Archivio tag: resistenza

Carnia: il senso per la libertà del partigiano Igone

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di Pierpaolo Lupieri.

È recentemente scomparso uno degli ultimi partigiani combattenti della Carnia. Igone Pellizzari di Preone, classe 1929 mese di gennaio, quando decise di salir sui monti, nella primavera di libertà del ’44 ne aveva solo quindici. Le foto dell’epoca lo ritraggono capelli al vento e mitra in pugno in una scelta difficile, ma vissuta senza timori o pentimenti. Seguì alla macchia suo fratello maggiore “Giovanin di Bortul”, alpino del regio esercito, che, al momento dell’Armistizio dell’8 settembre, volle continuare la lotta contro l’invasore tedesco tenendo profonda fede agli ideali antifascisti di tutta la sua famiglia. Igone fu arruolato nelle formazioni garibaldine carniche già a maggio del 1944 e dismise la divisa partigiana solo un anno dopo. Visse i momenti esaltanti della Repubblica Libera e poi la drammatica ritirata in Val Tramontina, dove passò clandestino tutto il durissimo inverno seguente fino ai giorni della Liberazione, inquadrato nel battaglione “Fratelli Roiatti”. Non ebbe alcuna paura a scegliere un lato della barricata, senza cedere nemmeno quando il comandante della sua formazione gli morì davanti durante un’imboscata nazista. Decorato con croce di guerra alla fine del conflitto, ha vissuto serenamente la sua esistenza, da sottufficiale della Guardia di finanza, in compagnia della sua sposa Marisa e dei figli Roberto e Fabrizio, anch’essi servitori dello Stato nel medesimo corpo. Igone fu premiato, nel maggio del 2016, con la speciale medaglia d’oro concessa dal Presidente della Repubblica ai partigiani ancora in vita in occasione del 70° della Liberazione. Il tempo inesorabile decima le fila di coloro i quali si batterono per il riscatto di una nazione, in chi resta non decada mai l’impegno a onorarne ricordo e memoria. 

Tolmezzo: una via intitolata ad Maria Agata Bonora

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di Pierpaolo Lupieri, Tolmezzo.

Gentile redazione, durante le recenti manifestazioni di celebrazione del 25 aprile a Tolmezzo, il primo cittadino Francesco Brollo, ha annunciato l’intitolazione di una via, di recente istituzione, a Maria Agata Bonora, la donna che insieme ad altre (Franca, Gentile e Sara) trascinò per le vie del centro il carro con il corpo di Renato Del Din, durante lo svolgimento della cerimonia funebre. Sfidando così apertamente i nazifascisti che avrebbero voluto farlo transitare per strade laterali e anonime onde evitare la commozione e il cordoglio popolare espresso per il giovane ufficiale italiano, patriota della brigata partigiana Osoppo, caduto durante l’attacco alla caserma della Milizia e poi insignito con la medaglia d’oro. Iniziativa meritoria che si associa alla targa già apposta alle quattro donne nella via del capoluogo carnico che rammenta il sacrificio di Del Din. Una scelta importante che non può che valorizzare il contributo dato alla lotta di Liberazione di civili al pari di militari. La storia di Maria Agata è esemplare di un’avversione profonda alla dittatura maturata non per particolare indottrinamento politico o culturale, quanto reazione popolare quasi istintiva alle condizioni di prostrazione umana e politica che avevano fatto precipitare il Paese in un baratro di violenza senza fine. Maria Agata, a più di cinquant’anni, fu poi deportata a causa di quel gesto di ribellione, nel lager di Mathausen e dovette subire la soppressione fisica del marito Giobatta Vidoni, per mano nazista nonché l’internamento pure di uno dei suoi figli, i quali, tutti, furono combattenti partigiani dopo l’8 settembre ’43, scelta presa senza tentennamento alcuno. Agata morì nel 1947 a causa delle sofferenze patite durante il periodo passato nel campo di concentramento e la sua storia è stata solo recentemente recuperata grazie alla determinazione della nipote Mara Vidoni che ha permesso di ridare nuova luce su questa straordinaria vicenda.

Romano Marchetti: un antieroe del nostro tempo anche a 105 anni

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di Ermes Dorigo.

