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Romano Marchetti: un antieroe del nostro tempo anche a 105 anni

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di Ermes Dorigo.

Une côce in miéč al prât/ une côce iò ai cjatât”: così cantilenando, arrivava coi suoi occhietti furbi il pittore Arturo Cussigh e si sedeva, al Roma, accanto a Romano e a me vicino al fogolâr, balcone sopraelevato, da dove si dominava la sala affollata di avventori, seduti o in piedi sulle verdi piastrelle  abrase attorno al bancone, appartati dal romorìo a folate dell’ambiente fumigante; di tempo in tempo passava Gianni Cosetti, assorto o ruspio o amabile conversatore, ad attizzare il fuoco ed una sontuosa fiamma, che dalla primavera all’autunno era sostituita dalle traboccanti  e sgargianti composizioni floreali della sorella Liliana. Era divenuto un appuntamento rituale: l’ironia di Cussigh e la passione indignata di Romano che, traendo dalla tasca un foglio dopo l’altro, dimostrava con grafici, ragionamenti, schizzi il tradimento  nei confronti della Carnia dei politici locali, succubi del latrocinio udinese.

Credo che il nostro primo incontro a tu per tu sia avvenuto dopo il terremoto del 1976 proprio sull’entrata del Roma e che egli si sia rivolto a me con un rimbrotto, per aver io definito  eccessivo, in uno dei tanti incontri culturali, cui partecipavamo entrambi, il suo anti-udinesismo: «Puoi pure dissentire, ma devi rispettare anche le opinioni che non condividi!», mi disse con sguardo fermo, poi quasi volò via lungo il marciapiede con l’impermeabile svolazzante che pareva il tenente Colombo, pensai; similitudine appropriata, mi resi conto in seguito, in quanto anche lui sommesso e modesto, antiretorico, dissimulatore delle proprie grandi qualità di intelligenza critica e investigativa: documenti, leggi, fatti, prove a smascherare i falsi alibi dei politicanti.

In seguito, da diverse occasionali conversazioni, seppi che era nato il 26 gennaio 1913 a Tolmezzo, da Rachele Diana di Maiaso (compresi così il motivo del suo profondo legame con questo paese e con la Cooperativa di Lavoro di Enemonzo, che aveva contribuito a fondare) e dal direttore didattico Sardo Marchetti, quello stesso, me la mostrò qualche anno dopo, che aveva steso nel 1907 la sua relazione su Benito Mussolini, maestro a Tolmezzo, ripresa con grande evidenza da Claudio Magris sul Corriere della sera del 27 febbraio 1993: «Il Sig. Benito Mussolini non fu un maestro senza una naturale disposizione all’arte educativa, ma senza metodo, mancante di quei mezzi e abilità che sono istromenti indispensabili all’educatore, senza la chiara visione di quanto deve impartire nella scuola, disorganico nel procedimento; il sig. Benito Mussolini (pur riconoscendogli il suo lavoro) ha ottenuto frutti scarsi. Avrebbe potuto raggiungere un profitto molto migliore se avesse dato alla scuola buona parte delle sue non comuni risorse intellettuali». Appresi, inoltre, che era agronomo, laureato a Firenze e con una specializzazione in Agricoltura tropicale; ma soprattutto ch’era stato un combattente nella lotta di Liberazione dalla dominazione nazifascita e caucasica: dopo aver contribuito a creare una rete resistenziale in Carnia, il coordinamento dei CLN di vallata, il comando unificato delle 5 brigate Osoppo-Garibaldi operanti in Carnia, del quale divenne Commissario unico, era stato nel 1944 tra i padri costituenti ad Ampezzo della Giunta Civile di Governo della Zona Libera della Carnia. Così lo ricorda nel giugno di quell’anno Tiziano Dalla Marta nel suo libro autobiografico Il volo del rondone: «Trentenne, bello nella divisa kaki, il fazzoletto verde intorno al collo. Con voce quasi musicale, gli occhi chiari che guardavano lontano come per trovare l’ispirazione al suo argomentare, mi parla di giustizia sociale e di libertà, di democrazia e di autogoverno per un migliore avvenire della Carnia. Non accenna alla violenza che sta disintegrando il mondo, ha la serena determinazione di chi già si prodiga nell’opera di ricostruzione».

Pur avendo sperimentato di persona il diffuso atteggiamento antipartigiano, non mi pareva che questo suo passato potesse pesare a tal punto su di lui e determinarne come un isolamento, pur tra formali attestati di stima. C’era, infatti, anche qualcos’altro: lui, azionista e poi repubblicano, nel dopoguerra si era avvicinato agli esponenti di Unità popolare ed era «in combutta» coi membri della Giunta di sinistra del sindaco Pesce: i moderati lo guardavano con sospetto, mentre la Questura lo qualificava  come «pericoloso in zona di confine, sospetto di intelligenza con Tito»; di fatto,  venne allontanato dal Friuli anche per aver aggredito verbalmente  il comiziante on. Tiziano Tessitori, che aveva definito gli esponenti di Unità  popolare «quelli delle mantenute»; l’esilio politico dura dal 1953 – Savona, Treviso – fino al 1964, quando può tornare in Regione, ma senza poter mai rivestire la carica , che gli spettava di diritto, per aver superato gli esami di Ispettore Capo per merito distinto; infatti,  quando  vengono nominati i Capi dell’Ispettorato Provinciale di Udine e del Servizio Agrario Autonomo della montagna, Romano viene escluso.

Mai, comunque, una parola di vittimismo e di rancore da parte sua; rabbia certo, indignazione, ma niente odio, fedele, se pur a denti stretti, fino in fondo ai suoi ideali di fratellanza universale; ma i fatti sì, perché si ricordasse la cattiveria del potere, quando, per spirito di indipendenza e di libertà, non ci si sottomette ad esso. Fatti, storia, individuale e collettiva; ma, da antieroe, non ha mai voluto porsi come saccente maestro: “Vedi – mi diceva -, io ti dico quello che ho fatto, non so se bene o male. Tu scegli e utilizza quello che ritieni valido”: responsabilizzava l’interlocutore, lo costringeva a riflettere, a valutare, a formarsi un giudizio personale e autonomo: maieutico, socratico nel suo sapere di non sapere, ma fermo nei propri ideali (europeista ante litteram diede al figlio il nome di:Euro),  nelle proprie convinzioni e nell’ interminato amore per la sua terra.

A guerra appena finita, il 19 maggio 1945 vede la luce ad opera sua il settimanale Carnia, la cui direzione dopo il numero 13 deve abbandonare, per motivi di lavoro: doveva pensare alla famiglia, sostenuta fino allora soprattutto dal lavoro della moglie Lida Benardelli, che aveva sposato nel 1941. Sotto lo pseudonimo di Cino da Monte rilancia, memore delle esperienze del primo Novecento e della Zona Libera,  i temi del cooperativismo e la necessità di un organo di autogoverno e autodeterminazione della Carnia (sarà affidato a lui il compito di studiare lo statuto della Magnifica Comunità Cadorina e di preparare una bozza per quella che nel 1947 sarà la Comunità Carnica; bozza bocciata, perché troppo ‘autonomista’): «a Carnia è una piccola regione: la lingua, la razza, il sentimento, le consuetudini dei suoi figli, i problemi di carattere industriale, commerciale, agricolo, pastorale, identici  o quasi  in ciascuna delle valli, ne fanno un’unità distinta dal Friuli non scindibile in parti più piccole. I problemi della Carnia in Friuli son poco sentiti perché non sono gli stessi; inoltre Udine è troppo lontana anche in chilometri da tali problemi».

