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Friuli: c’era una volta la Carnia ora viviamo in un incubo

di Paolo Medeossi.

Ci sono ancora i paesaggi, i fiumi, i torrenti, i rifugi, i boschi, le belle montagne innevate (viste alcune settimane fa nel programma tv “Linea bianca”), ma appena si scende a fondovalle atmosfere e stranezze da incubo. Esagerazioni ed enfasi da cronisti a caccia di scoop? Sarebbe riduttivo e letale ragionare così perché in gioco ci sono le sorti di un territorio complesso e strategico, non solo per i carnici. Diceva un acuto osservatore, anni fa: «Se i problemi della montagna non vengono risolti, la valanga si ingrossa e travolge tutti, anche in pianura». Adesso la valanga è enorme, oltre i livelli di guardia, e non si vedono grandi soluzioni. L’orizzonte si fa cupo e lo stillicidio delle notizie non solleva il morale, anzi. Addirittura succede che spariscano in una banca i conti correnti di ignari risparmiatori che, quando vanno a ritirare il gruzzolo, si trovano con un pugno di mosche. Scattano le indagini, la magistratura apre l’inchiesta, intanto campa cavallo. La situazione a livello giudiziario, per tempi e rallentamenti ben noti, sembra dare boccate d’ossigeno ai colpevoli più che alle vittime. D’accordo: non sono cose che succedono solo in Carnia, ma il peso di certi macigni diventa micidiale in territori fragili, vulnerabili, abitati da una popolazione con tanti anziani, più indifesi rispetto a stress e timori. Qualcuno ha detto che stiamo vivendo l’epoca delle “passioni tristi”. Definizione intelligente. C’è un malessere diffuso, una tristezza che attraversa le fasce sociali. Serpeggia un senso di impotenza e incertezza che induce a rinchiudersi, a vivere il mondo come una minaccia alla quale non si sa rispondere. Ogni tutela legale pare un miraggio, altri strumenti non esistono. Una volta si mostrava l’indignazione tutti assieme, le si dava forma visibile e voce. Ora non c’è l’urlo di protesta: si sfoga la rabbia scrivendo frasi di fuoco sui social network, poi si resta a livello virtuale ingigantendo l’impotenza, la frustrazione. Così si consolida l’idea che la roccaforte dei potenti resti inespugnabile. Forse riporteranno qualche cicatrice, qualche feritina, subiranno gli insulti, ma hanno un asso fondamentale: la smemoratezza generale. Si dimentica in fretta, troppo in fretta. Ciò che oggi fa scandalo, domani è solo un piccolo foruncolo da estirpare. E chi ha subìto il danno si arrangi. Sulla Carnia pesa maledettamente la tegola Coopca, vicenda terribile per tanti motivi, compreso quello simbolico. Si chiude una pagina gloriosa per questa terra di montagna e per lo stesso modo di sentirsi carnici. Ciò accade (visto, tra l’altro, che questo 2016 è zeppo di anniversari) proprio a 110 anni dalla nascita, avvenuta nell’aprile del 1906. La mazzata ha cancellato i piccoli capitali della gente, ha creato disoccupazione in zone dove il lavoro è manna, ma soprattutto ha seminato sfiducia in maniera irrimediabile. È lo stesso incubo che si sta verificando nel caso della Banca Popolare di Vicenza, con dimensione ancora più ampia e grave. Realtà economiche e finanziarie con le quali le famiglie avevano stabilito un rapporto di conoscenza e affidabilità a occhi chiusi, ponendosi come obiettivo non la speculazione, ma la difesa del risparmio, hanno voltato le spalle tradendo dalla sera alla mattina con cambi di scena inauditi, in un quadro dove ha fallito ogni tipo di vigilanza e controllo. E adesso c’è la fuga dalle responsabilità che darà vita a infinite schermaglie legali in un Paese con il primato europeo per lunghezza dei processi. Aver demolito, in Carnia, in Friuli e altrove, la fiducia dei risparmiatori è un fatto atroce, non solo per chi aveva i soldi alla Coopca o in banca. Abbatte un pilastro sociale su cui l’Italia è cresciuta e peserà tantissimo. La Carnia di questi tempi, gestita tra astuzie varie, ha gettato ombre anche su una sua invenzione, quella degli alberghi diffusi, idea lanciata fin dagli anni Ottanta, dopo il terremoto, da personaggi come Leonardo Zanier e Piero Gremese per dare una chance turistica ai paesi senza vederli ridursi a una sorta di “Pompei montanara”. Sappiamo cos’è invece successo attraverso le cronache di questi mesi, che alla fine alimentano il discredito anche su chi si è comportato in maniera corretta, in base a leggi di tanti anni fa, che non avevano sollevato dubbi o rimostranze. C’è chi (ecco il popolo dei risparmiatori) ha investito i soldi nel recupero di case o stavoli diroccati come atto di fede verso la propria terra e c’è chi ha agito in altri termini, sotto gli occhi di una politica indifferente, sia carnica sia regionale. Politica che dopo la grande crisi, scoppiata da nemmeno dieci anni, non si è calata con senso di umiltà e consapevolezza nel nuovo mondo. Ha continuato come sempre, allontanandosi così dai sentimenti della gente. Alla fine ci sarà certo chi, miracolato, festeggerà elezioni ottenute con un pugno di consensi, ma primo compito d’un politico, al di là della vittoria personale, dovrebbe essere in democrazia quello di riportare il popolo compatto e convinto al voto. La Carnia non è all’anno zero, ma poco sopra. Appena Enzo Cainero ridà il Giro d’Italia allo Zoncolan si accende l’entusiasmo e cresce la speranza. Uno sprazzo vitale. La scorsa estate il turismo ha regalato sorrisi, timidi forse, ma concreti. Ora però i carnici devono tornare a essere se stessi. Basta trucchi, trucchetti e cortigianerie. Per trovare qualche idea, rileggano la bella biografia che Ermes Dorigo ha dedicato a Michele Gortani (in gennaio sono passati 50 anni dalla morte, ma chi se ne è ricordato?) oppure rileggano gli Almanacchi pubblicati dal Coordinamento dei circoli culturali. Riscoprire Giorgio Ferigo diventa fondamentale. Anche lo scrittore Sergio Maldini, che non era di Tolmezzo e dintorni, visitando le vallate disse: «In Carnia c’è un popolo autonomo, cosciente, civilissimo, che vanta i pareggi dei bilanci comunali e diffida di tutto ciò che è brillante, ma effimero. E inoltre la Carnia possiede una cosa sempre rara nel nostro Paese: la serietà». Era il 1968, secoli fa. Infine ecco Leo Zanier, il poeta di Maranzanis, che scrisse: «I tromboni predicano “guai a perdere le radici”? Io dico invece che stiamo perdendo la semenza». E in una sua “storiuta” pedagogica, per bambini e non, narrò dell’orso a cui piaceva il miele e con l’acquolina in bocca attraversava le foreste seguendo un’usta zuccherina… Ogni riferimento (eccetera eccetera) è puramente casuale.

