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Artisti Carnici: Marco Marra e le sue “Geometrie dell’anima”

a cura di Ermes Dorigo.

Ricerca estetica come impegno etico per una mente chiara e ordinata; dunque, rigore formale come rigorosa disciplina interiore: questa mi pare la cifra semantica dell’arte di Marco Marra. Conoscenza e dominio razionale del Sé e delle sue inquietanti pulsioni; equilibrio e armonia spirituale; creazione e visione dell’immagine come decantazione catartica e come interrogazione meditativa sul mistero dell’esistenza e della vita; tensione delle forme tra finito e infinito; corrispondenze tra micro e macrocosmo; educazione della percezione al bello contro la mercificazione del gusto; bisogno di serenità e aspirazione alla pace; il sogno della coincidenza degli opposti; la fiducia nella forza della ragione; le forme dell’anima razionale come oggetto vero e centrale della rappresentazione artistica: non la realtà – naturale, sociale o individuale – nelle forme della razionalità, more mathematico, ma le forme stesse dell’intelletto con i suoi archetipi percettivi (le forme geometriche) e i suoi simbolismi (colori), che tendono a fondere, in una utopica o possibile o desiderata sintesi, materia e spirito, concretezza ed astrazione.

In questo sollecitare il singolo all’autocontrollo, al miglioramento di sé, alla consapevolezza della propria potenza intellettuale, ma anche della sua fragilità creaturale l’arte di Marra si connota d’impegno civile, perché, proponendosi di migliorare i singoli, vorrebbe contribuire al miglioramento della qualità della vita sociale.

Se tale lettura delle opere di Marra è plausibile, allora ci si rende conto, solo dalla sommaria elencazione della poetica sottesa ad esse, che dietro le tecniche contemporanee dell’Optical Art ci sta qualcosa di più radicato e sedimentato nella psicologia e nella cultura dell’artista: ci sta la tradizione umanistica e un anonimo ancestrale inconscio collettivo con tendenza alla stilizzazione, geometrizzazione, astrazione della materia, che non significa la sua negazione, ma l’affermazione dell’ordine e dell’intervento attivo della ragione sulla opacità, alterità e oscurità di essa. L’arte di Marra rivela, dunque, una triplice appartenenza: al genius loci – inteso non in senso naturalistico ma come abito mentale e strutture percettive astraenti -; alla tradizione umanistica; alle avanguardie contemporanee (più Vasarely che Mondrian, a mio avviso).

Genius loci, dicevo. In realtà, in una zona di frontiera come la Carnia convivono diverse culture che, schematicamente, possiamo ridurre a quella mediterranea (pensiamo alla grande influenza di Venezia nel passato) e a quella nordica: qui agisce, nelle menti e nei cuori e nelle relazioni sociali, in forme contraddittorie, confuse e talora aspre l’antica contrapposizione o conciliazione o crogiuolo tra le tonalità psicologiche, le sensibilità delle genti del Sud e del Nord Europa. L’approdo di Marra al suo ‘classicismo geometrico’ si ha a conclusione di un percorso sperimentale tormentato, che passa attraverso quell’arte nordica dell’angoscia, dell’orrore, degli abissi torbidi dell’interiorità, che è l’espressionismo, che tocca il dolore nel nervo (del quale, comunque, conserva la carica oppositiva ai disvalori). La sua è una scelta, prima che culturale, di vita; un autoperfezionamento di sé per gli altri; la riaffermazione di una identità che è consapevole della oscura potenza dell’inconscio e delle sue sirene, ma che non intende abdicare al primato luminoso della ragione, come chiarezza e ordine individuale, sociale e naturale. Scelta estetica e scelta etico-civile nelle sue opere coincidono.

Certo non è un’opera che si offre al facile consumo; richiede anzi attenzione, riflessione, volontà di superare la sua resistenza di oggetto assoluto, senza riferimenti naturalistici; le forme dell’anima non sono comparabili con quelle della realtà. È necessario familiarizzare con la sua grammatica e la sua sintassi, col suo forte spessore allegorico- simbolico; forme e colori stanno per qualcos’altro, rinviano al altro, ma sempre sul piano della concettualità e della razionalità, in cui vengono sussunte e filtrate anche le sensazioni e le emozioni, proprio perchè l’artista vuol far percorrere al fruitore un percorso conoscitivo e catartico, non emotivamente irrazionale (il sonno della ragione ha generato, nel nostro secolo, parecchi mostri) e consumistico, attraverso il piacere delle forme, delle simmetrie, degli accostamenti di colore con un ruolo fondamentale della luce, retaggio delle sue prime prove post- impressioniste. 

Mi permetto di avanzare un’’ipotesi di lettura, con­sapevole della sua soggettività: del resto, qualsiasi attività critica, se affrontato in umiltà, è solo una approssimazione all’opera d’arte, che per sua natura è polisemica.

Innanzitutto colgo uno dialettica fondamentale tra forme e sfondo monocromatico, che afferisce alle  ‘poetiche dei silenzio’, che hanno caratterizzato tante espressioni artistiche e letterarie del Novecento; tensione tra ciò che è e ciò che È, tra finito e infinito, tra esistenza e vita: si coglie, insomma, una tensione metafisica, che assume varie forme di declinazione del rapporto tra imma­nenza e trascendenza, ora come presenza ora come distanza (il colore dello sfondo identico/simile o diverso da quello della figura).

Troviamo il cerchio, simbolo dello perfezione e dell’aspirazione all’armonia con se stessi, traversa­to talora da linee, che rappresentano lacerazioni, ferite, sofferenze, ma plasmate e placate appunto in questo dolce ventre ‑ il cerchio ci ricorda anche la luna e il sole, il femminile e il maschile, come sovrapposti e conciliati; il cerchio richiama anche il foro della vita – la pietra forata -; ciò che ci porta al di là, al senso e al significato dell’esistenza, la porta verso l’Assoluto. Anche il quadrato è la figura della perfezione, i cui vertici alludono ai quattro elementi vitali – terra, acqua, aria e fuoco-, dicendoci l’appartenenza della vita individuale a quella Cosmica.