Cosa ha rappresentato per me l’incontro con Romano? E’ stato, nella oscura selva sociale carnica, una guida come Virgilio per Dante, come ho abbozzato in alcuni versi a lui dedicati, mai compiuti: “Hai preso per mano e guidato/ nei sentieri della storia/ un incompiuto, istinto di vita/  nella ragnatela della morte/ dell’anima./  – Perché camminare? -/ chiedeva il rinunciatario. – So/ già dove mi porti, in un mondo/ di morti. Non sono tutti tarantole/ gli uomini – rispondevi antico,/ e con la mano premurosa/ levavi/ le ragnatele dagli orecchi.  /  

 -Ora senti, se pur confusamente,/ brusio chiacchiere voci pianti/ strida lamenti sussurri d’amore/ godimenti: libera i rumori/ che hai dentro e scopri la tua voce.- / L’afasíco balbettava/ fin che modulava il suo nome,/ odiandolo. – Panoramico guardati,/ distante da te come da giovane,/ quand’eri più forte del tuo dolore…”

Ne scrivo al passato, perché inevitabilmente un’amicizia che dura da oltre sei lustri è intrecciata di ricordi, ma Romano è ben presente nella sua nobile e assorta figura, sempre combattivo, curioso e acuminato lettore di giornali e libri e della realtà, vicina e lontana, che ci circonda. Discutemmo un giorno del romanzo di Volponi Le mosche del capitale ed ecco che, pochi giorni dopo, arrivò con il libro del 1952 di Adriano Olivetti, Società, Stato, Comunità, per confermare la sua sintonia d’idee con lo scrittore urbinate, che si era formato proprio a Ivrea: un ideale di progresso sociale, fondato sulla conciliazione tra capitalismo sociale e socialismo liberale, che era poi, con tutte le contraddizioni, quello che aveva determinato il suo avvicinamento, tramite Fermo Solari, al Partito d’Azione,  a Giustizia e Libertà.

Un altro giorno lo vedo molto abbattuto: la Giunta regionale aveva distrutto le Comunità Montane, figlie della Comunità Carnica: indignato mi guarda e come è solito, quando è in questo stato di tensione, col collo incavato nelle spalle e il mento sul petto, esplode in una furente condanna e riprende amaramente ad enumerare le spoliazioni subite dalla Carnia e dalla montagna friulana, ricordando, tra l’altro, il convegno che, col supporto del periodico Macchie, avevamo organizzato insieme a Tolmezzo nel giugno 1981 sul tema: Una proposta di sviluppo e di autonomia per la Zona Alpina (istituzione del Circondario come dall’art. 129 della Costituzione): anche i  comuni fallimenti ci hanno uniti.

Pochi anni fa mi consegnò un suo manoscritto: I due scogli morali di Caio Gracco, sorta di psicodramma con bellissimi passaggi descrittivi: Caio Gracco, sul punto di morire, è lo specchio, sereno e stoico del suo scacco: il tribuno della plebe sconfitto dal corrotto Senato-politicante e dalla voracità dei Cavalieri-faccendieri, ma anche da una plebe non cresciuta civilmente e culturalmente, nonostante tutti gli sforzi, per educarla e trasformarla da anonima ‘gente’ in cittadini.  Lo pubblicherò ora, appunto per questo suo contenuto autobiografico, così come, in occasione dei suoi ottant’anni, avevo pubblicato il suo scritto visionario e onirico-allucinato, L’Ors di Pani, anch’esso ricordato nell’articolo citato di Magris, documento intenso di una esperienza biografica fondamentale: la dolorosa e sofferta conquista della ‘maturità’ – proprio in Pani aveva attrezzato un primo rifugio di armi e viveri per la Resistenza.

Invero, Romano, personalità complessa e sfaccettata, difficile da etichettare o da fissare in un’immagine statica, è (è stato) soprattutto un intellettuale non teoretico, ma pragmatico; un intellettuale alla Vittorini, che non ha «suonato il piffero» per nessun dogmatismo; o, se si vuole, come quello delineato da Norberto Bobbio in Politica e cultura del 1955, indipendente nel giudizio, servitore della verità, coscienza critica della società civile in rapporto  dialettico con il ceto politico: quanto basta per essere guardato con diffidenza un po’ da tutti: il prezzo della libertà.

Conoscitore di scienza e acuto lettore di opere letterarie (è sua la definizione di Siro Angeli come «scienziato del metro e dell’anima»), le nostre conversazioni spesso si allontanavano dalle delusioni della storia sulle orme di Leopardi, verso l’infinito, verso la libertà di mondi possibili, che continuano a vivere dentro Romano: «Solo attraverso l’istruzione di livello superiore e attraverso la cultura la Carnia potrà superare i suoi ritardi sociali ed uscire dalla marginalità economica». Coerente fino in fondo con questa sua convinzione ha promosso con altri la creazione in collaborazione con l’Università di Trieste del Centro Botanico sul monte Pura ad Ampezzo; si è battuto per l’istituzione a Tolmezzo del Centro Plurilinguistico Internazionale (poi trasferito a Udine anche per l’insipienza dei carnici); è stato tra i fondatori del Coordinamento dei Circoli Culturali della Carnia e, fino ad anni fa, per quasi un decennio, ha insegnato all’Università della Terza Età.

A questo punto dovrei ricominciare da capo e scrivere della moglie Lida, senza la cristiana vicinanza e ‘sopportazione’ della quale non avrebbe potuto vivere fedele  ai propri ideali e valori, ed essere l’uomo ch’è stato.   

 

Carnia: omaggio a Romano Marchetti, che il 26 gennaio 2017 compie 104 anni

foto-marchetti

di Ermes Dorigo.

Le Cooperative assumono fin dall’inizio del Novecento, quando erano presenti circa 120 di queste associazioni, un ruolo considerevole per quanto concerne l’evolversi della società in Carnia; infatti, la costituzione di tali associazioni hanno creato in questa zona una partecipazione attiva a livello economico, sociale, amministrativo e politico. Le Cooperative si sono diffuse  allo scopo di creare degli strumenti di progresso, favorendo il miglioramento della qualità della vita delle popolazioni montane, combattendo la povertà e l’usura presenti sul territorio carnico.

Tra queste purtroppo non più  la Cooperativa Carnica di Consumo, fondata nel 1906 dai socialisti, ma  ancora vive diverse Casse Rurali e Artigiane, fondate dai cattolici – la prima nel 1900 -, che nel 1994, dopo la fusione, hanno assunto la denominazione di Banca di Credito Cooperativo della Carnia, modificando lo statuto sociale in linea con le disposizioni contenute nella Legge Bancaria d.lg. n° 385/1993.

Durante il periodo fascista, però, queste associazioni vennero represse, in quanto il regime non riconosceva il diritto di associarsi liberamente come previsto all’art. 18  (“I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”), mentre la nostra Costituzione riconosce ad esse all’art. 45 un ruolo fondamentale: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”.

La formazione della Giunta di Governo della Zona Libera rappresenta il punto d’arrivo di questa tradizione cooperativistica e un modello per la successiva creazione della Comunità carnica.

