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Roberto Pagan: quel formidabile romanzo di Ermes Dorigo

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Con un sorriso ancora suo non è un romanzo facile, anzi è complesso ed elaboratissimo, com’è nelle corde e nella cultura di uno scrittore esigente quale Dorigo. Anche profondo, il libro: anzi “a doppio fondo”, se dobbiamo credere (ma non abbiamo nessun motivo per revocarlo in dubbio) a quello che l’autore ci confida nelle tre paginette introduttive, scabre ma tutte dense di cose e di intenzioni. Secondo cui il racconto sarebbe il risultato del rimaneggiamento di un vecchio dattiloscritto trovato per caso in una cartella a quarant’anni di distanza. Sia verità vera o espediente metaforico, resta il senso di un esame di coscienza, un guardarsi allo specchio; e insieme una riflessione sul senso di sé e della propria sofferta giovinezza. Che vuol dire anche la giovinezza di tutta una generazione. Non a caso ambientata nei primi anni Settanta – più esattamente nel 1973, considerato dall’autore un anno di svolta, politica-sociale-economica della nostra storia recente – la narrazione scava con caparbio puntiglio tra le inquietudini e i turbamenti che furono di quegli anni di “contestazione”, e poi di terrorismo, culminato con le Brigate rosse e il rapimento di Moro: uno sconvolgimento di tutto il sistema politico e sociale nel trapasso tra quel che si disse “la prima Repubblica” e gli anni che seguirono, ancor oggi così confusi e indeterminati da non meritare alcuna definizione comprensiva.  

Naturalmente c’è dentro tutta la crisi dei giovani, la rivolta generazionale, violenta in quegli anni in tutto il mondo capitalista, nell’emergere contemporaneamente della questione femminile con una richiesta paritaria in tutte le mansioni sociali; il che comportava in primis una sollecitazione a rivedere il rapporto tra generi in materia sessuale. Tutto ciò andava di pari passo con una rinnovata pressione dei ceti più disagiati alla ricerca di maggiori diritti economici; finché lo sconquasso seguito alla globalizzazione non mise in crisi tutti i rapporti di produzione  conosciuti e studiati fin dai tempi di Marx, dissolvendo la categoria stessa di classe operaia e lasciando sul campo a fronteggiarsi nella maniera più selvaggia, come alle origini, semplicemente i poveri e i ricchi: fatti i ricchi sempre più ricchi e più pochi e i poveri sempre più poveri e più numerosi. Con l’aggravante, in tempi a noi più vicini, di una migrazione epocale di altri poveri da paesi remoti verso quelli opulenti e incapaci di condividere coi nuovi arrivati un’opulenza già di per sé male distribuita.