Michele Gortani: il suo ‘Saluto agli emigranti’ e la notizia della sua scomparsa sui giornali locali

 

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di Ermes Dorigo.
come ALPE CARNICA annunciò la scomparsa del senatore Michele Gortani 4 giorni dopo la sua morte e il ‘Saluto agli emigranti’ del senatore consegnato alla Redazione due giorni prima della sua scomparsa.

Il prof. Michele Gortani era nato il 16 gennaio 1883 a Lugo di Romagna da genitori camici colà emigrati per ragioni di lavoro, ma la sua patria può ben dirsi Tolmezzo, ove ha trascorso la maggior parte della vita. Laureatosi con lode a Bologna a 21 an­ni, nel luglio 1904 in scienze naturali, si diede allo studio geologico delle Alpi carniche conseguendo subito brillanti risultati. Dal 1 novembre 1904 al 16 febbraio 1922 fu assistente alle cattedre di geologia nelle università di Perugia, Bologna, Torino e Pisa. Libero docente sempre in geologia dal 16 febbraio 1922, professore di ruolo nel­la cattedra di Cagliari, quindi trasferito per chiamata all’università di Pavia, indi in quella di Bologna. Oltre 250 sono le sue pubblicazioni scientifiche di cui la prima vi­de la luce nel lontano 1902.

Socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, socio nazionale dell’Accademia delle Scienze di Bologna, dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali, dell’Accademia del­le Scienze di Torino, socio corrispondente dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti nonché dell’Accademia di Scienze e Lettere di Verona e dell’Accademia di Udi­ne; membro onorario della Geological Society di Londra, della Société Géologique de France, dell’Accademia Leopoldina-Carolina Naturae Curiosorum di Halle, della Geologische Vereinigung di Bonn, medaglia d’oro al merito silvano, medaglia d’oro dei Benemeriti della Scienza, della Cultura e dell’Arte.

Fu deputato al Parlamento per il collegio di Tolmezzo nella legislatura 1913-1919, deputato all’Assemblea Costituente dal 1946 al 1948, senatore della Repubblica per il collegio Tolmezzo-Gemona nella legislatura 1948-1953. Ma la sua vita è intes­suta di una continua e fervida attività soprattutto nel campo geologico: direttore della campagna di esplorazione geologica degli Altipiani Harrarini e della Dancalia me­ridionale nel 1935, 1936 e 1937, presidente della società geologica italiana negli an­ni 1927 e 1947, presidente del comitato geologico della Sardegna, della commissione geologica italiana, della commissione per lo studio dei problemi solfiferi nazionali, della commissione per lo studio del bacino idroterm euganeo, vice-presidente del consiglio superiore delle miniere e dell’istituto italiano dì paleontologia umana, presidente dell’istituto italiano di speleologia, membro del consiglio di amministrazione delle foreste demaniali nonché del comitato di consulenza dell’AGIP Mineraria.

L’8 agosto 1959 l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi gli conferi­va il titolo di professore emerito e con l’occasione così scriveva a Michele Gortani: «con tale atto la scuola italiana intende renderle particolare tributo di omaggio per i lunghi anni del suo appassionato e fecondo magistero in varie università e, dall’an­no 1925 ai 1958, in quello di Bologna. Il titolo onorifico vuole anche significare giu­sto apprezzamento per la sua vasta ed insigne produzione scientifica, la quale nei più vari campi della geologia rimane guida sicura agli studiosi, nonché per l’opera unanimemente apprezzata da lei svolta in organismi di ricerca nazionale ed interna­zionale».

Ma non possiamo dimenticare l’opera appassionata dello scomparso volta a fa­vorire il miglioramento economico e sociale delle popolazioni carniche. Nel 1915 si arruolò fra gli alpini e come ufficiale fu in linea a Palgrande, Freikefel ed a Passo Pramosio. A quell’epoca però il suo compito più importante era quello di seguire l’an­damento della guerra attenuando al massimo le sofferenze della popolazione Nel 1916 ebbe il delicatissimo incarico dal Ministro della Guerra Bissolati di seguire per conto del Governo l’andamento delle operazioni militari; incarico che si concluse col portare al Ministro quel celebre memoriale dell’adora colonnello Deuhet che se fosse stato pienamente ascoltato, avrebbe potuto evitare all’Italia il disastro di Caporetto. Nel 1917 Gortani si dedicò prevalentemente ai 20 mila profughi della Carnia. In quell’anno ben 25 mila corrispondenze furono vergate da lui e dalla sua fe­dele consorte in risposta a tutti i profughi che a lui si rivolgevano.

Nel 1918 inoltrò al Parlamento, oltre a numerose interrogazioni, 50 interpellanze che costituiscono la più fiera requisitoria contro le deficienze riscontrate nel tratta­mento ai profughi di guerra.

Terminato il conflitto, Gortani riprese i suoi studi prediletti e quale primo atto compilò quella guida della Carnia, del Canal del Ferro e Valcanale che così bene il­lustra in tutti i suoi vari aspetti la sua terra tanto povera ma così ricca spiritualmente e così riposante. Nel 1928 quando un disastroso terremoto ebbe a colpire Tolmezzo e la Carnia, si recò personalmente dall’allora Ministro Giuriati ed ottenne che si por­tasse a Tolmezzo; successivamente ottenne altresì un apposito decreto legge a be­neficio delle popolazioni colpite.

 Alpe

 

Non è tutto: quando i cosacchi durante l’ultimo conflitto invasero la Carnia, Mi­chele Gortani riprese con ardore l’opera in difesa dei poveri montanari affrontando più d’una volta i comandanti tedeschi pur di salvare qualche vita, pur di evitare qual­che disastro, pur di portare conforto. L’opera sua come quella dell’Arcivescovo Nogara, rimarranno sicuramente scolpite nel cuore dei camici.

