Archivio tag: pasolini

Friuli: PPP e Volponi, tra consonanza e divergenza, di Ermes Dorigo

Paolo Volponi e Pasolini

Pubblichiamo un affilato contributo critico sui rapporti tra Pasolini e l’amico Paolo Volponi, di cui l’autore Ermes Dorigo è un autorevole esegeta e studioso. Lo scritto  offre l’occasione per l’esame delle profonde consonanze e insieme delle divergenze che intercorsero tra i due intellettuali-scrittori, maestri irripetibili di un’epoca d’oro della cultura italiana del secondo Novecento.
Grazie all’autore per la segnalazione del suo saggio, che editiamo con la sua autorizzazione.

Il Pasolini di Volponi
di Ermes Dorigo

Pasolini: un viaggio lungo un anno tra remake, rifritture, riproposizioni acritiche, estemporaneità con qualche rara novità realizzata – come, ad esempio, il Centro Studi Pasolini di Casarsa-, o prospettata, che si muove in un sostanziale clima di ambiguità, tra riduzione-riappropriazione provinciale del poeta friulano e astrazione-divagazione accademica con il rischio, già in altra occasione paventato da Roberto Roversi, denunciando «l’uso e abuso dell’autore», di «celebrazione, giubilazione, imbalsamazione», con conseguente archiviazione-rimozione. Mancano oggi i maestri, ma non è detto che non servano più. Sembrava nel ventesimo anniversario che l’eredità spirituale di Pasolini si circoscrivesse nel triangolo i cui vertici erano formati da Naldini, Zigaina, il gruppo romano Betti-Siciliano. Accanto a queste interpretazioni più ‘rumorose’ ce ne sono, però, altre più discrete, più sommesse, ma certamente più intense, sentite e, soprattutto, ideologicamente più chiare. Personalmente, ritengo si debba almeno evidenziare e dare il giusto rilievo al giudizio che della sua vita e della sua opera dà Paolo Volponi, che di Pasolini fu amico dal 1952 («Abitava in via Fonteiana, dove io ebbi la fortuna di incontrarlo e di conoscerlo, frequentando anche la sua casa e legandomi d’affetto anche con i suoi genitori. Anche con il padre, appartato e accigliato, che però era sempre molto orgoglioso nel mostrarmi le poesie di Pier Paolo, pubblicate o tradotte»).
Entrambi maturano in quel punto di snodo della cultura italiana degli anni dal 1945 al 1955 circa, caratterizzato da antiermetismo e antineorealismo, su una linea neosperimentale, che si scontrerà, Pasolini soprattutto, anche con la neoavanguardia, e li terrà uniti, soprattutto per  il comune legame con la nostra tradizione storica, culturale e letteraria e con la lezione di poesia etica e civile che veniva da Dante e dal suo plurilinguismo.
L’atteggiamento di Volponi nei confronti di Pasolini, per lui «maestro sapiente e amico fraterno», è di avvicinamento, consonanza, consentaneità e, nello stesso tempo, di distanziamento, dissonanza, distanza. Infatti, se comune era solo la matrice culturale, ma anche un grumo di dolore interiore, diversa era la soluzione, che i due diedero alla ‘gabbia dell’io’ come lucidamente dirà Volponi: «Scrivevo delle poesie per “venire fuori”, per non essere schiacciato dalla regressione, dall’ansia, dalla paura. Lui capiva benissimo queste cose, anche se io lottavo all’interno di quel conflitto mentre lui lo subiva radicalmente».

