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Friuli: fra Treppo e Ligosullo una fusione che è una sfida per il futuro della Carnia

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di ALBERTO TERASSO.
Ci hanno provato in tanti, ma il bandolo della matassa, finora l’hanno trovato così in pochi, che per esempio Rivignano-Teor resta scolpito nella storia della fusione dei comuni. Adesso, tra quelli che ci credono, ci sono Treppo Carnico e Ligosullo. Si scherzava un tempo, in politica, sulla scissione dell’atomo, partiti che sfidavano consensi da prefissi telefonici. Qui siamo alla fusione, non semplice, tra Comuni-pulviscolo. Piccoli numeri, ma la sfida resta: finora ha prevalso il motto “divisi, fin che morte non ci unisca”. In Alta Carnia, la sfida nasce tra due realtà che, mettendosi insieme per chiamarsi Treppo Ligosullo, sfiorano i mille abitanti: Ligosullo poco più di 100; Treppo, generoso, poco più di 600. Però nelle terre alte del Friuli, la storia accompagna ogni momento. Più volte nella realtà complessiva della Val Pontaiba, le due realtà si sono volute, prese e abbandonate. Gente che ha saputo ipotecare il futuro con la Secab, la storica cooperativa elettrica, così, quando è arrivata la Sade-Enel, la comunità era già pronta a dire che qui funziona in altro modo: cooperativismo, gente che dà e riceve in proporzione. Altre alchimie non si conoscono. Gente che sa che appena dietro i tornanti monte Croce Carnico c’è Kotschach-Mauthen, l’Austria che funziona, verde, ecologica quella che crea pendolarismo per i carnici che vanno a produrre gli scambiatori di calore italiani. «Quelli, oltre il confine, sono due comuni che hanno dato vita al processo di integrazione e sviluppo quasi quarant’anni fa – dice il sindaco di Treppo Carnico, Luigi Cortolezzis, un cognome che fa storia da queste parti – Ebbene, bisogna sapere, quando andiamo a trastullarci nella spa carinziana, che quel centro benessere è stato il primo intervento garantito dalla fusione dei due comuni». Qui, in Val Pontaiba, è partita un’operazione che sembra fatta in vitro, ma ha radici talmente profonde da riassumere la storia della Carnia, con visioni potenti e voglia di futuro. Si va dal cooperativismo allo sviluppo dell’idroelettrico, alla capacità di resistere in montagna trovando soluzioni uniche, dal polo turistico dello Zoncolan all’acquedotto di valle, alla casa di riposo. Grandi amministratori ma anche gente che si responsabilizza e si gioca una partita altrove impossibile. Pensiamo a Tausia, frazione di Treppo. Sessanta abitanti e un circolo Arci che funziona da vent’anni. «Tutto cominciò con quelli che giocavano a morra – dice Marianna Morocutti, la presidente – volevano una stanza tutta per loro: ora è diventata un punto di riferimento insostituibile». Un avamposto sul confine Treppo-Ligosullo. E il Grest della parrocchia (comprende i due comuni, per restare in tema), curata da don Henry Della Pietra, che porta in Val Pontaiba 80 ragazzini, di cui almeno 50 dalle vallate vicine? La cronaca insiste e guarda a quanto lo stare insieme sia fondamentale, tant’è che chi della solidarietà sa leggere anche le ultime pagine di qualsiasi libro – gli alpini – ha una sezione sola, in comune. E non è un gioco di parole. Che dire della Protezione civile che manda in centr’Italia due giovanotti, uno di Treppo e uno di Ligosullo, per dare una mano dove si deve: non è forse lo spot più chiaro di quanto «senza la voglia di stare assieme non si va da nessuna parte?». L’esperimento in vitro è essenziale. Lo dimostra quanto la Regione scommetta su questo passaggio, al punto che proprio dal processo in corso tra i due atomi del microcosmo carnico potrebbe scattare una scintilla che, senza dar fuoco alla prateria, avrebbe il significato di trovare quella password – ancora introvabile – che risolve una situazione fatta di spopolamento e degrado. Un modello, un paradigma. Qualcosa da esportare. L’altro giorno a Treppo Carnico sono saliti Silvia Iacuzzi, di LabFin, Mario Robiony, dell’Università di Udine, e Daniele Gortan, di Compa: con il professor Andrea Caffarelli stanno dando muscoli a questi progetti di fusione. Si lavorerà per mesi in vista del referendum che è previsto per ottobre. Allora sarà la gente a decidere: sì o no. Il nodo è di vedere come quel sano campanilismo che si confonde con l’identità saprà trovare uno sbocco concreto. Ci si trova di fronte a comunità spossate dalle promesse e bloccate da scenari che fanno temere un’insostenibile gestione della vita quotidiana. E spunta quella che Angela Cortolezzis, presidente del circolo culturale, chiama “l’indifferenza”, la possibilità che scommettere sul domani sia un gioco a somma zero. Inutile, vano. E subito arriva, com’è successo in consiglio comunale, l’attacco di chi vede come fumo negli occhi una fusione che potrebbe invece dare gambe a qualcosa che, visti i chiari di luna della montagna friulana, potrebbe essere vicino al capolinea. «Uno schifo» ha tuonato la minoranza. Troppi soldi buttati, uno schiaffo alla miseria. Senza tener conto, pare, che la fusione porta con sé una filosofia – e una pratica – che può stimolare energie e rappresentare un punto di svolta anche per altri comuni. Perché si porta dietro la voglia di avere un domani. Il sindaco non vuole soffermarsi su «convenienze, ricadute e ritorni economici» che pure ci sono e verranno squadernati (unitamente alla possibilità di staccarsi dall’Uti e una volta “fusi” non perdere vantaggi e opportunità). Volare un po’ più alto è comunque un modo di sognare. I due comuni della Val Pontaiba hanno certamente carte importanti per risparmiare, fare piccole economie di scala («In vallata ci sono 6 comuni, 12 scuolabus e tre autisti», per esempio), ma hanno altre briscole da sfruttare: i 5 mila metri cubi annui di legname che totalizzano insieme Treppo e Ligosullo; un patrimonio immobiliare pubblico e privato considerevole, e dimenticato; quel carico da undici che si chiama qualità della vita da proporre al turista e non solo a chi qui ci vive. Fino a ottobre ci sarà modo di parlarne: la gente di qui è abituata ai percorsi in salita.