Fervente democratico, come dicevamo, nel 1946 fu alla Costituente e nel 1948 Senatore. In questi anni la sua azione fu diretta più che tutto a predisporre quella leg­ge sulla montagna che doveva costituire la premessa per la rinascita anche della Carnia.

Un amore particolare ha riservato alla scuola: la scuola d’arte già fondata per suo merito venne poi trasformata in scuola di avviamento ed in Istituto professionale di Stato. Poi, come tutti ricordano, egli fece dono del Museo carnico di arte paesana alla Comunità, raccolta preziosa curata per lunghi e lunghi anni da lui e dalla sua consorte. Ma la Carnia lo ricorderà come l’instancabile presidente di quella Comunità ove i problemi di questo dopoguerra uno ad uno sono stati dibattuti, sviscerati ed affrontati con la passione propria dell’uomo che aveva trascorso la sua vita fra i monti della Carnia. Fu presidente anche della Casa di riposo e di numerosissime altre istituzioni benefiche. Di fronte a quest’opera imponente, non mancarono ìriconoscimenti. Qualche anno fa l’amministrazione civica del capoluogo carnico ebbe ad offrirgli una medaglia d’oro: « Attestazione che offriamo con sincerità di sen-timento — ebbe a dire in quella circostanza il Sindaco dia llora cav. Gerolamo Moro— con soddisfazione profonda e con civico orgoglio; spiacenti di una cosa sola, che quanto noi facciamo è ben poco in confronto di quanto Lei ha fatto per la scienza, per la Carnia e per l’Italia ».        

Franco Frontali

 

Andavamo in macchina, quando siamo stati raggiunti dalla inaspettata, dolorosa, ferale notizia. Inaspettata per noi in particolare che l’avevamo incontrato nella stessa mattinata, sereno ed attivo come sempre. E tale ci rimarrà nella memoria. Avevamo chiesto la Sua collaborazione per questa nuova edizione dell’ALPE CARNICA da Lui tenacemente voluta. Cortesemente, imbarazzato, ci aveva risposto di considerarlo presente ove le condizioni di salute, come ormai credeva, glielo avessero permesso. Questo primo numero avrebbe dovuto dunque uscire senza la Sua firma, quando ieri inaspettatamente ci ha chiamati. Con la Sua solita modestia ci passò il «Saluto agli Emigranti» che in questi ultimi due giorni aveva vo­luto prepararci sembrandogli cosa assurda che l’Alpe Carnica uscisse senza un Suo scritto. E’ quindi, con commozione, che pubblichiamo il Suo saluto redatto nella lingua madre che Egli preferiva e che, quand’era a Tolmezzo, parlava sempre.

 

Ai Cjargnei che lavorin pai mont

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No podìn molà fûr il prin numar di chest sfuei pal 1966 sence vê tal cûr che gran part de nestre famee che a è sparnizzade par dut il mont, puartant di là das monz e dal mar il sparfum de nestre tiere, la virtût de nestre int e la perfezion dal so lavòr.

In zornade di vuê l’emigrant nol è plui besôl. Lu an in di ment i sorestanz, che lu vuelin asistût in ogni paìs; lu compagne dute la só int, che lu a simpri tal cûr e a fâs sagre co al torne. Ma chest no è avonde.

La Comunitât Cjargnele, che a vùl jessi la union di duc’ i Cjargnei, no dismenterà di fâ ce che a po’ par che le maledizion di scugni lâ di fùr a cirì lavòr si ridusi ogni an di plui. Par che si impianti cualchi altre industrie encje chenti, par che si podi uadagnâsi la bocjade encje a cjase nestre, o vin impiadis pratichis che sperìn di puartâ a bon finiment se nus jude l’Aministrazion Regionâl. Il fat di vê otignude la Region — la «Regione Autonoma Friuli-Venezia Giu­lia » — dopo tantis strussiis e tantis dificoltâz, a è une fortune, che nus juderà a vivi.

I nestris Asessors Leschiutta e Marpiller, intant, a son rivâz ad ore di otignî, pro­pri in chesc’ dis, che la Giunte regional a ricognossi il «polo di sviluppo industriale» dal Tajament e Fele, destinant 50 milions par i prins lavòrs (stradis, condotis di aghe e vie indenant) che a coventin par implan­tâ qualchi gnûf stabiliment industrial tal larc di Tumièz. Ven a stai, par tros di lôr, la pussibilitât di sparagnâ viaz e fagòt.