Qui divergono le strade; e mentre l’uno rimarrà legato al mito della “madre-società”, una madre primigenia e rurale («il cortile inazzurrato delle Alpi»), perché Pasolini del popolo «non ha accettato interamente la storia, ma soltanto l’umanità», l’altro perseguirà il progetto-sogno, utopia, mito? – della madre-industriale.
Però Pasolini non rimase del tutto prigioniero del narcisismo, come ci fa capire Volponi nella sua ultima opera poetica, Nel silenzio campale; «Pasolini si sentiva ferito; colpa e delusione/opprimevano il suo cuore e anche la sua intenzione /di opporsi, di avvertire; la sua stessa disperazione gli dava la coscienza della vita e la concrezione / della propria vitalità: quindi la destinazione /civile e letteraria sopra l’espressione di sé».
Pasolini uomo («maestro misurato, dolce, paziente, ironico, didattico; socratico innocente quanto disperato; portatore di serenità, di aiuto, di consigli; affascinante conservatore dal sorriso mite e triste, un dolce sorriso comprensivo e rassegnato» divenuto alla fine «ansioso e un po’ incerto, sempre più triste, emaciato e solitario») che diventa il Pasolini-allegoria di una «stagione /di dubbi e di ricerca, ansia di comprensione,/ viva e proponente ideologia» contrapposta alla presente, nella quale «non si possono più intra-/prendere viaggi, né sono pra-/ticabili percorsi di conoscenza; /non ci sono più luoghi di contra-/sti e di formazione, non la veemenza / dei maestri»: rimpianto, ma senza il “rimorso per la religione/del mio tempo” per 1’urbinate.
Volponi in Pasolini vedeva il limite della sua «posizione regressiva, astorica, nemmeno utopistica, ma soltanto di rimpianto per il bel mondo rurale», talora «senza un sicuro sostegno ideologico», per cui se era stato bravo a prevedere «il disastro ecologico, l’omologazione delle culture, la rovina delle città, lo sviluppo sfrenato del consumismo, la graduale dispersione della coscienza critica e democratica, l’imbonimento e la mercificazione della lingua, dell’arte, della letteratura», non lo era stato altrettanto nell’individuarne i rimedi, in quanto «alla fine, ne ha fatto un mistero mistico-letterario».
Ma allora qual è l’essenza dell’insegnamento del ‘maestro’ Pasolini, a vent’anni dalla sua morte?
Pasolini secondo Volponi è stato «un grande poeta civile, forse il più grande poeta della nostra letteratura dopo Leopardi, superiore a tanti del secolo scorso e del nostro, anche se celebratissimi, amatissimi, premiatissimi».
Volponi ritiene che la stagione più fulgida dell’amico sia stata quella tra il ‘55 e il ‘63; poi deviò, vuoi per la grande ostilità della neoavanguardia, che lo  ferì profondamente: («cominciava a chiudersi in se stesso, ad avere degli allarmi sentiva che l’umanità degli affetti, che la sua psicologia in qualche modo esigeva, gli era negata»), vuoi perché si lasciò sedurre dal cinema e dal successo («era ambizioso in un modo un poco infantile»), che, sostanzialmente, lo distrasse dalla letteratura, facendolo «regredire un tantino: non era più il grande poeta, critico e uomo di lettere che veramente poteva improntare di sé la nostra epoca».
Per Volponi ciò che veramente dura di Pasolini e che costituisce saldo e sicuro punto di riferimento per la cultura democratica dell’Italia è la sua poesia civile e il suo modello di uomo di cultura-pedagogo – Pasolini e la pedagogia, Centro Studi Pasolini (il riferimento va al volume omonimo curato da Roberto Carnero e Angela Felice, Marsilio 2015, ndr.)-, che aveva capito come «il nostro popolo fosse estraneo ad ogni possibilità reale di partecipare e di scegliere; come fosse costretto – nei suoi dialetti, nelle sue piazze, nei suoi gruppi – a vivere una vita per certi versi ricca di rapporti, ma alla fine deprivata dalla cittadinanza, della possibilità di decidere».
La mancanza nella cultura italiana «è stata soprattutto quella di non assumersi la propria responsabilità di impegno civile e sociale, come sostegno e guida dei suoi valori specifici» e di lasciare spazio o di indulgere alle sottoculture, che fanno dell’assassinio di Pasolini un «delitto politico» perpetuato e voluto, in fondo, «dall’inconscio collettivo di strati piccolo-borghesi, bigotti e presuntuosi», da quel ventre molle della nostra società, regressivo e autoritario, impastato di controcultura, immaturità psicologica, ignoranza storica: «La morte appartiene alla vita di Pasolini, ma non certo come scandalo o esasperazione letteraria e tanto meno come oscura vocazione al suicidio: le appartiene intimamente per la sua essenza esemplare, didattica; perché diventa l’atto conclusivo dell’insegnamento e lo svela per intero, dando alla vicenda personale una ampiezza storica».
Pasolini aveva «un amore e un senso del nostro paese che dà speranza anche in questi momenti, in cui sembra che tutto sia rotto o stia per sprofondare, ancora nello stesso buio della regressione storica», per cui bisogna guardare alla sua vita e alle sue opere «come luce e materiale per la nostra cultura e anche per la costruzione della nostra democrazia».