Une côce in miéč al prât/ une côce iò ai cjatât”: così cantilenando, arrivava coi suoi occhietti furbi il pittore Arturo Cussigh e si sedeva, al Roma, accanto a Romano e a me vicino al fogolâr, balcone sopraelevato, da dove si dominava la sala affollata di avventori, seduti o in piedi sulle verdi piastrelle  abrase attorno al bancone, appartati dal romorìo a folate dell’ambiente fumigante; di tempo in tempo passava Gianni Cosetti, assorto o ruspio o amabile conversatore, ad attizzare il fuoco ed una sontuosa fiamma, che dalla primavera all’autunno era sostituita dalle traboccanti  e sgargianti composizioni floreali della sorella Liliana. Era divenuto un appuntamento rituale: l’ironia di Cussigh e la passione indignata di Romano che, traendo dalla tasca un foglio dopo l’altro, dimostrava con grafici, ragionamenti, schizzi il tradimento  nei confronti della Carnia dei politici locali, succubi del latrocinio udinese.

Credo che il nostro primo incontro a tu per tu sia avvenuto dopo il terremoto del 1976 proprio sull’entrata del Roma e che egli si sia rivolto a me con un rimbrotto, per aver io definito  eccessivo, in uno dei tanti incontri culturali, cui partecipavamo entrambi, il suo anti-udinesismo: «Puoi pure dissentire, ma devi rispettare anche le opinioni che non condividi!», mi disse con sguardo fermo, poi quasi volò via lungo il marciapiede con l’impermeabile svolazzante che pareva il tenente Colombo, pensai; similitudine appropriata, mi resi conto in seguito, in quanto anche lui sommesso e modesto, antiretorico, dissimulatore delle proprie grandi qualità di intelligenza critica e investigativa: documenti, leggi, fatti, prove a smascherare i falsi alibi dei politicanti.

In seguito, da diverse occasionali conversazioni, seppi che era nato il 26 gennaio 1913 a Tolmezzo, da Rachele Diana di Maiaso (compresi così il motivo del suo profondo legame con questo paese e con la Cooperativa di Lavoro di Enemonzo, che aveva contribuito a fondare) e dal direttore didattico Sardo Marchetti, quello stesso, me la mostrò qualche anno dopo, che aveva steso nel 1907 la sua relazione su Benito Mussolini, maestro a Tolmezzo, ripresa con grande evidenza da Claudio Magris sul Corriere della sera del 27 febbraio 1993: «Il Sig. Benito Mussolini non fu un maestro senza una naturale disposizione all’arte educativa, ma senza metodo, mancante di quei mezzi e abilità che sono istromenti indispensabili all’educatore, senza la chiara visione di quanto deve impartire nella scuola, disorganico nel procedimento; il sig. Benito Mussolini (pur riconoscendogli il suo lavoro) ha ottenuto frutti scarsi. Avrebbe potuto raggiungere un profitto molto migliore se avesse dato alla scuola buona parte delle sue non comuni risorse intellettuali». Appresi, inoltre, che era agronomo, laureato a Firenze e con una specializzazione in Agricoltura tropicale; ma soprattutto ch’era stato un combattente nella lotta di Liberazione dalla dominazione nazifascita e caucasica: dopo aver contribuito a creare una rete resistenziale in Carnia, il coordinamento dei CLN di vallata, il comando unificato delle 5 brigate Osoppo-Garibaldi operanti in Carnia, del quale divenne Commissario unico, era stato nel 1944 tra i padri costituenti ad Ampezzo della Giunta Civile di Governo della Zona Libera della Carnia. Così lo ricorda nel giugno di quell’anno Tiziano Dalla Marta nel suo libro autobiografico Il volo del rondone: «Trentenne, bello nella divisa kaki, il fazzoletto verde intorno al collo. Con voce quasi musicale, gli occhi chiari che guardavano lontano come per trovare l’ispirazione al suo argomentare, mi parla di giustizia sociale e di libertà, di democrazia e di autogoverno per un migliore avvenire della Carnia. Non accenna alla violenza che sta disintegrando il mondo, ha la serena determinazione di chi già si prodiga nell’opera di ricostruzione».

