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Friuli: “Non ti farò aspettare” il nuovo romanzo di Nives Meroi

di LUCIANO SANTIN.

Le montagne rombano, squassate dal terremoto, i seracchi crollano come immensi dòmini di cristallo, le valanghe si scaricano a valle, anche su campi base la cui sicurezza appariva certa. E, piú sotto, la fisionomia del territorio muta dolorosamente, come quella di una persona cara colpita da un male terribile. Quelle ore drammatiche vedono andare in stampa, per i tipi di Rizzoli, “Non ti farò aspettare – la storia di noi due raccontata da me”, l’ultimo libro di Nives Meroi, in libreria da domani. Vi si raccontano un Nepal che oggi è ferito e in parte cancellato, e un’esperienza umana esemplare e forte, iniziata male, ma finita bene. La malattia fa irruzione nella vita di Nives e Romano Benet, coppia fortissima non solo atleticamente, e i due rispondono con la complicità, con la capacità di attendere, con la voglia di reagire senza scoraggiarsi mai. “Non ti farò aspettare”. È una promessa. È quello che dico a Romano, nel 2009, quando siamo sul Kangchendzonga, il nostro dodicesimo Ottomila, e a quota 7500 lui si sente male. «Portiamoci a 7600, piantiamo il campo, poi tu vai in vetta e io aspetto. Tanto ci sono anche altre spedizioni», mi propone. Gli rispondo «Non ti farò aspettare». E cominciamo a scendere, immediatamente. Era ancora aperta la corsa per essere la prima donna a salire tutti i 14 giganti himalayani. Quanto è stato difficile rinunciare? Non lo è stato per nulla. Romano e io veniamo da queste montagne, dove abbiamo maturato un alpinismo autosufficiente dal punto di vista fisico e psichico. Una pratica rimasta a misura d’uomo anche sugli Ottomila, dove succede anche che gli scalatori passino a pochi metri da un morente, senza badargli, perché la tassa per la cima costa molto, la finestra di bel tempo dura poco, quindi il risultato deve esserci a tutti i costi. E poi… E poi? E poi noi due avevamo salito assieme tutte le altre cime. Valeva la pena di dividere la cordata? Sapevo bene come le condizione fisiche possano rapidamente decadere, a quelle quote, quindi non ho pensato neppure per un momento alla possibilità di passare la notte lassú. Poi, però, anche la montagna, per cosí dire, non ci ha fatto aspettare. Vale a dire? Il Kangchendzonga, che ci aveva posti di fronte alla linea d’ombra della scelta, al termine di una scalata fisica e morale durata 5 anni, per la malattia di Romano, nel 2014 non ci ha piú fatto aspettare. E siamo saliti in vetta. Ricordi di qualche elogio, per la scelta di scendere? Appena giú sono andata da Elizabeth Hawley, la custode degli Ottomila, per la consueta intervista. Come scrivo nel libro ha commentato: «Cosí, sei tornata indietro. Nelle tue condizioni tutti avrebbero detto bye bye, e avrebbero tirato diritto verso la cima, lasciando il compagno ad attendere. Ma sapevi che non avresti potuto piú vivere, se fosse successo qualcosa… Questi sono giorni terribili, per il Nepal, che è un po’ la vostra seconda patria. Siete in contatto con qualcuno? È una quotidiana ricerca di notizie. Una parte di quel Nepal che racconto nel libro non esiste piú, e non solo per la distruzione dei villaggi. Abbiamo parlato con alcune persone che conosciamo, altre notizie le abbiamo avute indirettamente dei villaggi. Degli amici si sono salvati, altri non ce l’hanno fatta. Il Nepal è in una situazione drammatica. In questi giorni ricorre l’anniversario del terremoto del Friuli, ma la situazione è imparagonabile, non solo per l’entità del sisma. Anche se all’epoca non esisteva la Protezione civile, si sapeva che da qualche parte sarebbe arrivato qualcuno a darci una mano. Lí ci sono valli ancora isolate, centri che chissà quando potranno avere un aiuto. La comunità internazionale deve farsene carico? Assolutamente. Ricordiamoci che il Nepal era uno dei paesi piú poveri al mondo anche prima della scossa. Noi alpinisti dobbiamo esserne i portavoce, perché, una volta passata l’onda emotiva e spariti i titoli dai giornali, resti ancora viva l’attenzione per questo popolo cosí gravemente colpito.

Carnia: Devis Bonanni, vitto e alloggio a chi aiuta nei campi e un nuovo romanzo sulla decrescita felice

di Melania Lunazzi.

