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Zuglio: l’importante recupero di cinque statue del corpus sottratto all’altare di San Pietro

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di Gilberto Ganzer.

Come si sa il patrimonio d’arte di una comunità non è soltanto “memoria storica” della stessa, ma un importante tassello identitario che se viene a mancare non protegge più la comunità da quell’epidemia di disumanizzazione incombente che caratterizza il nostro tempo.Il recupero fatto dai Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico di cinque statue del corpus sottratto all’altare di San Pietro di Zuglio restituisce così una parte di quelle testimonianze di un sito storico che era stato prima forum e poi municipium; Julium Carnicum appunto esempio del fiorire di questo centro che con il Cristianesimo fu anche sede episcopale, titolo che ora giustamente riscoperto detiene il Nunzio Apostolico in Siria monsignor Mario Zenari. Zuglio è infatti simbolo di una storia amministrativa che determinò l’autonomia della regione montuosa da quella della pianura, tanto che la Carnia fece parte per se stessa ed ebbe una organizzazione territoriale, giurisdizionale e amministrativa autonoma, secondo quel processo delle autonomie così caratteristiche del mondo italiano.San Pietro di Zuglio, antico castello bizantino del V secolo, sarebbe diventata così il fulcro di una organizzazione religiosa potente e vasta se si pensa che solo nel 1380 la chiesa di Gemona veniva staccata dalla Prepositura di San Pietro, continuazione dell’antico vescovado e testimonianza dell’antichità territoriale del romano municipium. Nella pieve grandeggia ancora il magnifico altare di Domenico da Tolmezzo con al centro San Pietro in abito papale e alla sua destra gli apostoli Taddeo, Simone e Andrea; alla sinistra Paolo, Giacomo Maggiore e Mattia. Il piano superiore dell’ancona accoglie la Madonna con Bambino nel centro; gli apostoli Matteo, Bartolomeo e Giovanni e a sinistra Giacomo Minore, Ambrogio e Agostino. Le guglie del raffinato coronamento sono terminate con piccoli angeli che sovrastano le nicchie ove sbocciano figurine di profeti e sulla parte terminale troneggia un eterno padre benedicente. La grande ancona porta la firma mutila di Domenico da Tolmezzo con la data ascrivibile al 1483, sapendo che nel 1484 l’opera è già in sito e se ne reclamava il pagamento.Questo capolavoro del maestro tolmezzino non privo di rimandi al nuovo verbo rinascimentale padovano-veneziano, ma anche alle fascinazioni gotiche della tradizione oltralpina costituisce un unicum e grazie a questo recupero una restituzione importante per l’aspetto storico-artistico, ma anche più propriamente storico perché è l’importante testimonianza del prestigio che Zuglio aveva in tutto il territorio.Le statue erano state trafugate il 17 novembre 1981 dopo che, in epoca imprecisata, erano scomparsi quattro santi a mezzo busto della predella, raffiguranti come detto i padri della Chiesa latina. Per lo studioso Guido Nicoletti l’ancona di Zuglio «è la più bella tra quelle eseguite di Domenico, ormai padrone assoluto della tecnica che trasforma il legno in un arazzo fastoso e ricco con luci e splendori quasi musivi».La cerimonia della restituzione è stata quasi la premessa a un impegno che l’Arma porta avanti da decenni nel recupero di quel patrimonio identitario che caratterizza la nostra nazione e alla consegna infatti era presente il comandante del Comando dei Carabinieri – Tutela patrimonio artistico generale Fabrizio Parulli con i referenti del Nucleo di Venezia dottor Carlone e il capitano comandante del Nucleo di Udine Pella assieme ai Carabinieri in rappresentanza dell’Arma. L’accoglienza di queste preziose testimonianze è stata fatta da sue eminenza il Nunzio apostolico in Siria e arcivescovo titolare di San Pietro monsignor Mario Zenari con la presenza del già arcivescovo emerito di San Pietro monsignor Pietro Brollo e di sue eminenza l’arvivescovo metropolita di Udine Andrea Bruno Mazzocato, il prevosto titolare di San Pietro mons. Giordano Cracina e il sindaco di Zuglio Battista Molinari. In questa importante e significativa giornata il prevosto di San Pietro monsignor Cracina ha annunciato la prossima convenzione e fruizione della dimora Grassi – Gortani del comune di Zuglio in Formeaso che raccoglierà le testimonianze archivistiche, d’arte e di memoria collettiva, relazionandosi con il Museo archeologico Julium Carnicum; il percorso integrato di questa nuova sede sarà chiamato “Ianua Coeli” e proprio per questo era presente il direttore del polo museale del Friuli dottor Luca Caburlotto, il dirigente della Soprintendenza archeologica del Friuli, dottor Corrado Azzolini, la dottoressa Flaviana Oriolo, curatrice del Museo archeologico, già così validamente proposto. Monsignor Cracina ha annunciato che con l’ausilio di esperti e volontari atti a coinvolgere anche la comunità evidenzieranno ancor più come tale patrimonio culturale sarà un luogo non solo votato a visitatori o spettatori, ma un luogo dei diritti fondamentali della persona, proprio all’insegna del recupero della loro identità. Tra le figure istituzionali va ricordata la presenza della dottoressa Auriemma per il Centro regionale di catalogazione, del dottor Claudio Gortani. C’erano inoltre il presidente della Provincia dottor Pietro Fontanini e i rappresentanti di comunità parrocchiali quali il sindaco di Arta, monsignor Angelo Zanello e don Alessio Geretti della comunità di Tolmezzo.