E cun cheste buine novitât us dis di cûr a duc’, conforme la vecje usanze, il nestri biel augurio: Ogni ben, e vê un an in salùt!

MICHELE GORTANI

Tolmezzo: 2016, cinquantesimo della scomparsa di Michele Gortani uno dei grandi padri della Carnia

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di Ermes Dorigo.

 Michele Gortani nasce il 16 gennaio 1883 a Lugo, in Spagna, dall’ingegnere Luigi Gortani, naturalista e poligrafo, che lì si trovava per motivi di lavoro, e da Angelina Grassi. La famiglia, più ancora che la scuola, lasma il suo carattere e gli dà saldi principi morali ed etici, oltre ad indirizzare anche i suoi interessi culturali. Dopo gli studi elementari e medi frequenta il Ginnasio-Liceo “Jacopo Stellini” di Udine e, quindi, l’Università a Bologna, dove a ventuno anni si laurea a pieni voti con lode in scienze naturali. Del 1902 è la sua prima pubblicazione scientifica Nuovi fossili Raibliani in Carnia (Intanto nel 1890 a Tolmezzo si era inaugurata la Banca Carnica e nel 1906 viene fondata la Cooperativa Carnica). Nel 1905 pubblica la Flora friulana in collaborazione col padre Luigi. Dal 1904 al 1912 è assistente alla cattedra di geologia presso le Università di Perugia, Bologna, Torino e dal 1913 al 1922 incaricato, sempre di geologia, all’Università di Pisa. In pochi anni perde tutti i suoi cari: nel 1906 muore la sorella Consuelo, nel 1908 il padre Luigi, nel 1910 il fratello Giulio e nel 1911 la madre Angelina. Il 17 settembre 1911 sposa Maria Gentile Mencucci, sua compagna per tutta la vita. Nel 1912 a Tolmezzo sorge la prima scuola tecnica. Nel 1913 viene eletto deputato nella ventiquattresima legislatura. Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruola come volontario col grado di sottotenente alpino.

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Nel 1916 (Il 28 giugno 1914 l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, e sua moglie erano stati assassinati a Sarajevo. Un mese dopo l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia: ha inizio la prima guerra mondiale. L’Italia si stacca dalla Triplice alleanza e il 24 maggio 1915 dichiara guerra all’Austria) viene incaricato dal ministro della Guerra Bissolati di seguire per il governo le operazioni militari al fronte; per aver criticato l’operato del Comando Supremo e del generale Cadorna, viene condannato a novanta giorni di fortezza ad Osoppo. Dopo la disfatta di Caporetto si dedica con la moglie all’assistenza dei ventimila profughi camici e presenta cinquanta interpellanze in Parlamento sui problemi degli stessi e sui disservizi negli aiuti. Il 27 novembre 1918 pronuncia alla Camera l’intervento Per la Carnia liberata e per i fratelli profughi. Alle elezioni politiche del 1921 si presenta in una lista nella quale confluiscono rappresentanti di diverse tendenze politiche e non viene rieletto. Dal 1920 aveva intanto iniziato la raccolta di oggetti e materiali per la costituzione del Museo Carnico. Nel 1921 a Tolmezzo s’inaugura la scuola professionale “A. Candoni”, prima sede del Museo della Casa Carnica; nello stesso anno si ha l’apertura a Tolmezzo dei convitti dei Salesiani e delle Gianelline. In seguito nel 1928 viene aperta la Cartiera; la Carnia è colpita da un violento terremoto. Nel 1923 diventa professore ordinario alla cattedra di geologia all’Università di Cagliari e quindi di Pavia. Dal 1924 è titolare di geologia all’Università di Bologna, dove insegnerà come ordinario fino al 1953 e come straordinario fino al 1958: in questi anni si colloca la maggior parte della sua vasta produzione scientifica. Nel 1924-25 ripubblica, ampliata con molti suoi saggi, la Guida della Carnia e del Canal del Ferro di Giovanni Marinelli. Nel 1928 insieme ad altri dà vita alla Associazione Pro Carnia, che nel 1930 pubblica l’opuscolo Problemi camici; associazione che per il metodo di lavoro costituisce un’anticipazione della futura Comunità Carnica:

