gioventù, ritrovatesi dopo tanti anni, con delle vite completamente diverse, le quali però condivideranno l’esperienza concomitante della gravidanza.

 

Inoltre tre incontri daranno spazio a importanti autori della nostra regione e del nostro territorio, con il nuovo libro di uno dei professori più amati d’Italia, il pordenonese Enrico Galiano; con la partigiana Paola Del Din, che racconta la sua straordinaria vita in un dialogo col giornalista Rai Andrea Romoli; e la conclusione della rassegna il 20 giugno alle 21 in piazza XX Settembre, affidata a Luigi Maieron, che racconterà il suo ultimo romanzo affiancato da Mauro Corona, che ritorna a Tolmezzo dopo i successi degli ultimi due anni.

 

Questo il calendario completo:

– giovedì 3 maggio ore 20.30 Vito Mancuso presso il Teatro Candoni

– martedì 8 maggio ore 18 Andrea Vitali presso la Sala Riunioni di via Marchi

– mercoledì 16 maggio ore 18 Ritanna Armeni presso la sala conferenze dell’Uti

– lunedì 21 maggio ore 18 Guido Tonelli presso la sala conferenze dell’Uti

– mercoledì 23 maggio ore 18 Davide Enia presso il Centro Servizi Museale

– venerdì 25 maggio ore 18 Laura Martinetti e Manuela Perugini presso la Sala Riunioni di via Marchi

– lunedì 28 maggio ore 18 Vincenzo Maisto presso la sala conferenze dell’Uti

– sabato 2 giugno ore 18 Enrico Galiano presso la Sala Riunioni di via Marchi

– lunedì 4 giugno ore 18 Vauro Senesi presso la sala conferenze dell’Uti

– venerdì 8 giugno ore 18 Giada Sundas presso la Sala Riunioni di via Marchi

– martedì 12 giugno ore 18 Paola Del Din e Andrea Romoli presso la sala conferenze dell’Uti

– venerdì 15 giugno ore 18 Luca Telese presso la sala conferenze dell’Uti

– mercoledì 20 giugno ore 20.45 Gigi Maieron con Mauro Corona in piazza XX Settembre (in caso di maltempo Teatro Candoni)

 

In più, a cura del Geoparco delle Alpi Carniche, il 10 maggio alle ore 21 al Teatro Candoni si terrà la conferenza “Riscaldamento globale: le montagne sentinelle dei cambiamenti e scintille di sostenibilità” con il noto metereologo Luca Mercalli.

Ritorna anche La biblioteca dei libri viventi, che quest’anno si terrà in Piazza XX Settembre, con la partecipazione di alcune classi delle scuole secondarie, dove i ragazzi diventeranno veri e propri libri in carne ed ossa raccontando storie e interagendo con il pubblico.

Maggiori info su www.comune.tolmezzo.ud.it 0433 487987–487961 [email protected] e sulle pagine facebook del Maggio Letterario e del Comune di Tolmezzo.

 

Roberto Pagan: quel formidabile romanzo di Ermes Dorigo

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Con un sorriso ancora suo non è un romanzo facile, anzi è complesso ed elaboratissimo, com’è nelle corde e nella cultura di uno scrittore esigente quale Dorigo. Anche profondo, il libro: anzi “a doppio fondo”, se dobbiamo credere (ma non abbiamo nessun motivo per revocarlo in dubbio) a quello che l’autore ci confida nelle tre paginette introduttive, scabre ma tutte dense di cose e di intenzioni. Secondo cui il racconto sarebbe il risultato del rimaneggiamento di un vecchio dattiloscritto trovato per caso in una cartella a quarant’anni di distanza. Sia verità vera o espediente metaforico, resta il senso di un esame di coscienza, un guardarsi allo specchio; e insieme una riflessione sul senso di sé e della propria sofferta giovinezza. Che vuol dire anche la giovinezza di tutta una generazione. Non a caso ambientata nei primi anni Settanta – più esattamente nel 1973, considerato dall’autore un anno di svolta, politica-sociale-economica della nostra storia recente – la narrazione scava con caparbio puntiglio tra le inquietudini e i turbamenti che furono di quegli anni di “contestazione”, e poi di terrorismo, culminato con le Brigate rosse e il rapimento di Moro: uno sconvolgimento di tutto il sistema politico e sociale nel trapasso tra quel che si disse “la prima Repubblica” e gli anni che seguirono, ancor oggi così confusi e indeterminati da non meritare alcuna definizione comprensiva.  

Naturalmente c’è dentro tutta la crisi dei giovani, la rivolta generazionale, violenta in quegli anni in tutto il mondo capitalista, nell’emergere contemporaneamente della questione femminile con una richiesta paritaria in tutte le mansioni sociali; il che comportava in primis una sollecitazione a rivedere il rapporto tra generi in materia sessuale. Tutto ciò andava di pari passo con una rinnovata pressione dei ceti più disagiati alla ricerca di maggiori diritti economici; finché lo sconquasso seguito alla globalizzazione non mise in crisi tutti i rapporti di produzione  conosciuti e studiati fin dai tempi di Marx, dissolvendo la categoria stessa di classe operaia e lasciando sul campo a fronteggiarsi nella maniera più selvaggia, come alle origini, semplicemente i poveri e i ricchi: fatti i ricchi sempre più ricchi e più pochi e i poveri sempre più poveri e più numerosi. Con l’aggravante, in tempi a noi più vicini, di una migrazione epocale di altri poveri da paesi remoti verso quelli opulenti e incapaci di condividere coi nuovi arrivati un’opulenza già di per sé male distribuita.