Sta sistemando una rete antilepre agli alberi del suo frutteto, Devis Bonanni, quando ci risponde al telefono: «Bisogna farlo perché se nevica, la lepre non trova da mangiare e la corteccia degli alberi giovani è molto appetitosa per lei». A quasi un anno dall’incendio che lo scorso marzo rase al suolo la sua casetta – «un colpo duro, l’opera di un pazzo isolato, ma naturalmente andiamo avanti, non vedo perché no»-, l’autore di “Pecoranera” è pronto a ricevere tra i suoi campi i prossimi ospiti con la formula del “wwofing” – offerta di vitto e alloggio in cambio di un aiuto nei lavori agricoli – tra marzo e giugno. «L’età media si aggira tra i venti e i trent’anni, anche se non mancano i cinquantenni. C’è chi è alla prima esperienza lavorativa, chi studia in facoltà vicine, tipo scienze ambientali, ma vengono anche laureandi in scienze sociali e antropologia. Questo progetto è visto un po’ come fenomeno culturale rispetto ai temi della sostenibilità ambientale e della decrescita». Nel programma che Devis invia ai suoi contatti c’è il calendario della attività da svolgere: in marzo si pulisce il bosco e si lavora alla piantumazione degli alberi da frutto e tra aprile e maggio ci si dedica ai lavori di terra, con le semine di ortaggi e cereali. «In Carnia e in Friuli, come dappertutto, si è perso un patrimonio di alberi da frutto che erano nella prima campagna del paese. Intendo alberi veri, come li disegnerebbe un bambino dell’asilo, con il tronco e la chioma, e non come si vedono ora, forzati in filari cosí come dettato dall’agricoltura industriale. Un tempo ogni famiglia aveva nel proprio fazzoletto di terra gli alberi da frutta, un patrimonio di varietà e gusti diversi». Un patrimonio anche paesaggistico, aggiungiamo, che bisognerebbe tutelare nella sua impronta storica. E lo stesso si può dire di altre coltivazioni che si sono perse negli anni: «Il Friuli è sempre stato associato al mais, carattere distintivo del paesaggio friulano. Ma noi in quest’ultimo anno abbiamo cominciato a lavorare anche sui cereali, seminando, oltre al mais, anche frumento, orzo e farro. Qui il mais è arrivato nel Cinquecento ed è andato a sostituire orzo e segale. Ma vuoi mettere l’emozione e l’effetto simbolico del vedere luccicare a fine giugno i campi dorati di spighe?». E cosí Devis si è ricostruito una piccola filiera del frumento arrivando – nonostante la piovosa estate del 2014 – a farsi il pane in casa con la propria farina. Ma anche contagiando qualche vicino: «Qualche signore del paese è venuto a dirmi che si ricordava di quando in Carnia si piantavano orzo e segale o dei racconti sentiti dai nonni e alcuni, soprattutto giovani, ci hanno chiesto aiuto nella semina. Se fai un’indagine tanti sanno fare la polenta o sanno dire qual è una farina buona. Piú difficile trovare chi ha la cultura di altri cereali. E cosí abbiamo seminato nei paesi vicini da qui fino alla valle di Moggio sei piccole parcelle di cereali, facendo nascere oltretutto nuove amicizie». Ma anche l’autunno e l’inverno sono stati mesi utili per seminare qualcosa: idee e parole. Devis ha infatti già quasi terminato il prossimo libro, che verrà pubblicato, sempre da Marsilio, nell’autunno prossimo. «Ovviamente non posso pubblicarlo in primavera, con tutto il lavoro da fare che c’è nella bella stagione, non riuscirei a seguire le presentazioni. Per “Pecoranera” sono state quasi cento!». E quindi anche la casa editrice si è dovuta adattare ai ritmi dell’agricoltura. Ma di cosa tratterà il nuovo lavoro? «Non poteva essere un aggiornamento del tipo “Pecoranera tre anni dopo”». Certo, Devis, ha dovuto lasciar sedimentare la prima esperienza e far maturare nuovi contenuti. «”Pecoranera” è stato un racconto autobiografico, mentre questo lavoro sarà una sorta di manifesto, per usare una parola un po’ grossa. Uno sguardo generale ai temi dell’alimentazione, dell’agricoltura, della sostenibilità e della salute. Siamo nell’anno dell’Expo, dove su questi argomenti si toccherà l’apice. Ho conosciuto, incontrato e ascoltato molte persone grazie al primo libro. Ma c’è parecchia confusione ancora: tutto vale e niente vale , vorrei suggerire un ordine».

Friuli: Penne nere ai fornelli, ecco le ricette per la gavetta

http://giotto.ibs.it/cop/cop.aspx?s=B&f=170&x=0&e=9788867670116

di Emanuela Masseria.

Le penne nere ai fornelli erano capaci di oscillare tra una pasta pericolosamente scotta e un “risotto futurista all’alchechengio”. Questo e altro si evince da “Il quaderno di Cucina degli Alpini. Storie, aneddoti, ricette” a cura di Elisabetta Michielin per Kellerman editore. Il volumetto, scritto in bella calligrafia da Nicoletta Piol e illustrato da Roberto Da Re Giustiniani, è stato presentato ieri a Gorizia nella sede dell’Ugg in occasione della Mostra Assaggio vini e in collaborazione con la Leg. Nelle pagine di questo lavoro non c’è niente di scontato e anche qualcosa di difficile da immaginare, per una pubblicazione che rivela, per la prima volta, non solo il modo di mangiare, ma anche di pensare degli Alpini. Ci si destreggia cosí tra “Polpette di carne in scatola”, “Gnocchi senza patate” e “Pane russo Borodinski”, per una cucina inventata da un corpo militare in pace e in guerra, tra alimenti semplici e guizzi fantasiosi che arginano la semplice sopravvivenza. Una gastronomia tramandata anche grazie alla letteratura, come “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern o “La pelle” di Curzio Malaparte. La pordenonese Michielin, «lettrice compulsiva e webdesigner», ha fatto uscire questo quaderno a ridosso dell’Adunata degli Alpini e lo ripropone. Non mancano nemmeno raccordi con il contemporaneo, dove gli “orti di guerra” ci riportano a un’Italia autarchica prima che si inventasse l’espressione “km 0”. Da questi campi, concimati con rifiuti e l’acqua dei piatti da lavare, uscivano spesso rape con cui preparare “L’insalata calda del legionario”. Per non intristirci, si può ripensare alla ricetta degli alchechengi, dato che, per i Futuristi, «la pastasciutta non è il cibo dei combattenti». Marinetti chiese addirittura l’abolizione della pasta. Per i Futuristi, in guerra o meno, mangiare era «un’operazione complessa e multisensoriale per la quale servono “formule”, e non “ricette”. Da qui la necessità di un risotto con un frutto quasi quadro, dotato praticamente di ali e “velocissimamente digeribile”. Sicuramente lo era di più degli spaghetti cotti in 18-20 minuti, come si cita nel volume. In ogni caso, non andava sempre così bene. Potevano arrivare “bucce di pisello e croste di formaggio”, un “arrosto morto”o “un fritto della disperazione”. L’appetito però era buono davvero.