Pur avendo sperimentato di persona il diffuso atteggiamento antipartigiano, non mi pareva che questo suo passato potesse pesare a tal punto su di lui e determinarne come un isolamento, pur tra formali attestati di stima. C’era, infatti, anche qualcos’altro: lui, azionista e poi repubblicano, nel dopoguerra si era avvicinato agli esponenti di Unità popolare ed era «in combutta» coi membri della Giunta di sinistra del sindaco Pesce: i moderati lo guardavano con sospetto, mentre la Questura lo qualificava  come «pericoloso in zona di confine, sospetto di intelligenza con Tito»; di fatto,  venne allontanato dal Friuli anche per aver aggredito verbalmente  il comiziante on. Tiziano Tessitori, che aveva definito gli esponenti di Unità  popolare «quelli delle mantenute»; l’esilio politico dura dal 1953 – Savona, Treviso – fino al 1964, quando può tornare in Regione, ma senza poter mai rivestire la carica , che gli spettava di diritto, per aver superato gli esami di Ispettore Capo per merito distinto; infatti,  quando  vengono nominati i Capi dell’Ispettorato Provinciale di Udine e del Servizio Agrario Autonomo della montagna, Romano viene escluso.

Mai, comunque, una parola di vittimismo e di rancore da parte sua; rabbia certo, indignazione, ma niente odio, fedele, se pur a denti stretti, fino in fondo ai suoi ideali di fratellanza universale; ma i fatti sì, perché si ricordasse la cattiveria del potere, quando, per spirito di indipendenza e di libertà, non ci si sottomette ad esso. Fatti, storia, individuale e collettiva; ma, da antieroe, non ha mai voluto porsi come saccente maestro: “Vedi – mi diceva -, io ti dico quello che ho fatto, non so se bene o male. Tu scegli e utilizza quello che ritieni valido”: responsabilizzava l’interlocutore, lo costringeva a riflettere, a valutare, a formarsi un giudizio personale e autonomo: maieutico, socratico nel suo sapere di non sapere, ma fermo nei propri ideali (europeista ante litteram diede al figlio il nome di:Euro),  nelle proprie convinzioni e nell’ interminato amore per la sua terra.

A guerra appena finita, il 19 maggio 1945 vede la luce ad opera sua il settimanale Carnia, la cui direzione dopo il numero 13 deve abbandonare, per motivi di lavoro: doveva pensare alla famiglia, sostenuta fino allora soprattutto dal lavoro della moglie Lida Benardelli, che aveva sposato nel 1941. Sotto lo pseudonimo di Cino da Monte rilancia, memore delle esperienze del primo Novecento e della Zona Libera,  i temi del cooperativismo e la necessità di un organo di autogoverno e autodeterminazione della Carnia (sarà affidato a lui il compito di studiare lo statuto della Magnifica Comunità Cadorina e di preparare una bozza per quella che nel 1947 sarà la Comunità Carnica; bozza bocciata, perché troppo ‘autonomista’): «a Carnia è una piccola regione: la lingua, la razza, il sentimento, le consuetudini dei suoi figli, i problemi di carattere industriale, commerciale, agricolo, pastorale, identici  o quasi  in ciascuna delle valli, ne fanno un’unità distinta dal Friuli non scindibile in parti più piccole. I problemi della Carnia in Friuli son poco sentiti perché non sono gli stessi; inoltre Udine è troppo lontana anche in chilometri da tali problemi».

Cosa ha rappresentato per me l’incontro con Romano? E’ stato, nella oscura selva sociale carnica, una guida come Virgilio per Dante, come ho abbozzato in alcuni versi a lui dedicati, mai compiuti: “Hai preso per mano e guidato/ nei sentieri della storia/ un incompiuto, istinto di vita/  nella ragnatela della morte/ dell’anima./  – Perché camminare? -/ chiedeva il rinunciatario. – So/ già dove mi porti, in un mondo/ di morti. Non sono tutti tarantole/ gli uomini – rispondevi antico,/ e con la mano premurosa/ levavi/ le ragnatele dagli orecchi.  /  

