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Gemona: alla Goi incontra chi gli salvò la vita il 6 maggio 1976

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di Piero Cargnelutti.

Si ritrovano per la seconda volta in 38 anni nel punto in cui uno rischiò la vita e l’altro gliela salvò. Oggi, le commemorazioni in vista del prossimo 6 maggio alla caserma Goi Pantanali in programma nella mattinata, avranno una storia nuova da ricordare iniziata proprio fra le macerie della Goi all’indomani del terremoto del 1976. La storia è quella dei due alpini Amedeo Sottana e Angelo Del Bianco: il primo rischiò di perdere la vita dopo essere rimasto sotto le macerie per 24 ore (il sisma gli causò anche la perdita di una gamba), mentre il secondo lo tirò fuori dopo un pomeriggio intero assieme ad altri quattro uomini. Se Amedeo Sottana, originario di Zerobranco (Treviso) in passato ha già avuto occasione di partecipare alle cerimonie della commemorazione di maggio alla Goi-Pantanali per ricordare i 29 commilitoni che persero la vita in quella tragica notte, Angelo Del Bianco, proveniente da San Martino al Tagliamento e che allora apparteneva al gruppo del Belluno come sottotenente a Pontebba, ha potuto incontrarlo solo un mese fa in un incontro a sorpresa organizzato dalle Ana di Zerobranco e Treviso, e scoprire solo allora, dopo 38 anni, chi era il suo salvatore. Oggi, a Gemona i due si ritroveranno alla Goi per la seconda volta: «Quando il giorno dopo del terremoto – ci ha raccontato Angelo Del Bianco – riuscimmo a tirar fuori dalla macerie Amedeo Sottana era già notte e io ricordo solo suo padre che ci ringraziava e voleva sdebitarsi, ma in quei momenti la priorità erano certamente le condizioni di suo figlio dopo tante ore trascorse a rischio di non farcela. Dopo di che non li rividi più. Poi, essendo sempre rimasto vicino all’Ana, mi capitò di scoprire che Sottana partecipava alle commemorazioni a Gemona, così con la collaborazione tra i gruppi di Treviso e Zerobranco ci siamo ritrovati un mese fa». Da quell’incontro, la volontà successiva di partecipare insieme oggi alle celebrazioni in programma alle 10.30 alla Goi, un modo per ricordare una notte terribile: «Ricordo – ci ha raccontato Angelo Del Bianco – che il giorno dopo il terremoto, da Pontebba eravamo venuti in soccorso a Gemona dove, arrivati alla Goi, inizialmente mi ordinarono di liberare l’arsenale». Fu allora che il sottotenente Del Bianco si mise all’opera tra le macerie notando un uomo (il padre di Sottana) che gridava disperato e scoprì che Sottana era stato individuato fra le macerie ma, nella confusione del momento, nessuno si stava occupando di lui: «Presi con me cinque uomini – conclude Del Bianco – e scavammo tutto il pomeriggio, con mezzi anche improvvisati, finché riuscimmo a liberare Amedeo che era rimasto incastrato sotto un tubo con il corpo di un collega commilitone morto fra le braccia».

Carnia: movimento tellurico di magnitudo 2.4 il 21-01-2013

Un terremoto di magnitudo 2.4 (con una profondità di 10,1 km)è stato registrato alle 12.20 dagli strumebnti dell’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Il terremoto è stato localizzato dalla Rete Sismica Nazionale dell’Ingv nel distretto sismico delle Alpi Carniche ed è stato avvertito nei comuni di Amaro, Arta Terme, Bordano, Cavazzo, Tolmezzo, Verzegnis e Zuglio.

La terra ha tremato ieri mattina in Carnia. Gli strumenti del centro di ricerche sismologiche di Udine hanno infatti registrato una scossa di magnitudo 2.3 con epicentro cinque chilometri a nord-ovest dell’Abitato di Amaro, in pratica sui monti sopra Tolmezzo. La scossa non ha fatto registrare danni a persone o a cose, ma è stata nitidamente percepita in tutta la piana tolmezzina. Il motivo è presto detto: la profondità. L’energia è stata infatti liberata da una profondità di poco superiore ai 10 km. Un’inezia, insomma. Questo, come hanno spiegato i tecnici del Centro di ricerche sismologiche di Udine ha fatto immediatamente propagare l’energia al suolo. Insomma, chi era in casa in un luogo tranquillo e non influenzato ad esempio dai rumori del traffico, si trovava in campagna o ai piani alti degli edifici di Tolmezzo l’ha scossa l’ha percepita. Non una novità del resto per la Carnia terra abituata nei secoli a convivere con i sommovimenti della terra. Sisma del 6 maggio del 1976 e del 15 settembre (che fece molti più danni in Carnia del precedente) dello stesso anno a parte, si ricorda ancora quello nella zona di Moggio del 14 maggio del 2002, un evento di magnitudo ben superiore a quello di ieri, un 4,9 che causò danni soprattutto all’Abbazia. Ieri è andata decisamente meglio con la 40esima scossa registrata nel nord est dal Centro sismologico dall’inizio dell’anno. La più potente? Proprio ieri, una magnitudo 3,8 registrata in Slovenia.