Tolmezzo: l’appello di Piutti stampiamo l’opera di Fabio Quintiliano Ermacora

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di Gino Grillo.
Dare esecuzione alla delibera del consiglio comunale licenziata 400 anni fa dal consiglio comunale di Tolmezzo. Questa la richiesta di Igino Piutti, ex sindaco, che ha scoperto come nella seduta 3 giugno 1610 l’assemblea civica, commemorando il consigliere Fabio Quintiliano Ermacora, appena scomparso, sapendo che lo stesso aveva lasciato un manoscritto in latino sulla storia della Carnia intitolato “De antiquitatibus Carneae” (antica storia della Carnia), per ricordarlo degnamente, su proposta del consigliere Giuseppe Trieste, deliberava di dare alle stampe la sua opera, dopo averla fatta trascrivere e rivedere da qualcuno competente. «Non credo – ha scritto Piutti in una lettera inviata all’attuale amministrazione guidata dal sindaco Francesco Brollo – di essere la persona alla quale pensavano quei consiglieri. Ma visto che a quella delibera non è mai stata data esecuzione in questi quattrocento anni, mi sono comunque permesso di ricostruire il testo latino originario e di darne una versione che rendesse, nell’italiano di oggi, la bellezza del testo latino, affinché il consiglio comunale di Tolmezzo possa finalmente dare esecuzione a quella delibera, e ricordare degnamente il personaggio a cui è dedicata una delle vie più importanti». Quello di Piutti non è il primo tentativo di dare alle stampe l’opera, ma non si ha notizia che questo sia mai avvenuto. Una sorta di “maledizione” sembra «gravi sul testo latino di questa storia della Carnia, o meglio di questa storia del Friuli vista avendo come punto di riferimento il capoluogo della Carnia. Mi auguro – termina Piutti – che questa sia la volta buona e che finalmente il consiglio comunale di Tolmezzo voglia adempiere all’impegno assunto il 3 giugno 1610».

Ravascletto: il carnico Antonio e gli amici-nemici d’Austria

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(l.s. dal MV di oggi)

Un secolo fa – novantanove anni, per l’esattezza – in Carnia i maschi validi furono strappati alle loro occupazioni e irreggimentati nel grigioverde. Alcuni tornavano dall’emigrazione in Germania, altri erano pendolari di valle, nelle segherie carinziane della Gailtal. Si spiegò loro che quelli oltre lo spartiacque, fedeli alleati sino al giorno prima, erano i nemici. Ai quali si doveva sparare, pena la fucilazione da parte degli amici. La devastazione morale e sociale della guerra toccò qui – come in tutte le zone di sovrapposizione etnico-linguistica – il suo terribile acme. L’agiografia nazionale provvide poi ad aureolarlo di gloria, ma le ferite arrecate dall'”inutile strage” dolgono ancora, cosí come quelle che ne discesero nei successivi decenni. Di questo parla “Gorizia è nostra”, straordinario libriccino di Sergio De Infanti, scoperto dal circolo “Menocchio”, e ristampato oggi dalle edizioni Olmis. È la storia di Antonio, un giovane capofamiglia di Ravascletto, che viene mandato a combattere sulle sue montagne e ha la fortuna di essere fatto prigioniero e portato in Austria, mentre il suo paese marcia attraverso le alterne vicende della Grande guerra. Si aggrappa a un amore passaggero, e così sarà anche per Marianna, la moglie, che al ritorno gli farà anche trovare una figlia in più. Il conflitto scandisce il ritmo come un metronomo, e le avventure di Antonio (niente movenze da eroe o antieroe, solo una voglia dura di stabilità e normalità) contrappuntano le scene di un paese che resiste impavidamente, mentre sullo sfondo fiammeggia lo scontro tra gli Imperi, un evento cosmico tanto grande da risultare incomprensibile per i locali, per cui è già difficile l’esercizio di “costruzione” del nemico. Quattro anni di patimenti, di unioni e famiglie scomposte e ricomposte, quattro anni perduti, eppure vissuti. Il titolo segna genialmente la conclusione del piccolo “nostòs” paesano: quando Antonio approda alla sua casa, trova schierati i familiari, che attendono da lui una parola che possa dare senso a ciò che è stato. Incapace di restituire in maniera positiva o almeno coerente il lungo distacco e l’insensato orrore della guerra, Antonio si rifugia nello slogan. E saluta i suoi con il luogo comune più vieto della propaganda guerrafondaia. Con una narrazione svelta e suasiva, uno stile diretto e naïf, De Infanti si fa biografo, più che di un personaggio, di una tipologia precisa, quella carnica, calata in un’ora decisiva. La tranche de vie che narra è la sedimentazione di esistenze tramandate dall’oralità, e dunque storia vera, molto più di quella dei testi che enumerano generali, battaglie e trattati. 