Carnia: a Cazzaso, dopo la frana è la chiesa ad aver bisogno di interventi urgenti

di Tanja Ariis.
Le attrezzature installate permettono il monitoraggio in tempo reale (come dimostrato in questi mesi) della frana di Cazzaso e intanto si programmano alcune opere. La prossima settimana è attesa la deliberazione dei primi finanziamenti dalla Protezione civile per interventi specifici sulla frana destinati alla captazione delle acque e alla sistemazione di briglie oggi inadeguate. Venerdì nella riunione organizzata nella frazione dall’associazione Amîs di Cjaçias (con la sua presidente Milva D’Orlando e il segretario Cornelio Bellina) per fare il punto sulla frana, si è anche affrontato il tema della chiesa di Cazzaso, che è chiusa da ottobre a causa del cedimento di un affresco, caduto dal soffitto, e per vecchie spaccature individuate sul pavimento. Esse sono state monitorate in questi mesi dalla Protezione civile e dal Comune con dei vetrini: fortunatamente non hanno dato segno di modifica. Più problematica invece è la questione dell’affresco. La Soprintendenza ha mostrato per l’intervento un preventivo di 20 mila euro, che non sborserà lei. Così la parrocchia e la comunità locale stanno cercando di reperire i fondi necessari, anche con una domanda rivolta alla Fondazione Crup. Per gli abitanti di Cazzaso, da mesi accolti per le celebrazioni religiose nella chiesa di Fusea (per questo, sottolinea Bellina, va un sentito grazie agli abitanti di Fusea), è importante potersi incontrare di nuovo nella propria chiesa, poterla riaprire. Hanno partecipato alla serata il sindaco, Francesco Brollo, il consigliere Mario Mazzolini, il funzionario comunale Valentino Pillinini, il direttore della Protezione civile regionale, Luciano Sulli, l’ingegnere Alessandro Coccolo, definito l’angelo custode di Cazzaso per il suo costante e attento monitoraggio sulla frana, David Zuliani dell’Ogs, monsignor Angelo Zanello e una quarantina di persone. «La comunità di Cazzaso – afferma Brollo – merita tutta la nostra attenzione. Per questo abbiamo tenuto la prima esercitazione di evacuazione in regione a ottobre, per questo abbiamo installato antenne Gps che ci avvisano di quanto si muove la frana, per questo abbiamo coinvolto la protezione civile che attraverso il direttore Sulli darà una mano per le opere di emergenza e sicurezza sul tratto di frana che si è mossa. Abbiamo concordato con gli amici di Cazzaso una raccolta firme che impegna istituzioni e protezione civile a fare tutto il possibile per la sicurezza di questa comunità, un modo per coinvolgere la popolazione sul percorso che stiamo compiendo». Sapere che la collocazione esatta dei sistemi Gps consente di monitorare in tempo reale la frana rassicura molti abitanti.