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La Zona Libera della Carnia e del Friuli fu una vera e propria isola democratica in un territorio invaso ed annesso alla Germania dopo l’8 settembre 1943. Il primo obiettivo dei dirigenti politici e militari della Resistenza carnica e friulana fu quello di costituire nuovi e legittimi organi di potere locale ‑ i sindaci e le Giunte comunali ‑ per gestire la normale attività amministrativa. I Sindaci e le Giunte comunali popolari dovevano essere eletti dalla popolazione. Così, dalla fine di agosto a tutto settembre, nei comuni della Zona Libera si svolsero le elezioni, le prime libere elezioni in Italia dopo venti anni di regime fascista.  Si votò per capifamiglia, secondo la tradizione delle latterie sociali, l’unico modo possibile in quelle circostanze, e votarono anche le donne se ricoprivano tale ruolo.

Le Giunte comunali, composte da un numero variabile di persone, da cinque ad undici, avevano il compito di amministrare la vita del Comune, di costituire la Guardia del Popolo (cioè la Polizia Municipale), di amministrare i beni pubblici, di organizzare il servizio di alimentazione, di contribuire alla lotta, dando aiuto alle formazioni partigiane. Le Giunte rappresentarono un successo non solo per l’affermazione di principio costituita dal fatto che erano state liberamente elette dalla popolazione, ma per come funzionarono: tenevano pubbliche sedute alle quali partecipava la comunità, che poteva così discutere i problemi che direttamente la riguardavano.

Verso la metà di agosto del 1944 scaturì l’accordo sulla necessità di costituire un Governo della Zona Libera della Carnia e del Friuli, cioè un Governo civile unico di tutta la zona liberata. Esso fu costituito ad Ampezzo il 26 settembre del ‘44. La Giunta era composta da  cinque rappresentanti dei partiti antifascisti ed era allargata, con funzioni consultive non deliberative, ai rappresentanti, delle formazioni partigiane e delle organizzazioni di massa, cioè i Gruppi di Difesa della donna, il Fronte della gioventù e i Comitati dei contadini e degli operai.

Aveva così inizio un’esperienza di alto valore politico e civile che, a detta anche degli storici, non ebbe eguali in nessuna delle repubbliche partigiane sorte in altre zone d’Italia nella primavera‑estate del ‘44 e che ebbe il carattere peculiare di un’esperienza di autogoverno caratterizzata da autonomia di decisione, dalla facoltà di legiferare e di operare autonomamente, senza interferenze da parte dei comandi partigiani.

Fu un’esperienza breve ‑ durò infatti dal 26 settembre al 10 ottobre, (giorno in cui il grande rastrellamento scatenato da nazisti, fascisti e cosacchi pose fine a questa esperienza) – ma di grande significato per l’intensa azione di riorganizzazione civile che fu proposta. Non dimentichiamo che l’azione di governo della Giunta della Zona Libera fu svolta in una zona annessa al III° Reich, strategicamente essenziale per le comunicazioni ed i trasporti da e per la Germania; assegnata infine a orde disperate di cosacchi e caucasici, che si erano qui insediati con le loro famiglie e ai quali era stato promesso che, a guerra finita, la Carnia sarebbe diventata la loro patria, la Kosakenland.

In quelle condizioni difficili si svilupparono concetti di democrazia che sembravano ormai dimenticati dopo venti anni di dittatura, e quelle esperienze anticiparono principi che furono poi ripresi nella Costituzione dell’Italia repubblicana.

Vediamo, come esempio, due decreti, relativi alla riforma tributaria e alla giustizia.

Nel primo caso la Giunta di Governo elaborò un decreto di carattere finanziario, con il quale vennero abolite tutte le imposte e le tasse esistenti e venne fissata un’imposta straordinaria sul patrimonio, la cui consistenza doveva essere accertata dalle Giunte popolari comunali. L’imposta era progressiva e partiva dal 2% per i patrimoni di 200.000 lire per giungere all’8% per quelli di un milione; per noi è una anticipazione di quanto previsto all’art. 53 della nostra Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Per quanto riguarda la giustizia fu decretata l’istituzione del Tribunale del popolo, che doveva giudicare tutti i reati che non avevano carattere politico o militare, cioè i reati comuni. L’importanza del decreto sulla giustizia risiedeva soprattutto in due principi fondamentali: il principio della gratuità della giustizia e l’abo1izione della pena di morte per tutti i reati comuni (Art 27, comma 4°: “Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”).

Un primo provvedimento, però, fu il decreto sulla riapertura delle scuole elementari. Data l’impossibilità concreta di stampare un nuovo manuale scolastico, i giovani del Fronte della Gioventù, ovviamente i più interessati ai problemi della scuola, suggerirono l’adozione provvisoria del libro Cuore di Edmondo De Amicis.

Romano Marchetti, interpellato sul motivo di questa scelta, ha risposto così: «Cosa vuoi che ti dica?  L’indicazione non era così ingenua come può oggi apparire: dopo un ventennio di esaltazione della forza e di educazione allo spirito guerriero fra i giovani (si ricordi il motto di Mussolini “Libro e moschetto fascista perfetto”) il libro di De Amicis diventava un testo di tutto rispetto ed apprezzabile per il richiamo ai buoni e semplici sentimenti ed anche un segnale di continuità con la storia risorgimentale, rispetto alla quale, per noi, il fascismo rappresentava una parentesi degenerativa. Ai comunisti della Garibaldi-Carnia va il mio riconoscente ricordo per il notevole contributo dato alla guerra di Liberazione e soprattutto alla creazione della Giunta Civile della Repubblica democratica nella Alpi e Prealpi Carniche che, secondo alcuni  storici (prof. Dondi dell’Università di Bologna) è stata la più perfetta e democratica tra tutte; in questo caso grande merito ebbe il comunista dott. Gino Beltrame;  per il ruolo principe nella costituzione dei Sindaci della liberazione, nonché dei CLN comunali, di vallata, della Carnia, che ne furono premessa: in questo caso emerge soprattutto la figura di Tranquillo De Caneva. Ritengo mio dovere ricordare almeno alcuni dei comunisti della Garibaldi, che si distinsero particolarmente: Augusto Nassivera (Nembo), che si era messo in luce a seguito della Festa degli alberi a Forni di Sotto, strappando dall’aiuola quell’albero che, in omaggio al fratello Arnaldo, Benito Mussolini aveva comandato venisse piantato in ogni comune: nel 1945, partigiano tra i primi, divenne comandante garibaldino; il dott. Aulo Magrini (Arturo), sacrificatosi per difendere i propri compagni, di cui già tanto s’è detto e scritto, che aveva fatto pure parte della rete pro-resistenza, creata in Carnia da osovani nell’inverno ‘44/’45; Italo Cristofoli (Aso), pure lui comandante partigiano della Garibaldi, ucciso in azione a Sappada: era di Pradumbli, paese famoso per il gruppo di anarchici che lo caratterizzava; Tranquillo De Caneva (Ape), cui ho già accennato, dopo il 1945 fu emigrante, minatore e poi responsabile di livello nella CGIL, tanto da venir chiamato a Roma da parte di Togliatti, per dirigere il settore Assistenza, in seguito fu anche Consigliere regionale; naturalmente non si può dimenticare l’azionista Elio Martinis (Furore). Non è il caso di passare sotto silenzio anche  alcuni che, all’inizio osovani, passarono poi nelle file  della Garibaldi, come Decio Deotto e Giovanni De Mattia (Lupo). Credo infine che la propaganda comunisto-garibaldina abbia avuto il merito di riscattare molti giovani, plagiati dall’ideologia fascista, dando loro una piena dignità umana e civile, anche se in qualche modo condizionata da un credo fideistico».