Tolmezzo: “Umanisti a Tolmezzo” l’opera definitiva, disponobile alla “Corte del libro” e da “Molinari”

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Immagine di copertina:  Madonna col Bambino, particolare dell’affresco di Anonimo della facciata del portico, seconda metà del sec. XV, chiesa di San Giacomo, Forni di Sopra (Ud)

Umanisti a Tolmezzo nel 1500” è il titolo dell’opera definitiva che Ermes Dorigo, intellettuale di punta della Carnia, pubblica in questi giorni per Andrea Moro Editore (460 pagine), pubblicazione consentita da: Camera di Commercio di Udine, Comunità Montana della Carnia, Città di Tolmezzo. Frutto di un lavoro di tre anni la vera finalità di fondo è ridestare l’interesse sempre più sbiadito per la classicità e i suoi valori perenni del Bene, Bello, Vero, come ben chiarisce l’Autore:

«Per ogni opera del genere qui presentato viene fornito un percorso di lettura, che rassicuri e non disorienti il lettore, tanto più per un libro come questo, che si colloca in un settore e in un contesto preciso, apparentemente specialistico, ma in realtà, con le mie traduzioni e note ai testi latini, alla portata di qualsiasi lettore medio, anche non conoscitore della lingua classica. Perché, in effetti, la vera finalità di fondo é quella di ridestare l’interesse sempre più sbiadito (come l’affresco di copertina, scelto appunto con questo intento) per la classicità, che ci permetta di evidenziare i disvalori attuali: per cui esso assume anche una connotazione d’impegno, oltre che culturale, civile attraverso il recupero della propria memoria storica, per far uscire una comunità dall’isolamento e dai complessi di inferiorità, motivata anche dal fatto che è tenuta in una condizione di lateralità, per cui sembra, anche sulla stampa, che la “CULTURA” finisca sulla  linea collinare: questo libro rompe la consolidata  stereotipata geografia culturale e accanto alla esaltata Scuola umanistica di San Daniele colloca con forza e determinazione la Scuola umanistica Tolmezzina, e fa di Tolmezzo uno dei poli culturali più importanti della regione (si pensi che l’unico Canzoniere petrarchesco nel Friuli Venezia Giulia è stato scritto a Tolmezzo: per la stampa in genere la Carnia culturalmente è solo una ‘pecora nera’ nonostante gli Spinotti, L. Zanier, G. Ferigo, lo scrivente…

Sulla letteratura quattro-cinquecentesca a Tolmezzo sono stati fatti studi approfonditi su Girolamo Biancone (Pellegrini), il maggior poeta in lingua friulana del secolo; su Fabio Quintiliano Ermacora (Tremoli) per il suo monumentale De antiquitatibus Carneae (Gli antichi avvenimenti della Carnia) – qui é riportato un lungo brano relativo ad una contesa tra Cadorini e Tolmezzini -; e l’edizione critica (Dorigo) di un Canzoniere petrarchesco del XVI secolo di Anonimo da Tulmegio. Nel libro si raccolgono tutti i rappresentanti di questa cultura; naturalmente anche quelli che per inquietudine o prestigio o concrete possibilità di lavoro vissero a lungo o si trasferirono in altre città, particolarmente significativi e famosi al di fuori dell’ambito locale come Raffaele Cillenio – Venezia, Vicenza -; quelli che, come egli scrive, non rimasero «chiusi, senza infamia e senza lode, solamente nella paterna e avita contrada, litigandovi al modo di galli domestici, né mai manifestarono l’intenzione di uscirne qualche volta, e in genere amano solo i campi, i monti, i fiumi e i boschi della terra natia»; come il medico Giuseppe Daciano, a Udine, e il giurista Francesco Janis, a Udine e Venezia.

Una scorsa all’indice ci dà l’idea della ricchezza e qualità di questo libro:

JACOPO VALVASONE DI MANIACO , Descrittione de la Cargna, 1565; ANONIMO DA TULMEGIO, Biobibliografia, Canzoniere petrarchesco del xvi secolo; ROCCO BONI, Biobibliografia, Austriados, libri quattuor, 1559 (traduzioni e note); ANTEO CILLENIO, Biobibliografia, De peste Italiam vexante, 1577 (traduzione e note); NICOLÒ CILLENIO senior, Biobibliografia, Psyches – Rapsodiae duae, post 1577 (traduzioni e note), Breve introduzione alla favola di Amore e Psiche, Sulla”Virtù”; NICOLÒ CILLENIO junior, Biobibliografia, Carmina (traduzione); RAFFAELE CILLENIO, Biobibliografia, Uincentio Longo ,Orationes decem, Oratio ad cives foroiulenses,Oratio ad cives utinenses habita pridie Nonas Decembris 1594 ,Carmina (traduzioni e note); GIUSEPPE DACIANO, Biobibliografia, Trattato della peste e delle petecchie,1576, Peste e letteratura nei secoli di nicola corbelli; FABIO QUINTILIANO ERMACORA, Biobibliografia, De antiquitatibus Carneae, post 1584 (traduzione); FRANCESCO JANIS, Biobibliografia, Viaggio in Spagna del 1519-1520.

Siccome Venezia tiene lontana la nobiltà e l’alta borghesia dal potere “il latino – scrive Tremoli – é sì simbolo di distinzione, ma diviene anche strumento difensivo, utile e necessario per trattare alla pari con i nuovi padroni. Anche per questa ragione si spiegano le cure speciali dedicate all’eccellenza delle scuole – a Tolmezzo fu molto curata la scuola di grammatica e retorica – e la considerazione di cui vien fatto oggetto chi conosce il latino”. Certamente rispetto ai grandi umanisti toscani, i tolmezzini sono dei ‘minori’, anche se quell’umanesimo civile latino, soprattutto fiorentino, comincia a declinare verso la metà del 1400 a favore del volgare, che nel corso del Cinquecento si impone definitivamente con i capolavori dell’Ariosto, di Machiavelli, del Tasso; continua però un filone di letteratura nelle lingue Latina e Greca, tanto é vero che in un testo addirittura del 1596 si pone in premessa una lettera del 1511 circa di Andrea Navagerio al pontifex maximus Leone X Medici, protettore degli umanisti, per giustificare e difendere la loro produzione letteraria nelle due lingue classiche e per tutelarsi dagli inquisitori domenicani della Controriforma, che li consideravano paganeggianti. Inoltre, come scrive ancora Tremoli, “hanno la loro importanza perché rappresentano, quale che sia stata, la cultura della loro terra, e perché ci tramandano con la loro opera una preziosa serie di testimonianze su quella che fu la condizione sociale del loro tempo”. Basti leggere di Anteo Cillenio il suo poemetto De peste Italiam vexante (La peste che devasta l’Italia) del 1577, che ci dà in chiave controriformistica un quadro apocalittico del passaggio dalla società feudale a quella borghese, caratterizzato dalla crisi della famiglia e del matrimonio; dall’adulterio; dalla lotta di tutti contro tutti; dalla smania del denaro; dalla pratica dell’usura: una società rissosa e violenta, insomma».