E si potrebbe percorrere anche la complessa simbologia dei colori, che dicono dell’anima non le forme ma la ‘tonalità’ : ad esempio, l’azzurro può essere inteso come l’oscurità divenuta visibile; fra bianco e nero è la conciliazione del giorno e della notte, del conscio e dell’inconscio. E poi la dialettica tra colori caldi avanzanti, che indicano attività, e colori freddi, retrocedenti, che indicano passività e debilitazione. Jolan Jacobi, seguace di Jung, scrive: «Il colore azzurro (colore dello spazio e del cielo limpido) è il colore del pensiero; il colore giallo (il colore del sole che viene da lontano, sorge dalle tenebre come messaggero della luce e scompare nell’oscurità) è colore dell’intuizione, cioè di quella funzione che illumina istantaneamente le origini; il rosso ( il colore del sangue palpitante e del fuoco) è il colore dei sensi impulsivi e ardenti; verde invece…».

Le opere d Marra, oltre che conoscitiva, permettono anche una fruizione ludica, nel senso di giocare a l’interpretazione sulla (gradevolmente) intrigante simbologia delle loro forme e dei loro colori; fruizione ludico-conoscitiva favorita dalla piacevolezza dei ritmi quasi musicali della scansione degli spazi e delle strutture compositive.

 

Presentazione nel catalogo della mostra Geometrie dell’anima, Tolmezzo, 1996

Friuli: fra Treppo e Ligosullo una fusione che è una sfida per il futuro della Carnia

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di ALBERTO TERASSO.
Ci hanno provato in tanti, ma il bandolo della matassa, finora l’hanno trovato così in pochi, che per esempio Rivignano-Teor resta scolpito nella storia della fusione dei comuni. Adesso, tra quelli che ci credono, ci sono Treppo Carnico e Ligosullo. Si scherzava un tempo, in politica, sulla scissione dell’atomo, partiti che sfidavano consensi da prefissi telefonici. Qui siamo alla fusione, non semplice, tra Comuni-pulviscolo. Piccoli numeri, ma la sfida resta: finora ha prevalso il motto “divisi, fin che morte non ci unisca”. In Alta Carnia, la sfida nasce tra due realtà che, mettendosi insieme per chiamarsi Treppo Ligosullo, sfiorano i mille abitanti: Ligosullo poco più di 100; Treppo, generoso, poco più di 600. Però nelle terre alte del Friuli, la storia accompagna ogni momento. Più volte nella realtà complessiva della Val Pontaiba, le due realtà si sono volute, prese e abbandonate. Gente che ha saputo ipotecare il futuro con la Secab, la storica cooperativa elettrica, così, quando è arrivata la Sade-Enel, la comunità era già pronta a dire che qui funziona in altro modo: cooperativismo, gente che dà e riceve in proporzione. Altre alchimie non si conoscono. Gente che sa che appena dietro i tornanti monte Croce Carnico c’è Kotschach-Mauthen, l’Austria che funziona, verde, ecologica quella che crea pendolarismo per i carnici che vanno a produrre gli scambiatori di calore italiani. «Quelli, oltre il confine, sono due comuni che hanno dato vita al processo di integrazione e sviluppo quasi quarant’anni fa – dice il sindaco di Treppo Carnico, Luigi Cortolezzis, un cognome che fa storia da queste parti – Ebbene, bisogna sapere, quando andiamo a trastullarci nella spa carinziana, che quel centro benessere è stato il primo intervento garantito dalla fusione dei due comuni». Qui, in Val Pontaiba, è partita un’operazione che sembra fatta in vitro, ma ha radici talmente profonde da riassumere la storia della Carnia, con visioni potenti e voglia di futuro. Si va dal cooperativismo allo sviluppo dell’idroelettrico, alla capacità di resistere in montagna trovando soluzioni uniche, dal polo turistico dello Zoncolan all’acquedotto di valle, alla casa di riposo. Grandi amministratori ma anche gente che si responsabilizza e si gioca una partita altrove impossibile. Pensiamo a Tausia, frazione di Treppo. Sessanta abitanti e un circolo Arci che funziona da vent’anni. «Tutto cominciò con quelli che giocavano a morra – dice Marianna Morocutti, la presidente – volevano una stanza tutta per loro: ora è diventata un punto di riferimento insostituibile». Un avamposto sul confine Treppo-Ligosullo. E il Grest della parrocchia (comprende i due comuni, per restare in tema), curata da don Henry Della Pietra, che porta in Val Pontaiba 80 ragazzini, di cui almeno 50 dalle vallate vicine? La cronaca insiste e guarda a quanto lo stare insieme sia fondamentale, tant’è che chi della solidarietà sa leggere anche le ultime pagine di qualsiasi libro – gli alpini – ha una sezione sola, in comune. E non è un gioco di parole. Che dire della Protezione civile che manda in centr’Italia due giovanotti, uno di Treppo e uno di Ligosullo, per dare una mano dove si deve: non è forse lo spot più chiaro di quanto «senza la voglia di stare assieme non si va da nessuna parte?». L’esperimento in vitro è essenziale. Lo dimostra quanto la Regione scommetta su questo passaggio, al punto che proprio dal processo in corso tra i due atomi del microcosmo carnico potrebbe scattare una scintilla che, senza dar fuoco alla prateria, avrebbe il significato di trovare quella password – ancora introvabile – che risolve una situazione fatta di spopolamento e degrado. Un modello, un paradigma. Qualcosa da esportare. L’altro giorno a Treppo Carnico sono saliti Silvia Iacuzzi, di LabFin, Mario Robiony, dell’Università di Udine, e Daniele Gortan, di Compa: con il professor Andrea Caffarelli stanno dando muscoli a questi progetti di fusione. Si lavorerà per mesi in vista del referendum che è previsto per ottobre. Allora sarà la gente a decidere: sì o no. Il nodo è di vedere come quel sano campanilismo che si confonde con l’identità saprà trovare uno sbocco concreto. Ci si trova di fronte a comunità spossate dalle promesse e bloccate da scenari che fanno temere un’insostenibile gestione della vita quotidiana. E spunta quella che Angela Cortolezzis, presidente del circolo culturale, chiama “l’indifferenza”, la possibilità che scommettere sul domani sia un gioco a somma zero. Inutile, vano. E subito arriva, com’è successo in consiglio comunale, l’attacco di chi vede come fumo negli occhi una fusione che potrebbe invece dare gambe a qualcosa che, visti i chiari di luna della montagna friulana, potrebbe essere vicino al capolinea. «Uno schifo» ha tuonato la minoranza. Troppi soldi buttati, uno schiaffo alla miseria. Senza tener conto, pare, che la fusione porta con sé una filosofia – e una pratica – che può stimolare energie e rappresentare un punto di svolta anche per altri comuni. Perché si porta dietro la voglia di avere un domani. Il sindaco non vuole soffermarsi su «convenienze, ricadute e ritorni economici» che pure ci sono e verranno squadernati (unitamente alla possibilità di staccarsi dall’Uti e una volta “fusi” non perdere vantaggi e opportunità). Volare un po’ più alto è comunque un modo di sognare. I due comuni della Val Pontaiba hanno certamente carte importanti per risparmiare, fare piccole economie di scala («In vallata ci sono 6 comuni, 12 scuolabus e tre autisti», per esempio), ma hanno altre briscole da sfruttare: i 5 mila metri cubi annui di legname che totalizzano insieme Treppo e Ligosullo; un patrimonio immobiliare pubblico e privato considerevole, e dimenticato; quel carico da undici che si chiama qualità della vita da proporre al turista e non solo a chi qui ci vive. Fino a ottobre ci sarà modo di parlarne: la gente di qui è abituata ai percorsi in salita.