Ermes Dorigo

già docente di italiano nelle scuole superiori, nonché e supervisore e docente nei laboratori di didattica della Lingua e della Letteratura italiana alla SSIS dell’Università di Udine, ha diretto fino al 1999 la Biblioteca Civica di Tolmezzo dove vive, curando anche le attività espositive organizzate a Palazzo Frisacco nella città carnica.  Ha svolto un’intensa attività di critica letteraria e artistica, oltre che di giornalismo culturale su quotidiani e settimanali. Ha al suo attivo una vasta attività letteraria:  in prosa  Neuterio della lontra, con prefazione di Claudio Magris (premio Casentino 1987; Premio Campello [Perugia] di Poesia, 1974; Premio Cultura Sarda, Premio Gianfrancesco da Tolmezzo; Premio speciale della Giuria per la poesia, Casentino); Nello specchio incrinato. Paolo Volponi e Pier Paolo Pasolini (piéce teatrale), 1996; il romanzo Il finimento del paese, Kappa Vu 2006, con postfazione di Mario Rigoni Stern, la più approfondita analisi del Friuli e della Carnia in dimensione internazionale.  In poesia vanno ricordati un Premio Campello con medaglia d’oro  per Esistere! dal compromesso, Urbino 1978; Quadropoesie, 100 copie serigrafate, Urbino 1980; Le ceneri di Pasolini, 1993; Lo sguardo anacronico, 2000. Ha curato criticamente le pubblicazioni Anonimo da Tulmegio, Canzoniere petrarchesco del XVI secolo, 1988; Siro Angeli, Anthologica. Il teatro. La poesia. La critica, 1997 (finalista al premio Marino Moretti); Siro Angeli, Solevento (Poesie 1928-1931), 2008. E’ autore della biografia Michele Gortani, Studio Tesi, 1993 (salvo indicazioni contrarie tutti i libri sono editi da Campanotto, Udine) e del saggio Umanisti a Tolmezzo nel 1500, Andrea Moro ed., Tolmezzo, Udine: 2014.
Ha pubblicato inoltre su prestigiose riviste in Italia, USA e  Canada: su “Problemi”di Giuseppe Petronio, Carlo Sgorlon, la ragnatela del solipsismo; su “Alfabeta”, direttori Eco, Volponi, Corti, Leonetti, Spinella, Porta, Calabrese, Per Maria Zef, I due poliziotti: Colombo e Derrick; su «Allegoria» direttore Romano Luperini, Dal sarcasmo all’antifrasi ironica: Il risorgimento di Leopardi; su “ZETA” ed. Campanotto, Udine: Un viaggio tra inferno e purgatorio; Con gli occhi di Medea…; su “La Panarie”, Udine, Siro Angeli: un poeta vero; “Tam Tam” di Adriano Spatola & Giulia Niccolai: Poesie visive; su “Poliscritture” di Ennio Abate, Scrittura da solitarietà; su “Dalla parte del torto” di Parma, Etimologia dell’Esistenza ovvero del Tempo e della Morte; su “Forum Italicum”, University Stony Brook, New York, L’amicizia tra Pietro Metastasio e il conte udinese Daniele Florio attraverso l’epistolario del “poeta cesareo”; sulla canadese «Rivista di Studi Italiani», diretta da Anthony Verna dell’Università di Toronto, Giovanni Artico di Porcia e il Progetto ai Letterati d’Italia d’iscrivere le loro Vite; La polimorfia della luna nei Canti di Giacomo Leopardi,  La novella di Madonna Dianora, Decameron (X,5)di Boccaccio; un ampio saggio su I codici della Divina Commedia in Friuli lo ha pubblicato su «Dante Studies», rivista ufficiale della  The Dante Society of America. 
In ambito pedagogico da citare Profilo professionale del docente, in AA.VV., Formazione iniziale degli insegnanti di scuola secondaria a Udine, Primi contributi, Forum,Udine, 2004; La poesia dal manierismo al barocco. Un percorso didattico tra letteratura nazionale e letteratura regionale, in AA.VV., Formazione iniziale degli insegnanti…, cit.; Sulla Commedia di Dante. La tradizione del testo, i commenti e le illustrazioni con particolare riferimento ai codici del Poema in Friuli e al ‘Dante’ del pittore Anzil, in AA.VV, Incontri di discipline per la didattica, a cura di C. Griggio, Franco Angeli,  Milano 2006.