 

Friuli: Facchin riscopre i caduti dimenticati della battaglia di Resia

di Alessandro Cesare.

Una battaglia ancora sconosciuta ai piú, che però ha coinvolto oltre 30 mila soldati. Oggi se ne saprà di più su quella che è stata ribattezzata la “battaglia di Resia”, combattuta alla fine dell’ottobre 1917 tra Uccea, Sella Carnizza e le cime circostanti, grazie alla presentazione del romanzo storico Eroi senza vittoria, scritto dal carnico Emanuele Facchin (edito da La Nuova Base). L’appuntamento è per le 17 a palazzo Belgrado, a Udine, quando l’autore e lo storico Marco Pascoli parleranno di un avvenimento rimasto per decenni nell’oblío. Tra i protagonisti della serata ci sarà anche il sindaco di Resia Sergio Chinese, che con il Comune ha avviato un progetto per far riemergere le testimonianze della Grande Guerra nella valle patria degli arrotini. Il libro racconta le vicissitudini del colonnello Emilio Alliney, chiamato a difendere la Val Resia dall’avanzata dell’esercito austro-ungarico. Tra il 25 e il 30 ottobre 1917, 10 mila soldati italiani del regio-esercito cercarono di stoppare la discesa di 20 mila bavaresi, che come obiettivo avevano quello di tagliare la ritirata dei nemici sugli altri fronti. «Una battaglia tanto dimenticata quanto nevralgica nell’economia strategica del conflitto – commenta il sindaco Chinese – che merita di essere riscoperta non solo per consegnarla alla storiografia, ma anche per rendere onore alla memoria dei militari italiani e imperiali, oltre che ai civili della vallata, molti dei quali subirono sofferenze morali e materiali, finendo sfollati addirittura in Campania. Il progetto “La Grande Guerra in Val Resia” – aggiunge Chinese – intende riscoprire in modo scientifico tali vicende, puntando anche e soprattutto sulla valorizzazione turistica dei siti e dei resti del conflitto». La scelta dell’esercito austro-ungarico di sfondare proprio in Val Resia nasceva dalla mancanza di fortificazioni di un certo peso tra i paesi all’ombra del Canin. Non si aspettava però la strenua resistenza degli uomini comandati dal colonnello Emilio Alliney, che vanificarono il tentativo di tagliare la ritirata dei soldati provenienti dalle valli del Fella. Sul campo restarono 110 morti, cifra calcolata per difetto.

Carnia: presentazione in anteprima del libro “Umanisti a Tolmezzo” di prossima pubblicazione

Autografo_Raff2

Entro gennaio uscirà per i tipi dell’editore Andrea Moro, e sarà presentato, il mio libro UMANISTI A TOLMEZZO NEL 1500 (ca 500 pp), la cui pubblicazione é stata sostenuta da: Camera di Commercio – CCIAA di Udine (presidente: Giovanni da Pozzo); Comunità Montana della Carnia (Commissario: Lino Not); Città di Tolmezzo (Assessore alla Cultura: Aurelia Bubisutti). Anticipo la presentazione, grazie alla gentile ospitalità in questo blog, perché vorrei che alla presentazione, come in una grande rimpatriata e metaforico abbraccio, fossero presenti gli ormai adulti ex allieve ed ex allievi, che mi hanno dato grandi soddisfazioni, permettendo di realizzarmi come insegnante e in gran parte come uomo, e magari anche dei loro genitori.

Ermes Dorigo

 

UMANISTI A TOLMEZZO NEL 1500

«Meglio intende il suo presente chi é nutrito dell’esperienza del passato»

 

La revisione della geografia culturale non é solo un dovere storiografico, ma si trasforma in un atto etico-civile nel momento in cui, attraverso la giusta rivalutazione delle espressioni letterarie di un territorio, si dà alla comunità, che l’ha espressa in passato, il senso dell’uscita dalla lateralità e marginalità e la consapevolezza di appartenere a pieno titolo ad una comunità più vasta. Tale revisione, per quanto concerne Tolmezzo e la Carnia, deve concentrarsi sul 1400 e 1500, perché é con l’instaurazione del dominio veneto nel 1420, che si diffonde l’Umanesimo e  inizia per questa terra quell’ascesa economica, sociale e culturale che culminerà nel 1700.  Nell’introduzione ai volumi dell’Età veneta del Nuovo Liruti, si fa capire che, accanto a quella nel campo artistico di Domenico e Gian Francesco da Tolmezzo, si può a tutti gli effetti parlare di Scuola Tolmezzina anche per quanto concerne la coeva cultura e letteratura umanistica, da mettere accanto, quindi, all’unica finora esaltata e celebrata Scuola di San Daniele, fondata da Guarnerio d’Artegna (anche se é ben vero che Tolmezzo e la Carnia non vantano umanisti cultori di biblioteche e collezionisti di manoscritti antichi, se si fa  eccezione per Giovanni di Mainardo di Amaro, che visse e insegnò però a Cividale. La sua biblioteca conta 109 codici, tra cui si notano, oltre ai testi grammaticali e propri della professione, opere di mitologia, astronomia, storia, esegesi biblica, patristica, e alcuni volumi di letteratura moderna, da Petrarca e Boccaccio in poi).