Carnia: appello per la strada da Cavazzo a Pusea di Verzegnis

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di Remo Brunetti .

CARNIA Cammino delle Pievi, una tappa da sistemare.

Di anno in anno, il Cammino delle Pievi che attraverso sentieri, mulattiere e strade secondarie, porta i pellegrini a conoscere le pievi della Carnia, assume via via notorietà ed estimatori. Le sue venti tappe vengono percorse ogni anno da migliaia di persone, tra pellegrini e semplici turisti. Il Cammino però non sempre è agevole. É il caso della tappa n°4, la Cesclans-Verzegnis, in particolare per il segmento di Cammino che da Val di Cavazzo porta a Pusea di Verzegnis. Questa vecchia strada venne iniziata per impiegare i nostri emigranti che, nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, erano dovuti rientrare nei nostri paesi, e venne completata poi per le sue esigenze, dal Regio Esercito. Essa è stata per anni la via più breve tra il Comune di Verzegnis e il Comune di Cavazzo Carnico. Purtroppo le intemperie, coalizzate con la mancata manutenzione, l’avevano resa inagibile, anche a causa del crollo di un ponte. 

Nel 2004, la Comunità Montana della Carnia, d’intesa con i comuni di Cavazzo e Verzegnis la ripristinò. Ma anche se il progetto contemplava la ricostruzione del ponte crollato, l’opera rimase sulla carta. Così oggi, i pellegrini, arrivati nei pressi dell’interruzione, sono obbligati a raggiungere il resto della strada, scendendo e risalendo per un sentiero scosceso, franoso e insicuro. Sarebbe pertanto opportuno che gli amministratori di Verzegnis e Cavazzo Carnico, con il Commissario della Comunità Montana, si attivassero in modo da rendere agibile questa strada non solo per i pellegrini del Cammino delle Pievi, o per consentire alle rispettive Protezioni Civili Comunali la possibilità di un intervento più rapido ed efficace in quei luoghi, ma anche per consentire un accesso ai boschi del Faeit. 

Timau: riapre la Chiesa di Cristo Re, tutta la comunità in festa

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Riapre al culto con la solenne Celebrazione Eucaristica, domenica 5 luglio 2015 alle ore 17,00, la grande Chiesa di Cristo Re a Timau, oggetto di importanti e impegnativi lavori di restauro e manutenzione. La Chiesa è rimasta chiusa per circa un anno, ci riferisce il Direttore del Consiglio Parrocchiale Marco Plozner, periodo in cui è stato realizzato l’intervento di manutenzione straordinaria del tetto con la sostituzione del manto di copertura e l’eliminazione di alcune criticità strutturali in particolare dell’orditura lignea della copertura. Contemporaneamente si è intervenuti all’interno dell’edificio, con il restauro della decorazione murale attraverso la sua completa tinteggiatura, si sono sostituite le vetrate delle trifore danneggiate ed infine è stata completata la pavimentazione in marmo, pavimentazione interessata da un trattamento di lucidatura e conservazione.  E’ stato altresì oggetto di un intervento di riqualificazione anche il Pronao esterno alla Chiesa, la cui altezza supera i ventisette metri e al cui centro spicca il mosaico del Cristo Risorto, opera realizzata nel 1969 della scuola mosaicisti di Spilimbergo su disegno del Maestro Mitri. Le opere di manutenzione sono state realizzate grazie ad un contributo messo a disposizione della Regione FVG e al concorso della comunità parrocchiale di Timau con fondi propri. La Chiesa di Cristo Re è stata realizzata a partire del 1946 ed è stata aperta al culto nel 1964. Lega la sua edificazione al termine del secondo conflitto mondiale quando la comunità di Timau contava quasi 1300 abitanti e le sofferenze patite dalla popolazione durante i duri anni del conflitto hanno trovato conforto nella fede e nell’impegno di un paese intero nell’edificare qualcosa di così grande.