Ma torniamo al romanzo e al suo schema narrativo, in sé abbastanza essenziale, basato sulla dialettica interna a due coppie di giovani: Misa-Adel e Carla-Jacopo. Ognuno con la propria personalità, dominati tutti da un’inquietudine esistenziale che, secondo il sentire di quegli anni, essi tendono a trasferire sul piano del ribellismo sociale. Innamorati uno dell’altra e tuttavia divisi tra contrasti e tensioni che in parte derivano da incomprensioni coi genitori: o troppo poveri e troppo ignoranti o meno poveri ma altrettanto inadeguati a offrire un modello di vita accettabile a figli un po’ più istruiti, ma altrettanto superficiali e irriflessivi, e soprattutto contagiati dal clima di ideologismo ossessivo in cui sono immersi. Così, ognuno a suo modo, reagiscono alle loro crisi adolescenziali in maniera non dissimile, comunque tormentosamente nevrotica. Misa, più esuberante e vivace nella sua accesa femminilità, dominata da un erotismo incontrollabile, oscilla tra dispotismo e fragilità: frivola e narcisista ma insieme bisognosa di protezione, è continuamente alla ricerca di nuovi partner, anche per bisogno di sostentamento economico; ma, sempre inappagata sul piano affettivo, tiranneggia con la sua umoralità l’unico che potrebbe amare e che le è sinceramente affezionato, l’introverso Adel. Il quale a sua volta, più fantasioso e divorato dai dubbi, non è capace di prestare quel minimo di sicurezza che la compagna richiederebbe, anche perché messo in soggezione dalla personalità di lei, più prepotente e volubile; sicché la coppia, non riesce a trovare appagamento reciproco nemmeno sul piano sessuale. Così i loro dialoghi da innamorati finiscono in frustranti battibecchi, spesso però messi sul conto di malintese teorie socio-politiche. Perché, come si diceva, il quadro dottrinario di ribellismo a oltranza, solo genericamente motivato, diventa lo sfogatoio di ogni inquietudine. L’altra coppia appare, nel racconto, un po’ più defilata. Qui abbiamo una ragazza, Carla, più riservata e sensibile, un po’ “all’antica”, e perciò più esitante nei riguardi di un partner che sembra distaccato e deluso, e che assume anche atteggiamenti di scherno e di superiorità di fronte alla società e ai suoi problemi, che lui sostanzialmente disprezza. Incapace, alla fine, di rinunciare a qualcosa della propria identità per adeguarsi alle esigenze della compagna. Il romanzo in realtà resta aperto a ogni conclusione. Si può credere che Carla e Jacopo decidano, di comune accordo, di separarsi in nome della reciproca libertà: che ai loro occhi sembra valere di più che un’esistenza di coppia soggetta a impegni e rituali troppo mediocri e ripetitivi. Viceversa si può intuire che Misa e Adel, finalmente soddisfatti almeno sul piano dei sensi, raggiungano una pacificazione e un’intesa che li compensi dalle delusioni di una società avvertita come ingiusta e sbagliata. Come che sia, lo sguardo dell’autore, di fronte a questo spaccato sicuramente vivace e credibile di una stagione della nostra storia, si mostra apparentemente neutrale. Il suo giudizio, in realtà venato volta a volta di ironia o di pietas, si affida piuttosto a una specie di colonna sonora che costeggia la narrazione con citazioni di brani o frammenti di autori significativi del tempo (come Pasolini o Fortini) o rimanda a titoli di libri o film o canzoni che in qualche modo storicizzano e danno corpo e spessore a quella particolare atmosfera di tempi e di luoghi: qui, in particolare, l’area friulano-veneta e Padova con la sua antica Università, familiari all’autore stesso e quindi funzionali al suo racconto. Non asettico come vorrebbe apparire, ma anzi profondamente rivissuto dall’interno. Naturalmente, nel perseguire la sua indagine sulle inquietudini psicologiche, sociali e culturali di tutta una generazione, e di quel mondo studentesco che è stato anche il suo mondo, nel tentativo di riprodurne mimeticamente la realtà anche sul piano del linguaggio – così spesso sboccato e scurrile, oltre che sintatticamente anarchico sulle bocche di quei giovani, in quanto parte, esso stesso, del loro ribellismo – Dorigo accetta di misurarsi con puntiglio in una sua ricerca stilistico-espressiva adeguata al soggetto. Ed è questo uno dei risvolti più interessanti e coraggiosi del libro, anche se più delicati e difficili, e forse discutibili nella sua scelta, pur coerente, di un realismo integrale. Ma è pur vero che anche il termine di realismo può risultare inappropriato o insufficiente quando si esamini più da vicino la tecnica della scrittura, più evocativa che descrittiva, più cinematografica o teatrale per il montaggio stesso delle scene, così scoppiettanti di dialoghi bizzarri, in cui sentenze rivoluzionarie e dottrinarie si mescolano di continuo, nella maniera più incongrua, con gli interessi tanto più contingenti dei protagonisti, magari impegnati in convulsioni erotiche in un letto sfatto mentre si scambiano tra loro, nel loro gergo di frasi fatte e omologate da un lessico scurrile, vicendevoli rimbrotti. Il tutto incorniciato da rimandi fuori campo a titoli di libri, letture pesantissime (il solito Marcuse per esempio) imposte dalla moda, o film di prammatica, persino battute prese da Carosello. Gli stessi toni emergono peraltro nei soliloqui o nelle fantasticherie attribuiti ai vari personaggi. Per citare un esempio tra i tanti ecco Misa, a notte inoltrata (nel cap. III), immersa in una fantasticheria erotica, tra sogno e realtà, in dialogo con l’icona di Lenin appeso alla parete: “Perché ora, vedi…non posso uscire con queste latterie sennò si accorgono che sono senza reggiseno, e allora …cominciano a pettegolare…Ed io non voglio che la gente abbia di me una cattiva opinione. E poi voglio evitare fraintendimenti ideologici…Come dici?”. “Ma Lenin non la sta proprio ad ascoltare, impegnato com’è a giocare a scacchi con Stalin con pedine bianche e rosse, perché i due appaiono allergici al colore nero”. Così in un continuo avvicendarsi di camere da letto, balere, o vicoli nebbiosi di una Padova novembrina. Come quello in cui troviamo l’infreddolito Adel (cap. II), cacciato dal letto di Misa per le sue inadeguate prestazioni sessuali, vagabondare dentro uno sdrucito cappottaccio almanaccando con se stesso: “Sono il solito stronzo…Non capisco mai niente”…E anche qui – in un clima ormai decisamente surrealistico – un’altra immaginaria scacchiera interferisce col suo soliloquio: e vi si inseriscono a turno il re bianco e il re nero: “Eh già – ironizza – il re bianco – proprio come mia moglie…Lei, con la complicità delle tenebre… sale a cavallo e se ne va furtiva dalla torre per scopare con l’alfiere”. Adel replica mentalmente: “No, no…Misa non mi tradisce…È solo un po’ stanca ed esaurita, ecco tutto”. “ Sì, sì” interveniva il re nero da poco vedovo della regina nera, uccisa da un cavallo bianco imbizzarrito “Sì sì, è solo stanca e ha tanto bisogno di comprensione” . E Adel allora si commuove fino alle lacrime, consolandosi un poco più tardi tra le braccia di una sopraggiunta puttanella, Valda, molto più materna e comprensiva di Misa. Ci sono dunque, accanto alle crudezze del linguaggio, anche i toni leggeri e quasi fiabeschi. Così come quello stesso linguaggio eccessivo può sfociare nell’enfasi lirica di un atto sessuale pienamente riuscito: e qui dovremmo citare tutta una pagina (166-67) ma ci accontenteremo di uno squarcio:…“Misa penetrata nella profondità dell’anima, suonano le trombe di Faloppio, una dolce armonia si diffonde nell’utero, rimbomba e rimbalza nel cervello di Misa, nel cervello di Adel, sintonia in onde corte, cortocircuito, l’apocalisse, arrivano i quattro dell’avemaria, un tramonto di fuoco, l’astro infuocato avvolge la vallata, i contorni si squamano, la luce intensa abbagliante, il giorno della Creazione!…” E la tirata continua, si fa parossistica, si fa poesia, inno alla vita. Ma chi è che parla? La voce è dentro i protagonisti ma è insieme fuori campo, è la voce di chi scrive. È realismo questo? Ma è anche – come chiamarlo? – forse espressionismo lirico. Un sorriso ironico, ma anche amaro. Forse il sorriso dell’autore. Che poi assomiglia tanto al sorriso, perplesso ma liberatorio, attribuito a Carla, fra tutti il personaggio più serio ed enigmatico, nella scena che chiude il libro e gli lascia il titolo: Con un sorriso ancora suo.