Sulla letteratura quattro-cinquecentesca a Tolmezzo abbiamo studi approfonditi su Girolamo Biancone (Pellegrini), il maggior poeta in lingua friulana del secolo; Fabio Quintiliano Ermacora (Tremoli) per il suo monumentale De antiquitatibus Carneae;(Gli avvenimenti antichi della Carnia) e l’edizione critica di Anonimo da Tulmegio, Canzoniere petrarchesco del XVI sec. (Dorigo) di un anonimo poeta petrarchista. Qui  si abbracciano tutti i rappresentanti di essa, anche quelli che per inquietudine o prestigio vissero a lungo o si trasferirono in altre città, in particolare alcuni significativi anche al di fuori dell’ambito locale come Raffaele Cillenio che, come egli scrive, non rimasero «chiusi, senza infamia e senza lode, solamente nella paterna e avita contrada, litigandovi al modo di galli domestici, né mai manifestarono l’intenzione di uscirne qualche volta, e in genere amano solo i campi, i monti, i fiumi e i boschi della terra natia».

 

Raffaele_Orationes

Siccome Venezia tiene lontana la nobiltà e l’alta borghesia dal potere «il latino – scrive Tremoli – é sì simbolo di distinzione, ma diviene anche strumento difensivo, utile e necessario per trattare alla pari con i nuovi padroni. Anche per questa ragione si spiegano le cure speciali dedicate all’eccellenza delle scuole – a Tolmezzo fu molto curata la scuola di grammatica e retorica – e la considerazione di cui vien fatto oggetto chi conosce il latino».  Certamente rispetto ai grandi umanisti toscani, i tolmezzini sono dei ‘minori’; però, come scrive ancora Tremoli, «hanno la loro importanza perché rappresentano, quale che sia stata, la cultura della loro terra, e perché ci tramandano con la loro opera una preziosa serie di testimonianze su quella che fu la condizione sociale del loro tempo». Basti leggere di Anteo Cillenio il suo poemetto De peste Italiam vexante (La peste che travaglia l’Italia)del 1577, che ci dà  in chiave controriformistica un quadro apocalittico del passaggio dalla società feudale a quella borghese, caratterizzato dalla crisi della famiglia e del matrimonio, dall’adulterio, dalla lotta di tutti contro tutti, dalla smania del denaro, dalla pratica dell’usura: una società rissosa e violenta.

Paradigmatica rimane, comunque, l’opera di Rocco Boni  autore di un poema di 1694 esametri dal titolo Austriados Libri quatuor, (Austriade, libri quattro) pubblicato nel 1559 a Vienna per i tipi di Michele Zimmermann, dopo essere stato approvato dal Collegio poetico di quella celeberrima Università e dal suo Rettore, il Magnifico Giorgio Eder, giureconsulto, e dedicato alle Maestà di Ferdinando I, imperatore dei Romani, e di Massimiliano, re di Boemia. Opera, probabilmente commissionata – a conferma di quanto afferma il Menis, che Venezia « vide nel Friuli una preziosa area strategica per la salvaguardia dei suoi fragili confini con l’Austria» –  ad un suddito letterato di confine, sotto la minaccia di consegnarlo all’Inquisizione, che ha soprattutto lo scopo di accentuare i legami di pace e di amicizia tra Venezia e Austria (era ancora aperto il contenzioso per il dominio su Aquileia); quindi al di là del volo dell’autore (abbiamo qui la prima visione ‘aerea’ di Tolmezzo: «Di seguito vediamo le torri di Gemona, e le alte / mura di Tolmezzo, e le fortificazioni disposte sui colli./ Quindi vediamo le rovine spianate al suolo dell’antico / Foro di Giulio, ricoperte da erbacce selvatiche; / si notano delle tombe e blocchi di marmo incisi con epigrafi») , trasportato da Mercurio sull’Olimpo e ad Augusta e dei panegirici dei due Asburgo, conta soprattutto la continua sottolineatura della bontà del governo veneziano e della sua più volte ribadita «alleanza perpetua» e convivenza pacifica con l’Austria, e di questa il buon governo in Friuli con un lungo epinicio bucolico di Gorizia e del suo territorio, con Gradisca e Trieste domini austriaci.

La ricchezza  culturale di Tolmezzo é per certi versi sbalorditiva se si pensa, come scrive il Valvasone  che nella capitale «di tutta la Cargna, abitata da persone civili e di acuto intelletto, conforme a quell’aere sottile, ben fabbricata, e nei tempi estivi molto allegra, … sono state descritte 950 anime». Certamente nel 1400 esistevano quivi piccoli centri culturali ed accademiuole, dalle quali emerse una vera e propria stirpe di umanisti, i Cillenio: Raffaele, il più famoso di questo casato, che ha dato numerosi letterati di humanae litterae , firmava talora le sue opere  «Cillenio Angeli» o «Cillenio De Angelis»; secondo il Puppini «si sa che la famiglia dei Cillenio si era imparentata in qualche modo con il notaio e cancelliere tolmezzino Cristoforo Angeli». A mio avviso si potrebbe suggerire una diversa ipotesi circa il cognome, ovvero che quello reale fosse ‘Angeli’; probabilmente, in un qualche cenacolo letterario, dov’era consuetudine assumere uno pseudonimo, un Angeli scelse quello di ‘Cillenio’ (monte d’Arcadia, dove nacque Hermes-Mercurio, dio della parola), che divenne il patronimico, salvo poi, nei casi di possibile omonimia, riprendere e/o aggiungere il cognome originario. Tale ipotesi parrebbe suffragata dai nomi dei Cillenio che, espressione dell’umanesimo cristiano, ricorsero a due campi onomastici: quello della classicità (Mercurio, Eumene, Evandro, Anteo, Nicolò, Damasceno) e quello biblico-evangelico (Giuseppe, Raffaele…); vale a dire che la costruzione dell’immagine di ‘maestri di umanità’ sarebbe stata affidata, prima che all’opera, all’ipersemantizzazione dei nomi e dei cognomi.