 È stato detto che la Pro Carnia si vuole occupare di troppi argomenti, così da invadere il campo d’azione di altri enti e di altre associazioni. Ma tale accusa non ci tocca. Perché la nostra è opera di incitamento e di fiancheggiamento, di impulso e di divulgazione; perché il nostro scopo non è già d’intralciare l’azione altrui, ma bensì di aprire ad essa la via, orientando l’animo della popolazione secondo le nuove necessità e prospettando le| soluzionie le modalità che la intima conoscenza delle condizioni fisiche della regione, delle attitudini della gente, del suo abito mentale e grado culturale, coll’ausilo anche dell’aperta discussione, ci fa a volte ritenere migliori. L’approvazione e l’appoggio delle superiori autorità e gerarchie, cui teniamo a rinnovare l’espressione della nostra riconoscenza profonda, ci confortano a continuare l’iniziato cammino.

 

Nel 1936-38 compie viaggi di esplorazione geologica per conto dell’Agip nell’Africa Orientale.

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Nel 1937 il Museo Carnico viene sistemato nella casa Comessatti a Tolmezzo.

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 Nel 1944-45, durante l’occupazione nazi-cosacca della Carnia durante la quale nel 1944 come presidente del Comitato di assistenza si prodiga a favore della popolazione carnica; la sua relazione alle autorità italiane e alleate, ampliata, sarà pubblicata col titolo II martirio della Carnia.

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 Nel 1945 aderisce alla Democrazia cristiana.Tra il 1945 e il 1946 sui periodici Carnia e Lavoro(1) si svolge un intenso dibattito per la istituzione della Comunità Carnica, al quale Gortani comincia a partecipare in prima persona dal 5 agosto 1946, come membro della giunta esecutiva per la costituenda Comunità Carnica. Di questo organismo viene eletto presidente e ricoprirà tale carica fino alla morte. Carnia esce per quattro mesi, a partire dal 19 maggio 1945, cessando con il 13° numero. Il sottotitolo iniziale “Settimanale della Quinta Divisione Osoppo-Carnia” muta, in seguito, in “Settimanale per tutti”. Ne è direttore Da Monte, nome di battaglia di Romano Marchetti, il quale, già in tempo di guerra, dirigeva un foglio che propugnava gli ideali del movimento partigiano. Ideali ripresi in queste pagine, aperte a tutte le forze politiche democratiche,  dove la continuità con i valori morali della Resistenza si accompagna con determinazione alla ricerca di una identità politica per la Carnia, nel quadro di un decentramento amministrativo – con una forte accentuazione “autonomista”,  che anticipa le richieste della “provincia della Carnia” –  e si affrontano, ovviamente, i problemi della montagna, aggravati dagli effetti devastanti della guerra. Lavoro si configura come continuazione di Carnia. Dopo un primo periodo, nel quale il sottotitolo è “Settimanale economico-sociale della Carnia, Canal del Ferro, Zona Pedemontana”, a partire dal marzo ‘46  esso recita “Voce della Carnia. Settimanale politico-economico della Regione”. Cessa di uscire nel 1946, alla vigilia del Referendum Istituzionale. Dirige il giornale, in qualità di Redattore Capo Responsabile, Bruno Lepre. Lavoro, affronta con coraggio le problematiche della montagna, contribuendo i maniera determinante alla crescita del movimento di idee che porterà alla nascita della Comunità Carnica(1947).Nel 1947 viene eletto deputato all’Assemblea Costituente, in questa sede per sua iniziativa vengono inseriti negli articoli 44 e 45 della Costituzione i due commi che prevedono provvidenze a favore della montagna e dell’artigianato. . Nel palazzo di Montecitorio il 13 maggio 1947 si discute in aula l’articolo 41 della Carta costituzionale: l’onorevole Gortani insieme ad altri deputati, non soddisfatti del testo concordato, insiste perché la Costituzione contenga un riferimento chiaro ed esplicito alla “montagna”. Come primo firmatario, richiesto dal presidente dell’assemblea se intenda mantenere il suo emendamento, prende la parola Gortani per confermare la sua volontà di mantenerlo, ottenendo l’appoggio di Antonio Segni, a nome del gruppo di maggioranza relativa, cui segue quello, quasi unanime, dei presidenti degli altri gruppi parlamentari: Con tale emendamento, divenuto l’ultimo paragrafo, esso diventerà l’articolo 44 della Costituzione.L’impegno di Gortani non si ferma qui e il giorno successivo, il 14 maggio 1947, insieme agli onorevoli Franceschini, Di Fausto e Andreotti, preoccupati che nella legge fondamentale dello Stato non venga inserito un riferimento esplicito all’artigianato, presenta un ordine del giorno, che egli stesso illustra e propone di aggiungere: “Apposite provvidenze legislative assicurano la tutela e lo sviluppo dell’artigianato”.Con l’aggiunta di questo comma l’articolo, che durante la discussione aveva il n. 43, diverrà l’articolo 45 della Costituzione italiana.