Zuglio: bacio delle Croci, nel 2015 alla pieve il bacio con una croce in più


di Gino Grillo.
Quest’anno, per la prima volta, alla cerimonia del “bacio delle croci” prevista per domenica 17 maggio, parteciperà una nuova croce: si tratta della “Croce degli emigranti” che si rifà integralmente alla croce aquileiese; un’iniziativa voluta dai molti emigranti carnici sparsi nel mondo per ricordare il loro pellegrinaggio e il legame solido con le proprie origini. Il rituale, nato con buona probabilità in epoca medievale, sancisce il legame che lega da centinaia di anni le chiese figlie alla chiesa madre di San Pietro, ricordando così il ruolo che il piccolo centro carnico rivestì in passato, prima come importante insediamento romano e successivamente come sede vescovile con la costituzione della diocesi di Iulium Carnicum tra il IV e il V secolo d.C. per volontà del vescovo aquileiese Cromazio. Durante il rituale, ogni chiesa, rappresentata dalla sua croce astile decorata con nastri multicolori, motivi floreali o gioielli come segni di ex voto, si raduna nel “Plan da Vincule”, pianoro sottostante alla Pieve e, alla chiamata del parroco, rende omaggio alla croce rappresentante la chiesa matrice sfiorandola in un bacio simbolico. Dopo la cerimonia i fedeli si avviano in processione verso la pieve per partecipare alla messa recitata in marilenghe. La giornata di devozione e di festa s’inizierà alle 10.30 con il raduno delle croci astili presso la chiesa della Beata Vergine delle Grazie, sottostante San Pietro; sarà quindi dato il via alla processione dei fedeli verso il Plan da Vincule, ove alle 11 si terrà l’antico rito del Bacio delle Croci. Seguirà, alle 11.30, una messa solenne celebrata da don Giordano Cracina e dai canonici di San Pietro. Alle 15 i cantori delle cantorie parrocchiali della Carnia canteranno i vesperi in latino. Saranno aperti anche la Polse di Cougnes e il Museo archeologico Iulium Carnicum dalle 9 alle 18. Nell’occasione la strada che collega Zuglio con la Pieve di San Pietro e la frazione di Fielis verrà chiusa al traffico. Sarà possibile raggiungere San Pietro e Fielis a piedi o con i bus navetta che saranno disponibili fin dalle ore 8 con sosta dalle 12.30 alle 14.