 

Le eroiche portatrici carniche, due alpini rileggono la storia

di VALERIO MARCHIÈ
La recente l’approvazione da parte della Giunta regionale, su proposta dell’assessore alla Cultura, Gianni Torrenti, di un avviso pubblico sulla concessione di incentivi per progetti di rievocazione di una pagina mirabile della Grande Guerra: l’epopea delle portatrici carniche. La decisione è certamente apprezzabile. Peraltro, soprattutto negli ultimi anni, non sono mancate ricerche, pubblicazioni, spettacoli teatrali, celebrazioni (citiamo, fra tutte, quella del 2016 per il centenario della morte eroica di Maria Plozner Mentil, le cui spoglie riposano al Tempio Ossario di Timau). Innumerevoli vicende attestano la tenacia e le capacità delle donne nel primo conflitto mondiale: figure perlopiù (ma non soltanto) umili, pronte a tutto per sostituire gli uomini in famiglia, nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende, nelle amministrazioni comunali, nei lavori militari… Per lungo tempo si è raccontata la Grande Guerra senza parlare delle donne. Oggi tuttavia, dopo quel lungo oblio, e sebbene vi sia ancora molto da fare, disponiamo di contributi notevoli. Ricordiamone alcuni esemplificativi, chiedendo venia a chi non verrà citato.Fra il 2015 e il 2016 l’editore udinese Paolo Gaspari ha pubblicato: “Le donne nella Grande Guerra”, di Lorenzo Cadeddu; “Le donne nella Prima Guerra Mondiale in Friuli e in Veneto”, di Elpidio Ellero (con dati anagrafici delle portatrici, e un saggio di Antonio Gibelli); “Accanto agli eroi. Diario della duchessa d’Aosta. Maggio 1915 – Giugno 1916”, a cura di Alessandro Gradenigo e dello stesso Gaspari.Un altro editore in regione (la Leg di Adriano e Federico Ossola a Gorizia) ha dato alle stampe nel 2012 “Donne nella Grande Guerra”, volume di autori vari a corredo di una mostra allestita a Gorizia sulle donne nel conflitto (con relativo convegno nell’ambito di “èStoria”).Ancora nel 2012, Alessandro Gualtieri ha scritto “La Grande Guerra delle donne. Rose nella terra di nessuno” (editore Mattioli 1885). Nel 2014, poi, il Mulino ha edito sia “Donne nella Grande Guerra” (un lavoro collettivo di giornaliste e scrittrici, introdotto da Dacia Maraini e con un capitolo di Francesca Sancin dedicato alle portatrici carniche) sia “Una patria per le donne. La mobilitazione femminile nella Grande Guerra” scritto da Augusta Molinari.Nel 2015 Antonella Fornari, con “Le donne e la Prima guerra mondiale” (Edizioni Dbs), ha proposto storie al femminile, fra cui alcune delle portatrici, mentre l’anno scorso è uscito “Donne in guerra”, a cura di Valentina Catania e Lorisa Vaccari (Cierre edizioni), che spazia dal primo conflitto mondiale all’Isis.A questi e altri sforzi si aggiunge ora quello di due alpini: lo storico-collezionista Enrico Meliadò e il generale Roberto Rossini, convinti che non si possa considerare la Grande Guerra sulle nostre montagne senza la storia delle donne che giorno per giorno, compiendo sacrifici estremi con rigida ed esemplare autodisciplina, rifornivano i soldati italiani fino alla cime più aspre.È nato cosi “Le donne nella grande guerra 1915-18. Le portatrici Carniche e Venete, gli Angeli delle trincee” (editoriale Sometti, con il contributo dell’Associazione Filatelica Numismatica Scaligera di Verona, della Fondazione Bpa di Poggio Rusco e della Sezione di Udine dell’Ana).Gli autori, che offrono fra le altre cose un ampio quadro storico e una sezione dedicata alle testimonianze di alcune portatrici, sono stati coadiuvati da enti e da appassionati: basti citare l’Associazione Amici delle Alpi Carniche, la Scuola primaria e il Museo della Grande Guerra di Timau, o il pittore-alpino Enrico Tonello. E l’apparato iconografico, confezionato in un volume di pregio con un prezzo che resta comunque abbordabile, colpisce per la quantità e la qualità delle immagini

Intervista inedita, per entrare nell’ ”Officina letteraria” di Siro Angeli nel 25° della sua scomparsa

 

di Ermes Dorigo.