Eletto senatore nella legislatura 1948-53 ha un ruolo di grande rilievo per l’approvazione della legge n. 991 del 25 luglio 1952, la prima legislazione organica sulla montagna. Il comma dell’articolo 44 che prevede «provvedimenti in favore delle zone montane» permette a Gortani, nella sua veste di senatore, durante la legislatura 1948-1953, di essere uno dei protagonisti dell’approvazione della legge numero 991 del 25 luglio 1952, considerata la prima legge organica promulgata in Italia a favore della montagna:

Onorevoli colleghi, vi è in Italia una regione che comprende un quinto della sua popolazione, che si estende per un terzo della sua superficie e in cui la vita di tutti i ceti e categorie si svolge in condizioni di particolare durezza e di particolare disagio a confronto col rimanente del paese. Questa regione, che non ha contorni geografici ben definiti, ma si estende ampiamente nella cerchia alpina, si allunga sulle dorsali appenniniche e si ritrova nelle isole maggiori, risulta dall’insieme delle nostre zone montane. È  una regione abitata da gente laboriosa, parsimoniosa, paziente, tenace; che in silenzio lavora e in silenzio soffre tra avversità di suolo e di clima; che rifugge dal disordine, dai tumulti e dalle dimostrazioni di piazza, e ne è ripagata con l’abbandono sistematico da parte dello Stato. 0 meglio, della montagna e dei montanari lo Stato si ricorda, di regola, e si mostra presente, quando si tratta di imporre vincoli, di esigere tributi o di prelevare soldati.Matrigna la natura, al nostro montanaro, e matrigna la patria; e tuttavia è pronto, così per la patria, come per la nativa montagna, a sacrificare, ove occorra, anche se stesso. Perché la montagna è la sua vita, e la sua patria è la sua ragione di vivere. E in lei non ha ancora perduto la sua fiducia. Facciamo che non la perda. Ad ora ad ora voci si sono levate in favore della montagna: voci altruiste reclamanti giustizia, e voci utilitarie reclamanti la restaurazione montana come fonte di pubblico bene. Ma le une e le altre sono cadute o nell’indifferenza o nell’oblio. E intanto le selve si diradano, inselvatichiscono i pascoli, cadono le pendici in crescente sfacelo; le acque sregolate rodono i monti e alluvionano e inondano le pianure e le valli; intristiscono i villaggi a cui non giungono le strade né i conforti del vivere civile; la robustezza della stirpe cede all’eccesso delle fatiche e delle restrizioni, e la montagna si isterilisce e si spopola. Ora è tempo che al montanaro si volga con amore questa Italia che si rinnova. Noi chiediamo che nella nuova Carta costituzionale, dove tante sono le norme ispirate all’amore e alla giustizia, ci sia anche una parola per lui. A tal fine abbiamo presentato questo comma aggiuntivo all’articolo 41; «Nel medesimo intento» (cioè di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e stabilire equi rapporti sociali) “la legge dispone provvedimenti in favore delle zone montane”.

 

Un altro carnico fu tra i protagonisti della formulazione e approvazione di una nuova legge sulla montagna, istitutiva delle Comunità montane (L. 1102 del 1971), il senatore Bruno Lepre, che con un intervento, che sintetizza la storia politica della Carnia pretondiana, ebbe l’onore di aprire il dibattito:

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale. Il primo iscritto a parlare è l’onorevole Lepre. Ne ha facoltà.