Tra questi sono ricordati Nicolò Cillenio senior e la sua opera in versi Psyches–Rhapsodiae duas, (Due Rapsodie di Psiche) molto complessa stilisticamente per gli arcaismi e ideologicamente, il quale, in odore d’eresia,  dietro un’adesione di facciata, spesso ironica, al clima controriformistico, dimostra una profonda nostalgia per le origini greco-etrusche della cultura latino-italiana, esaltando la libera ed eclettica cultura umanistico-rinascimentale soffocata dal cattolicesimo, il mondo metamorfico dell’alchimia, le teorie orientali di Zoroastro, l’esoterismo misterico delle antiche religioni nella figura centrale del mitico cantore Orfeo; il nipote, Nicolò Cillenio junior – citato brevemente, per scarsità di documenti, figlio del più famoso Raffaele Cillenio, che merita un’attenzione particolare, in quanto autore di numerose opere in prosa e versi, in latino e in greco.  

Raffaele insegnò per molti anni a Venezia e Verona, fu autore di un manuale per aiutare la memoria degli allievi ad apprendere le tecniche dell’arte oratoria, lodato, consigliato e utilizzato in molti ambienti scolastici. Per nostalgia, ma anche per problemi di isolamento, emarginazione e solitudine, ritorna a Tolmezzo nel 1573, dove viene assunto nella locale scuola con il cospicuo stipendio di 130 ducati; dentro di sé, per quanto legato alla terra natia, coltiva però sempre il desiderio di concludere la sua carriera d’insegnamento nella capitale della Patria del Friuli, Udine; il che avrebbe rappresentato la consacrazione definitiva del suo magistero nelle humanae litterae, la gloria e la fama, cosa ben diversa della rinomanza di cui già godeva: «uomo lodato dai maggiori Letterati d’Italia» (Liruti). Finalmente un anno prima della sua morte Raffaele compone l’Oratio ad cives utinenses habita pridie Nonas Decembris 1594, che rappresenta il vertice della sua arte oratoria, in occasione del conferimento della cattedra di Lingua Latina e Greca nella città di Udine, della quale ci restituisce un’immagine stupenda pur nel tono da panegirico.

 

 Copertina Carmina_Raffaele

 

Altri umanisti, pur padroneggiando latino e greco, anche per motivi professionali predilessero l’italiano. Il medico Giuseppe Daciano, che, dopo aver svolto a Tolmezzo la sua professione, acquistò una tale stima e rinomanza per cui la città di Udine lo prescelse come suo Medico con lauto stipendio; si distinse soprattutto nelle varie pestilenze ed é autore nel 1576 del Trattato della peste e delle petecchie, osteggiato dalla corporazione scientifica e dalla Chiesa, in quanto opera di divulgazione scientifica in volgare al di fuori della cerchia degli specialisti.

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Francesco Janis, «dottor di Leggi stimatissimo, et Oratore facundissimo e perciò adoperato in negozi di grandissimo rilievo non meno dalla Patria, che dalla Repubblica» (Capodagli) sul quale viene riportato il Sumario del Sanuto Viaggio in Spagna di Francesco Janis di Tolmezzo del 1519-20,  che racconta della sua missione su  incarico della Serenissima presso Carlo I, re di Spagna, che proprio mentre si trovava lì fu eletto Imperatore col nome di Carlo V, per risolvere, come fece, la questione tra la Spagna e Venezia, che chiedeva la liberazione di navi e merci di sudditi veneziani, sequestrate da alcuni mercanti spagnoli come rappresaglia per presunti danni patiti.

Infine quell’Anonimo –  prima dell’edizione critica attribuito a Giuseppe Cillenio -, autore di un Canzoniere petrarchesco, unico come s’é detto in Regione, sulla cui scrittura e ambientazione a Tolmezzo non ci sono dubbi: «Ma tu beato coro, / Che lungo al bel Tulmegio / Di Lei soavemente vai cantando»; «Tulmegio, tu poi ben di suoi costumi / Andar altiero, e le tue donne belle / Reverenti venir a farli onore»; «Udranle adunque almen, tra fiamme e gelo, / il bel Tulmegio, ogni sua riva e fiume, / poi che tanto non po’ mio basso stile».

Carnia: Siro Angeli, inediti in occasione del centenario; le lettere di Alida Airaghi

Le figlie Daria e Silvia

di Nicola Corbelli e Ermes Dorigo

Risale al 1970 il primo contatto tra Siro Angeli e Alida Airaghi, studentessa di Verona, “molto intelligente e sensibile”. All’epoca Angeli vive a Roma ed è un funzionario  e sceneggiatore della Rai, nonché autore teatrale e poeta di un certo successo: basti pensare, ad esempio, che la sua raccolta di liriche L’ultima libertà è pubblicata nel 1962 da Mondadori nella prestigiosa collana dedicata alla poesia contemporanea e viene favorevolmente accolta da critici e poeti quali Alfonso Gatto, Giacinto Spagnoletti, Giorgio Caproni.  Ed è  proprio grazie ad alcuni componimenti pubblicati in un’antologia di poeti contemporanei che la giovane Alida, come scrive in una lettera, si avvicina ad Angeli. Tra i due inizia uno scambio epistolare, ispirato da comuni interessi per la cultura e la poesia, che per Angeli rappresenta una sorta di “ritorno alla vita”: dopo la morte della moglie Liliana, avvenuta nel 1953, egli attraversa un periodo di profonda crisi interiore e mai avrebbe immaginato di potersi innamorare nuovamente di una donna. Compresa la sincerità e la profondità del loro rapporto si sposeranno nel 1978. Dalla loro unione nasceranno due figlie: Daria e Silvia. I sentimenti di gioia e quasi d’incredulità per questa sua “rinascita”, emergono chiaramente nella poesia La distanza, delicato quadro di vita familiare che ha come protagonista la piccola figlia Daria: Per te, addentare lì davanti/ alla tivù uno a uno gli spicchi/ del mandarino che ho sbucciato,/ è ancora continuare il gioco./ Di una meraviglia mai finita/ colmi la distanza dai miei tanti/ anni, a guardarti, li fai ricchi/della tua assenza di passato./Mentre dico a me stesso “Questa/è mia figlia”, penso sia poco/ offrire, non per la tua vita,/ma solo per quello che m’è dato/ adesso, la vita che mi resta.