Carnia: Romano Marchetti, un antieroe del nostro tempo

di Ermes Dorigo.

(Si ripropone ‘omaggio a Romano Marchetti 100 anni’  per i 103  il 26 gennaio  giornata in cui  sarà insignito della Medaglia d’oro al Valor Militare  da delegato del Presidente della Repubblica)

“Une côce in miéč al prât/ une côce iò ai cjatât”: così cantilenando, arrivava coi suoi occhietti furbi il pittore Arturo Cussigh e si sedeva, al Roma, accanto a Romano e a me vicino al fogolâr, balcone sopraelevato, da dove si dominava la sala affollata di avventori, seduti o in piedi sulle verdi piastrelle  abrase attorno al bancone, appartati dal romorìo a folate dell’ambiente fumigante; di tempo in tempo passava Gianni Cosetti, assorto o ruspio o amabile conversatore, ad attizzare il fuoco ed una sontuosa fiamma, che dalla primavera all’autunno era sostituita dalle traboccanti  e sgargianti composizioni floreali della sorella Liliana. Era divenuto un appuntamento rituale: l’ironia di Cussigh e la passione indignata di Romano che, traendo dalla tasca un foglio dopo l’altro, dimostrava con grafici, ragionamenti, schizzi il tradimento  nei confronti della Carnia dei politici locali, succubi del latrocinio udinese.

Credo che il nostro primo incontro a tu per tu sia avvenuto dopo il terremoto del 1976 proprio sull’entrata del Roma e che egli si sia rivolto a me con un rimbrotto, per aver io definito  eccessivo, in uno dei tanti incontri culturali, cui partecipavamo entrambi, il suo anti-udinesismo: “Puoi pure dissentire, ma devi rispettare anche le opinioni che non condividi!”, mi disse con sguardo fermo, poi quasi volò via lungo il marciapiede con l’impermeabile svolazzante che pareva il tenente Colombo, pensai; similitudine appropriata, mi resi conto in seguito, in quanto anche lui sommesso e modesto, antiretorico, dissimulatore delle proprie grandi qualità di intelligenza critica e investigativa: documenti, leggi, fatti, prove a smascherare i falsi alibi dei politicanti.

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In seguito, da diverse occasionali conversazioni, seppi che era nato il 26 gennaio 1913 a Tolmezzo, da Rachele Diana di Maiaso (compresi così il motivo del suo profondo legame con questo paese e con la Cooperativa di Lavoro di Enemonzo, che aveva contribuito a fondare) e dal direttore didattico Sardo Marchetti, quello stesso, me la mostrò qualche anno dopo, che aveva steso nel 1907 la sua relazione su Benito Mussolini, maestro a Tolmezzo, ripresa con grande evidenza da Claudio Magris sul Corriere della sera del 27 febbraio 1993: “Il Sig. Benito Mussolini non fu un maestro senza una naturale disposizione all’arte educativa, ma senza metodo, mancante di quei mezzi e abilità che sono istromenti indispensabili all’educatore, senza la chiara visione di quanto deve impartire nella scuola, disorganico nel procedimento; il sig. Benito Mussolini (pur riconoscendogli il suo lavoro) ha ottenuto frutti scarsi. Avrebbe potuto raggiungere un profitto molto migliore se avesse dato alla scuola buona parte delle sue non comuni risorse intellettuali”. Appresi, inoltre, che era agronomo, laureato a Firenze e con una specializzazione in Agricoltura tropicale; ma soprattutto ch’era stato un combattente nella lotta di Liberazione dalla dominazione nazifascita e caucasica: dopo aver contribuito a creare una rete resistenziale in Carnia, il coordinamento dei CLN di vallata, il comando unificato delle 5 brigate Osoppo-Garibaldi operanti in Carnia, del quale divenne Commissario unico, era stato nel 1944 tra i padri costituenti ad Ampezzo della Giunta Civile di Governo della Zona Libera della Carnia. Così lo ricorda nel giugno di quell’anno Tiziano Dalla Marta nel suo libro autobiografico Il volo del rondone: “Trentenne, bello nella divisa kaki, il fazzoletto verde intorno al collo. Con voce quasi musicale, gli occhi chiari che guardavano lontano come per trovare l’ispirazione al suo argomentare, mi parla di giustizia sociale e di libertà, di democrazia e di autogoverno per un migliore avvenire della Carnia. Non accenna alla violenza che sta disintegrando il mondo, ha la serena determinazione di chi già si prodiga nell’opera di ricostruzione”.

Pur avendo sperimentato di persona il diffuso atteggiamento antipartigiano, non mi pareva che questo suo passato potesse pesare a tal punto su di lui e determinarne come un isolamento, pur tra formali attestati di stima. C’era, infatti, anche qualcos’altro: lui, azionista e poi repubblicano, nel dopoguerra si era avvicinato agli esponenti di Unità popolare ed era “in combutta” coi membri della Giunta di sinistra del sindaco Pesce: i moderati lo guardavano con sospetto, mentre la Questura lo qualificava  come “pericoloso in zona di confine, sospetto di intelligenza con Tito”; di fatto,  venne allontanato dal Friuli anche per aver aggredito verbalmente  il comiziante on. Tiziano Tessitori, che aveva definito gli esponenti di Unità  popolare” quelli delle mantenute”; l’esilio politico dura dal 1953 – Savona, Treviso – fino al 1964, quando può tornare in Regione, ma senza poter mai rivestire la carica , che gli spettava di diritto, per aver superato gli esami di Ispettore Capo per merito distinto; infatti,  quando  vengono nominati i Capi dell’Ispettorato Provinciale di Udine e del Servizio Agrario Autonomo della montagna, Romano viene escluso.

Mai, comunque, una parola di vittimismo e di rancore da parte sua; rabbia certo, indignazione, ma niente odio, fedele, se pur a denti stretti, fino in fondo ai suoi ideali di fratellanza universale; ma i fatti sì, perché si ricordasse la cattiveria del potere, quando, per spirito di indipendenza e di libertà, non ci si sottomette ad esso. Fatti, storia, individuale e collettiva; ma, da antieroe, non ha mai voluto porsi come saccente maestro: “Vedi – mi diceva -, io ti dico quello che ho fatto, non so se bene o male. Tu scegli e utilizza quello che ritieni valido”: responsabilizzava l’interlocutore, lo costringeva a riflettere, a valutare, a formarsi un giudizio personale e autonomo: maieutico, socratico nel suo sapere di non sapere, ma fermo nei propri ideali (europeista ante litteram diede al figlio il nome di:Euro),  nelle proprie convinzioni e nell’ interminato amore per la sua terra.