Friuli: quei nostri preti che parlavano come Francesco

di RENATO STROILI GURISATTI

In occasione dell’anniversario della morte di monsignor Alfredo Battisti (figura amata dai friulani anche per la sua tenace volontà di andare sempre incontro al suo popolo) qualcuno ha sollevato interessanti riflessioni circa lo stato della Chiesa friulana, che oggi sembra stenti a trovare un suo ruolo e un suo posto e, soprattutto, una sua misura culturale. Argomento non certo esauribile in breve, ma che vale la pena affrontare alla luce della straordinaria stagione aperta da Francesco. Questo New deal papale, forse, può favorire la comprensione del perché una certa realtà culturale e civile che ha vivacemente animato la Chiesa friulana fino a pochi anni fa non sia più rintracciabile nella contemporaneità, salvo realtà sempre più residuali e tollerate. Sostengo questo accostamento ragionando, in primo luogo, dei preti del Friuli. Difensori dell’identità In una terra contadina, il basso clero (parroci, vicari o cappellani) apparteneva sì (per gli studi superiori) al mondo della gente coltam ma era e restava vitalmente e inscindibilmente parte del popolo di cui parlava la lingua e di cui difendeva l’identità. Di più: di fronte all’atteggiamento della classe borghese, che disdegnava la cultura friulana, tornava logico e consequenziale che i preti ne fossero i naturali interpreti e difensori. Con conseguenze storiche fondamentali per il Friuli, sol che si pensi che il prete Giuseppe Marchetti per primo pone la questione dell’identità friulana, divenendo uno degli ispiratori dell’autonomia regionale. Erano, quindi, impastati della stessa materia del popolo, e come direbbe, appunto, Francesco, odoravano di pecora. E il loro essere preti del popolo li portava necessariamente, direi teologicamente, ad essere lontani o fuori dal potere, così che, di conseguenza, non potevano non essere in permanente dialogo conflittuale con chi affermava e rappresentava il primato dell’ordine istituzionale. Non appare, perciò, improprio sostenere l’idea che le due grandi figure di Placereani e Bellina giustifichino, per la stretta osmosi tra friulanità e cristianità, anche l’esistenza di una teologia friulana, cioé di una teologia politica o, più propriamente, di una teologia della liberazione. Essi leggevano la loro scelta sacerdotale anche e soprattutto come impegno a stimolare un soprassalto etico delle coscienze in senso cristiano e friulano. Per questo, non si potrà mai misurare l’apporto che questi preti e, di conseguenza, la Chiesa friulana da essi tenacemente sollecitata, abbiano dato al popolo friulano su ogni terreno, fino, appunto, alle grandi conquiste dell’autonomia e dell’università. Lo scisma sommerso Nel momento in cui la straordinaria figura di un Papa solleva quell’insieme di temi e visioni che furono tanti decenni fa il centro delle passioni e dell’impegno di molti nostri preti, oggi è impossibile non evidenziarne, per sola comparazione, la vistosa assenza. Sullo scenario generale, possiamo ogni giorno osservare quell’incalcolabile distanza tra le parole e i gesti di Francesco e quelli di una gerarchia formalmente ossequiosa ma sotterraneamente ostile e viene facile pensare allo «scisma sommerso» di cui parla il filosofo Pietro Prini. Sullo scenario dell’attualità compare così e con sempre maggiore intensità quel complesso rapporto ad extra e ad intra che, com’è ora posto e gestito dalle gerarchie, non potrà che generare sicure, ancorché interessanti, incomprensioni . Il teologo Giuseppe Colombo osservò acutamente che nel Sinodo del 1985 si fece un ripensamento del Vaticano II, scegliendo di privilegiare la Chiesa-comunione a danno di quella di chiesa-popolo di Dio, con il risultato che la grande intuizione di una Chiesa in cammino assieme agli uomini (sguardo ad extra) dovette cedere il posto a un modello di Chiesa che parla di sé stessa e guarda a sé stessa, ai suoi problemi, alle sue strutture (sguardo ad intra). Il ripiegamento e l’autoreferenzialità, nonché la convinzione-ossessione di essere minacciata dalla secolarizzazione e dalla modernità, hanno poi fatto il resto. La stessa teologia risulta afasica e autoreferenziale. Basterebbe scorrere gli indici di una qualsiasi rivista teologica per capire che tutta «quella roba» è assolutamente estranea ai problemi più urgenti della chiesa e della società. I grandi teologi dell’ultimo secolo hanno veramente investito su una teologia nuova, libera dai linguaggi del passato e proiettata su strade nuove. Quando Rahner parlava dei cristiani anonimi, Danielou del mistero della storia, Metz del dogma come ricordo rischioso, Guardini del dato estetico, poetico e mistico della teologia o Balthasar dell’estetica teologica, tutto ciò diventava sangue vivo che correva anche nelle vene del cattolicesimo di base, creando entusiasmo, respiri profondi e presenza forte nella storia. Il sogno di una Chiesa Come può questo sistema sfiorito e autoreferenziale reggere il confronto con un Papa che prende iniziative sulla collegialità o che tocca finalmente ed efficacemente temi che finora si sono solo cincischiati in qualche conventicola estremista? Perché, dunque, proprio ora, nel momento in cui Francesco parla delle periferie, della misericordia, del «chi sono io per giudicare?», manca proprio quella Chiesa che così profeticamente anticipava questa stagione? Mi si permetta di citare un breve passo del libro La fatica di essere prete di Bellina: «Io sto nella Chiesa perché la Chiesa è la barca che prende dentro tutta l’umanità (…). Dio ci ha regalato la Chiesa come la casa del perdono e della misericordia e non come il tempio del diritto (…) Quindi la Chiesa dovrebbe chiedere prima di tutto, non se sei sposato in chiesa o no, non se sei gay o no, ma «cosa posso fare, come posso aiutarti? Avvicinati, entra, bevi un sorso d’acqua, siediti qui. Vediamo se posso esserti d’aiuto e, se non posso alleviare le tue pene, cercherò di condividere la tua sofferenza anche se non concordo con le tue idee e scelte». Questa clamorosa attuale afasia della Chiesa friulana avrà pur una causa? Le risposte senza dubbio ci stanno e non è mestiere mio sostituirmi a chi le può dare. Mi limito a registrare il vuoto per l’assenza di quella Chiesa che era vivaio culturale di prima grandezza, in prima linea nel terremoto e nella ricostruzione, nelle battaglie per l’università e per il riconoscimento della lingua, di quella Chiesa guidata dalla straordinaria figura di Battisti, vescovo che venne a capire, imparare e abbracciare un popolo più che a normalizzare. È ben certo che dinamiche così complesse difficilmente possono essere governate e risolte da persone singole, per quanto geniali o illuminate esse siano. Ma, non di meno, anche scongiurando la brechtiana maledizione dell’assenza di eroi, c’è sempre necessità di sentinelle o di avanguardie che hanno il compito di indicare strade poco battute o prospettive inedite. Ma, restando nel presente e sempre a proposito di Chiesa, non mi pare che i seminari incoraggino l’attesa di accorte sentinelle e nello stesso panorama intellettuale cattolico nostrano vengono proposte più stilizzazioni che stili. «Tornâ cu la int» Più di quarant’anni fa una parte nobile e vitale della Chiesa friulana parlava proprio la lingua che oggi parla Francesco. Ma quella lingua, diventata oggi la lingua di un Papa, è scomparsa proprio dove era apparsa ben quarant’anni proprio perché è stata scientemente eliminata dalla fase formativa dei preti e sostituita con quella dei princìpi non negoziabili o dell’autoreferenzialità chiesastica. Le attuali congiunture economiche e sociali portano con sé il rischio di smarrire un’intera generazione, la perdita di credibilità nelle istituzioni richiederebbero voci forti, capaci di restituire speranza e voglia di futuro. E, secondo me, molto potrebbe dire e fare la Chiesa friulana semplicemente restando in continuità con la sua storia. Per dirla con Bellina, annunciando l’opera di un Dio liberatore che si manifesta nella forza dei friulani «di vincere la tentazione a barattare la libertà interiore per un’abbondanza puramente materiale e di non perdere il gusto di guardare avanti, verso la terra dei nostri sogni». Era, in fondo, il programma di Glesie furlane: «Tornâ cu la int». Qualcuno ci sta pensando?