Sei domande a Siro Angeli — (La Fiera Letteraria, 21/10/1962)
D. – Finalmente è uscito il tuo libro di poesie L’ultima libertà. Da quanti anni lo aspettavi? E credi che il ritardo gli sia giovato?
R. – Il volume doveva uscire nel 1959. Tre anni di attesa mi hanno consentito di aggiungere una quarantina di poesie (fra le quali il lungo poemetto Assisi) alle venti premiate al Trebbo di Cervia nel 1958, e di rielaborare a mio agio le une e le altre, Ora, a pubblicazione avvenuta, ignoro se tale lavoro di revisione protrattosi per tanto tempo, sia stato sempre opportuno e mi sia effettivamente giovato. Lo ritengo indispensabile, almeno nel mio caso, ma so che non comporta di per sé una maggiore validità di risultati. Ci si può avvicinare di più a quella che dovrebbe essere la poesia grazie a questo, oppure nonostante questo. Posso dire che ho fatto del mio meglio, ma il bisogno che avverto di riprendere la rielaborazione dei miei versi dopo averli riletti in volume non mi tranquillizza.
D. – Hanno detto di te che sembri riproporre modi e accenti della poesia stilnovistica. Sei d’accordo con questo giudizio critico, o credi che questa “guida di lettura” tradisca (in tutto o in parte) la sostanza del tuo libro?
R. — Il richiamo alla poesia stilnovistica mi sembra pienamente giustificato, e non solamente per i modi e gli accenti, ma anche e soprattutto per la presenza di un tema dominante l’amore per la donna, sentito come l’esperienza fondamentale dell’esistenza umana, quella che riflette e riassume in sé tutte le altre esperienze, e dà loro valore e significato; e approfondito nelle sue radici psicologiche e concettuali, nei suoi riferimenti metafisici e religiosi. Anche quando affronto altri temi (la vita ultraterrena, il mistero dell’universo e le sue “corrispondenze”, la solitudine, la funzione e il valore della poesia, ecc.), esiste quasi sempre un nesso, esplicito o implicito, con questo motivo centrale, Oltre che agli stilnovisti, il richiamo andrebbe esteso a Petrarca e a Leopardi; e fra i contemporanei almeno a Saba, Ungaretti e Montale. Naturalmente non mi sono rifatto a questi autori di proposito: mi sono trovato a fare i conti con essi; e anche se può sorprendere la molteplicità e la diversità delle influenze che ammetto di avere subìto spero che quello che ho scritto non si riduca alla loro somma.
D. – Pensi che la tua poesia possa aprire un nuovo discorso, se letta e capita bene? In pratica, vorresti dire qualcosa ai critici e ai lettori?
R. – Benché una domanda del genere possa lusingarmi, non ho esitazioni nel dare una risposta negativa. Non presumo assolutamente di bandire messaggi o di scoprire verità, né di portare alcun contributo a innovazioni espressive. Il mio modo di concepire la poesia e di farla è rimasto quello tradizionale. Spero che non sia anche convenzionale, perlomeno non sempre; ma posso sbagliarmi. Comunque, sono convinto che sia più meritorio e anche più proficuo, ai fini di un rinnovamento da tutti auspicato, rifarsi alle esperienze più recenti della poesia italiana e straniera. Per quello che mi riguarda, sono piuttosto per l’autonomia che per l’eteronomia dell’arte il che non significa considerarla fine a sé stessa, evasione, torre d’avorio, negare la sua socialità e la sua storicità. Non sono insensibile all’esigenza dell’impegno, ma temo che esso divenga controproducente se non è accompagnato da una altrettanta viva capacità di distacco. Ho l’impressione che oggi si tenda ad accettare l’impegno come una legge imposta dall’esterno, anziché a servirsene come urgenza interiore; a servirlo ciecamente a priori, senza servirsene consapevolmente in concreto. Ritengo sia indispensabile aderire all’attualità, ma senza dimenticare che si corre il rischio di confonderla
E mi sembra che non si risolva il problema con la scelta di certi contenuti e il rifiuto di altri (esistono oggi dei temi “privilegiati”) né con il puntare sulla registrazione o sulla protesta invece che sulla rappresentazione o sulla interpretazione: suI grido invece che sulla parola, sulla lacerazione e disintegrazione sintattica invece che sul discorso logicamente costruito. Dubito che la crisi, il disordine, il caos trovino miglior espressione nel disordine piuttosto che nell’ordine formale. Per questa strada si finirebbe con il dare una riproduzione esistenziale, una ripetizione quasi materia1e dalla realtà, invece di reinventarla e trasporla in una dimensione totalmente diversa.
D. – Sei uno scrittore appartato e modesto (scusa la spicciativa definizione). Perché lo sei? Pensi che il riserbo sia una dote necessaria per un poeta? Non senti di comportarti in modo diverso da come vorresti intimamente?
R. – Appartato sì, modesto non so. Per temperamento sono incline a partecipare, a comunicare, a chiedere e a offrire confidenza e solidarietà. Tra l’altro, sentendomi assai poco sicuro delle mie effettive capacità, ho particolare bisogno di ricorrere al giudizio di qualcuno che sappia e voglia conciliare la comprensione che nasce dall’amicizia con la sincerità senza riserve; e ciò capita abbastanza di rado. Posso aggiungere che il riserbo mi è consigliato anche dalla constatazione di casi sempre più frequenti in cui si eccede in direzione opposta. D. – Il teatro ti interessa ancora? E c’è un accordo di fondo tra la tua poesia e il tuo teatro, addirittura c’è un punto nel quale convergono?
R. – Tornare a scrivere per la scena mi sta a cuore quanto continuare a comporre versi. Ma se alla poesia riesco a dedicarmi anche nei ritagli di tempo concessimi dai miei impegni professionali per il teatro è diverso. Posso abbozzare e maturare a lungo una vicenda drammatica solo mentalmente, senza prendere appunti; ma per la stesura vera e propria mi è indispensabile disporre interamente delle mie giornate. Anche il cinema esige la sintesi, la scelta del particolare significativo, la traduzione di idee e concetti in immagini, e in particolare il senso della costruzione. Se non mi inganno nell’avvertire nelle mie liriche un impianto strutturale piuttosto solido, certo la mia esperienza di sceneggiatore vi ha contribuito non meno della mia esperienza di autore drammatico. Ed è probabile che nell’accanimento che metto a rielaborare decine e talvolta centinaia di volte una poesia che nessuno mi ha ordinato di scrivere, vi sia una intenzione più o meno consapevole di rivalsa e di riscatto, per le migliaia di pagine che ho scritto su ordinazione, con l’angoscia di non fare in tempo per la scadenza fissata sul contratto.
D. – Cosa hai pronto, e cosa stai approntando per le stampe?
R. – Preparo da tempo una nuova raccolta di poesie che spero di avere pronte entro l’anno. Il nucleo sarà costituito da un lungo poemetto, già apparso due anni addietro in una rivista, Il grillo della Suburra, nel quale mi è avvenuto – per la prima volta in venticinque anni che vi abito – di prendere Roma a soggetto. Ne è venuta fuori, con mia sorpresa, una rappresentazione della città come un inferno.