Cineteca del Friuli: il Friuli risorto dal terremoto non merita i tagli

di LIVIO JACOB, Presidente della Cineteca del Friuli.

La fase che stiamo vivendo è molto più che una semplice congiuntura, è una crisi dagli aspetti profondi, e per prima cosa dimostra come le analisi e le misure per superarla siano come al solito a breve termine (tagli lineari) oltre che inefficaci a coglierne il senso autentico. Si fa presto a parlare di tagli come soluzione inevitabile, come se la cultura fosse un accessorio o addirittura un lusso di questi tempi per una comunità che ha ben altri problemi. Non mi soffermo sugli aspetti occupazionali ed economici di un comparto – come è già stato detto – fra i più prolifici in Italia e non solo. Non ripeto neppure, come è stato fatto in questi giorni anche su queste pagine, le considerazioni sul valore civico, intellettuale, di creatività e di rilancio sociale che la cultura porta con sé. Ragioni d’altra parte molto bene espresse dall’intervento di Giorgio Napolitano sui beni culturali. Concordo appieno anche con le affermazioni di Alberto Garlini riportate l’altro ieri: il dramma non sono i soldi, ma la mancanza di idee e di creatività che un tale avvilimento della cultura produrrebbe e per il quale alla fine saremo tutti più tristi e, aggiungo, davvero più poveri. Vorrei ricordare l’orgoglio e la soddisfazione di tutti per la credibilità che il Friuli, a distanza di 36 anni dal terremoto, riesce a dare di sé quando il presidente Napolitano in visita ufficiale porta a esempio la documentazione cinematografica e la conservazione della memoria di cui questa regione è capace, e ciò grazie anche a una struttura come la Cineteca del Friuli che si occupa della raccolta e della salvaguardia delle immagini del territorio. È una credibilità riconoscibile come un valore in tutti gli ambiti, non solo culturali ma anche commerciali, economici e amministrativi. La stessa esperienza del terremoto è ancora un modello per tutti. Questo è l’esempio più eclatante ma ce ne sono molti altri che in questi anni hanno portato l’attenzione sul Friuli Venezia Giulia. Per allargare l’orizzonte all’intera collettività, ricordo solo l’ultima iniziativa in collaborazione con il Cec e Cinemazero, presentata l’altro giorno al presidente del Consiglio regionale Maurizio Franz, del restauro digitale del film Gli ultimi, che a distanza di cinquant’anni continua a vivere. E penso all’incredibile produzione e distribuzione di opere e talenti locali premiati in giro per il mondo che la FVG Film Commission e il Fondo per l’audiovisivo, assieme a realtà che nascono da questo contesto culturale come la Tucker Film, promuovono da tempo e con successo. Risultati che non sarebbero possibili senza strutture, competenze, programmazione e ricerca. Le immagini appena ritrovate negli archivi americani della Grande Guerra in Friuli sono importantissime non solo per noi ma per gli storici della comunità nazionale e internazionale, come dimostrano le collaborazioni già avviate dalla Cineteca del Friuli e dalle Giornate del Cinema Muto in Italia e in Europa. Non a caso la Cineteca è investita dalla Regione della funzione di servizio pubblico e gli è affidato il deposito delle produzioni regionali. Anche altre regioni italiane depositano i loro fondi nell’Archivio Cinema del Friuli Venezia Giulia. Queste attività hanno dei costi, certo, ma siamo disponibili a perdere tutto ciò? A fare finta che non ci interessi o, peggio, che non ci serva? Credo che i tagli lineari di cui si parla in questi giorni stiano a indicare che non si è compreso come si supera una crisi, come se il terremoto non ci avesse insegnato nulla. Per fortuna (e non solo), rimane la cultura a ricordarcelo.

Modena: visita del Dalai Lama al Campo FVG1 di Mirandola gestito dalla Protezione Civile del Friulana

Dopo la visita del presidente della Repubblica Napolitano, il Campo FVG1 di Mirandola in provincia di Modena che accoglie attualmente 400 terremotati dell’Emilia Romagna, accoglierà domenica mattina, alle 11.30, il Dalai Lama. “La visita al campo – ha spiegato il vicepresidente della Regione, Luca Ciriani, che darà il benvenuto al Dalai Lama – sarà un importante momento di speranza e di dialogo sia per le persone duramente colpite dal terremoto che per i nostri volontari che da un mese curano la gestione dei campi in Emilia Romagna”.

Il numero dei terremotati ospitati, spiega la Protezione Civile, sta progressivamente scendendo perché alcune famiglie hanno trovato ospitalità da parenti, e i consolati stanno agevolando il rimpatrio degli stranieri. Completato ormai l’allestimento, la Protezione Civile sta ora attrezzando le tende anche con dei condizionatori d’aria e con dei teli ombreggianti per permettere alle persone, specie se anziane o ammalate, di sopportare con maggiore agio la calura estiva.