Ha creato e dirige la rivista culturale on line GLOCK (GlobaLocale): www.globalocale.net/index.php.
Sito personale: xoomer.virgilio.it/ermesdor/clubnet/ermesdor/.

– See more at: http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/molteniblog/ppp-e-volponi-tra-consonanza-e-divergenza-di-ermes-dorigo/#sthash.mWFRWZ4N.dpuf

Friuli: settant’anni fa a Versuta Pasolini reinventò il friulano

http://2.bp.blogspot.com/-IM0sPPAz79g/T7kMRUOcLqI/AAAAAAAACeU/VKbXAqdJdaw/s640/Pasolini_a_Versutta.jpg

di MARIO BRANDOLI.

Cade oggi, 18 febbraio, l’anniversario di fondazione de L’Academiuta di lenga furlana, il cenacolo letterario che Pasolini volle un pomeriggio di domenica di settant’anni fa in quel di Versuta, minuscolo “villaggio di dieci case” dove il poeta con la madre era sfollato sin dal ‘44 per sfuggire ai bombardamenti che martoriavano Casarsa e dintorni. Con lui, alcuni dei giovani che Pasolini aveva raccolto attorno a sé e ai quali faceva scuola. Tutti lettori appassionati di Graziadio Isaia Ascoli, insigne filologo goriziano tra i primi a rivendicare l’autonomia linguistica del friulano. Intento dell’Academiuta era quello di valorizzare il friulano, conferendogli dignità linguistica e letteraria. «Furono infatti – precisa Angela Felice direttrice del Centro Studi Pasolini di Casarsa, che ha dedicato un saggio di prossima pubblicazione per la Filologica Friulana a Versuta e al significato che ha avuto nella vita e opera di Pasolini – un uso lirico e antivernacolare della lingua friulana e la pedagogia come antidoti alla violenza della storia e come riscatto individuale e di tutta una piccola comunità a fornire il lievito da cui sorse l’Academiuta, nella direzione di un’estetica del cuore, non del cervello». Nell’agosto del 1945 esce il primo numero della rivista “Stroligut” che ha come stemma un cespo di “ardjlut”, disegnato dall’amico pittore De Rocco, simbolo di sorgente naturale e di rinascita, poetica citazione delle myricae pascoliane. Allo stemma si accompagnava la scritta “O cristian Furlanut plen di veça salut – O cristiano piccolo friulano, pieno di antica salute”. Cui Pasolini, nel secondo numero dello Stroligut del 1946, darà questa spiegazione: «Nell’epigrafe dell’Academiuta “cristiàn” è chiamato il friulano (furlanút, l’affettuoso diminutivo), come lingua rimasta intera presso le origini del “cristiano”, quando la nuova religione albeggiava sull’Europa insieme al romanzo. E “plen di veça salut” può essere attributo di quella favella le cui parole, udite dalla viva voce, trasportano con sé in un paesaggio simile a questo, ma al di là di dieci secoli, in un’epoca inconsumata della coscienza, quando simili parole, sia nel latino argenteo sia nella zona ignota del preromanzo, indicavano cose e fatti di una verginità sicura. (…) L’isola linguistica non serba dunque solo i caratteri arcaici della lingua come dato fisiologico, ma quando quest’isola si collochi nel tempo oltre che nello spazio, ne serba la forma interiore». Un’esperienza quella dell’Academiuta, che si impone, oltre che per la rivalutazione del friulano, per il valore pedagogico, di libera convivialità e reciproca formazione. Al punto che Pasolini stesso, in un interessante articolo di consuntivo personale, apparso nel 1949 su La Panarie, vide nell’esperienza di Versuta, come sottolinea Angela Felice, «anche il superamento positivo dell’estetismo, troppo candido e troppo raffinato, del suo precoce esordio del 1942 con “Poesie a Casarsa”, corretto dalla poetica consapevolmente simbolista del dialetto, come “regresso linguistico” alla radice e al suono segreto delle cose, che tanto l’immersione nell’ “utero linguistico” del casarsese quanto anche l’esperienza collettiva dell’Academiuta avevano contribuito a corroborare». A ricordare quell’esperienza, come a valorizzare quanto dell’opera di Pasolini ancora oggi è vivo e di estrema attualità, le numerose iniziative, che coordinate dal Centro studi di Casarsa, andranno a svilupparsi nell’intero arco dell’anno anche a livello nazionale in sinergia con la Commissione voluta dal ministro Franceschini per il quarantesimo della morte del poeta. A giorni sarà presentato il volume sulla poesia in friulano, frutto del convegno che annualmente il centro dedica a un aspetto del lavoro di Pasolini, e prossimamente due momenti di riflessione. il primo su Pasolini e l’autonimismo friulano, il secondo sulla tragica fine del fratello Guido, oltre a mostre fotografiche, come quella “Portfolio Pasolini” di Roberto Villa con ritratti di Pasolini degli anni 1972-73.