Friuli: Magris vince il FriulAdria e parla di Storia come Inferno

di ERMES DORIGO.
Non tutti sanno che l’esordio letterario di Claudio Magris avvenne con “Illazioni su una sciabola” (Gli Anelli – Cariplo, Laterza, 1984, illustrazioni di Gabriele Mucchi), ambientato in Carnia durante il periodo di occupazione militare della stessa. L’autore ci offriva la sua prima opera narrativa, un racconto in cui storia e immaginazione si fondono e in cui viene narrata la piccola grande storia di un uomo, il generale bianco Peter Krasnow, l’Atamàn dei cosacchi del Don, che si era battuto contro i bolscevichi nel 1918 e che in esilio e ormai in età avanzata era stato messo dai nazisti alla testa di un’armata cosacca in Camia nel 1944. Questa avventura si concluse col suicidio collettivo dei cosacchi nella Drava, nella quale molti di loro si gettarono nel momento in cui gli inglesi, ai quali l’Atamàn si era rivolto, confidando in loro poco prima della fine del conflitto nel 1945, stavano per consegnarli proditoriamente ai sovietici. Il racconto consiste di una lunghissima lettera, cui don Guido affida i propri ricordi di quegli avvenimenti. La scelta del genere epistolare è rivelatrice di una duplice volontà: privilegiare il dialogo con l’interlocutore (la comunicazione col lettore) e collocare la riflessione nel punto di convergenza tra soggettività e oggetto, tra realtà e percezione di essa, evitando di restaurare una aprioristica ragione ordinatrice della realtà, ma optando per una razionalità che si insegue e si fa nell’opacità del reale. Infatti, proprio la relazione (che dovrebbe essere una esposizione sommamente oggettiva dei fatti), cui il manzoniano don Guido si rifà, per dare fondamento di certezza al suo senile rammemorare, si sfalda tra le mani e non rimangono che frammenti d’una realtà continuamente sfuggente e di una storia che credeva razionalmente posseduta e che invece permette di procedere in essa solamente per illazioni; cosí gli altri strumenti come i libri di storie, coi quali l’uomo presume di ridurre a unità il molteplice, hanno la stessa consistenza larvale delle testimonianze orali dirette, «inutili a capire il senso della vita umana». La storia s’innesca a distanza di 12 anni dalla fine del conflitto, quando vengono riesumati nel cimitero di Villa Santina i resti di uno sconosciuto, che si ritiene siano di Krasnow; viene alla luce anche una sciabola di cui peraltro rimane solo l’elsa (emblema di gloria senza oltraggio) che si crede sia appartenuta all’ufficiale cosacco. A partire da questo momento Don Guido si smarrisce in un dedalo di illazioni fatte sulla morte di Krasnow e resta colpito dall’ambiguità di ogni evento che fa procedere, indietreggiare e oscillare la sua ricerca.La narrazione si regge su uno schema a Y in quanto il rapporto tra i due protagonisti, inizialmente di opposizione, alla fine si rivela di complementarità. L’opposizione dialettica è tra un io narrante (don Guido) e un io narrato (Krasnow), «una creatura di carta, ma non perciò meno dolente», dotato della inconsistente consistenza, che investirà progressivamente il narrante e colpito da una disconferma totale, al punto che persino la sua morte non è un dato certo e oggettivo. Bisogna aver ben presente che a Magris interessa soprattutto il Krasnow scrittore/personaggio mitteleuropeo, piú che il generale cosacco e la sua storia; lo scrittore con le parole inventa l’immagine di un tempo/spazio ideale (Russia imperiale/Monarchia absburgica) e si costruisce come soggetto che «vive un destino coatto e cartaceo» e ripete nella storia «un copione, le parole e la parte di un suo personaggio». L’impianto narrativo, quindi, non è rigido e schematico: l’intrecciarsi delle riflessioni sul destino umano con testimonianze sempre diverse su fatti e personaggi, anziché portare a un accrescimento di conoscenza sugli stessi, si frange come in un gioco di specchi che moltiplicano senza fine prospettive e incertezze, sicché Krasnow diventa quel tipico personaggio «lontano da dove» di ascendenza rothiana, un «prisma trasparente, uno specchio degli altri e del mondo, in continuo movimento, sí da offrire un’immagine sfaccettata perennemente cangiante delle cose».

Tolmezzo: “Cimiteri di montagna” la pietà Carnica per i defunti in un libro da non dimenticare

Copertina

di Ermes Dorigo.

Cimiteri di montagna è un libro pieno di vita, privo di tonalità luttuose; l’esistenza riceve un senso solo dal modo in cui ci si rapporta alla morte, come scrive Lev Tolstoj in Guerra e pace: “L’uomo non può nulla finché ha paura della morte. Tutto appartiene a chi non ha paura. Se non ci fosse la sofferenza, l’uomo non conoscerebbe i propri limiti, non conoscerebbe se stesso”; oppure, con parole di Salvatore Natoli ( L’esperienza del dolore, Feltrinelli): “La naturalità della morte è incentivazione alla vita, anzi pienezza del vivere.” Detto questo, senza divagare, ne ho già scritto, sulla fuga dalla morte e sull’eterno presente che caratterizza il nostro tempo, bisogna dire che ogni opera ‘significativa’ non appare casualmente, ma ha una sua motivazione intrinseca e giustificazione storica. Mi spiego. Verso la fine del 1700 e gli inizi dell’800 la riscoperta della identità nazionale di molti popoli europei si accompagna ad una corrente di poesia sepolcrale, che da Young a Gray culmina in Italia col carme di Ugo Foscolo, Dei sepolcri: la meditazione sulla tomba si propone non solo di restaurare il rapporto con la tradizione, ma di trovare dei significati, dei valori e delle direzioni da assumere per la vita, arrivando addirittura, come fa Foscolo, ad affermare che il culto dei morti sta, insieme al matrimonio, al diritto, alla religione, a fondamento della civiltà umana, che solo in tale maniera esce dallo stato ferino. Nell’epoca della globalizzazione e della necessità di mantenere la propria identità storico-culturale, questo libro fornisce una risposta analoga a domande simili: “la conservazione dei cimiteri non è un’ipotesi stravagante, in quanto anche i siti cimiteriali sono parte integrante del territorio e contengono significative testimonianze del passato, fonte indispensabile per l’interpretazione del presente”, e per una proiezione positiva verso il futuro, aggiungerei.

Gli autori – Patrizia Casanova, Patrizia Gridel, Marica Stocco, Adriana Stroili, Dino Zanier e foto di Romano Martinis – ci conducono in questo libro, raffinato per formato impaginazione e grafica, in uno stimolante viaggio attraverso la  morte per la vita. È talmente denso, di testi immagini didascalie, che necessariamente sono costretto a trascurare aspetti anche importanti, per evidenziare soprattutto quelli coerenti con la tesi precedentemente formulata.

Dopo aver descritto i percorsi territoriali, seguiti nella ricerca, e aver fornito alcuni cenni storici sulle vicende dei cimiteri, un’attenzione particolare viene rivolta alle Lapidi superstiti, “le più antiche delle quali risalgono alla metà dell’Ottocento (la ricerca si protrae fino agli anni ’30 del 1900), si trovano di solito collocate lungo i muri perimetrali del camposanto, più raramente sulle pareti esterne di chiese e campanili e sui muretti di cinta dei sagrati. Antiche tombe e lapidi in terra si ritrovano ancora nei cimiteri delle pievi o in quelli dismessi. Sono questi i luoghi particolarmente ricchi di manufatti superstiti, poiché non si è resa necessaria la loro asportazione e distruzione per lasciare spazio alle nuove sepolture”.

Marinaretto

Dopo aver analizzato Tipologie e materiali; Maestranze (“Nella maggioranza dei casi le lapidi sono opera di anonimi scalpellini che affiancavano questa ad altre produzioni non specializzate come il Velosio Bernardo di Ravascletto che negli anni Trenta si preparò, ancora in vita, la sua lastra tombale – «Rapito da Dio per farne un discepolo suo» – per assicurare a sé in morte quel segno distintivo che lui, modesto artigiano di umilissime origini, aveva sempre creato per altri. Si sono individuate però anche diverse opere firmate, alcune di pregevole fattura: un notevole altorilievo del 1915 di G. Mayer nel cimitero di Ligosullo – che richiama nella plastica opere del miglior liberty contemporaneo come quello di Bistolfi -, un cenotafio del 1871 a S. Giorgio di Comeglians, opera di un certo Pochero, che aveva lo studio di scultore a Firenze, e quelle provenienti dalla bottega dei Candoni di Terzo di Zuglio,  di cui un bell’esempio del 1929, che raffigura un bambino vestito da marinaretto, è conservata nel cimitero di Paluzza. L’autore rappresentò il piccolo con l’abito che il padre emigrante gli aveva portato da New York e con il quale andava a scuola, suscitando la comprensibile ammirazione dei compagni, a cui volentieri prestava per un giretto il berretto e le scarpe con i lacci, a sostituire per un momento zoccoli e scarpez in un’effimera illusione di eleganza”);

Angioletto

Bambini (“La morte infantile è oggi un evento raro. Gli spazi riservati ai bambini nei cimiteri della Carnia sono quasi scomparsi, eppure sono alle volte ancora identificabili. Piccole tombe, spesso anonime, che però sono sopravvissute alle ferree leggi della rotazione e alla rimozione, segno di estrema pietà verso la più crudele delle sventure: la morte di un bambino. Già considerato in vita come essere innocente, alla morte viene simbolicamente rappresentato nel mondo puro ed eterno degli angeli. Si parla di angelico sonno, si rappresenta sulla piccola tomba l’angioletto racchiuso da due ali che disegnano un cuore, si raffigura l’edera tenace come il ricordo che non muore, si disegna il mazzo di fiori, simbolo di vita”).

