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Carnia: Salars mobilita artisti e scrittori e fa sentire “Le voci dell’acqua”

di PAOLO MEDEOSSI.
L’acqua non fa piú notizia e, se lo fa, accade solo quando rappresenta un problema, un’emergenza, oppure un fatto commerciale. Le previsioni meteorologiche, seguendo la moda che semina insicurezza sempre e comunque, alla vigilia di un temporale un po’ impegnativo annunciano di sicuro l’arrivo di “bombe d’acqua”. E poi ci sono le alluvioni, le inondazioni appena a fine estate qualche fiume si ingrossa e fa i capricci. E poi c’è l’acqua impacchettata, imbottigliata, rinchiusa, domata e portata a spasso per l’Italia visto che quella di rubinetto è ormai un oggetto misterioso e pericoloso. In poche parole, ci hanno sottratto l’acqua, portata via, privatizzata, e il fatto clamoroso è avvenuto in modo strisciante e silenzioso, senza che nessuno (o quasi) avesse qualcosa da ridire. Allora ha ragione Paolo Rumiz quando scrive: «Il piú sublime dei simboli e il piú comunitario dei beni, il segno piú antico della condivisione, la quintessenza della purezza, è diventato un bene prigioniero. Il rumore dell’acqua che scorre non è piú una ninnananna per i nostri figli, i torrenti hanno smesso di essere uno spazio di gioco. Non soltanto nelle città, ma anche nelle campagne. Persino in montagna. Una mutazione culturale drammatica, di cui vediamo le conseguenze: frane, alluvioni, siccità. Non sappiamo piú usare l’elemento primordiale e piú diffuso in natura. Da qui una domanda: perché ci nascondono l’acqua?». Già, perché? La grande vittoria sociale nel secolo scorso fu quando l’acqua arrivò nelle case perché prima bisognava prenderla nella fontana in cortile o lungo le rogge. Oggi abbiamo accettato di tornare indietro, siamo di nuovo portatori d’acqua. Dunque, afferma sempre Rumiz, ben venga una mostra o un libro che ricordi l’esistenza dell’acqua, ne accenda la nostalgia, la celebri e la benedica con immagini limpide, intense. E dove farlo al meglio se non sulle montagne di casa nostra? Ecco, tutta questa è la premessa per accostarsi nel giusto modo a una serie di iniziative che, come accade da qualche anno, vanno in scena a fine agosto, sul ciglio dell’estate, in un paesino carnico che riaccende la fantasia, l’immaginazione e la sincerità. Questo posto è la “cjasa da Duga”, a Salars di Ravascletto, borgo della memoria cresciuto grazie all’opera e alla passione della fotografa Ulderica Da Pozzo, che vi propone le sue visioni, il suo mondo. “Le voci dell’acqua” (titolo anche di un libro pubblicato dalla Forum con la prefazione di Paolo Rumiz) è il tema scelto per quest’anno, basato su una mostra che sarà inaugurata domani, alle 18. In tale occasione sarà pure presentata la rivista culturale “Tam Tam”, la cui idea spuntò proprio a Salars un anno fa, in un’atmosfera di naturalezza e suggestione molto particolari. Il programma predisposto da Ulderica continuerà con questi appuntamenti: martedí 23, alle 20.30, “Dietro lo specchio delle acque: riti e altri prodigi nel Friuli arcaico”, immagini e parole con Angelo Floramo; il 24, 25 e 26 agosto “Fotografare l’acqua” con i bambini dai 7 agli 11 anni; martedí 30, alle 20.30, “Storia di una donna che guarda al dissolversi di un paesaggio”, poesie e lettura di Antonella Bukovaz, video di Paolo Comuzzi, musica di Antonio Della Marina: venerdí 9 settembre, alle 20,30, “Viandanze” con lo scrittore triestino Luigi Nacci; sabato 10 settembre, “Passi e poesia nei luoghi della memoria”, camminata con Luigi Nacci, Alessandra Beltrame e il gruppo Rolling claps. In caso di pioggia, tutti gli incontri si svolgono nella chiesa di San Giovanni, vicino alla “cjasa da Duga”. Insomma, da Salars arriva un messaggio chiaro e limpido: riprendiamoci fiumi, torrenti, ruscelli attraverso le foto di Ulderica o passeggiandoci accanto. Non occorrono grandi imprese e salite. Piccolo esempio: la strada che parte da Comeglians e va, dopo un paio di brevi gallerie, verso il magico Rio Margò. Sotto, a decine di metri, scorre affascinante il Degano con il suo suono armonioso, i suoi colori, una bellezza antica e dimenticata. Non possiamo perdere tutto questo. Basta uno sguardo e si ricomincia.