 -Ora senti, se pur confusamente,/ brusio chiacchiere voci pianti/ strida lamenti sussurri d’amore/ godimenti: libera i rumori/ che hai dentro e scopri la tua voce.- / L’afasíco balbettava/ fin che modulava il suo nome,/ odiandolo. – Panoramico guardati,/ distante da te come da giovane,/ quand’eri più forte del tuo dolore…”

Ne scrivo al passato, perché inevitabilmente un’amicizia che dura da oltre sei lustri è intrecciata di ricordi, ma Romano è ben presente nella sua nobile e assorta figura, sempre combattivo, curioso e acuminato lettore di giornali e libri e della realtà, vicina e lontana, che ci circonda. Discutemmo un giorno del romanzo di Volponi Le mosche del capitale ed ecco che, pochi giorni dopo, arrivò con il libro del 1952 di Adriano Olivetti, Società, Stato, Comunità, per confermare la sua sintonia d’idee con lo scrittore urbinate, che si era formato proprio a Ivrea: un ideale di progresso sociale, fondato sulla conciliazione tra capitalismo sociale e socialismo liberale, che era poi, con tutte le contraddizioni, quello che aveva determinato il suo avvicinamento, tramite Fermo Solari, al Partito d’Azione,  a Giustizia e Libertà.

Un altro giorno lo vedo molto abbattuto: la Giunta regionale aveva distrutto le Comunità Montane, figlie della Comunità Carnica: indignato mi guarda e come è solito, quando è in questo stato di tensione, col collo incavato nelle spalle e il mento sul petto, esplode in una furente condanna e riprende amaramente ad enumerare le spoliazioni subite dalla Carnia e dalla montagna friulana, ricordando, tra l’altro, il convegno che, col supporto del periodico Macchie, avevamo organizzato insieme a Tolmezzo nel giugno 1981 sul tema: Una proposta di sviluppo e di autonomia per la Zona Alpina (istituzione del Circondario come dall’art. 129 della Costituzione): anche i  comuni fallimenti ci hanno uniti.

Pochi anni fa mi consegnò un suo manoscritto: I due scogli morali di Caio Gracco, sorta di psicodramma con bellissimi passaggi descrittivi: Caio Gracco, sul punto di morire, è lo specchio, sereno e stoico del suo scacco: il tribuno della plebe sconfitto dal corrotto Senato-politicante e dalla voracità dei Cavalieri-faccendieri, ma anche da una plebe non cresciuta civilmente e culturalmente, nonostante tutti gli sforzi, per educarla e trasformarla da anonima ‘gente’ in cittadini.  Lo pubblicherò ora, appunto per questo suo contenuto autobiografico, così come, in occasione dei suoi ottant’anni, avevo pubblicato il suo scritto visionario e onirico-allucinato, L’Ors di Pani, anch’esso ricordato nell’articolo citato di Magris, documento intenso di una esperienza biografica fondamentale: la dolorosa e sofferta conquista della ‘maturità’ – proprio in Pani aveva attrezzato un primo rifugio di armi e viveri per la Resistenza.

Invero, Romano, personalità complessa e sfaccettata, difficile da etichettare o da fissare in un’immagine statica, è (è stato) soprattutto un intellettuale non teoretico, ma pragmatico; un intellettuale alla Vittorini, che non ha «suonato il piffero» per nessun dogmatismo; o, se si vuole, come quello delineato da Norberto Bobbio in Politica e cultura del 1955, indipendente nel giudizio, servitore della verità, coscienza critica della società civile in rapporto  dialettico con il ceto politico: quanto basta per essere guardato con diffidenza un po’ da tutti: il prezzo della libertà.

Conoscitore di scienza e acuto lettore di opere letterarie (è sua la definizione di Siro Angeli come «scienziato del metro e dell’anima»), le nostre conversazioni spesso si allontanavano dalle delusioni della storia sulle orme di Leopardi, verso l’infinito, verso la libertà di mondi possibili, che continuano a vivere dentro Romano: «Solo attraverso l’istruzione di livello superiore e attraverso la cultura la Carnia potrà superare i suoi ritardi sociali ed uscire dalla marginalità economica». Coerente fino in fondo con questa sua convinzione ha promosso con altri la creazione in collaborazione con l’Università di Trieste del Centro Botanico sul monte Pura ad Ampezzo; si è battuto per l’istituzione a Tolmezzo del Centro Plurilinguistico Internazionale (poi trasferito a Udine anche per l’insipienza dei carnici); è stato tra i fondatori del Coordinamento dei Circoli Culturali della Carnia e, fino ad anni fa, per quasi un decennio, ha insegnato all’Università della Terza Età.