A guerra appena finita, il 19 maggio 1945 vede la luce ad opera sua il settimanale Carnia, la cui direzione dopo il numero 13 deve abbandonare, per motivi di lavoro: doveva pensare alla famiglia,  sostenuta fino allora soprattutto dal lavoro della moglie Lida Benardelli, che aveva sposato nel 1941. Sotto lo pseudonimo di Cino da Monte rilancia, memore delle esperienze del primo Novecento e della Zona Libera,  i temi del cooperativismo e la necessità di un organo di autogoverno e autodeterminazione della Carnia (sarà affidato a lui il compito di studiare lo statuto della Magnifica Comunità Cadorina e di preparare una bozza per quella che nel 1947 sarà la Comunità Carnica; bozza bocciata, perché troppo ‘autonomista’): “La Carnia è una piccola regione: la lingua, la razza, il sentimento, le consuetudini dei suoi figli, i problemi di carattere industriale, commerciale, agricolo, pastorale, identici  o quasi  in ciascuna delle valli, ne fanno un’unità distinta dal Friuli non scindibile in parti più piccole. I problemi della Carnia in Friuli son poco sentiti perché non sono gli stessi; inoltre Udine è troppo lontana anche in chilometri da tali problemi.”

Cosa ha rappresentato per me l’incontro con Romano? E’ stato, nella oscura selva sociale carnica, una guida come Virgilio per Dante, come ho abbozzato in alcuni versi a lui dedicati, mai compiuti, nel 1995: “Hai preso per mano e guidato/ nei sentieri della storia/ un incompiuto, istinto di vita/  nella ragnatela della morte/ dell’anima./  Perché camminare?/ chiedeva il rinunciatario. So/ già dove mi porti, in un mondo/ di morti. Non sono tutti tarantole/ gli uomini, rispondevi antico,/ e con la mano premurosa/ levavi/ le ragnatele dagli orecchi.  / Ora senti, se pur confusamente,/ brusio chiacchiere voci pianti/ strida lamenti sussurri d’amore/ godimenti: libera i rumori/ che hai dentro e scopri la tua voce./ L’afasíco balbettava/ fin che modulava il suo nome,/ odiandolo. Panoramico guardati,/ distante da te come da giovane,/ quand’eri più forte del tuo dolore…”

Ne scrivo al passato, perché inevitabilmente un’amicizia che dura da oltre cinque lustri è intrecciata di ricordi, ma Romano è ben presente nella sua nobile e assorta figura, sempre combattivo, curioso e acuminato lettore di giornali e libri e della realtà, vicina e lontana, che ci circonda. Discutemmo un giorno del romanzo di Volponi Le mosche del capitale ed ecco che, pochi giorni dopo, arrivò con il libro del 1952 di Adriano Olivetti, Società, Stato, Comunità, per confermare la sua sintonia d’idee con lo scrittore urbinate, che si era formato proprio a Ivrea: un ideale di progresso sociale, fondato sulla conciliazione tra capitalismo sociale e socialismo liberale, che era poi, con tutte le contraddizioni, quello che aveva determinato il suo avvicinamento, tramite Fermo Solari, al Partito d’Azione,  a Giustizia e Libertà.

Un altro giorno lo vedo molto abbattuto: l’attuale Giunta regionale ha distrutto le Comunità Montane, figlie della Comunità Carnica: indignato mi guarda e come è solito, quando è in questo stato di tensione, col collo incavato nelle spalle e il mento sul petto, esplode in una furente condanna e riprende amaramente ad enumerare le spoliazioni subite dalla Carnia e dalla montagna friulana, ricordando, tra l’altro, il convegno che, col supporto del periodico Macchie, avevamo organizzato insieme a Tolmezzo nel giugno 1981 sul tema: Una proposta di sviluppo e di autonomia per la Zona Alpina (istituzione del Circondario come dall’art. 129 della Costituzione): anche i  comuni fallimenti ci hanno uniti.

Pochi anni fa mi consegnò un suo manoscritto: I due scogli morali di Caio Gracco, sorta di psicodramma con bellissimi passaggi descrittivi: Caio Gracco, sul punto di morire, è lo specchio, sereno e stoico del suo scacco: il tribuno della plebe sconfitto dal corrotto Senato-politicante e dalla voracità dei Cavalieri-faccendieri, ma anche da una plebe non cresciuta civilmente e culturalmente, nonostante tutti gli sforzi, per educarla e trasformarla da anonima ‘gente’ in cittadini.  Pensavo, appunto per questo suo contenuto autobiografico, di pubblicarlo ora, così come, in occasione dei suoi ottant’anni, avevo pubblicato il suo scritto visionario e onirico-allucinato, L’Ors di Pani, anch’esso ricordato nell’articolo citato di Magris, documento intenso di una esperienza biografica fondamentale: la dolorosa e sofferta conquista della ‘maturità’ – proprio in Pani aveva attrezzato un primo rifugio di armi e viveri per la Resistenza.

Invero, Romano, personalità complessa e sfaccettata, difficile da etichettare o da fissare in un’immagine statica, è (è stato) soprattutto un intellettuale non teoretico, ma pragmatico; un intellettuale alla Vittorini, che non ha “suonato il piffero” per nessun dogmatismo; o, se si vuole, come quello delineato da Norberto Bobbio in Politica e cultura del 1955, indipendente nel giudizio, servitore della verità, coscienza critica della società civile in rapporto  dialettico con il ceto politico: quanto basta per essere guardato con diffidenza un po’ da tutti: il prezzo della libertà.

Conoscitore di scienza e acuto lettore di opere letterarie (è sua la definizione di Siro Angeli come “scienziato del metro e dell’anima”), le nostre conversazioni spesso si allontanavano dalle delusioni della storia sulle orme di Leopardi, verso l’infinito, verso la libertà di mondi possibili, che continuano a vivere dentro Romano: “Solo attraverso l’istruzione di livello superiore e attraverso la cultura la Carnia potrà superare i suoi ritardi sociali ed uscire dalla marginalità economica”. Coerente fino in fondo con questa sua convinzione ha promosso con altri la creazione in collaborazione con l’Università di Trieste del Centro Botanico sul monte Pura ad Ampezzo; si è battuto per l’istituzione a Tolmezzo del Centro Plurilinguistico Internazionale (poi trasferito a Udine anche per l’insipienza dei carnici);  è stato tra i fondatori del Coordinamento dei Circoli Culturali della Carnia e, fino a poco tempo fa, per quasi un decennio, ha insegnato all’Università della Terza Età.

A questo punto dovrei ricominciare da capo e scrivere della moglie Lida, senza la cristiana vicinanza e ‘sopportazione’ della quale non avrebbe potuto vivere fedele  ai propri ideali e valori, ed essere l’uomo ch’è stato.       