Carnia: il comune di Tolmezzo riveda le regole sulla TARI

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di Tita De Stalis Ravascletto.

ho letto sulle pagine del Messaggero Veneto riservate alla cronaca di Tolmezzo, che l’amministrazione del capoluogo carnico è intenzionata a rivedere le regole sulla raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Mi sono addentrato nel contenuto dell’articolo e ho, purtroppo, dovuto prendere atto che la revisione delle tariffe riguarderà soltanto gli esercizi commerciali, che prossimamente pagheranno solo per i rifiuti realmente prodotti. L’Ascom plaude all’orientamento dell’amministrazione tolmezzina e si augura che altri comuni della Carnia facciano altrettanto. Bene, io dico, è giusto così e non a calcoli cervellottici. Ma, visto che ci siamo, non sarebbe opportuno rivedere tutti i concetti o le regole relative a quella tassazione? Se una persona possiede, per averlo ereditato, un attico che però non utilizza in quanto non ne ha necessità, ne può affittarlo, che so, perchè non gode di certi servizi ritenuti indispensabili, o meglio ancora perchè non c’è richiesta, deve pagare la Tari in base ai metri quadri dell’appartamento o del locale a disposizione, e poco importa se non c’è nessuno che li produce, in quanto chiusi dall’1 gennaio al 31 dicembre. Che sia il caso di importunare la Suprema corte, che poi risponderà con tutta la calma possibile e immaginabile, per verificare se per un servizio non richiesto e non reso, sia costituzionalmente lecito richiedere il pagamento? La tassazione, si badi bene, avviene sulla base dei metri quadri interessati, come se i metri quadri producessero rifiutii. Se qualcuno vuole essere esentato, deve prendere ciò che è contenuto nel fabbricato in questione (mobili e cianfrusaglie varie) e darlo alle fiamme. Mi pare abbastanza evidente che siamo all’assurdo dell’assurdo e che, purtroppo, siamo in Italia, una nazione che si rifiuta di fare le cose con la testa, preferendo continuare a farle con i piedi. “Ma à da venì baffone” !

Carnia: il sogno infranto della quinta Provincia, aree marginali schiacciate, la montagna è quella che rischia

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di Franco d’Orlando  (Unione autonomista alpina già consigliere comunale di Tolmezzo).
dalle lettere al MV del 22/01/2017.
Marzio Strassoldo è stata persona signorile, di grande cultura, sempre impegnato a valorizzare l’autonomia regionale e del Friuli in particolare, strenuo difensore della lingua friulana, professore universitario e per tanti anni magnifico rettore dell’Università di Udine . Voglio ora evidenziare il suo impegno politico amministrativo che lo ha portato alla elezione a presidente della Provincia di Udine nel 2001 analizzando, in quel ruolo, la sua figura di autonomista. L’autonomia e la specialità della nostra regione derivano da particolari situazioni di criticità che le sono state riconosciute dallo Statuto, nel momento della sua istituzione, per darle forza e sostegno. Di conseguenza, la nostra regione è stata chiamata a sua volta a sovraintendere e a tutelare la giusta applicazione e il rispetto di queste autonomia e specialità con il dovere di riversarle opportunamente a tutte le realtà del suo territorio in modo equo, in particolare a quelle con maggiori difficoltà: compito impegnativo vista la contrapposizione che sin dall’inizio si è venuta a creare tra Udine e Trieste che tuttora continua a persistere. In questo contesto ricordiamo le rivendicazioni portate avanti a suo tempo dal Movimento Friuli senza raggiungere gli obiettivi programmati: movimento che via via si è dissolto nel tempo a causa del prevalere al suo interno dei personalismi con i partiti che gradatamente si sono riappropriati del terreno che avevano perduto. Prendiamo atto che il consiglio regionale è stato composto da sempre in gran parte da consiglieri regionali friulani, che la Regione è stata sempre guidata da presidenti friulani (escluso Illy) e da tanti assessori friulani: i pochi veri autonomisti friulani rimasti (come lo era il prof. Strassoldo) fanno bene a alzare forte la loro voce a difesa dei valori del Friuli,se bistrattati, ma devono farlo rivolgendosi direttamente ai friulani eletti in Regione che sono chiamati ad operare prima di tutto per il bene della loro terra e poi ad eseguire gli ordini di partito. Il Friuli è grande e forte solo se si riescono a valorizzare al meglio le potenzialità che derivano dai vari territori e dalle popolazioni che li abitano: chi vive ai margini (montagna friulana,bassa friulana) si sente spesso abbandonato, l’autonomia e la specialità regionale riversate arrivano sino a Udine e lì si fermano! E la montagna continua a spopolarsi. Ho cercato, da autonomisti insieme ad altri, di assumermi direttamente delle responsabilità, di impegnarmi a difendere e a salvare la nostra economia e quello che restava della nostra civiltà, a rivalutare la vita in montagna per contenere lo spopolamento che coinvolgeva soprattutto i giovani costretti a trovare altrove il proprio futuro: il tutto confidando nella solidarietà, comprensione e sostegno da parte di tutti i friulani. Per far questo, nel 2001 io e altri abbiamo pensato di creare in loco un nuovo soggetto istituzionale chiamato “Provincia” solamente perché quella era l’unica strada percorribile per far nascere in montagna un ente sovracomunale ad elezione diretta così come previsto dalla Convenzione delle Alpi e dalle conclusioni del Convegno diocesano organizzato a Tolmezzo nel novembre del 2000 dall’arcivescovo Battisti dal tema “Vivere in montagna si può”. Dopo un lungo percorso organizzativo, siamo riusciti allora a far approvare dal consiglio regionale la legge per raggiungere il nostro scopo: la conclamata quinta stella nel programma di Illy è arrivata solo a conclusione di un lungo percorso, da noi non richiesta anche se ci poteva andar bene, non è stata difesa da Illy una volta eletto (giugno 2003), è servita solo ai suoi avversari come strumento di opposizione. Il presidente autonomista della provincia di Udine Marzio Strassoldo e gli interessi personali di vari soggett i(alcuni tuttora in auge!) oltre ad opporsi a Illy hanno allora riscoperto, alimentato e fatto leva su antiche contrapposizioni tra territori per impedire l’istituzione di questo nuovo ente chiamato “Provincia regionale dell’Alto Friuli”. Questo è il grande Friuli unito che in questo modo si è voluto mantenere! Per quanto ci riguarda, riteniamo che il ruolo di presidente della Provincia di Udine del professor Strassoldo abbia condizionato e svilito la sua figura di autonomista che sino allora lo aveva accompagnato portandolo anche a farsi coinvolgere nella preparazione del Convegno diocesano quale moderatore e relatore nell’incontro di Gemona del Friuli del 23 ottobre 2000: non ci resta per questo un buon ricordo del suo operato in merito vedendo lo sfacelo dello stato sociale a cui siamo giunti ciò grazie alla continuità di un modo di vivere, di operare e di governare il territorio interessato che si è voluto mantenere ma che in tanti volevamo cambiare. A proposito di vera autonomia, richiamiamo le convinzioni del compianto arcivescovo Alfredo Battisti, sempre vicino agli ultimi e ai territori in difficoltà, a conclusione di quel convegno: 1) la montagna deve vivere, è la nostra sorella maggiore, ci indica e ci predice quel che saremo; 2) vivere in montagna è possibile, a determinate condizioni.Non giovano piccole soluzioni di basso profilo, occorre una visione nuova e globale. Queste le condizioni richiamate dall’arcivescovo: un progetto di largo respiro; un soggetto politico, dotato di autonomia,che elabori le strategie necessarie per realizzare il progetto; le risorse necessarie perché la montagna viva e in essa dignitosamente vivano i suoi abitanti. Un vero progetto per tutta la montagna friulana, per la Bassa friulana, per far forte e unito il nostro Friuli che Marzio Strassoldo non ha saputo o voluto o potuto comprendere, cogliere e sostenere.
 