Casarsa: Friulano lingua poetica? «È un merito di Pasolini»

di Laura Venerus.

La giornata conclusiva del convegno su Pasolini e il Friuli tenuto a Casarsa ha avuto come tema principale di approfondimento il rapporto e l’influenza delle opere pasoliniane nei confronti degli altri autori friulani e dei poeti dialettali italiani. Una tematica affrontata nella tavola rotonda attorno alla quale si sono seduti autorevoli personaggi e attraverso la quale si sono approfondite le influenze di Pasolini nei confronti delle produzioni di Andrea Zanzotto, Pietro Zorutti, Amedeo Giacomini, Enrica Cragnolini, Novella Cantarutti, Federico Tavan, nonché le altre voci poetiche della destra Tagliamento e degli autori romagnoli. La mattinata è proseguita con un incalzante dialogo fra Gian Mario Villalta e Pier Luigi Cappello. Loquace il primo, piú intimista il secondo, hanno condotto una disamina del ruolo della lingua dialettale e dell’eredità lasciata da Paolini. «Una lingua non è poetica: la poesia la fa il poeta che rende cosí la lingua poetica», ha osservato Villalta come prima nozione di eredità lasciataci da Pasolini. «Quello che fa Pasolini – ha proseguito Villalta – è prendere una lingua rustica, senza tradizione, e reinventarla attraverso modelli estranei alla tradizione stessa. Prendete una lingua, quella parlata a casa, in famiglia, e trascrivetela: il risultato sarà choccante». Concorde Cappello, il quale è stato fortemente influenzato nella sua opera da Amedeo Giacomini. La produzione in friulano di Cappello, partita da Il me donzel, si è conclusa poco dopo con la Domine nel momento di massimo successo. «Non c’era piú possibilità di sviluppo – ha ammesso -. Per proseguire avrei dovuto reiterare questi moduli. Al momento non mi passa per la testa di tornare a scrivere in friulano e se lo facessi immagino che la mia forma di scrittura sarebbe completamente diversa». Ai giovani studenti che affollavano il teatro Pasolini ha suggerito di leggere La meglio gioventú e la sua “ombra nera”, la Nuova gioventú, nonché Le ceneri di Gramsci. Pasolini e il teatro in friulano ha chiuso il convegno. Una tematica lasciata a margine, ma che avrebbe potuto avere un approfondimento tutto suo. In conclusione, appunto, Gerardo Guccini ha presentato il libro Pasolini e il teatro scritto a sei mani con Angela Felice, direttrice del centro studi Pasolini, e Stefano Casi. Chiuso il convegno, ci sono tante tematiche ancora aperte, probabili approfondimenti per prossimi convegni, quali il carteggio fra Pasolini ed Enrica Cragnolini, recentemente ritrovato, e il ruolo degli attori nel teatro pasoliniano. È ancora visitabile, inoltre, nella sede del centro studi, la mostra fotografica di Danilo De Marco, 34 scatti in bianco e nero sui luoghi casarsesi perduti, aperta fino al 5 maggio.

Friuli: Cappello e Villalta raccontano Pasolini e il Friuli

di Paola Dalle Molle.