A questo proposito un unicum è rappresentato dalla tomba con un elefantino in pietra, che si trovava nel cimitero vecchio della Pieve di Castoia a Socchieve. Secondo il compianto maestro Romualdo Fachin, l’elefantino – oggetto di trafugamenti ed ora custodito da un privato, anche se è andata persa la componente più artistica dell’opera, la bardatura – risalirebbe al 1900 circa, opera di Alessio Candotti (Lessio) di Lungis:” L’elefante, secondo la tradizione, costituiva il simbolo di un antico mito celtico. Tale animale, per quei popoli, aveva il compito di trasportare le anime dei bambini nei regni d’oltretomba. La credenza si rifaceva un po’ alle vecchie culture mediterranee. C’era però anche l’arcaico in questo simbolismo, che favoleggiava età perdute, i tempi di una idilliaca convivenza con la natura, con gli animali. L’affido di questi pargoli dopo il loro lacerante distacco dalla vita e dagli affetti ad un animale così pacato, quasi ieratico, composto e solenne come l’elefante, infondeva un senso di pace e di sicurezza, che si apriva alla speranza, in questo sia pur pagano raffronto con l’al di là”. (Il merito della conservazione di questa ed altre immagini del cimitero negli anni Sessanta è del fotografo Romano Martinis)

Si prosegue poi con l’analisi degli Epitaffi (“Se il cimitero è la rappresentazione dei vivi e non dei morti, tanto più questo appare evidente dalla lettura degli epitaffi), sui quali s’incentra il saggio di Marina Giovannelli, con una acuta e approfondita disamina delle differenze tra quelli riservati agli uomini e alle donne. Di grande stimolo, vitale appunto, è la sezione dedicata ai Simboli: “Molto ricco si è rivelato l’apparato di simboli che accompagna o si identifica con la stessa decorazione delle lastre tombali. È questo un aspetto di estremo interesse perché, anche ad una superficiale comparazione con l’oggi, questa simbologia di tradizione antichissima e lunghissima permanenza di significati sembra scomparsa, sostituita dalla ridondanza di apparati decorativi, che non rimandano ad altro significato se non a quello primario o ad attributi riferiti strettamente alla personalità del defunto (la montagna per chi amava andare in montagna, il cappello d’alpino…) amplificati dalla fotografia che non è più il solo volto ritratto in bianco e nero, ma più spesso è un’istantanea che riproduce una situazione, un frammento di vita. (La comunicazione insomma è strettamente individuale e rischia di terminare quando il circuito comunicativo defunto-sopravvissuto si interrompe)”. Troviamo i simboli di status, che ricordano l’attività svolta in vita dal defunto ma non hanno particolare significato allegorico: il calice o la particela, il breviario o la stola per i sacerdoti; il serpente di Esculapio per il farmacista; l’accetta e il cavalletto per il «boscaiolo capo»; raffigurazioni collegate a principi ideologici o etici: le mani unite, che rimandano a ideali di unità, fedeltà ed alleanza, potevano ricordare l’appartenenza a Società di Mutuo Soccorso; la squadra incrociata con il compasso, ma anche la cazzuola ed altri strumenti di derivazione muratoria, sono simbologia massonica. Forme vegetali e motivi floreali sono largamente utilizzati con significati simbolici più o meno evidenti: la ghirlanda di fiori ripropone la forma ciclica della vita eterna; l’edera rappresenta l’attaccamento alla vita; il papavero, ed in particolare le sue capsule, rappresenta il sonno, il sonno eterno e dunque la morte; il crisantemo (che entra nella moda funeraria intorno alla metà dell’800) simboleggia la riflessione (il suo nome orientale “chu” significa “attendere, soffermarsi”); il giglio, che nel cristianesimo è immagine dell’amore puro e virginale, nel simbolismo popolare rappresenta ancora la purezza, ma anche la “pallida morte”; con frequenza appare anche la rosa, soprattutto in festoni e ghirlande, che sulle tombe diventa il simbolo dell’amore che sopravvive alla morte e della rinascita; le foglie di alloro sempreverde, infine, erano considerate nel primo cristianesimo simbolo della vita eterna, dischiusa dall’avvento redentore di Cristo.

croce

La clessidra rimanda l’immagine del tempo che passa; fiaccole, candele e fiammelle la nuova vita eterna; l’àncora, che nella prima età cristiana, per la sua forma a croce, venne utilizzata come simbolo mascherato della redenzione, rappresenta un elemento di stabilità e sicurezza e perciò si trasforma in simbolo di fede e speranza; la colonna spezzata, il teschio con le tibie incrociate e il libro aperto della vita simboleggiano la conclusione dell’esistenza terrena; le ali rimandano all’appartenenza alla sfera celeste, al sollevarsi al di sopra del mondo terreno, al volo, raffigurato dal cerchio con le ali; Alfa e Omega in alcune lapidi sostituiscono la dicitura “nato” e “morto”: inizio e fine dell’esistenza:  Alfa e Omega sono la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco ideato, secondo la leggenda, dalle tre Parche, le dee del destino; la torre fortificata protegge dall’assalto del male e rappresenta un rifugio sicuro, analogamente alla fede. Infine animali simbolici: il serpente nella forma di Oroboros, serpente che si morde la coda, a rappresentare la ciclicità, “l’eterno ritorno”; pavoni: nel Cristianesimo delle origini la carne del pavone era considerata incorruttibile (simbolo del Cristo nel sepolcro) e questo animale, che perde le penne della coda per rimetterle a primavera, rappresentava il rinnovamento e la resurrezione; la farfalla, simbolo della trasformazione, del futuro: nella tradizione popolare, non solo carnica, la farfalla, che rappresenta l’anima del defunto ancora vagante sulla terra, è un elemento simbolico molto radicato. Una leggenda, raccolta ad Illegio da Novella Cantarutti, narra di un uomo rimasto vedovo da poco che, intento a lavorare nel prato, vide una farfalla svolazzargli intorno: «Se sei la mia sposa avvicinati. Altrimenti vattene via!». E la farfalla con un breve volo si posò sulle sue labbra… Insomma, un libro – arricchito da un conclusivo ampio saggio di Giorgio Ferigo – tutto da guardare e da leggere.