Carnia: omaggio a Romano Marchetti, che il 26 gennaio 2017 compie 104 anni

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di Ermes Dorigo.

Le Cooperative assumono fin dall’inizio del Novecento, quando erano presenti circa 120 di queste associazioni, un ruolo considerevole per quanto concerne l’evolversi della società in Carnia; infatti, la costituzione di tali associazioni hanno creato in questa zona una partecipazione attiva a livello economico, sociale, amministrativo e politico. Le Cooperative si sono diffuse  allo scopo di creare degli strumenti di progresso, favorendo il miglioramento della qualità della vita delle popolazioni montane, combattendo la povertà e l’usura presenti sul territorio carnico.

Tra queste purtroppo non più  la Cooperativa Carnica di Consumo, fondata nel 1906 dai socialisti, ma  ancora vive diverse Casse Rurali e Artigiane, fondate dai cattolici – la prima nel 1900 -, che nel 1994, dopo la fusione, hanno assunto la denominazione di Banca di Credito Cooperativo della Carnia, modificando lo statuto sociale in linea con le disposizioni contenute nella Legge Bancaria d.lg. n° 385/1993.

Durante il periodo fascista, però, queste associazioni vennero represse, in quanto il regime non riconosceva il diritto di associarsi liberamente come previsto all’art. 18  (“I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”), mentre la nostra Costituzione riconosce ad esse all’art. 45 un ruolo fondamentale: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”.

La formazione della Giunta di Governo della Zona Libera rappresenta il punto d’arrivo di questa tradizione cooperativistica e un modello per la successiva creazione della Comunità carnica.

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La Zona Libera della Carnia e del Friuli fu una vera e propria isola democratica in un territorio invaso ed annesso alla Germania dopo l’8 settembre 1943. Il primo obiettivo dei dirigenti politici e militari della Resistenza carnica e friulana fu quello di costituire nuovi e legittimi organi di potere locale ‑ i sindaci e le Giunte comunali ‑ per gestire la normale attività amministrativa. I Sindaci e le Giunte comunali popolari dovevano essere eletti dalla popolazione. Così, dalla fine di agosto a tutto settembre, nei comuni della Zona Libera si svolsero le elezioni, le prime libere elezioni in Italia dopo venti anni di regime fascista.  Si votò per capifamiglia, secondo la tradizione delle latterie sociali, l’unico modo possibile in quelle circostanze, e votarono anche le donne se ricoprivano tale ruolo.

Le Giunte comunali, composte da un numero variabile di persone, da cinque ad undici, avevano il compito di amministrare la vita del Comune, di costituire la Guardia del Popolo (cioè la Polizia Municipale), di amministrare i beni pubblici, di organizzare il servizio di alimentazione, di contribuire alla lotta, dando aiuto alle formazioni partigiane. Le Giunte rappresentarono un successo non solo per l’affermazione di principio costituita dal fatto che erano state liberamente elette dalla popolazione, ma per come funzionarono: tenevano pubbliche sedute alle quali partecipava la comunità, che poteva così discutere i problemi che direttamente la riguardavano.

Verso la metà di agosto del 1944 scaturì l’accordo sulla necessità di costituire un Governo della Zona Libera della Carnia e del Friuli, cioè un Governo civile unico di tutta la zona liberata. Esso fu costituito ad Ampezzo il 26 settembre del ‘44. La Giunta era composta da  cinque rappresentanti dei partiti antifascisti ed era allargata, con funzioni consultive non deliberative, ai rappresentanti, delle formazioni partigiane e delle organizzazioni di massa, cioè i Gruppi di Difesa della donna, il Fronte della gioventù e i Comitati dei contadini e degli operai.

Aveva così inizio un’esperienza di alto valore politico e civile che, a detta anche degli storici, non ebbe eguali in nessuna delle repubbliche partigiane sorte in altre zone d’Italia nella primavera‑estate del ‘44 e che ebbe il carattere peculiare di un’esperienza di autogoverno caratterizzata da autonomia di decisione, dalla facoltà di legiferare e di operare autonomamente, senza interferenze da parte dei comandi partigiani.