Carnia: Romano, il partigiano più vecchio d’Italia, ecco la sua storia

di Gino Grillo.
«Si potrebbe idealmente considerare il nostro presidente della Repubblica carnica». Parole del sindaco di Tolmezzo Francesco Brollo rivolte a Romano Marchetti, che con i suoi 102 anni è il più vecchio partigiano d’Italia. Una frase che calza a pennello: Marchetti nel 1944 faceva infatti parte della Giunta della costituente della Repubblica Libera della Carnia, da dove scaturirono diverse novità che hanno poi trovato spazio nella Costituzione italiana, come il voto alle donne, la promozione della cultura e dell’istruzione. Nato a Tolmezzo il 26 gennaio 1913, Romano – a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale – è lucido e determinato nelle sue osservazioni anche sul mondo attuale, tenendo sempre fede a quegli ideali che lo hanno portato a unirsi ai combattenti per la libertà. Una fede tuttora vivissima visto che domenica ha sottoscritto nella sua città il rinnovo della tessera dell’Anpi. Esperto di agraria, attualmente è il presidente onorario della Sezione Anpi di Tolmezzo. Dopo la laurea si era specializzato in agronomia tropicale assolvendo a importanti incarichi in Italia e in Africa. E di quegli anni Romano ha ancora ricordi vivissimi, in particolare della guerra, tra il 1940 e il 1945. «Fui mandato a combattere in Albania e Grecia con il grado di tenente per venire poi assegnato alla direzione di un’azienda agricola gestita dall’esercito a Prestrane di Postumia, dove rimasi sino all’armistizio». All’epoca Marchetti aveva già maturato la sua idea politica: l’Italia avrebbe dovuto essere «democratica e antifascista». Il suo antifascismo nasce, ricorda, «quando venni colpito dallo zampillo della terra causato da una bomba dei tedeschi dopo l’8 settembre: quegli stessi tedeschi che sino a poche ore prima erano miei commilitoni». Conscio di avere quali sottostanti più contadini che soldati, Marchetti li invitò, l’8 settembre 1943, a non far rientro ai loro reparti, ma a dirigersi verso casa o di seguire il suo esempio, spiegando che la sua scelta era quella di aderire alle forze di resistenza slave. Sulla via del rientro, sceso dal Monte Re, il suo anelito di libertà, che ancora lo permea, lo spinse ad accollarsi la responsabilità di lasciar partire dalla casera un reparto di soldati italiani. «C’era incertezza, nessuno neanche a Roma sapeva cosa fare. Immaginarsi noi. Ma un capitano non voleva lasciare andare i soldati e mi chiese di firmare un foglio dove mi assumevo io la responsabilità». Marchetti firmò il foglio, e i soldati lo seguirono verso la libertà. «Se conosci l’effetto delle tue azioni, sei libero, e io, come uomo, mi sentivo libero». Dopo diverse peripezie, Marchetti raggiunse in treno e in divisa, la moglie a Cormons, poi, in bicicletta si recò a Udine in caserma dove si accorse che la stessa era stata occupata dai tedeschi. Da qui l’idea di raggiungere la Carnia passando per Maiano, «luogo dove avevo frequentato le scuole e avevo diversi amici». «Qui – prosegue – presi i primi contatti con le forze della Resistenza». Alla quale ha aderito per combattere contro i nazifascisti, assumendo il nome di “Cino Da Monte”. La sua carriera lo vede militare nella Brigata partigiana “Osoppo-Carnia” in veste di delegato politico. Nell’estate del 1944 fu chiamato a far parte della giunta di governo della Zona libera della Carnia che aveva posto la sua capitale ad Ampezzo, in qualità di rappresentante dei partigiani della “Osoppo”. Infine assunse il ruolo di commissario del Gruppo Brigate “Garibaldi Osoppo Carnia” svolgendo il suo compito di orientamento sino alla Liberazione. Ancora vigile, ricorda le fasi del suo lungo passato, che non rinnega, anche se esiste qualche dubbio sui nostri giorni. Romano lamenta il “tradimento” della guerra di Liberazione: «Mi sento di dover chiedere scusa per non essere riuscito a portare a termine gli obiettivi che mi ero prefissato, assieme agli altri partigiani durante la lotta di liberazione». Marchetti si riferisce alla mancata attuazione dell’articolo 129 della Costituzione che parlava di «circondari» quali alternativa alle Province. Lacunosi rimangono i temi della scuola e della cultura, «mortificate purtroppo dalla mancanza di scuole di livello superiore e universitario sul territorio». Solo «attraverso la cultura la Carnia potrà superare i suoi ritardi sociali e uscire dalla marginalità economica». E sino a pochi anni fa, Romano si è prodigato per la sua Carnia insegnando all’Università della Terza Età.

Carnia: festa per i 102 anni di Romano Marchetti

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di Pierpaolo Lupieri

Ho avuto occasione recentemente di scambiare due parole e un bicchiere di vino con Romano Marchetti, il partigiano osovano “Cino da Monte”, 102 anni appena compiuti (26 gennaio), in suddetta circostanza passati un po in sordina, quasi fossero scontati. Più di un secolo scivolato con levità, suo padre fu direttore didattico di Mussolini per capirsi, al tempo maestro tolmezzino irrequieto ed insubordinato. Sorprende la straordinaria lucidità di Romano. Vien naturale chiedergli il mistero della longevità: «mangiare poco, bere un po di più», sorride. Voglio farmi ripetere la profondità dei nomi dati ai figli. Il primo “Euro”, non certo come la moneta unica di oggi, ma come il continente unito di ieri. Mentre i nazisti lo cercavano ancora casa per casa, Romano intuiva con lungimiranza che bisognava rifare l’Europa, martoriata dalla guerra, anche con i tedeschi occupanti del momento, ma cooperanti solidali del futuro. Un’Europa che però Marchetti voleva come Elvio, il secondo, da Helvetia federale e cantonale perché nessuna democrazia può essere tale se non vi è, per ogni cittadino, un “pendolarismo” massimo accettabile dai centri decisionali come nei cantoni Svizzeri. Mazzini e Cattaneo racchiusi nei nomi dei figli. Davvero straordinario come tutta la Sua storia. Se davvero fosse premiato l’ottimismo anagrafico del nostro ex premier Silvio Berlusconi: “arriveremo tutti a 120 anni”, sarei felice che fosse Romano a tagliare per primo questo ambizioso traguardo.

 

Carnia: i 101 anni di Romano Marchetti

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di Ermes Dorigo.