Tolmezzo: tetto nuovo alla storica chiesa di Timau

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di Gino Grillo.

Sono cominciati in questi giorni i lavori di ristrutturazione della chiesa di Cristo Re a Timau. I riti religiosi sino al completamento dei lavori, previsti per l’estate 2015, saranno celebrati nella parrocchiale di Santa Geltrude. Quella di Cristo Re è la chiesa che racconta la fede e la laboriosità della comunità cristiana di Timau e lega la sua costruzione al passaggio dell’armata cosacca e tedesca in ritirata, attraverso il passo di Monte Croce Carnico, nel maggio del 1945. I lavori iniziatisi in questi giorni riguardano il ripristino e la messa in sicurezza del manto di copertura dell’intera superficie del tetto dell’edificio, che a distanza di sessant’anni dalla sua costruzione necessitava ormai di urgenti opere di manutenzione. Come spiega il direttore del consiglio parrocchiale, Marco Plozner, i lavori affidati all’impresa Di Centa & Di Ronco di Paluzza riguarderanno la sostituzione di parte del legname del tetto e la posa di una nuova copertura in alluminio, il ripristino di alcune murature interne e altre opere minori che ridaranno al luogo sacro una nuova visibilità e accessibilità. I lavori – per un importo pari a 240 mila euro – sono finanziati in parte da un contributo regionale e in parte con fondi propri a dimostrazione della generosità che da sempre contraddistingue la comunità locale. Edificata tra il 1946 e il 1964 con il sacrificio e il lavoro degli uomini e delle donne di Timau, la chiesa conserva al suo interno uno dei più maestosi crocefissi lignei d’Europa, la cui altezza raggiunge dodici metri e il cui peso supera i 33 quintali. All’esterno, la facciata principale, sotto il pronao d’ingresso, conserva il mosaico realizzato nel 1969 su disegno del maestro Ernesto Mitri e raffigurante il Cristo Risorto a cui è dedicata la chiesa.