Fu un’esperienza breve ‑ durò infatti dal 26 settembre al 10 ottobre, (giorno in cui il grande rastrellamento scatenato da nazisti, fascisti e cosacchi pose fine a questa esperienza) – ma di grande significato per l’intensa azione di riorganizzazione civile che fu proposta. Non dimentichiamo che l’azione di governo della Giunta della Zona Libera fu svolta in una zona annessa al III° Reich, strategicamente essenziale per le comunicazioni ed i trasporti da e per la Germania; assegnata infine a orde disperate di cosacchi e caucasici, che si erano qui insediati con le loro famiglie e ai quali era stato promesso che, a guerra finita, la Carnia sarebbe diventata la loro patria, la Kosakenland.

In quelle condizioni difficili si svilupparono concetti di democrazia che sembravano ormai dimenticati dopo venti anni di dittatura, e quelle esperienze anticiparono principi che furono poi ripresi nella Costituzione dell’Italia repubblicana.

Vediamo, come esempio, due decreti, relativi alla riforma tributaria e alla giustizia.

Nel primo caso la Giunta di Governo elaborò un decreto di carattere finanziario, con il quale vennero abolite tutte le imposte e le tasse esistenti e venne fissata un’imposta straordinaria sul patrimonio, la cui consistenza doveva essere accertata dalle Giunte popolari comunali. L’imposta era progressiva e partiva dal 2% per i patrimoni di 200.000 lire per giungere all’8% per quelli di un milione; per noi è una anticipazione di quanto previsto all’art. 53 della nostra Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Per quanto riguarda la giustizia fu decretata l’istituzione del Tribunale del popolo, che doveva giudicare tutti i reati che non avevano carattere politico o militare, cioè i reati comuni. L’importanza del decreto sulla giustizia risiedeva soprattutto in due principi fondamentali: il principio della gratuità della giustizia e l’abo1izione della pena di morte per tutti i reati comuni (Art 27, comma 4°: “Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”).

Un primo provvedimento, però, fu il decreto sulla riapertura delle scuole elementari. Data l’impossibilità concreta di stampare un nuovo manuale scolastico, i giovani del Fronte della Gioventù, ovviamente i più interessati ai problemi della scuola, suggerirono l’adozione provvisoria del libro Cuore di Edmondo De Amicis.

Romano Marchetti, interpellato sul motivo di questa scelta, ha risposto così: «Cosa vuoi che ti dica?  L’indicazione non era così ingenua come può oggi apparire: dopo un ventennio di esaltazione della forza e di educazione allo spirito guerriero fra i giovani (si ricordi il motto di Mussolini “Libro e moschetto fascista perfetto”) il libro di De Amicis diventava un testo di tutto rispetto ed apprezzabile per il richiamo ai buoni e semplici sentimenti ed anche un segnale di continuità con la storia risorgimentale, rispetto alla quale, per noi, il fascismo rappresentava una parentesi degenerativa. Ai comunisti della Garibaldi-Carnia va il mio riconoscente ricordo per il notevole contributo dato alla guerra di Liberazione e soprattutto alla creazione della Giunta Civile della Repubblica democratica nella Alpi e Prealpi Carniche che, secondo alcuni  storici (prof. Dondi dell’Università di Bologna) è stata la più perfetta e democratica tra tutte; in questo caso grande merito ebbe il comunista dott. Gino Beltrame;  per il ruolo principe nella costituzione dei Sindaci della liberazione, nonché dei CLN comunali, di vallata, della Carnia, che ne furono premessa: in questo caso emerge soprattutto la figura di Tranquillo De Caneva. Ritengo mio dovere ricordare almeno alcuni dei comunisti della Garibaldi, che si distinsero particolarmente: Augusto Nassivera (Nembo), che si era messo in luce a seguito della Festa degli alberi a Forni di Sotto, strappando dall’aiuola quell’albero che, in omaggio al fratello Arnaldo, Benito Mussolini aveva comandato venisse piantato in ogni comune: nel 1945, partigiano tra i primi, divenne comandante garibaldino; il dott. Aulo Magrini (Arturo), sacrificatosi per difendere i propri compagni, di cui già tanto s’è detto e scritto, che aveva fatto pure parte della rete pro-resistenza, creata in Carnia da osovani nell’inverno ‘44/’45; Italo Cristofoli (Aso), pure lui comandante partigiano della Garibaldi, ucciso in azione a Sappada: era di Pradumbli, paese famoso per il gruppo di anarchici che lo caratterizzava; Tranquillo De Caneva (Ape), cui ho già accennato, dopo il 1945 fu emigrante, minatore e poi responsabile di livello nella CGIL, tanto da venir chiamato a Roma da parte di Togliatti, per dirigere il settore Assistenza, in seguito fu anche Consigliere regionale; naturalmente non si può dimenticare l’azionista Elio Martinis (Furore). Non è il caso di passare sotto silenzio anche  alcuni che, all’inizio osovani, passarono poi nelle file  della Garibaldi, come Decio Deotto e Giovanni De Mattia (Lupo). Credo infine che la propaganda comunisto-garibaldina abbia avuto il merito di riscattare molti giovani, plagiati dall’ideologia fascista, dando loro una piena dignità umana e civile, anche se in qualche modo condizionata da un credo fideistico».

Carnia: la “Contesse di Vigneisje”, in scena la compagnia teatrale di Sutrio

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di Federica Nodale.