A questo punto dovrei ricominciare da capo e scrivere della moglie Lida, senza la cristiana vicinanza e ‘sopportazione’ della quale non avrebbe potuto vivere fedele  ai propri ideali e valori, ed essere l’uomo ch’è stato.   

 

«La Resistenza in Carnia» in un’opera del senatore Michele Gortani

La resistenza in Carnia

a cura di Ermes Dorigo.

Ricordiamo le infauste giornate del settembre 1943: le lunghe teorie di treni che trasportavano verso la fosca prigionia in Germania i resti del nostro esercito. Nelle nostre stazioni, ultime tappe del doloroso calvario in terra italiana, si affollavano donne e fanciulli nel tentativo di porgere agli infelici prigionieri generi di conforto, cibarie e indumenti con la segreta speranza di poterne far evadere qualcuno durante le tappe più lunghe, col favore della oscurità. Così alla Stazione per la Carnia, a Chiusaforte, a Pontebba, ed anche a Tarvisio. E ricordiamo che se in qualche comandante di tradotta vi era un senso di umanità, vi erano anche tra essi iene feroci, e che un giovinetto venne trucidato a Chiusaforte per avere troppo fraternizzato con uno dei deportati. Ai nostri popolani nel generoso tentativo di liberare qualche prigioniero prestarono valido aiuto i ferrovieri; di cui uno venne per questo motivo fucilato a Pontebba. I militari così liberati e quelli friulani che fecero in tempo a darsi alla macchia, rivestiti da borghesi, vissero celati dalla popolazione, dandosi alla montagna.Così ebbe principio la Resistenza da noi. Vediamo gli aspetti più salienti:

25 aprile 1944: cade in eroico partigiano, nel tentare un colpo di mano contro la munita caserma del presidio tedesco di Tolmezzo. Nessuno dei tolmezzini lo conosce; ma è un Alpino dell’Ottavo, e tanto basta per commuovere la massa popolare. Nella cappella dell’ospedale la salma, spogliata dai germanici, viene rivestita e coperta di fiori. Il funerale, che i tedeschi avevano stabilito modestissimo e clandestino, risultò di una particolare, significativa grandiosità, attraverso la principale via della cittadina. L’Arcidiacono fu chiamato a render conto della solennità del rito; il capitano dei carabinieri, il calabrese Santo Arbitrio, venne fatto trasferire per essersi rifiutato di obbedire all’ingiunzione di far sparare sul corteo, allorché questo imboccò la via centrale in luogo della circonvallazione.

24 maggio: l’esplosione di una mina fa saltare al Passo della Morte la macchina di testa di una colonna tedesca in corso di rastrellamento; nell’incidente muore un ufficiale superiore germanico pluridecorato. Per rappresaglia vengono incendiate 400 case delle tre frazioni di Forni di Sotto, senza lasciare il tempo né il modo di mettere in salvo né oggetti, né viveri, né bestiame; e si fa divieto di soccorrere gli infortunati.

Fra il 19 e il 23 luglio, come rappresaglia per il prelevamento di un gruppo di cavalli di razza portati all’alpeggio nelle casere carinziane di confine, un buon nerbo di truppa germanica e (ci duole dirlo) anche di repubblichini travestiti da partigiani si presenta con inganno alle nostre casere di Lanza, Cordin e Pramosio, dove uccidono quanti hanno potuto incontrare. Altre forze sopraggiungono da Tolmezzo e infieriscono sugli abitanti di Paluzza e di Sutrio, aggiungendo altre 17 vittime alle 22 assassinate sui monti. La popolazione rimane costernata, ma sempre più esasperata contro l’invasore.