“Une côce in miéč al prât/ une côce iò ai cjatât”: così cantilenando, arrivava coi suoi occhietti furbi il pittore Arturo Cussigh e si sedeva, al Roma, accanto a Romano e a me vicino al fogolâr, balcone sopraelevato, da dove si dominava la sala affollata di avventori, seduti o in piedi sulle verdi piastrelle abrase attorno al bancone, appartati dal romorìo a folate dell’ambiente fumigante; di tempo in tempo passava Gianni Cosetti, assorto o ruspio o amabile conversatore, ad attizzare il fuoco ed una sontuosa fiamma, che dalla primavera all’autunno era sostituita dalle traboccanti e sgargianti composizioni floreali della sorella Liliana. Era divenuto un appuntamento rituale: l’ironia di Cussigh e la passione indignata di Romano che, traendo dalla tasca un foglio dopo l’altro, dimostrava con grafici, ragionamenti, schizzi il tradimento nei confronti della Carnia dei politici locali, succubi del latrocinio udinese. Credo che il nostro primo incontro a tu per tu sia avvenuto dopo il terremoto del 1976 proprio sull’entrata del Roma e che egli si sia rivolto a me con un rimbrotto, per aver io definito eccessivo, in uno dei tanti incontri culturali, cui partecipavamo entrambi, il suo anti-udinesismo: “Puoi pure dissentire, ma devi rispettare anche le opinioni che non condividi!”, mi disse con sguardo fermo, poi quasi volò via lungo il marciapiede con l’impermeabile svolazzante che pareva il tenente Colombo, pensai; similitudine appropriata, mi resi conto in seguito, in quanto anche lui sommesso e modesto, antiretorico, dissimulatore delle proprie grandi qualità di intelligenza critica e investigativa: documenti, leggi, fatti, prove a smascherare i falsi alibi dei politicanti. In seguito, da diverse occasionali conversazioni, seppi che era nato il 26 gennaio 1913 a Tolmezzo, da Rachele Diana di Maiaso (compresi così il motivo del suo profondo legame con questo paese e con la Cooperativa di Lavoro di Enemonzo, che aveva contribuito a fondare) e dal direttore didattico Sardo Marchetti, quello stesso, me la mostrò qualche anno dopo, che aveva steso nel 1907 la sua relazione su Benito Mussolini, maestro a Tolmezzo, ripresa con grande evidenza da Claudio Magris sul Corriere della sera del 27 febbraio 1993: “Il Sig. Benito Mussolini non fu un maestro senza una naturale disposizione all’arte educativa, ma senza metodo, mancante di quei mezzi e abilità che sono istromenti indispensabili all’educatore, senza la chiara visione di quanto deve impartire nella scuola, disorganico nel procedimento; il sig. Benito Mussolini (pur riconoscendogli il suo lavoro) ha ottenuto frutti scarsi. Avrebbe potuto raggiungere un profitto molto migliore se avesse dato alla scuola buona parte delle sue non comuni risorse intellettuali”. Appresi, inoltre, che era agronomo, laureato a Firenze e con una specializzazione in Agricoltura tropicale; ma soprattutto ch’era stato un combattente nella lotta di Liberazione dalla dominazione nazifascita e caucasica: dopo aver contribuito a creare una rete resistenziale in Carnia, il coordinamento dei CLN di vallata, il comando unificato delle 5 brigate Osoppo-Garibaldi operanti in Carnia, del quale divenne Commissario unico, era stato nel 1944 tra i padri costituenti ad Ampezzo della Giunta Civile di Governo della Zona Libera della Carnia. Così lo ricorda nel giugno di quell’anno Tiziano Dalla Marta nel suo libro autobiografico Il volo del rondone: “Trentenne, bello nella divisa kaki, il fazzoletto verde intorno al collo. Con voce quasi musicale, gli occhi chiari che guardavano lontano come per trovare l’ispirazione al suo argomentare, mi parla di giustizia sociale e di libertà, di democrazia e di autogoverno per un migliore avvenire della Carnia. Non accenna alla violenza che sta disintegrando il mondo, ha la serena determinazione di chi già si prodiga nell’opera di ricostruzione”. Pur avendo sperimentato di persona il diffuso atteggiamento antipartigiano, non mi pareva che questo suo passato potesse pesare a tal punto su di lui e determinarne come un isolamento, pur tra formali attestati di stima. C’era, infatti, anche qualcos’altro: lui, azionista e poi repubblicano, nel dopoguerra si era avvicinato agli esponenti di Unità popolare ed era “in combutta” coi membri della Giunta di sinistra del sindaco Pesce: i moderati lo guardavano con sospetto, mentre la Questura lo qualificava come “pericoloso in zona di confine, sospetto di intelligenza con Tito”; di fatto, venne allontanato dal Friuli anche per aver aggredito verbalmente il comiziante on. Tiziano Tessitori, che aveva definito gli esponenti di Unità popolare” quelli delle mantenute”; l’esilio politico dura dal 1953 – Savona, Treviso – fino al 1964, quando può tornare in Regione, ma senza poter mai rivestire la carica , che gli spettava di diritto, per aver superato gli esami di Ispettore Capo per merito distinto; infatti, quando vengono nominati i Capi dell’Ispettorato Provinciale di Udine e del Servizio Agrario Autonomo della montagna, Romano viene escluso. Mai, comunque, una parola di vittimismo e di rancore da parte sua; rabbia certo, indignazione, ma niente odio, fedele, se pur a denti stretti, fino in fondo ai suoi ideali di fratellanza universale; ma i fatti sì, perché si ricordasse la cattiveria del potere, quando, per spirito di indipendenza e di libertà, non ci si sottomette ad esso. Fatti, storia, individuale e collettiva; ma, da antieroe, non ha mai voluto porsi come saccente maestro: “Vedi – mi diceva -, io ti dico quello che ho fatto, non so se bene o male. Tu scegli e utilizza quello che ritieni valido”: responsabilizzava l’interlocutore, lo costringeva a riflettere, a valutare, a formarsi un giudizio personale e autonomo: maieutico, socratico nel suo sapere di non sapere, ma fermo nei propri ideali (europeista ante litteram diede al figlio il nome di:Euro), nelle proprie convinzioni e nell’ interminato amore per la sua terra. A guerra appena finita, il 19 maggio 1945 vede la luce ad opera sua il settimanale Carnia, la cui direzione dopo il numero 13 deve abbandonare, per motivi di lavoro: doveva pensare alla famiglia, sostenuta fino allora soprattutto dal lavoro della moglie Lida Benardelli, che aveva sposato nel 1941. Sotto lo pseudonimo di Cino da Monte rilancia, memore delle esperienze del primo Novecento e della Zona Libera, i temi del cooperativismo e la necessità di un organo di autogoverno e autodeterminazione della Carnia (sarà affidato a lui il compito di studiare lo statuto della Magnifica Comunità Cadorina e di preparare una bozza per quella che nel 1947 sarà la Comunità Carnica; bozza bocciata, perché troppo ‘autonomista’): “La Carnia è una piccola regione: la lingua, la razza, il sentimento, le consuetudini dei suoi figli, i problemi di carattere industriale, commerciale, agricolo, pastorale, identici o quasi in ciascuna delle valli, ne fanno un’unità distinta dal Friuli non scindibile in parti più piccole. I problemi della Carnia in Friuli son poco sentiti perché non sono gli stessi; inoltre Udine è troppo lontana anche in chilometri da tali problemi.” Cosa ha rappresentato per me l’incontro con Romano? E’ stato, nella oscura selva sociale carnica, una guida come Virgilio per Dante, come ho abbozzato in alcuni versi a lui dedicati, mai compiuti, nel 1995: “Hai preso per mano e guidato/ nei sentieri della storia/ un incompiuto, istinto di vita/ nella ragnatela della morte/ dell’anima./ Perché camminare?/ chiedeva il rinunciatario. So/ già dove mi porti, in un mondo/ di morti. Non sono tutti tarantole/ gli uomini, rispondevi antico,/ e con la mano premurosa/ levavi/ le ragnatele dagli orecchi. / Ora senti, se pur confusamente,/ brusio chiacchiere voci pianti/ strida lamenti sussurri d’amore/ godimenti: libera i rumori/ che hai dentro e scopri la tua voce./ L’afasíco balbettava/ fin che modulava il suo nome,/ odiandolo. Panoramico guardati,/ distante da te come da giovane,/ quand’eri più forte del tuo dolore…” Ne scrivo al passato, perché inevitabilmente un’amicizia che dura da oltre cinque lustri è intrecciata di ricordi, ma Romano è ben presente nella sua nobile e assorta figura, sempre combattivo, curioso e acuminato lettore di giornali e libri e della realtà, vicina e lontana, che ci circonda. Discutemmo un giorno del romanzo di Volponi Le mosche del capitale ed ecco che, pochi giorni dopo, arrivò con il libro del 1952 di Adriano Olivetti, Società, Stato, Comunità, per confermare la sua sintonia d’idee con lo scrittore urbinate, che si era formato proprio a Ivrea: un ideale di progresso sociale, fondato sulla conciliazione tra capitalismo sociale e socialismo liberale, che era poi, con tutte le contraddizioni, quello che aveva determinato il suo avvicinamento, tramite Fermo Solari, al Partito d’Azione, a Giustizia e Libertà. Un altro giorno lo vedo molto abbattuto: l’attuale Giunta regionale ha distrutto le Comunità Montane, figlie della Comunità Carnica: indignato mi guarda e come è solito, quando è in questo stato di tensione, col collo incavato nelle spalle e il mento sul petto, esplode in una furente condanna e riprende amaramente ad enumerare le spoliazioni subite dalla Carnia e dalla montagna friulana, ricordando, tra l’altro, il convegno che, col supporto del periodico Macchie, avevamo organizzato insieme a Tolmezzo nel giugno 1981 sul tema: Una proposta di sviluppo e di autonomia per la Zona Alpina (istituzione del Circondario come dall’art. 129 della Costituzione): anche i comuni fallimenti ci hanno uniti. Pochi anni fa mi consegnò un suo manoscritto: I due scogli morali di Caio Gracco, sorta di psicodramma con bellissimi passaggi descrittivi: Caio Gracco, sul punto di morire, è lo specchio, sereno e stoico del suo scacco: il tribuno della plebe sconfitto dal corrotto Senato-politicante e dalla voracità dei Cavalieri-faccendieri, ma anche da una plebe non cresciuta civilmente e culturalmente, nonostante tutti gli sforzi, per educarla e trasformarla da anonima ‘gente’ in cittadini. Pensavo, appunto per questo suo contenuto autobiografico, di pubblicarlo ora, così come, in occasione dei suoi ottant’anni, avevo pubblicato il suo scritto visionario e onirico-allucinato, L’Ors di Pani, anch’esso ricordato nell’articolo citato di Magris, documento intenso di una esperienza biografica fondamentale: la dolorosa e sofferta conquista della ‘maturità’ – proprio in Pani aveva attrezzato un primo rifugio di armi e viveri per la Resistenza. Invero, Romano, personalità complessa e sfaccettata, difficile da etichettare o da fissare in un’immagine statica, è (è stato) soprattutto un intellettuale non teoretico, ma pragmatico; un intellettuale alla Vittorini, che non ha “suonato il piffero” per nessun dogmatismo; o, se si vuole, come quello delineato da Norberto Bobbio in Politica e cultura del 1955, indipendente nel giudizio, servitore della verità, coscienza critica della società civile in rapporto dialettico con il ceto politico: quanto basta per essere guardato con diffidenza un po’ da tutti: il prezzo della libertà. Conoscitore di scienza e acuto lettore di opere letterarie (è sua la definizione di Siro Angeli come “scienziato del metro e dell’anima”), le nostre conversazioni spesso si allontanavano dalle delusioni della storia sulle orme di Leopardi, verso l’infinito, verso la libertà di mondi possibili, che continuano a vivere dentro Romano: “Solo attraverso l’istruzione di livello superiore e attraverso la cultura la Carnia potrà superare i suoi ritardi sociali ed uscire dalla marginalità economica”. Coerente fino in fondo con questa sua convinzione ha promosso con altri la creazione in collaborazione con l’Università di Trieste del Centro Botanico sul monte Pura ad Ampezzo; si è battuto per l’istituzione a Tolmezzo del Centro Plurilinguistico Internazionale (poi trasferito a Udine anche per l’insipienza dei carnici); è stato tra i fondatori del Coordinamento dei Circoli Culturali della Carnia e, fino a poco tempo fa, per quasi un decennio, ha insegnato all’Università della Terza Età. A questo punto dovrei ricominciare da capo e scrivere della moglie Lida, senza la cristiana vicinanza e ‘sopportazione’ della quale non avrebbe potuto vivere fedele ai propri ideali e valori, ed essere l’uomo ch’è stato