Barabba e la Carnia, Domenica delle Palme alla Pieve di Gorto

di Alberto Terasso.

Domenica delle Palme alla Pieve di Gorto, con il cielo ancora terso e il saluto sull’angolo del cimitero: bondì animas di Diu. Dice, è suggestivo. No, è molto di più: le pietre parlano una lingua che non si può decifrare, Google maps non le vede, tanto le tracce che nasconde la Pieve sono profonde, un’abbuffata di segni. Nel piccolo piazzale su colle qualche bambino, tanti anziani. I cantori si contano sulle dita di una mano, sempre che possa stendersi, così com’è, bloccata dall’artrite. E le strette di mano a volte sono acrobazie. Chissà se serve la traduzione: “I sin puocs, rabiuos e triscj”.

E non si confonda triste con cattivo. Sì, la cattiveria sparata in silenzio contro il sole freddo di marzo. The frozen winds of march, diceva il poeta.
Faccio la conta e voglio essere generoso: siamo in sessanta ad ascoltare nella lingua della Carnia il racconto della Passione di Cristo. Ma è solo la passione di Cristo o è davvero in quest’alluvione di simboli, la Passione della Carnia? Nessuno, nemmeno il sacerdote, ne fa cenno. Ma, davvero, “i sin in poucs, rabious e triscj”.

La Pieve rilancia il suo mistero, donne e uomini che sono stati qui nei momenti fondamentali della vita, quelli che riposano appena fuori e vigilano, forse, sulla vallata, quelli che ancora cantano e ti perforano l’anima con la forza della lingua e dei secoli andati.

“Salvaiso Crist o Barabba?”
“I vin dit Barabba”.
“Ma a l’è un brigant”.
“I vin dit Barabba!”.

E improvvisamente è come si svelasse all’improvviso quel che sarà, in qualche modo, di noi. Di fronte a quel che ancora ha da dire questa terra e a quanto ha già portato dentro di noi, lo spreco di valori, lo scialare dei riferimenti, il buttare nei cassonetti dell’indistinto una cultura invidiabile. Scegliere Barabba invece che quest’overdose di identità, rappresentata da una chiesa che sembra un faro per le navi in transito. E, intanto, i guardiani del faro sono piegati dagli anni, aggrappati a un’ancora piccola piccola: quella bambina bionda, la cui testa spunta appena dall’altare e che ha il ruolo davvero sproporzionato di servire messa tra quelle colonne di tufo e quel freddo che entra nelle ossa.

I guardiani, gli ultimi che hanno coscienza di una comunità che si sta arrendendo, sono anche la retroguardia dei soldati – uomini e donne – che hanno a lungo messo in piedi progetti e messo via illusioni. Dice: che spettacolo questa Pieve. Una spettacolo – volendo – che dischiude paesaggi interiori da far venire i brividi, ma a che serve. Anzi, verrebbe da dire: ormai, a cosa serve?

“I vin dit Barabba”.
E Barabba non sa che farsene di questa Carnia forse infidelis, a questo punto. Non sa come ridare vita e speranza a un patrimonio umano che si sta sgretolando sotto la voce “curva demografica” e senza che il brigante sappia mettere in piede almeno qualche trovata da malvivente.

“Puos, rabious e triscj”.
De Andrè poetava della “domenica delle salme”, solo un’assonanza che offre rimandi lessicali non da poco. I rimandi, però, sono ancora quelli dell’entrante settimana di Passione. Temo che abbia una durata insopportabile, quassù, che fino al Venerdì santo tutti capiscano quel che sta accadendo.

E’ la Pasqua che non si vede, nemmeno dal colle della Pieve di Gorto.