Cosa può trasmettere una serata a teatro?
Fantasia, allegria, emozioni, commozione o semplici ma indebili ricordi.
Un mix di sensazioni per chi vuol spegnere televisioni e smartphone, comodi ed utili ma anche ipnotici diffusori di notizie e fatti di cronaca nera che purtroppo rabbuiano le nostre giornate o grotteschi gossip intrisi di superficialità che danno la sensazione contorta della vita, quasi fosse una fiction.
La società, le persone tutte, in un periodo di crisi come questo, non solo economica, ma di ideali come anche di valori etici e morali, hanno bisogno di sfumature più delicate, di esistenze con meno spigoli.
Il bisogno di staccare la spina è imperante ed uno dei modi più amabili per farlo, è incontrarsi in comodi ed accoglienti teatri, fianco a fianco, con la voglia di scoprire e riscoprire qualità artistiche insospettate o messe in evidenza dal ruolo scenico dei propri compaesani o conterranei.
Il teatro non è solo questo ma quale occasione migliore per conoscere le nostre leggende?
Un’opportunità da prendere al volo per tramandare alle future generazioni ciò che la tecnologia toglie, come la voglia di sognare, di guardare con occhi diversi un colle, un paese e vederlo come uno scrigno, custode di una storia lontana, narrata dalle nostre nonne.
Dopo questa rappresentazione teatrale, anche un cartello stradale, che indica “PRIOLA”, ha un significato diverso ora, recondito ed ineluttabile; quasi fiabesco.
Una serata a teatro può infondere anche ingegno, maestria, dedizione, memoria, cura dei particolari e stile.
Meravigliosi i costumi di scena dai colori artistici, che possiedono ancor più valore, perchè fatti con amorevoli qualità artigiane del paese; nati dalle mani di Vanilia Bertolli e dalle sue collaboratrici Giovanna Straulino, Tullia Della Pietra, Rita Di Qual e Alda Nodale.
I bellissimi e brillanti testi del pezzo teatrale, sono stati anch’essi interamente scritti da Giovanna Straulino ed interpretati da trentotto capacissimi attori, padroni assoluti del palcoscenico fra cui otto bravissimi bambini.
Spicca la grande collaborazione di un gruppo affiatato, unito, che ha saputo trasmettere la forza di chi crede in un progetto collettivo.
L’energia arriva a chi sta in platea ed esplode in applausi veri ed entusiasti.
Grande successo a Sutrio, Paluzza e all’Auditorium di Tolmezzo ma al di là dei grandi numeri nelle sale affollate e che denotano chiari segnali di apprezzamento, avranno tutti in dono qualcosa che non ha prezzo e che si porterà a casa dopo lo spettacolo: le emozioni provate che resteranno strette nel cuore del pubblico.

Fusilâz: dietro la riabilitazione negata dal Parlamento, i troppi eccidi da nascondere

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di LUCIANO SANTIN.
Doveva essere, il 2016, l’anno del “giubileo civile”. Il momento della riabilitazione morale per i fucilati nella guerra 1915-18 e per gli altri mille 200 (la stima è prudenziale) uccisi dal piombo italiano per dare un salutare esempio, secondo le feroci raccomandazioni di Cadorna. L’Italia pareva finalmente disposta a fare i conti con il proprio passato e con il suo triste primato delle esecuzioni (il quadruplo della Gran Bretagna entrata in guerra quasi un anno prima, e con due milioni e mezzo di combattenti in più). Dopo manifestazioni di varia natura, prese di posizione popolari e istituzionali, iniziative di legge, sembrava che finalmente quei ragazzi già infamati e passati per le armi il 1° luglio 2016 per essersi opposti a un’azione suicida potessero venir considerati “morti per la Patria”, e consegnati all’abbraccio della Nazione. Invece qualcosa è accaduto. La legge che doveva preparare questo passo, approvata all’unanimità dalla Camera in soli tre mesi, è stata bloccata in commissione Difesa del Senato. Quasi un anno e mezzo di stop per arrivare a uno stravolgimento totale: laddove si prevedeva di chiedere perdono ai fucilati, si dice che glielo si può elargire. Si esclude ogni inserimento del nome dei fucilati nell’elenco dei caduti. E soprattutto si cancella il passaggio che prevedeva di trattare queste vicende nelle scuole, al fine di dettare un’epigrafe. Le prime richieste di fare luce sulla giustizia militare ’15-18 risalgono infatti agli anni ’80, quando Mario Flora, nipote di Silvio Gaetano Ortis, uno degli alpini fucilati a Cercivento, domanda formalmente di riaprire il processo. Le autorità militari rigettano l’istanza, perché, a termini di regolamento, può essere avanzata solo dall’interessato. La comunità di Cercivento reagisce con civile fermezza: rischiando l’incriminazione per apologia di reato, il sindaco Edimiro Dalla Pietra fa erigere un monumento ai fusilâz, che da allora vengono sempre onorati nelle ricorrenze civili e religiose. Sul caso escono poi tre libri, e nel 2000 la commissione Giustizia della Camera approva una risoluzione che cita “l’indignazione per l’ingiusta condanna a morte dei giovani alpini Ortis, Matiz, Corradazzi e Massaro”. Uno dei firmatari, il socialista Valdo Spini, presenta anche un testo di legge che finirà insabbiato. Due anni fa, con la rievocazione dell’inutile strage, la questione si ripropone. La prima voce a levarsi è stata quella dell’Ordinario militare Santo Marcianò. «Riabilitare i militari disertori, come caduti di guerra: giustiziarli fu un atto di violenza ingiustificato, gratuito, da condannare», dice il vescovo capo di tutti i cappellani delle Forze Armate. «Un qualche gesto di riabilitazione potrebbe avere valore dimostrativo e simbolico, proprio come quello che si voleva attribuire alle fucilazioni». Il consiglio regionale e quello provinciale di Udine, più altri enti minori, chiedono unanimemente la restituzione dell’onore agli alpini uccisi, la stessa presidente della Regione Debora Serracchiani scrive al Capo dello Stato, cui si rivolge anche un appello pubblicato on line dal Messaggero Veneto (sottoscritto da quasi duemila lettori) e un’altra lettera, partita da Milano e firmata da cento intellettuali e studiosi. Mattarella, con toni di apertura, parla dell’interpello «della nostra coscienza e del nostro senso di umanità da parte di quei mille e più italiani uccisi dai plotoni di esecuzione». Si muove la Camera: il sardo Gian Piero Scanu predispone una legge firmata da settanta parlamentari Pd e sulla quale vengono auditi Mario Flora e il sindaco di Catanzaro (stanti le decimazioni subite dall’omonima brigata). Vi si prevede l’attivazione d’ufficio del riesame per i reati di assenza dal servizio (ovvero diserzione) e anche in servizi (come lo sbandamento, e i fatti di disobbedienza, ancorché collettiva). Si stabilisce inoltre l’affissione, in un’ala del Vittoriano, di una targa nella quale la Repubblica «rende evidente la sua volontà di chiedere il perdono di questi nostri caduti». L’epigrafe dovrà essere dettata dagli studenti, attraverso un concorso bandito dal Miur. Il testo, che ha per relatore il friulano Giorgio Zanin, completa l’iter nel tempo record di tre mesi e viene approvato, all’unanimità, nella data altamente simbolica del 24 maggio 2015, centenario dell’ingresso in guerra dell’Italia. La “riabilitazione alla memoria” sembra cosa fatta. L’indomani il provvedimento passa alla commissione Difesa del Senato. E qui il vento cambia. Il presidente Nicola Latorre (Pd) spiega la delicatezza e la complessità del tema (ragion per la quale si propone come relatore), avvertendo che saranno necessarie varie audizioni e l’affidamento del problema a un comitato ristretto (da lui stesso presieduto). A fine ottobre viene presentato un testo che azzera completamente la legge della Camera. Latorre (che molti, sottovoce, ritengono interprete dei malumori espressi dagli Stati maggiori) motiva questo intervento radicale con una serie di rilievi: le sentenze (anche se non tutte) «applicavano correttamente la legge vigente (severa ma comunque espressione della forma mentis di un’epoca)». Poi dice che una riabilitazione non si può fare, perché il presupposto è «una condotta positiva successivamente alla condanna», (che non c’è stata, essendo i condannati estinti), e perché si creerebbe disparità con i fucilati di altri conflitti quali le guerre d’indipendenza e d’Africa, o la II guerra mondiale. Inoltre l’Albo d’oro dei caduti è chiuso da cinquant’anni, e sarebbe problematico riaprirlo. Ancora, solleva dubbi sul fatto che senatori della Repubblica intervengano su sentenze emesse in nome del re. E mette in guardia sul rischio di incorrere in azioni risarcitorie da parte degli eredi. Infine, in merito alla bocciatura della lapide scritta con il coinvolgimento degli studenti, Latorre spiega che non è il caso di fare «troppo affidamento nelle basi culturali di un adolescente».