Carnia: Illegio perde la mostra-evento dell’estate

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di Luciano Santin

La mostra di Illegio di quest’anno doveva intitolarsi “I monti di Dio, dal Sinai della rivelazione al Calvario della crocifissione”. L’annuncio era stato dato nell’ottobre scorso a conclusione dell’evento “Il cammino di Pietro” che aveva raccolto 20 mila visitatori. Nello stesso mese aveva chiuso i battenti anche “Dipingere il mistero. L’arte della fede oggi” che il Comitato di San Floriano aveva promosso nella chiesa di Sant’Antonio Abate a Udine. Eventi realizzati con il coordinamento di don Alessio Geretti.UDINE La mostra artistica di Illegio, da 10 anni tra i grandi appuntamenti dell’estate regionale, quest’anno non si farà, causa complicazioni burocratico amministrative legate ad altre esposizioni organizzate a Roma. Il perché della mancata realizzazione verrà reso noto presto ma, assicura don Angelo Zanello, presidente del Comitato organizzatore, una volta tanto lo stop non dipende dal taglio dei fondi, ma da altre ragioni. «Siamo fermi, non ci sono problemi di carattere finanziario né, tantomeno, colpevoli da individuare», assicura il parroco di Tolmezzo. «I guai sono sostanzialmente di natura burocratica e per questo speriamo di sbloccare la situazione per quanto riguarda il futuro. Stiamo lavorando, e siamo fiduciosi. Appena avremo individuato una soluzione e una prospettiva, le renderemo note». Altri dati non vengono forniti, anche perché don Alessio Geretti, delegato per la Cultura per l’episcopato di Udine, in questi giorni si trova a Gerusalemme. L’assessore regionale alla Cultura Gianni Torrenti conferma che la mancata realizzazione dell’esposizione non è legata a spending rewiew in sede locale. «Sì, la mostra di Illegio quest’estate non si farà, per scelta degli stessi organizzatori. Da quanto mi risulta la sospensione è legata a problemi connessi con altre attività, svolte collateralmente, e per conto del Vaticano, in occasione dell’Anno della Fede. Qualche tempo fa il comitato ci ha comunicato la cosa, rinunciando formalmente al finanziamento (120 mila euro) previsto dalla Finanziaria, poi recuperato in sede di assestamento». L’accenno all’Anno della Fede si riferisce probabilmente alla mostra “Il Cammino di Pietro”, organizzata a Illegio lo scorso anno e proposto anche a Roma, a Castel Sant’Angelo, assieme ad un’altra mostra tenuta a Villa Borghese. I due eventi erano stati oggetto di un’inchiesta di Report intitolata “Il business delle mostre dei privati nei grandi musei pubblici”. Dopo aver spiegato che i visitatori, per vedere la mostra sul Cammino di San Pietro, dovevano pagare un sovrapprezzo di 3,5 euro, la trasmissione ricostruiva il percorso fatto dal Comitato organizzatore tolmezzino. Un “cammino” passato per l’ambasciatore Antonio Zanardi Landi, per Berlusconi e il cardinal Bertone, fino a Gianni Letta. In merito alle risorse, don Alessio in tv aveva all’epoca spiegato che il Comitato si era indebitato, ma che i previsti 280 mila visitatori avrebbero portato alla mostra quasi un milione di euro. In quanto alla mostra di Villa Borghese (ingresso di 2 euro), era risultato trattarsi di una sola opera, un San Tommaso di Andrea Del Verrocchio. Mentre il direttore della Galleria aveva sottolineato come fossero stati promessi dipinti di Rembrandt, El Greco e Velasquez, poi mai arrivati. Sia come sia, quest’anno il tradizionale appuntamento carnico con l’arte ispirata alla religiosità salterà un turno. Gli organizzatori, però, pur non volendo per il momento aggiungere altro, si dicono fiduciosi sulla possibilità di ripartire a breve.