Cercivento: “Anna dei rimedi” Marta Mauro e la “medisinaria” del Settecento

di PAOLO MEDEOSSI.

Anna venne al mondo in una notte di trepidazioni, il primo gennaio 1700, uno di quei momenti epocali che accentuano timori e ossessioni. Tanto piú che ciò accadde a Cercivento di Sopra, in una Carnia sepolta dalla neve e alle prese con l’eterna guerra per la sopravvivenza della gente. A tenerla unita erano le tradizioni, i piccoli gesti e riti di una cultura magica che alimentava orizzonti sconosciuti e pregiudizi. Anna lo sperimentò sulla sua pelle di ragazza non ribelle, ma libera e con un atteggiamento non concepibile dentro un ambiente remoto, in cui il potere era esercitato dagli anziani quali garanti della stabilità sociale e depositari della memoria collettiva (ma con le donne nei panni di escluse e di sacrificate). Lei aveva capito, era stata formata all’ubbidienza e al rispetto, però non chiuse gli occhi davanti all’impegno gettato addosso alle donne di ogni età. C’era da stancarsi solo a elencare i compiti durissimi che svolgevano. Andavano in chiesa per farsi perdonare i peccati che non avevano nemmeno tempo di commettere. Gli unici momenti di pausa e riposo potevano arrivare stando a letto per una malattia o una gravidanza. Anna non si piegò alla norma generale, affidando la sua inquietudine a pratiche forse banali al giorno d’oggi, ma a quei tempi sintomi di un carattere indomito su cui bisognava vigilare e intervenire visto che l’Inquisizione aveva le orecchie lunghe. Anna volle diventare, come la mamma e la zia, una brava “medisinaria”, esperta nell’uso delle erbe selvatiche a uso terapeutico, e cominciò a tenere un diario in cui riportava (visto che nella sua emancipazione aveva imparato a leggere e scrivere) le ricette per elencare le varietà necessarie, le quantità, il modo di assunzione, il tipo di malanno da curare. Questa sua ricerca autonoma avveniva nel mini-universo del villaggio, guardingo e chiuso. Un giorno venne scoperta mentre era intenta a leggere il proibitissimo “Cantico dei cantici” e su di lei si scatenò la tempesta. Una mano violenta la sollevò dalla sedia e la cacciò di casa. È una storia intensa, struggente e poetica quella che ha come protagonista la dolce e caparbia ragazza carnica del Settecento. La vediamo muoversi tra vallate e paesi dove, attorno agli eventi e ai gesti della vita quotidiana, si agita un insieme di curatrici, divinatrici, benandanti (lei, tra l’altro, era nata con la camicia), streghe e stregoni, figure tipiche di una cultura popolare giunta a noi attraverso i libri di studiosi e antropologi straordinari, ma che non è sparita nei ricordi e nei racconti perché la Carnia era un po’ cosí fino a pochi decenni fa. Quando si sale in quelle zone ci sono momenti (per esempio i riti religiosi) in cui le voci, i volti, i canti, le parole fanno capire che l’effetto di tv e mezzi tecnologici non ha scalfito più di tanto l’animo della gente e la voglia di sacralità. La vicenda della “medisinaria” di Cercivento, immaginata e ricostruita sulla base di ricerche accurate e documenti d’archivio, è narrata in un romanzo storico sorprendente. Non a caso l’editrice Forum lo pubblica per aprire una nuova collana di narrativa chiamata “S/confini”, termine simbolico per indicare un viaggio letterario da compiere in senso temporale, geografico, emozionale, alla scoperta di autori originali. Come appunto è Marta Mauro, storica dell’arte, insegnante, conosciuta in Friuli per precedenti opere, che ha scritto questo “Anna dei rimedi” quale atto di amore e attenzione verso una donna speciale e strana, cosí la definivano amiche e parenti. Lei non rinnega il mondo in cui le è capitato di dover nascere, ma non si lascia soffocare dalle convenzioni. Quando incontra l’amore, rappresentato da un giovane di Ovaro, non fa tacere il sentimento anche se deve presentare in famiglia un foresto, visto che abitava nell’altra valle, ospitandolo in casa come “cuc”. Marta Mauro completa il racconto con un capitolo denso di note, utili a spiegare personaggi e fatti storici, e un glossario che rappresenta un delizioso dizionario in marilenghe. Infine ci sono i ringraziamenti ai tanti autori consultati per spiegare tempi e luoghi. L’elenco contempla i grandi nomi, alla cui competenza e passione dobbiamo splendide rivelazioni, da Novella Cantarutti ad Andreina e Luigi Ciceri, da Gaetano Perusini a Gian Paolo Gri, da Rienzo Pellegrini a Carlo Ginzburg. Il romanzo dedicato ad Anna Morasso ha una trama, che va lasciata al piacere del lettore. Nel suo viaggio scende dalla Carnia, arriva ad Arcano e a Udine, finirà a Venezia portando nel cuore ricordi ed emozioni. Le piú suggestive sono quelle vissute nella notte di San Giovanni, la notte delle magie e dei presagi. Anche questo libro rientra certo fra le “memorie di resistenza, autonomia e creatività dal basso”, di cui ci ha parlato spesso il professor Gri. Esempi di una cultura primitiva tolti da una dimensione solo orale, per cui anche Anna entra ora tra i personaggi al femminile della nostra letteratura. Nel grande mulinello di un mondo povero e superstizioso, dove convivevano il diavolo e l’acqua santa, lei seppe battersi non rinunciando mai al sogno.

Tolmezzo: presentazione libro di Raffaella Cargnelutti “Alla gentilezza di chi la raccoglie”

Conca tolmezzina - Eventi

ALLA GENTILEZZA DI CHI LA RACCOGLIE

dall’inferno di Buchenwlad una storia vera

Presentazione libro di Raffaella Cargnelutti
LUNEDI’ 28 SETTEMBRE 2015 – ore 18.30

presso Sala Consiliare del Municipio di Tolmezzo

 

Alla gentilezza di chi la raccoglie riesce a scrivere con un lapis di fortuna Giulio Cargnelutti sulla busta della lettera, prima di lanciarla dal vagone che lo sta portando in Germania. Il tenente, catturato dalle SS il 20 luglio 1944 a Tolmezzo, vuole informare a ogni costo la giovane moglie e i suoi cari che sono completamente all’oscuro di quanto gli sta accadendo. Per Giulio questo sarà un viaggio lunghissimo che lo porterà, nei carri bestiame piombati, sino al campo di Buchenwald, dove trascorrerà oltre nove mesi come deportato politico, senza possibilità di ricevere pacchi e corrispondenza da casa.