Ma torniamo al romanzo e al suo schema narrativo, in sé abbastanza essenziale, basato sulla dialettica interna a due coppie di giovani: Misa-Adel e Carla-Jacopo. Ognuno con la propria personalità, dominati tutti da un’inquietudine esistenziale che, secondo il sentire di quegli anni, essi tendono a trasferire sul piano del ribellismo sociale. Innamorati uno dell’altra e tuttavia divisi tra contrasti e tensioni che in parte derivano da incomprensioni coi genitori: o troppo poveri e troppo ignoranti o meno poveri ma altrettanto inadeguati a offrire un modello di vita accettabile a figli un po’ più istruiti, ma altrettanto superficiali e irriflessivi, e soprattutto contagiati dal clima di ideologismo ossessivo in cui sono immersi. Così, ognuno a suo modo, reagiscono alle loro crisi adolescenziali in maniera non dissimile, comunque tormentosamente nevrotica. Misa, più esuberante e vivace nella sua accesa femminilità, dominata da un erotismo incontrollabile, oscilla tra dispotismo e fragilità: frivola e narcisista ma insieme bisognosa di protezione, è continuamente alla ricerca di nuovi partner, anche per bisogno di sostentamento economico; ma, sempre inappagata sul piano affettivo, tiranneggia con la sua umoralità l’unico che potrebbe amare e che le è sinceramente affezionato, l’introverso Adel. Il quale a sua volta, più fantasioso e divorato dai dubbi, non è capace di prestare quel minimo di sicurezza che la compagna richiederebbe, anche perché messo in soggezione dalla personalità di lei, più prepotente e volubile; sicché la coppia, non riesce a trovare appagamento reciproco nemmeno sul piano sessuale. Così i loro dialoghi da innamorati finiscono in frustranti battibecchi, spesso però messi sul conto di malintese teorie socio-politiche. Perché, come si diceva, il quadro dottrinario di ribellismo a oltranza, solo genericamente motivato, diventa lo sfogatoio di ogni inquietudine. L’altra coppia appare, nel racconto, un po’ più defilata. Qui abbiamo una ragazza, Carla, più riservata e sensibile, un po’ “all’antica”, e perciò più esitante nei riguardi di un partner che sembra distaccato e deluso, e che assume anche atteggiamenti di scherno e di superiorità di fronte alla società e ai suoi problemi, che lui sostanzialmente disprezza. Incapace, alla fine, di rinunciare a qualcosa della propria identità per adeguarsi alle esigenze della compagna. Il romanzo in realtà resta aperto a ogni conclusione. Si può credere che Carla e Jacopo decidano, di comune accordo, di separarsi in nome della reciproca libertà: che ai loro occhi sembra valere di più che un’esistenza di coppia soggetta a impegni e rituali troppo mediocri e ripetitivi. Viceversa si può intuire che Misa e Adel, finalmente soddisfatti almeno sul piano dei sensi, raggiungano una pacificazione e un’intesa che li compensi dalle delusioni di una società avvertita come ingiusta e sbagliata. Come che sia, lo sguardo dell’autore, di fronte a questo spaccato sicuramente vivace e credibile di una stagione della nostra storia, si mostra apparentemente neutrale. Il suo giudizio, in realtà venato volta a volta di ironia o di pietas, si affida piuttosto a una specie di colonna sonora che costeggia la narrazione con citazioni di brani o frammenti di autori significativi del tempo (come Pasolini o Fortini) o rimanda a titoli di libri o film o canzoni che in qualche modo storicizzano e danno corpo e spessore a quella particolare atmosfera di tempi e di luoghi: qui, in particolare, l’area friulano-veneta e Padova con la sua antica Università, familiari all’autore stesso e quindi funzionali al suo racconto. Non asettico come vorrebbe apparire, ma anzi profondamente rivissuto dall’interno. Naturalmente, nel perseguire la sua indagine sulle inquietudini psicologiche, sociali e culturali di tutta una generazione, e di quel mondo studentesco che è stato anche il suo mondo, nel tentativo di riprodurne mimeticamente la realtà anche sul piano del linguaggio – così spesso sboccato e scurrile, oltre che sintatticamente anarchico sulle bocche di quei giovani, in quanto parte, esso stesso, del loro ribellismo – Dorigo accetta di misurarsi con puntiglio in una sua ricerca stilistico-espressiva adeguata al soggetto. Ed è questo uno dei risvolti più interessanti e coraggiosi del libro, anche se più delicati e difficili, e forse discutibili nella sua scelta, pur coerente, di un realismo integrale. Ma è pur vero che anche il termine di realismo può risultare inappropriato o insufficiente quando si esamini più da vicino la tecnica della scrittura, più evocativa che descrittiva, più cinematografica o teatrale per il montaggio stesso delle scene, così scoppiettanti di dialoghi bizzarri, in cui sentenze rivoluzionarie e dottrinarie si mescolano di continuo, nella maniera più incongrua, con gli interessi tanto più contingenti dei protagonisti, magari impegnati in convulsioni erotiche in un letto sfatto mentre si scambiano tra loro, nel loro gergo di frasi fatte e omologate da un lessico scurrile, vicendevoli rimbrotti. Il tutto incorniciato da rimandi fuori campo a titoli di libri, letture pesantissime (il solito Marcuse per esempio) imposte dalla moda, o film di prammatica, persino battute prese da Carosello. Gli stessi toni emergono peraltro nei soliloqui o nelle fantasticherie attribuiti ai vari personaggi. Per citare un esempio tra i tanti ecco Misa, a notte inoltrata (nel cap. III), immersa in una fantasticheria erotica, tra sogno e realtà, in dialogo con l’icona di Lenin appeso alla parete: “Perché ora, vedi…non posso uscire con queste latterie sennò si accorgono che sono senza reggiseno, e allora …cominciano a pettegolare…Ed io non voglio che la gente abbia di me una cattiva opinione. E poi voglio evitare fraintendimenti ideologici…Come dici?”. “Ma Lenin non la sta proprio ad ascoltare, impegnato com’è a giocare a scacchi con Stalin con pedine bianche e rosse, perché i due appaiono allergici al colore nero”. Così in un continuo avvicendarsi di camere da letto, balere, o vicoli nebbiosi di una Padova novembrina. Come quello in cui troviamo l’infreddolito Adel (cap. II), cacciato dal letto di Misa per le sue inadeguate prestazioni sessuali, vagabondare dentro uno sdrucito cappottaccio almanaccando con se stesso: “Sono il solito stronzo…Non capisco mai niente”…E anche qui – in un clima ormai decisamente surrealistico – un’altra immaginaria scacchiera interferisce col suo soliloquio: e vi si inseriscono a turno il re bianco e il re nero: “Eh già – ironizza – il re bianco – proprio come mia moglie…Lei, con la complicità delle tenebre… sale a cavallo e se ne va furtiva dalla torre per scopare con l’alfiere”. Adel replica mentalmente: “No, no…Misa non mi tradisce…È solo un po’ stanca ed esaurita, ecco tutto”. “ Sì, sì” interveniva il re nero da poco vedovo della regina nera, uccisa da un cavallo bianco imbizzarrito “Sì sì, è solo stanca e ha tanto bisogno di comprensione” . E Adel allora si commuove fino alle lacrime, consolandosi un poco più tardi tra le braccia di una sopraggiunta puttanella, Valda, molto più materna e comprensiva di Misa. Ci sono dunque, accanto alle crudezze del linguaggio, anche i toni leggeri e quasi fiabeschi. Così come quello stesso linguaggio eccessivo può sfociare nell’enfasi lirica di un atto sessuale pienamente riuscito: e qui dovremmo citare tutta una pagina (166-67) ma ci accontenteremo di uno squarcio:…“Misa penetrata nella profondità dell’anima, suonano le trombe di Faloppio, una dolce armonia si diffonde nell’utero, rimbomba e rimbalza nel cervello di Misa, nel cervello di Adel, sintonia in onde corte, cortocircuito, l’apocalisse, arrivano i quattro dell’avemaria, un tramonto di fuoco, l’astro infuocato avvolge la vallata, i contorni si squamano, la luce intensa abbagliante, il giorno della Creazione!…” E la tirata continua, si fa parossistica, si fa poesia, inno alla vita. Ma chi è che parla? La voce è dentro i protagonisti ma è insieme fuori campo, è la voce di chi scrive. È realismo questo? Ma è anche – come chiamarlo? – forse espressionismo lirico. Un sorriso ironico, ma anche amaro. Forse il sorriso dell’autore. Che poi assomiglia tanto al sorriso, perplesso ma liberatorio, attribuito a Carla, fra tutti il personaggio più serio ed enigmatico, nella scena che chiude il libro e gli lascia il titolo: Con un sorriso ancora suo.