Vittime di Pramosio

In questo stesso periodo, altro motivo di lutto generale era stata la morte in combattimento del dottor Aulo Magrini, eroico figlio della Carnia, del quale si deve ricordare l’episodio di avere sfidato pochi giorni prima la morte per trasportare personalmente sulla sua auto – —    lui che era braccato dai tedeschi come uno dei capi della rivoluzione – una partoriente bisognosa di immediato aiuto all’ospedale di Tolmezzo. Le imponenti onoranze funebri che la a vallata tributò al dottor Magrini fece sempre più persuasi i tedeschi che la Carnia non era domabile.

Le autorità germaniche pensarono in tali frangenti   dì ricorrere, per domarla, alla fame; e vietarono l’importazione di ogni genere di vettovaglie e di medicinali, rafforzando il divieto con l’istituzione di severi posti di blocco. Inutile ricordare qui i mille artifizi messi in opera per eludere il bando, e la paterna sollecitudine dell’Arcivescovo Mons. Nogara per organizzare con lo noi lo scambio di carichi legname con carichi grano per sopperire alle più stringenti necessità.

4 agosto 1944: il Commissario tedesco del Litorale Adriatico ha l’infelice idea di ordinare che i giovani della leva dal 1914 al 1926, richiamati alle armi, debbano arruolarsi nell’organizzazione Todt o nella Difesa Territoriale del Litorale Adriatico, o nelle file dell’esercito repubblicano. Naturalmente se ne giovano le formazioni partigiane, e molti dei giovani prendono la via dei monti.

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Frattanto le formazioni partigiane delle Divisioni Garibaldi e Osoppo si erano di fatto rese padrone di tutta la vasta zona comprendente le Prealpi Carniche fino alla pianura e l’intera Carnia all’infuori di Tolmezzo. Fu allora deciso di dare alla regione un vero e proprio governo autonomo, sia per sopperire alle necessità della vita civile, sia come affermazione politica di fronte allo straniero, al governo italiano ed ai governi militari alleati, sia per costruire un centro d’azione per tutta la massa degli abitanti e dare al movimento partigiano il carattere di una sollevazione generale di popolo. E tali considerazioni prevalsero sul timore che la presenza di un governo civile autonomo in un territorio dominato dal corpo di occupazione tedesco potesse spingere, il comando nemico a maggiore durezza per rimettere la zona sotto il proprio controllo.

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Alla Giunta di Governo, costituita fra i rappresentanti dei Comitati di Liberazione Nazionale della Carnia e i capi delle formazioni partigiane, va il merito di aver organizzato un sia pur limitato rifornimento alimentare della Carnia, facendo affluire a Meduno grano e granoturco e avviandolo per la strada tramontina e la forca di M. Rest per mezzo delle nostre forti ed impavide portatrici

Il governo della Giunta cessò dopo che il maggiore   John Nicholson, capo delle missioni alleate e rappresentane del  generale Alexander accompagnato  dai capi di due divisioni partigiane, si presentò il 10 ottobre davanti alla Giunta stessa per convincerla a smobilitare durante l’inverno sotto l’impeto della pressione tedesca, aumentata dopo l’arresto dell’offensiva alleata sulla linea gotica. L’ufficiale britannico sostò a lungo irrigidito sull’attenti davanti alla Giunta, testimoniando così ai presenti, commossi, il rispetto che nazioni anche potenti sentivano verso un popolo libero che alla libertà tutto aveva sacrificato.

In quegli stessi giorni si scatenava contro la Carnia la spedizione punitiva germanica. Hitler aveva concepito il diabolico piano di dare la Carnia in pasto ai cosacchi, perché ne facessero la loro sede permanente: il «Kosakenlend in Nord-Italien». Il confidente che Mons. Arcivescovo aveva fra le SS. avvertiva che la Carnia sarebbe stata messa a ferro e fuoco — come già Nimis, Sedilis, Torlano e Faedis — a meno che i partigiani non lasciassero visibilmente libera la strada del Monte Croce, ritirandosi dai monti e cessando la guerriglia. Tale avviso era stato da noi diramato ai comandanti partigiani. Ma la grande offensiva ebbe principio. I mezzi apprestati erano imponenti: una Divisione cosacca, una Divisione caucasica, una Divisione germanica di rincalzo, due batterie autotrasportate da campagna, 20 carri armati, due treni blindati, centinaia di automezzi.

