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Friuli: svolta dell’Unione pesca ricreativa e sostenibile, si pratica il “no kill” liberando i pesci catturati


di Antonella Scarcella.
Rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, tutela delle specie di pesci autoctone e pesca sostenibile. Sono questi i principi su cui, in febbraio, si è costituita l’Unione pesca ricreativa e sostenibile del Friuli Venezia Giulia e che oggi, alle 20, nella sala polifunzionale di Campoformido, organizza un incontro sul futuro della pesca ricreativa. L’organizzazione conta 13 sodalizi aderenti e circa seicento iscritti. Si tratta di appassionati di pesca eterogenei, da quelli che prediligono l’uso di esche naturali a quelli che usano gli artificiali, già membri di diverse associazioni tra le province di Udine, Gorizia e Pordenone. Metà di questi pratica le tecniche del “No Kill” e del “Catch and release”, due tipi di pesca ricreativa molto diffusi in Nord Europa che consistono nel rilasciare i pesci non appena vengono catturati, cercando di limitare i danni il più possibile. Una pratica che se da una parte convince alcune associazioni ambientaliste per la volontà di tenere in vita il pesce, dall’altra non piace ad altre perché ferirebbe gli animali portandoli, in alcuni casi, comunque alla morte. «Ci muove la passione per la sostenibilità ambientale della pesca – spiegano gli organizzatori – vogliamo dialogare con le istituzioni, in primis con l’Ente Tutela Pesca, per salvaguardare le acque interne della regione e tutelare le specie ittiche autoctone». La voglia di fondare l’Unione nasce dall’esigenza di colmare il vuoto che negli ultimi anni si è creato tra i pescatori e l’Ente tutela pesca: «Se l’Etp dovesse essere commissionato e subire un decentramento verso l’Ersa, l’agenzia regionale per lo sviluppo rurale – spiega il presidente dell’associazione Emilio Petrucci- tutto il lavoro fatto finora andrebbe perso. Così abbiamo sentito il bisogno di intervenire – continua – per tutelare l’interesse di tutta la categoria dei pescatori friulani ma anche di quella dei commercianti del settore». Sul tavolo dell’Uprs Fvg i progetti sono tanti. Tra questi, la proposta, da presentare alla Regione, di costituire un comitato scientifico composto da biologi marini ed esperti che vada a integrare il lavoro degli studiosi delle Università di Udine e Trieste e dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale delle tre Venezie. Ma ci sono anche progetti di educazione ed etica della pesca sportiva da portare nelle scuole per avvicinare i giovani al mondo degli ami, campagne di sensibilizzazione sul controllo del territorio e strategie di rilancio della pesca turistica. Fondamentale secondo il presidente Petrucci, poi, permettere alle acque del Friuli Venezia Giulia di riprodurre autonomamente l’habitat naturale in cui le specie ittiche possono sopravvivere. «Il discorso del ripopolamento dei fiumi e dei canali è molto importante – spiega – non basta liberare nelle acque tonnellate di pesci già adulti per dare il contentino ai pescatori con il “pronto – pesca”. Bisogna tutelare la fauna ittica della regione che vive in 2.500 chilometri di acque perenni». La stagione ittica quest’anno è stata aperta il 27 marzo: in Friuli Venezia Giulia sono diciottomila gli appassionati, con qualche signora in più tra di loro; numeri stabili rispetto a quelli dell’anno scorso. In occasione dell’apertura della stagione, il presidente dell’Ente tutela pesca Flaviano Fantin aveva spiegato al Messaggero Veneto che per il 2016 in tutta la regione sono stati liberati 258 quintali di trota fario adulta, 90,8 quintali di trota marmorata adulta e immesse 310 mila uova, sempre di trota marmorata. Soltanto la prima di altre tranche di immissioni previste nel corso dell’anno. Per i componenti dell’associazione il ripopolamento tramite uova è un metodo accettabile ma liberare pesci adulti, come le trote, è sbagliato perché non tutti i fiumi li reggono. «Neanche un leone adulto – commenta Petrucci – riuscirebbe a sopravvivere inserito innaturalmente nella savana. Bisogna praticare una pesca sostenibile – conclude- affinché l’animale riconquisti il suo ecosistema nel modo più naturale possibile».

Villa Santina: meno acqua e pesci, i pescatori sono in calo del 15%

di Tanja Ariis.

I pescatori della Carnia chiedono più acqua nei fiumi e torrenti della zona: il territorio sia escluso da qualsiasi nuova derivazione ad uso idroelettrico e la Regione vada con i piedi di piombo con le proroghe delle attuali concessioni in scadenza. Questo perché, hanno evidenziato domenica nell’assemblea del Centro Carnico Pescatori sportivi (include le 28 società locali), nei corsi d’acqua tra prese e sbarramenti c’è troppo poca acqua e con essa anche il pesce è sempre meno. E poi c’è la questione dell’immissione di trota marmorata al posto della trota fario. Così sempre meno pescatori rinnovano la licenza di pesca, con un calo lo scorso anno del 15%. Lo hanno fatto notare il presidente della società pescatori di Ampezzo, Eugenio Martinis, e con lui molti colleghi, come quelli della società di Priuso che hanno richiamato il documento del Coordinamento dei Comitati della montagna dove parla di ben 72 derivazioni per la produzione di energia oggi in Carnia: una comunale, 6 della Comunità montana, 10 del Sistema Secab, 16 di privati, 39 del sistema Edipower. Il prelievo delle acque è partito molti decenni fa e oggi, nonostante la recente legge sul minimo deflusso vitale, ancora troppo penalizzante per i corsi d’acqua carnici su cui incombono nuove richieste di centraline. E gli utili il più delle volte non restano in Carnia. I pescatori hanno espresso malcontento per la reintroduzione della marmorata: molti non la riconoscono come autoctona perché quasi non ricordano di averla vista in Carnia (dati la confermano però anche nel 1988), al contrario della fario che sentono invece come loro. Il problema, ha spiegato il biologo dell’Ente tutela Pesca Giuseppe Adriano Moro, è che lo Stato, recependo una direttiva comunitaria che chiedeva solo di preservare specie autoctone, si è spinto oltre vietando di introdurre nell’ambiente specie non autoctone e la fario esaminata in tanti anni in Carnia risulta tutta tedesca. Se ce n’era di autoctona, è forse stata soppiantata dalle immissioni con l’elicottero fino in quota di altra fario. Il presidente dell’Etp, Loris Saldan, ha detto che dalla marmorata non si tornerà indietro. Tuttavia un’équipe scientifica riesaminerà tutti i dati dell’ente, aperto anche a eventuali segnalazioni dei pescatori su eventuali fario autoctone (cioè ceppo mediterraneo). Allo stato la fario potrà essere reintrodotta solo nei bacini artificiali, per non incorrere in sanzioni di milioni di euro. A meno che non cambi la legge nazionale. Per la marmorata, che in diversi torrenti in Carnia non sopravvive, i pescatori chiedono venga almeno ridotta da 35 a 30 cm la misura per poterla pescare, visto che come confermato da Moro, non ci sono motivi scientifici per non concederlo. L’Etp prevede in Carnia l’immissione di 34 quintali di marmorata adulta di pronto pesca, ovviamente dove c’è abbastanza acqua.