La conoscenza di Pier Paolo Pasolini, controverso e irripetibile intellettuale, non può prescindere dalla stagione friulana della sua attività poetica. Per questa ragione, il Centro Studi Pasolini di Casarsa organizzerà due giornate di studi, il 16 e 17 novembre, intitolate: Pasolini e il Friuli. Immagini e parole con tre momenti: un convegno scientifico, un’esposizione fotografica firmata da Danilo De Marco, un appuntamento di letture. Una manifestazione realizzata con il sostegno della Regione Fvg, della Provincia di Pordenone, della città di Casarsa della Delizia e di Banca FriulAdria. Premessa: il momento è difficile, non ci sono schiarite. Lo ha affermato l’assessore regionale alla Cultura, Elio De Anna, intervenuto ieri nella sede della Regione, a Pordenone, alla conferenza stampa con la quale il Centro Studi ha presentato la sua iniziativa spiegando nella stessa occasione, le prospettive della cultura friulana, chiamata a affrontare un drastico taglio di fondi nel bilancio regionale per il 2013. «Passare da 34 a 12 milioni significa tagliare drasticamente i contributi. Ma questa situazione deve divenire anche lo stimolo per pensare alla cultura in termini diversi, a esempio, coinvolgendo i privati nei progetti per avere finanziamenti nuovi». Il sostegno del Comune di Casarsa e della Provincia di Pordenone alle iniziative del Pasolini è quindi stato portato dal sindaco, Lavinia Clarotto, e dall’assessore provinciale alla Cultura, Nicola Callegari. «Si tratta di un progetto di grande valore» affermano la presidente e la direttrice del Centro Studi, Teresa Tassan Viol e Angela Felice, illustrando il programma dell’iniziativa, che vedrà giungere a Casarsa studiosi non solo dalle Università del Friuli Vg (quella di Udine in particolare patrocina l’evento), ma anche da altri atenei e organismi culturali italiani. Tra gli appuntamenti, venerdí sono in programma i lavori dedicati al Pasolini poeta friulano nel quadro della poesia dialettale in Italia nel Novecento e alle 19.30 (nella Casa Colussi- sede del Centro Studi) l’inaugurazione della mostra fotografica di Danilo De Marco La perduta gioventú: le foto saranno poi donate da De Marco al Centro Pasolini, che arricchisce cosí le proprie collezioni. Conclusione alle 21.30 nel Teatro Pasolini, con lo spettacolo Lengàs dai frus di sera. Sabato mattina, tavola rotonda su Una mappa poetica dialettale, cui seguirà il dialogo fra i poeti Pierluigi Cappello e Gian Mario Villalta e la presentazione del volume Pasolini e il teatro.

Friuli: la morte di PPP, ucciso dalle trame oscure del nostro paese.

dal sito www.gruppolaico.it

Generalmente i profeti vengono eliminati o pesantemente emarginati. Anche il vangelo lo afferma decisamente: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria” (Luca 4,21-30). Nel pensiero comune il profeta è uno che prevede il futuro, come un indovino o un medium. Ma questo è il frutto dell’ignoranza religiosa in cui siamo stati quasi tutti lasciati, nonostante la presenza massiccia della Chiesa: presenza non tanto educativa ma di controllo e di potere. Nella Bibbia i profeti ( Isaia, Geremia e gli altri) non prevedono il futuro ma aiutano i loro contemporanei a comprendere meglio ciò che accade e quali sono le conseguenze delle scelte che vengono fatte. In questo senso il profeta ” prevede il futuro”: più lucido, attento e appassionato dei suoi contemporanei vede già dove può portare un modo di vivere, una politica sociale, un comportamento collettivo. Il profeta può far questo partendo da una sua intima convinzione di fede o da una lettura razionale e laica della realtà. Ma il risultato è lo stesso: il profeta ( parola greca che significa “parlare al posto di qualcuno” che sia Dio o la coscienza comune, ma significa anche ” parlare DAVANTI a qualcuno” cioè esporsi, porsi di fronte agli altri) grida, avverte, incita, spiega, denuncia e per questo diventa oggetto d’odio per il Potere, ma anche per il popolo medio che non ama essere disturbato o inquietato.