Ma Cargnelutti, in maniera fortunosa, riesce comunque a dare notizie di sé alla moglie Eugenia con alcune cartoline postali e, nei lunghi mesi di prigionia, a disegnare anche un diario per immagini del dramma umano che si consuma attorno a sé. Nel mentre continua a pregare, a credere in Dio, a cercare di non arrendersi al sistematico annientamento umano organizzato dai nazisti nei campi di sterminio.

Da sfondo alle vicende personali di Cargnelutti, si delineano gli ultimi tragici mesi della guerra in Friuli con le ritorsioni nazi-fasciste e l’invasione dell’esercito cosacco-caucasico che per oltre nove mesi invaderà i paesi della Carnia.

Ma a stemperare la ferocia della guerra, non mancano alcuni significativi episodi di eroismo silenzioso ad opera dei ferrovieri e delle numerose donne, ragazze, anziane che accorrevano per ristorare e aiutare quei poveri internati e deportati, transitati a migliaia tra Udine e Tarvisio nei lunghi treni della morte.

Questo romanzo, che si basa su una storia vera, racconta l’esperienza tragica vissuta da un prigioniero in un Lager di deportazione, ma anche la capacità del protagonista di aver saputo affrontarla e superarla grazie all’amore, alla fede, all’arte e, in ultimo, al perdono.

Carnia: Zanier, canto d’amore alla compagna che non c’è più

di PAOLO MEDEOSSI.

Leo parla a Flora e le racconta cosa è successo nel loro mondo da quando lei non c’è più: le cinciallegre volano sui cespugli, il primo Natale con i segni della grazia e della bellezza che lei ha lasciato, la cerimonia d’addio con i bambini che danzano attorno alla pianta a lei tanto cara, il ritorno nella casa di Maranzanis, con il pavimento in ardesia e le tegole colorate. Una vita intensa, creativa, piena di affetti, si è svuotata, diventando quasi fredda penombra davanti alla logica, alla legittimità assurda della morte, ma il dolore non è urlato. Traspare dalle immagini semplici, dal linguaggio scarno e concreto, dal vocabolario quasi dimesso, che rappresentano la novità introdotta da Leonardo Zanier nello straordinario mondo della poesia friulana mezzo secolo fa, quando si doveva raccogliere l’eredità pasoliniana. In quella fase il poeta di Maranzanis si è ritagliato un posto a sé, anche per l’esperienza che andava facendo da emigrante (prima in Marocco, poi in Svizzera), raccontandola attraverso versi e parole esplosi nell’immaginario collettivo fin dal 1964 quando uscì la prima raccolta, quell’urlo “liberi di dover partire” ridiventato attuale perché non coglieva un momento storico quanto una sofferenza che l’umanità deve continuamente affrontare. Zanier, gabbiano controcorrente di cultura mitteleuropea (come ha detto di lui Angela Felice), lontano dalle magie orfiche del “poeta laureato”, considera la propria ricerca mai finita, perché è in primo luogo il veicolo di una visione del mondo, su cui ritornare e meditare attraverso riflessioni appassionate, politiche e sindacali, che si soffermano su ingiustizie, soprusi, stati d’animo e ricordi, capaci di interrogare l’aspetto intimo e personale di ognuno. Leo lo ha fatto con una capacità intuitiva che il tempo non ha indebolito. Ha intrecciato, esprimendosi nell’idioma della sua valle, piccole storie zen con le quali indicare il senso universale di tutto, cominciando dall’axis mundi di ciascuno, il centro del proprio mondo, la “storiuta” da cui ogni vita ha inizio. E ci è riuscito mediante una scrittura mai compiaciuta, perché individua nelle parole la solidità dei fatti e delle cose. Tutto questo trova commossa espressione in un nuovo libro, “Il dolore e la grazia”, pubblicato da Media edizioni con i testi accompagnati dai dipinti dell’artista friulano Marco Casolo. C’è una presentazione di Aldo Colonnello del circolo Menocchio e poi una prefazione di Paolo Venti, che spiega come la morte di Flora sia «il nuovo perno delle cose (l’axis mundi di altre poesie) e attorno a esso si prendono le misure, si creano le nuove prospettive. Non è la fine, anzi è un evento che acquista un doloroso senso». Nelle fotografie di Danilo De Marco appare il bel volto di Flora. E alla sua compagna per oltre 40 anni Leo dedica un intenso canto d’amore, che si conclude sussurrando le parole di un motivo di Brassens: “Il tempo di imparare a vivere ed è già troppo tardi”. La vita, quindi, narrata stavolta come viaggio esistenziale da compiere, non solo come ricerca di un sogno o di un lavoro. Un libro bellissimo, delicato, lucido dentro un sentimento anche riservato, di sincero pudore e rispetto verso una vicenda privata, appartenuta a due persone e proposta senza ostentazione, con la consapevolezza che il cammino di tutti è così, nel profondo. Il racconto inizia nei giorni del dolore lancinante, settembre 2012, ospedale di Zurigo, dove Flora sta morendo. Ma attorno al suo letto si crea il gioco delle nipotine ignare di quanto accade in quella stanza e la situazione non sembra triste. “Flora ride – scrive Leo -, anche noi: è diventata una festa, piena di trilli e gridolini”. Poi ci sono i momenti del vuoto, dell’assenza che diventa assedio, e gli occhi si fanno rossi. “Vorrei raccontarti…” dice Leo alla sua Flora e lo fa, con brevi prose e versi in italiano e carnico. Molti testi sono stati scritti un anno fa a Maranzanis quando la malinconia era un peso insopportabile. “Sei presente anche qui, dappertutto… Troppo, anche troppo invisibile, troppo”. Zanier scrive con la passione, il cuore sincero di un ragazzo. “Il dolore e la grazia” si aggiunge ai tanti libri pubblicati in 50 anni, ma assume di sicuro un significato particolare. Senza farsi imprigionare dalla sua arte, il poeta rivela una forza di scrittura intatta, sorprendente, che comunica una sensibilità sempre fedele al mondo fino all’estremo. Nulla è cambiato in lui, che il 10 settembre compirà 80 anni. Il Friuli lo festeggia ora con due iniziative proposte nel programma di “Avostanis” dall’associazione Colonos. Primo appuntamento oggi, giovedì 27 agosto, alle 18, in corte Morpurgo a Udine, dove sarà presentato il nuovo libro. Dopo il saluto del sindaco Honsell, Leo ne parlerà con Paolo Venti e Marco Casolo. Brindisi e festa di compleanno sabato prossimo, alle 21, nel cortile dei Colonos, a Villacaccia di Lestizza, con “In onor, in favor”. Gigi Maieron dialogherà con Leo e poi concerto con protagonisti Canzoniere di Aiello e Canzoniere friulano, presenta Valter Colle. Occasioni speciali per incontrare un poeta unico, il più moderno e aperto alle cose del mondo fra i nostri autori. Il valore della sua arte sta nell’aiutarci, in maniera laica, a riconciliarci con la vita e con ciò che sarà anche dopo di essa, cercando i volti meravigliosi del passato.