Dogna: lo Jôf di Miezegnot sarà intitolato a Papa Wojytyla

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(g.m. dal MV di oggi)

Sabato nell’ex caserma degli alpini “Sebastiano Vuerich” del Cai, a Plan dai Spadovaj in Val Dogna, alle 10.30, ci sarà la celebrazione della messa e lo scoprimento della targa per dedicare il monte Jôf di Miezegnot a Papa Giovanni Paolo II, recentemente proclamato anto, e portare così a compimento il progetto di Marco Martinolli, il grande appassionato delle Alpi Giulie di Monfalcone, prematuramente scomparso a soli 39 anni e che riposa nel piccolo cimitero di Valbruna, all’ombra delle “sue” montagne. L’evento è promosso dalla redazione di “Voce della montagna” in collaborazione con la famiglia Martinolli, il Cai e i Gruppi Ana del territorio, nonché dei comuni di Dogna e di Pontebba. Lo Jôf di Miezegnot, una cima di 2.087 metri che divide la Val Dogna dalla Valcanale, è stato parte della prima linea del fronte della Grande Guerra. Fino alla ritirata di Caporetto aveva una funzione strategica e per la conquista della sua vetta si sono svolti aspri combattimenti fra gli alpini e le truppe austroungariche. Ancora sono visibili sul monte i resti delle postazioni militari dove si consumò il sacrificio di molti giovani soldati. E oggi per i frequentatori quei luoghi sono divenuti un inno alla pace.

Zuglio: al “Bacio delle croci” la messa con il vescovo nunzio in Siria

di Gino GRillo.
Fra i partecipanti alla salita al colle di San Pietro per la tradizionale festa del Bacio delle croci che si tiene nel giorno dell’Ascensione, ieri a Zuglio c’era anche il presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini, che ha raggiunto il Plan da Vincule con il sindaco Battista Molinari. I fedeli, quasi un migliaio, dopo essersi raccolti nel fondovalle nei pressi del resti dell’antica Iulium Carnicum, si sono avviati in processione verso la matrice della Carnia, meta raggiunta in poco più di un’ora, comprese le soste per momenti di preghiera e di meditazione. Nel Plan da Vincule, sottostante la pieve di San Pietro, il momento clou della giornata: qui il prevosto Giordano Cracina ha chiamato, una a una, le croci astili delle chiese carniche giunte a rendere omaggio alla “madre”, croci adornate dai fiocchi colorati posti dalle spose dei vari paesi, per il tradizionale atto di sottomissione. Un legame, quello delle croci, che si perde nella notte dei tempi, da quando cioè Zuglio divenne sede vescovile tra il IV e il V secolo dopo Cristo per volontà del vescovo aquileiese Cromazio. Alla fine della suggestiva cerimonia, i fedeli si sono ritrovati nella chiesa di San Pietro dove l’arcivescovo titolare della pieve di San Pietro, nunzio apostolico in Siria, Mario Zenari, monsignor Cracina e i canonici di San Pietro hanno celebrato la messa. Nell’omelia, il presule ha ricordato il valore della cerimonia e dell’aggregazione fra le varie genti. Una tradizione che deve essere mantenuta come tutte le usanze, vero collante e base del successo di una zona. Concetti confermati dal presidente Fontanini e dal primo cittadino Molinari. A fine cerimonia, è stato offerto un rinfresco a base di prodotti tipici locali, fra i quali i celebri cjarsons, specie di agnolotti ripieni di erbe locali e spezie, nella vicina Polse di Cougnes. Per l’occasione, nel fondovalle è rimasto aperto pure il Museo archeologico che conserva molte vestigia di Iulium Carnicum.