Amaro: sono made in Carnia le cisterne del Prosecco, Gortani amplia lo stabilimento e prevede di assumere altre 20 persone

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di Maura Delle Case.
Le vigne del Prosecco distano in qualche caso diverse centinaia di chilometri da Amaro eppure nel primo paese della Carnia vantano uno dei segreti del proprio successo: le grandi autoclavi in acciaio Inox prodotte dalla Gortani srl. Una delle principali aziende del settore che ha saputo cavalcare con profitto il boom del Prosecco mettendo a segno, in pochi anni, un vertiginoso salto di fatturato in parallelo all’aumento delle superfici produttive e dei lavoratori a libro paga. Tutto, rigorosamente, in Carnia. A poca distanza da dove l’avventura produttiva è cominciata. E’ il primo dopoguerra quando Gianpietro Gortani avvia una piccola attività di distilleria ad Arta Terme. Usa, per imbottigliare, tradizionali contenitori di legno finché non si accorge dell’acciaio inox, garanzia di migliori prestazioni. C’è però un problema: nessuno in montagna e nemmeno a stretto giro produce quel tipo di contenitori e così Gortani inizia a fabbricarli da solo. Prima per sé, poi per una serie di altri piccoli produttori. Il business cresce rapidamente, tanto da indurre il fondatore ad abbandonare la distilleria per votarsi interamente alla produzione di serbatoi grazie all’aiuto, determinante, del figlio Gian Paolo che oggi, assieme alla figlia Federica, guida l’azienda. Divenuta nel frattempo un piccolo colosso del settore: nata 30 anni fa, nel 2002 si è trasferita ad Amaro con i suoi 35 dipendenti, divenuti 70 nell’arco dei successivi 10 anni fino agli attuali 150. Un tesoretto occupazionale per la Carnia, formidabile argine, insieme a poche altre realtà produttive – come le cartiere Burgo e l’Automotive lighting -, allo spopolamento della montagna che la famiglia Gortani per nulla al mondo abbandonerebbe. Parola di Federica: «Siamo carnici e qui restiamo, nonostante qualche svantaggio ci sia. Siamo lontani e dunque meno competitivi di altri, per via degli alti costi di trasporto, in regioni come Piemonte ed Emilia Romagna, d’altro canto però diventiamo concorrenziali nei Paesi dell’est, vedi Slovenia e Croazia». L’azienda in questi anni è dunque cresciuta all’interno del Cosint, il consorzio industriale che per consentirne lo sviluppo, in sintonia con il Comune di Amaro, ha rivisto addirittura le norme urbanistiche derogando ai 10 metri di altezza massima degli edifici produttivi per far sì che Gortani potesse costruire i grandi serbatoi da oltre 20 metri d’altezza e 2.000 ettolitri di capacità sotto a un tetto, anziché sul piazzale come per un po’ è stata costretta a fare. Prodotti che poi prendono – con trasporti eccezionali – la via di numerose aziende vitivinicole soprattutto del Nordest (ma non solo). Con qualche puntata all’estero, ad esempio in Georgia (ex Urss), anche se il mercato domestico resta quello di riferimento. Trainato dal settore vitivinicolo che non conosce crisi e garantisce alla Gortani il 95% del fatturato. «Siamo passati da poco meno di 7 milioni di euro nel 2008 a 10 milioni nel 2012 proseguendo in crescendo fino quest’anno che prevediamo di chiudere oltre i 19» continua Gortani annunciando per il 2017 l’inaugurazione del nuovo capannone e l’assunzione di ulteriori 20 unità di personale. Gortani dunque promette di crescere ancora. Forte dell’ottima reputazione di cui gode tra i produttori vitivinicoli e del boom del Prosecco che non conosce freni. «E’ una moda – conclude la figlia del titolare -, il mondo del vino oggi tira in quella direzione. E’ un prodotto facile, alla portata di tutti, non costa molto e le quantità sono sempre maggiori. Nel nostro caso vale una buona fetta di fatturato (in certi anni quasi la metà) ma offre anche l’occasione per farci conoscere dalle aziende che, dopo le autoclavi, vengono da noi anche per i serbatoi semplici». Tipologia di prodotto che continua ad essere il pezzo forte della produzione Gortani, quello da cui tutto è cominciato.