 LEPRE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole ministro, la nuova legge della montagna che, la Camera si accinge a votare e che il gruppo socialista confida sia ulteriormente migliorata, è uno strumento da tempo atteso dalle popolazioni montanare afflitte dallo spopolamento e dal fenomeno dell’emigrazione, e condannate, se non si pongono urgenti rimedi, al loro definitivo svuotamento come entità socio-economiche. Non starò a dire dei sacrifici che questa gente ha affrontato in pace e in guerra, gente sobria che finora però ha ottenuto solo l’elogio dei governanti e non una politica di salvaguardia di quei grandi valori umani che proprio la montagna raccoglie; né dirò che questa brava gente ha fatto le barricate a difesa della patria nelle guerre del Risorgimento, nella grande guerra, in Grecia, in Russia, nella lotta di Liberazione, sacrificando quasi tutta la sua gioventù: forse ha il torto di avere silenziosamente taciuto e sofferto anche quando la dimenticanza dello Stato ha assunto atteggiamenti veramente provocatori. Dirò soltanto che quando si difende la montagna si difende anche il suolo attraverso la vigile sopravvivenza delle sue popolazioni e si difende quindi l’intero territorio dello Stato.

È  necessaria una legge che affronti il problema della montagna in tutta la sua interezza. Si tratta, ripeto, soprattutto di un problema di contenimento dell’esodo emigratorio interno ed estero che, in chiave programmatoria, vada a rimuovere le cause di questo spopolamento.

Nella mia terra, la Carnia pur confinante con il terzo Reich, nel 1944, in una terra circondata dal ferro e dal fuoco nemico si è saputa creare una zona libera, dandosi un proprio governo della Carnia libera, il cui tribunale ha pronunciato, in territorio occupato, la prima sentenza con la formula: “In nome del popolo italiano”. Questa Carnia, che aveva eletto le prime giunte comunali democratiche, forte di questa esperienza, ha creato nel 1945-46, ad iniziativa del CLN carnico, la Comunità Carnica, primo esperimento in Italia di consorzio di tutti i comuni della montagna friulana, creato proprio al fine di unire tutti gli sforzi per tentare una concreta rinascita della montagna friulana. Direi che il tipo di comunità montana prospettato dal disegno di legge oggi al nostro esame, trova il suo modello nello statuto e nell’organizzazione della comunità carnica. Se ciò è motivo di orgoglio per questa gente, resta l’amara constatazione che questa comunità ha condotto una battaglia generosa sì, ma anche contro i mulini a vento, perché priva di riconoscimento, di attribuzioni e poteri, non concessi dalla legislazione dello Stato. Ecco l’esigenza di valorizzare, le Comunità Montane.

Il 22 settembre 1963 viene inaugurato nella sua sede definitiva di palazzo Campeis il Museo Carnico delle Arti e Tradizioni Popolari.

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Muore nella sua casa, a Tolmezzo, il 24 gennaio 1966.

NOTE

1.Carnia esce per quattro mesi, a partire dal 19 maggio 1945, cessando con il 13° numero. Il sottotitolo iniziale “Settimanale della Quinta Divisione Osoppo-Carnia” muta, in seguito, in “Settimanale per tutti”. Ne è direttore Da Monte, nome di battaglia di Romano Marchetti, il quale, già in tempo di guerra, dirigeva un foglio che propugnava gli ideali del movimento partigiano. Ideali ripresi in queste pagine, aperte a tutte le forze politiche democratiche,  dove la continuità con i valori morali della Resistenza si accompagna con determinazione alla ricerca di una identità politica per la Carnia, nel quadro di un decentramento amministrativo – con una forte accentuazione “autonomista”,  che anticipa le richieste della “provincia della Carnia” –  e si affrontano, ovviamente, i problemi della montagna, aggravati dagli effetti devastanti della guerra. Lavoro si configura come continuazione di Carnia. Dopo un primo periodo, nel quale il sottotitolo è “Settimanale economico-sociale della Carnia, Canal del Ferro, Zona Pedemontana”, a partire dal marzo ‘46  esso recita “Voce della Carnia. Settimanale politico-economico della Regione”. Cessa di uscire nel 1946, alla vigilia del Referendum Istituzionale. Dirige il giornale, in qualità di Redattore Capo Responsabile, Bruno Lepre. Lavoro, affronta con coraggio le problematiche della montagna, contribuendo i maniera determinante alla crescita del movimento di idee che porterà alla nascita della Comunità Carnica(1947).