Per questo Gesù, profeta religioso, sarà condannato, prima che da Pilato o Caifa, dalla gente che preferirà Barabba, un ladrone, a lui:  “NON LUI MA LIBERACI BARABBA” (Giov  8,80). Per questo Pasolini, profeta laico, sarà ucciso, in una notte oscura di trame segrete, dal potere ( “il Palazzo”) ma anche dall’indifferenza astiosa di molti della “sua patria”. Pasolini “gridò”,  attraverso la poesia, il cinema, la letteratura, il giornalismo, l’azione politica, il pericolo che incombeva sopra di noi, sopra la sua e nostra patria: un genocidio culturale provocato del nuovo fascismo legato all’ideologia consumistica che avrebbe portato ad “una mutazione antropologica” delle persone, distrutte nell’animo e nella coscienza, senza più un senso laicamente religioso della vita, automi della volgarità e della beceraggine.  “Gridò” che vivevamo uno sviluppo feroce, crudele, ammalato d’ipertrofia tecnologica che non permetteva un reale progresso umano, una crescita della coscienza e della dignità. Un “grido” saggiamente apocalittico. Per questo suo “grido” insistente, testardo, deciso e pieno di amore anche per quella gente che lo ignorava o lo aggrediva Pasolini doveva morire: era l’ultimo ostacolo a che si concretizzasse il processo di distruzione del nostro Paese, dei suoi valori risorgimentali, resistenziali e della cultura semplice e umana che in qualche modo ancora era presente nell’Italia degli anni 50/60, nonostante il boom economico, l’avvento dei media di massa e della scuola media dell’obbligo ( che lui denunciò, meravigliando tutti, essere i veicoli principali di quel progetto distruttivo).

Il nuovo fascismo ( espressione tante volte usata dal Poeta) non poteva sopportare quest’uomo libero che voleva avvertire, da profeta laico, verso dove stavamo andando e precipitando. Un profeta che stava scoprendo ciò che era più nascosto dentro la strategia della tensione e dietro a certi personaggi del tempo pericolosissimi.  Pasolini non previde il futuro: il suo genio INTUI’ ciò che sarebbe successo se non si riacquistava una coscienza resistenziale, e le sue intuizioni ( quell’ “Io so”, così fortemente espresso nell’articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre del 1974 e intitolato ” Cos’è questo golpe? Io so“) le mise a disposizione di tutti, le “gridò davanti a tutti” esponendosi, con coraggio, fino all’inverosimile. Gridò quando ancora si poteva fare qualcosa per fermare la valanga amorale, incivile e a-politica. In una notte oscura si decise che la sua voce doveva spegnersi. E non rimase nessun’altra voce del suo livello, con la sua forza morale, con la sua dedizione totale anche se altri (pochi) raccolsero la sua eredità profetica.

Noi, che oggi vediamo ( se ne siamo capaci) le macerie irreversibili di quel processo distruttivo, di quella “mutazione antropologica” che il Poeta denunciò; noi, che oggi assistiamo alla mediocrità volgare al potere e dilagante nella coscienza della massa; noi, oggi, mentre Pasolini compie novant’anni ( 5 marzo del 1922-2012) perchè i profeti come lui vivono; noi, oggi, guardiamo la morte vera nella quale ci dibattiamo, forse presente in noi stessi.  La morte presente nel suo film ( diventato testamento suo malgrado), il suo ultimo film: “Salò” del 1975. Una morte senza resurrezione e ricoperta di plastica.

 

“lo non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene
paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta; dall’essermi messo in
condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun
patto che non sia quello con un lettore che io del resto considero degno di
ogni più scandalosa ricerca.”

“Forse qualche lettore troverà che dico delle cose banali. Ma chi è scandalizzato è
sempre banale. E io, purtroppo, sono scandalizzato. Resta da vedere se, come
tutti coloro che si scandalizzano (la banalità del loro linguaggio lo
dimostra), ho torto, oppure se ci sono delle ragioni speciali che giustificano
il mio scandalo.”

«Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della
civiltà dei consumi»

«Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e
repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il fascismo
mussoliniano non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima
del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di
comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo
l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre».

«Gli uomini di questo universo ( la civiltà contadina,  n.d.r) non vivevano un’età dell’oro, come non erano
coinvolti, se non formalmente con l’Italietta. Essi vivevano l’età del pane. Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita».

Da   P.P. Pasolini   Scritti corsari, 1975