Paluzza: una legge e un museo per le Portatrici carniche

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di MAURA DELLE CASE.
In attesa che gli storici si ravvedano riconoscendo loro il posto che meritano nel tragico affresco della Grande Guerra – tanto più considerato che in questi anni se ne celebra il centenario –, un primo, dovuto riconoscimento alla figura delle Portatrici carniche è in arrivo dalla Regione. L’assessore alla cultura, Gianni Torrenti, sta infatti lavorando a un disegno di legge che approderà in breve all’esame dell’aula il cui intento è appunto «riconoscere e valorizzare – parola sua – una storia unica e particolare. tutta al femminile». Saranno dieci articoli al massimo, in cui la Regione fisserà un luogo di riferimento – con tutta probabilità Paluzza – in cui ospitare un piccolo museo e centro documentale dedicato alla storia di queste eroiche donne cui saranno dedicate pure delle borse di studio. «C’è in proposito un forte interesse del Quirinale» ha fatto sapere l’assessore Torrenti che nell’operazione ha coinvolto l’ex parlamentare Manuela Di Centa oltre naturalmente alle associazioni che sul territorio già si occupano di valorizzare la memoria delle portatrici. Con sforzi che la Regione oggi intende mettere a sistema «per poi lasciare però al territorio – precisa Torrenti – la gestione sia dell’archivio che delle iniziative». «Questo disegno di legge vuol essere infatti una freccia all’arco della montagna – precisa l’assessore -, un’occasione per fare aggregazione sul territorio, per attirare studiosi, turisti, appassionati di storia sulle tracce di queste straordinarie figure». La scelta di Paluzza non è casuale. E’ infatti il paese natio della portatrice divenuta simbolo del corpo di ausiliarie, Maria Plozzner Mentil, morta sul campo nel 1916 e insignita della medaglia d’oro al valor militare nel 1997 per “motu proprio” dell’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Con lei, a far su e giù dalla “zona Carnia”, percorrendo più di mille metri di dislivello, si contano tra l’agosto del 1915 e la disfatta di Caporetto oltre mille donne. In molti casi poco più che ragazze. Per non dire bambine. Dedite al focolare, alla famiglia. A portar quella gerla che è poi divenuta il loro simbolo. Prima carica di viveri ed erba sfalciata, poi – con l’avvento della guerra – di armi e munizioni. Il conflitto sconvolge anche le loro vite. Prima gli porta via gli uomini, poi le costringe a farsi loro ausiliarie. Ad andare in aiuto del padre, del marito, dell’amico. “Solito” gej in schiena, stavolta carico di armi e munizioni, spinte da un senso di responsabilità tipicamente femminile cristallizzato dalle parole rimbalzate sulle labbra delle donne di Paluzza: «Anin, senò chei biadaz ai murin encje di fan». Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame. Così, fino alla rotta, centinaia di donne ogni giorno si avventurano al fronte, cariche di gerle piene di vettovaglie, cartucce, granate, medicinali, pesanti anche 40 chili. Arrivate a destinazione dopo ore di cammino massacrante, scaricano la gerla, riferiscono le ultime novità e dopo un breve risposo riprendono la strada per la valle. Panni da lavare issati in schiena e faccende domestiche ad attenderle a casa. In cambio? Una lira e cinquanta centesimi a viaggio, pagati una volta al mese. Ma il valore sta soprattutto nell’intestimabile consapevolezza d’aver agito per la Patria. E per i propri uomini al fronte. Questo cammeo della storia d’Italia è stato fin qui poco meno che dimenticato. Non fosse per l’attività delle locali associazioni e per l’iniziativa isolata dell’ex sindaco di Comeglians, Flavio De Antoni, che alle portatrici l’anno scorso ha intitolato una piazza del paese. Ora a spalancare il sipario ci pensa la Regione, con una leggina ad hoc, che speriamo sia solo l’inizio di una riscoperta, tardiva ma quantomai meritata ed opportuna di questo pezzo di storia d’Italia, scritto sulle montagne della nostra Carnia.

Tratta ferroviaria La Carnia–Villa Santina: racconta Pietro Cirant “l’ultimo della Veneta”

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di Gino Grillo
 È “l’ultimo della Veneta”, la società che gestiva il trasporto su rotaia della tratta di diciannove chilometri La Carnia – Villa Santina. Pietro Cirant oggi ha 88 anni e vive nel suo paese d’origine con la moglie Giannina Lorenzin. Si tratta dell’ultimo lavorante della Società Veneta dell’ingegnere Lorenzo Breda che assieme a una cinquantina di suoi compaesani entrò a servizio delle ferrovie sin dall’agosto 1945. La sua mansione era quella di “accenditore delle locomotive”. «Erano locomotive a carbone, che funzionavano a vapore – ricorda Pietro –. Per due anni ho dovuto accendere la caldaia e tenere il fuoco acceso tutta la notte per permettere la partenza del treno la mattina successiva». Poi per Pietro è arrivato il trasferimento in officina e quindi, quando il diesel e l’elettricità hanno preso il posto del carbone e del vapore, ha tentato, senza successo, l’esame di macchinista. Poco male perchè il destino aveva in serbo per lui altri piani. «Alla fine mi è andata bene, perché sono diventato capotreno, mansione che ho mantenuto sino alla pensione ottenuta negli anni Ottanta» mette in chiaro. Dalla Carnia, Piero ha dovuto spostarsi ad Asiago, in Veneto, la notizia arrivò senza troppe cerimonie. «A quel tempo ti dicevano solo che eri trasferito, non si curavano di trovarti una accomodazione, dovevi arrangiarti» è la testimonianza di Pietro. Ricorda il primo giorno ad Asiago, con 23 gradi sottozero, senza sapere dove andare a dormire. «I colleghi mi hanno indicato un salone sopra la stazione: ho dormito sotto una piramide di coperte, patendo ugualmente un freddo cane» ammette. Rammenta il treno a cremagliera, che quando entrava in galleria «siccome si viaggiava senza finestrini, ci si doveva accucciare a terra per poter respirare: il calore era così alto che all’uscita del tunnel eri tutto nero dal fumo e dalle bruciature». Pietro sfoglia con nostalgia l’album delle vecchie fotografie, lì dentro ci sono i suoi colleghi carnici, e particolari che ispirano aneddoti e storie di quei tempi. «A Villa Santina nel 1952 è stato girato il film “Penne nere” con Marcello Mastroianni e Marina Vlady: io facevo andare il treno durante le riprese» afferma orgoglioso. «Nel dopoguerra non c’erano lavatrici e acqua calda nelle case. Le donne del paese arrivavano di mattina con i secchi per farsi dare dell’acqua calda che scaricavo dalla caldaia del treno». Il treno serviva anche in cucina. «Spesso le donne venivano anche a farsi battere il baccalà. Lo stendevo sulle rotaie ci passavo sopra con la locomotrice». La Veneta era un’istituzione in Carnia. «Ricordo – termina chiudendo l’album delle fotografie e dei ricordi – che quando si entrava a Tolmezzo, alla Cantina Brunetti trovavamo sempre del vino nero e bianco, da bere con il “cop”, con la scritta “Riservato al personale della Società veneta”.