Anthologica

 

Tornando all’epistolario, di seguito si riporta il testo della prima lettera che Alida Airaghi invia a Siro Angeli:

 Lettera alida

Verona, 24-1-1970

 

Caro Signor Angeli,

 

                              sono una studentessa liceale di Verona, le scrivo dopo aver letto alcune

sue poesie su un’antologia di poeti contemporanei. Devo confessarle che non sapevo neppure che lei esistesse: a scuola non si curano certo di farci apprezzare la poesia moderna; tuttavia le sue poesie mi sono piaciute. Molto.

Non mi interessa sapere se la sua poesia è contrapposta a ogni inutile sperimentalismo, oppure se risolta a prima vista l’elaborazione e la rinnovazione degli endecasillabi e dei settenari (come ha scritto un certo Ravegnani): io bado ai fatti e le sue liriche sono delicate e sincere. Per questo mi sono piaciute. Le ho scritto per chiederle se può mandarmi un suo volume: non credo infatti che i suoi libri siano stampati in edizione economica, e io non ho abbastanza soldi per permettermi un’edizione di “lusso”. Se un giorno riuscirò a scrivere poesie belle come le sue, anch’io le manderò un volume gratis.

Volevo dirle inoltre che mi dispiace molto che la sua “Lilith, Eva, Maria” sia morta.

 

  Affettuosi saluti

  Alida Airaghi

risposta

Così Siro Angeli, pochi giorni dopo, risponde alla sua giovane ammiratrice:

 

Roma, 6 febbraio 1970

 

Cara Alida,

 

                  scusa se ti dò del tu; penso che la mia età e soprattutto lo slancio spontaneo che ti ha sollecitato a scrivermi, mi consentano di farlo.

Dirti che la tua lettera mi ha recato piacere è poco. Accorgersi che le nostre parole hanno lasciato una traccia nell’animo di qualcuno è assai consolante: non (almeno nel mio caso)

perché l’impulso a scrivere nasca proprio dal bisogno di comunicare, di confidarsi, di stabilire un rapporto di comprensione e di intesa con gli altri, inisito in ogni essere umano.

Adesso io esisto per te, e tu esisti per me. Se da me ti è venuto qualcosa, senza che io l’abbia espressamente voluto (e questo mi sembra anche più bello) tu mi hai dato altrettanto scrivendomi, e forse di più.

Ti mando volentieri il mio ultimo libro di versi. Confido che non ti deluda; e attendo che un giorno tu possa ricambiarmi con un libro che rechi la tua firma, e sia migliore del mio.

Io l’ho scritto perché non potevo farne a meno, per disperazione e per vincere la disperazione. La vita mi aveva concesso, con mia moglie, moltissimo; e forse perché é stabilito che il bene si debba pagare più del male, lei me l’ha tolto. Io ho cercato di ricuperare questo grande dono nelle parole, non potendolo più ricuperare nella realtà.

Ricambio i tuoi affettuosi saluti e ti auguro che si avveri quello che desideri, per i tuoi studi e per la tua vita.

 

                                                                                                                              Siro Angeli

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Friuli: dal faggio di Camporosso all’acero di Fusine, in un libro i “Giganti della memoria”

(r.c. dal MV di oggi)

Una grande storia naturale del Friuli Venezia Giulia fatta di eleganza e grazia e testimoniata dai Giganti della memoria. S’intitola cosí il libro che la Selekta di Andrea Mascarin dedica ai Grandi alberi e monumenti naturali della regione «simbolo dell’eternità e del miracolo della vita, che a confine tra cielo e terra, testimoniano silenziosamente la storia e gli uomini che vi hanno fatto parte». Ci sono alberi, nella nostra Regione, che fanno mancare il respiro per la loro bellezza e maestosità – spiega l’editore -. Noi crediamo che di fronte a essi l’uomo possa ritrovare quella parte di sé che ha perso a causa del continuo logorío della frenesia moderna e, fermandosi davanti a questi longevi giganti, possa ascoltare la Storia che essi raccontano tra il fruscio delle eleganti fronde sfiorate dal vento. I testi del volume, che costa 45 euro e sarà presentato sabato, alle 15.45, a palazzo Belgrado a Udine, sono a firma di Mario Di Gallo arricchiti dalle fotografie di Stefano Zanini e Dario Di Gallo, esperti professionisti del Dipartimento forestale del Fvg; e dai disegni di Franco Dugo. «A volte giro intorno a queste strutture della terra da solo e si innesca una dinamica veramente intrigante – scrive Dario Di Gallo –. I pensieri si sciolgono, la logica molla la sua presa, l’istinto emerge felice! Allora lascio il cavalletto e gli attrezzi vicino al tronco, do un’occhiata in giro per essere sicuro che nessuno mi veda: sarebbe imbarazzante, un pandolo di quasi un metro e novanta che fa la scimmia. E Salgo su. Entro nel sogno e sorrido». Mario Di Gallo racconta la triste fine del faggio nel bosco bandito di Timau, età stimata trecento anni. «C’era un grande e annoso faggio a Timau,
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