Il giorno della Madonna del Rosario tutta questa ira di Dio si scaglia contro i nostri duemila partigiani o più esattamente contro i nostri poveri villaggi indifesi. Si fanno saltare i ponti onde ritardare di qualche poco l’avanzata. Ma questa prosegue inesorabile. E abbiamo ancora davanti agli occhi lo spettacolo miserando dei profughi che fuggivano a centinaia dai primi paesi devastati   e saccheggiati con i segni del terrore sul volto e, molti, con i segni delle violenze subite.

Tolmezzo ebbe in sorte il compito di provvedere a così gravi bisogni. Scuole e case private furono messe a disposizione dei fuggiaschi, che venivano alimentati con l’’aiuto della popolazione, della cucina economica e dei padri Salesiani, nonché della Cooperativa che fu larga anche in questa occasione di aiuti materiali e morali.Per fortuna i cosacchi, nella persuasione di dover rimanere nella zona, ebbero istintivamente ripugnanza a distruggerla; e di fronte alla mancata resistenza, la grande offensiva si afflosciò su se stessa, come un’onda che non trova ostacoli, risparmiando, dopo i primi paesi, il resto della regione. Ma rimasero duemila persone senza alcuna risorsa, a cui provvedere per il lungo inverno imminente. E restarono i lutti e l’’orrore dei saccheggi da medicare nei cuor; mentre il peso dell’occupazione aumentava con il rastrellamento degli abitanti atti al lavoro, per spedirli in Germania. La resistenza della Carnia fu messa a dura prova; e se si riuscì a far evadere una metà all’incirca degli arrestati, il merito è di alcuni coraggiosi tolmezzini, a cominciare dai medici e da tre repubblichini del corpo di guardia. Ma l’occupazione cosacca fu massiccia, pesante, penosa perché invasati dalla promessa hitleriana, i russi si sentivano in diritto di far da padroni; e mentre esigevano alimenti supplementari da una gente ormai senza risorse pretendevano di nutrire i loro numerosissimi cavalli con il fieno radunato a fatica dalle nostre donne per il loro bestiame.

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Pur tra violenze e privazioni, l’interminabile inverno comunque ebbe fine. I camici avevano compreso che per riuscire vincitori nella difficile prova bisognava tener duro. Era, di fronte ai russi, una gara di resistenza; ormai i cosacchi avevano capito che erano stati ingannati, e che la Carnia, la terra promessa, non sarebbe stata per loro.

La fine della guerra si avvicinava, ma non diminuiva la tracotanza delle SS. germaniche, irrigidite fino all’ultimo nel pernicioso attaccamento a quello che esse consideravano preciso dovere. E così alla fine dell’aprile 1945, dopo la falsa voce della morte di Hitler, otto notabili di Tolmezzo vennero arrestati come ostaggi, onde assicurare libera ai tedeschi la via della ritirata.

Perfino dopo la resa della Germania e il relativo armistizio, le SS. misero Tolmezzo in stato di assedio, fedeli alla teoria che i trattati non sono che pezzi di carta. E soltanto il 17 maggio riacquistammo la libertà assistendo all’auspicata partenza dei tedeschi e dei cosacchi che risalivano in disordine e senza speranza le valli che avevano spadroneggiato con tanta orgogliosa sicurezza. Ma neppure allor mancò uno spirito di cristiana pietà, che rivelò tutta la bontà d’animo della nostra gente: dimentiche delle sofferenze patite, mosse a con passione per coloro che partivano verso un incerto destino, molte delle nostre donne assisterono questi poveri esseri, rifocillandoli come potevano lungo le vie dell’abitato.

Ed ora cerchiamo di trarre le somme.

A giudizio del supremo Comando germanico per tenere a dovere i partigiani e le indomite genti della Carnia non ci volle meno di una Divisione cosacca e una Divisione caucasica, oltre alle truppe tedesche dislocate nella zona. Titolo di onore perenne per la Carnia è di avere i tal modo immobilizzate forze relativamente ingenti (pari, per numero, ad un terzo dei suoi abitanti) durante gli ultimi mesi della guerra, dal settembre 1944 al maggio 1945.