Tolmezzo: Romano Marchetti festeggiato in Municipio per i suoi 100 anni


di Mara Vidoni e Adriano Rainis.

Il 26/01/2003 alle 16 nella Sala Consiliare del Comune di Tolmezzo si è festeggiato il centenario di Romano Marchetti. Questo signore ex combattente è un esempio lucido e vivente di come si intende la Costituzione Italiana, ne aveva parlato anche al Presidente della Repubblica in occasione della sua visita a Illegio per una mostra, consegnandole la petizione con la firma dei 44 sindaci del circondario per la salvezza del Tribunale di Tolmezzo. Oggi alla veneranda età di 100 anni ha commentato durante i festeggiamenti in suo onore che l’art. 34 della costituzione è stato violato con la riforma della geografia giudiziaria non essendo data la possibilità di una giustizia di prossimità citando anche l’art. 3 sempre della Costituzione. Ha finito il suo discorso dicendo che chi tradisce la Carnia togliendole i servizi è tradire l’Italia Costituzionale.
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di Adriano Rainis.
La festa, che l’ANPI in collaborazione col comune di Tolmezzo ha voluto tributare a Romano Marchetti per i suoi 100 anni,  è stata soprattutto un incontro fra tanti vecchi e giovani e questo uomo, a volte ruvido, ma mai chiuso. Nella sala del Consiglio comunale di Tolmezzo si sono radunate quasi duecento persone, di ogni età, che dimostrare affetto e riconoscenza all’uomo ed alla sua storia di uomo libero.Tante le istituzioni rappresentate da sindaci, consiglieri regionali, provinciali e comunali, il Presidente della Giunta regionale Renzo Tondo a rappresentare tutti i cittadini del Friuli in questo anniversario centenario del comandante partigiano Cino da Monte.L’atmosfera è stata molto semplice e di convinta partecipazione, tutti attenti alla rievocazione precisa dei percorsi di vita fatta dal prof D’Avolio, Dall’impegno politico continuo, anche nel momento della venuta di Napolitano con la consegna della petizione salva tribunale firmata dai 44 sindaci dell’AF, e gli insegnamenti critici dati ad amministratori attuali e passati. La forza del comandante partigiano Cino da Monte, attento ad unire più che dividere, per essere più forti nel momento della formazione della Libera repubblica di Carnia, è stata ricordata dal presidente provinciale dell’ANPI Federico Vincenzi ed infine Renzo Tondo che ne ha ricordato la figura morale, aspra ed attenta all’etica della politica, sempre attenta a mettere i problemi della periferia debole, come quella della montagna, in massima attenzione citando gli articoli 3 e 44 della Costituzione della Repubblica Italiana e delle reprimende avute spesso per dimenticanze che Marchetti gli faceva per scelte, a suo dire, che andavano ad impoverire e comunque ad aumentare la distanza fra cittadini della montagna e della città.Infatti nelle parole di ringraziamento, che Romano Marchetti ha rivolto all’uditorio, c’era ancora una volta una esortazione a non dimenticare la scuola di montagna ed i suoi allievi, al fine che questi potessero avere tutte le possibilità di apprendere che hanno gli alunni del restante territorio della regione.

A Seguire, gli è stato consegnato il libro biografico da parte dell’autrice Matelda Puppini e da Giovanni Spangaro Presidente Istituto friulano per la Storia del Movimento di Liberazione.

Per finire si è tenuto un rinfresco presso le sale dell’Albergo Roma.