Sono una sessantina i volontari attualmente presenti al campo di Mirandola ai quali si somma un gruppo di scout impegnato nell’intrattenimento dei bambini. Sempre nel territorio del comune di Mirandola nella frazione di Quarantoli, la Protezione civile del Friuli Venezia Giulia ha allestito un secondo campo, in cui operano 40 persone tra volontari della protezione civile, dell’associazione nazionale alpini, dell’associazione nazionale carabinieri e scout dell’Agesci.

Gemona: Castello, il cantiere è stato avviato; inizia così la ricostruzione attesa dal 1976

di Maura Delle Case

L’attesa è stata lunga, ma si è conclusa lunedì mattina quando un primo gruppo di operai ha iniziato a portare sul colle del castello i materiali necessari al cantiere. La riedificazione dell’antico maniero, ultimo tassello della ricostruzione post sisma della città, è finalmente partita e mette a tacere i mormorii che da settimane parlano di problemi dietro il ritardo che ha interessato l’avvio di questo appalto milionario. Problemi che, assicurano gli amministratori, non ci sono. «Ad allungare i tempi – aveva spiegato l’assessore Loris Cargnelutti – sono state semplicemente le complesse pratiche relative alle misure di sicurezza, che finalmente sono state messe a punto e hanno infine consentito l’avvio dei lavori». Un via che il sindaco Paolo Urbani ha potuto constatare di persona, guadagnando lunedì il colle per fare il punto della situazione. «Definito tutto quanto concerne la sicurezza, ripulita l’area e realizzati i piccoli lavori necessari al cantiere degli operai, le opere vere e proprie – ha fatto sapere a margine del sopralluogo – sono pronte a partire». Riguarderanno, ricordiamolo, le carceri del castello e la torre dell’orologio, la cui ricostruzione è stata appaltata con un ribasso d’asta del 43% al raggruppamento temporaneo d’imprese tra il consorzio Veneto cooperativo di Marghera e l’impresa Polese di Sacile per poco meno che 3 milioni di euro. Stando a quanto previsto dal contratto, i gemonesi dovrebbero riavere indietro il maniero, simbolo della città, in 1200 giorni. «Siamo orgogliosi di essere arrivati in fondo a questo complesso iter procedurale – conclude il sindaco Urbani -. Sappiamo che qualche altro problema potrebbe emergere in corso d’opera, ma mi riprometto di seguire il cantiere in prima persona e fare di tutto perché i lavori procedano speditamente così che la città e il Friuli possano presto tornare a godere di questa pregevole testimonianza del nostro passato».

Friuli: Bertolaso si arrampica sugli specchi e attacca la ricostruzione del Friuli

Da uno che, oltre ad essere stato capo della Protezione Civile, ha acquistato anche una quota di una prestigiosa azienda vitivinicola, la Dario Coos di Nimis sui colli di Ramandolo, da cui si ottiene il vino Ramandolo, ma anche il pregiatissimo Picolit, tutto ti aspetteresti tranne che non conosca (o faccia finta di non conoscere) la storia del Friuli e dei suoi abitanti. E invece pur di difendersi per quanto fatto in Abruzzo, non trova di meglio da fare che attaccare il Friuli e la sua ricostruzione. “Si fa sempre l’esempio del Friuli, dimenticando che oggi nelle varie Americhe vivono più friulani di quanti ce ne sono in Italia, proprio a causa del “loro” terremoto” queste sono le parole che colpiscono di più dall’articolo che potrete leggere dal sito del Messaggero Veneto

Venzone: Portis, il paese fantasma diventa palestra anti-sisma

di Maura Delle Case

La chiamano “città fantasma” per le sue case diroccate, rimaste tal qual erano il 6 maggio 1976 quando il terremoto del Friuli distruggeva anche Portis obbligando i suoi 150 residenti ad evacuare l’intera frazione. Da allora nessuno è tornato a vivere qui, colpa della frana che ancora oggi minaccia l’abitato e che, ormai 36 anni fa, indusse gli amministratori a trasferire tout court i residenti, unitisi poi in cooperativa per costruire, appena un chilometro a mont, Portis nuova. In tutti questi anni la frazione diroccata è rimasta intatta nel suo degrado post sisma ed è questa sua condizione a renderla oggi il luogo ideale a realizzare una palestra antisismica per formare i soccorritori di domani. Il progetto, al quale stanno lavorando da mesi l’amministrazione comunale assieme all’associazione Comuni del terremoto e all’università di Udine, è ormai giunto ai blocchi di partenza. Domani pomeriggio saranno infatti a Venzone i vertici del corpo nazionale dei vigili

continua a leggere l’articolo sul sito del Messaggero Veneto

Friuli: il 6 maggio 2012 Napolitano in visita a Porzûs, a Gemona, Ampezzo e Illegio

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (nella foto), domenica 6 maggio sarà in Friuli. E, questa, non è una novità. Ha annunciato lui stesso che farà visita alla malga di Porzûs, con tutto ciò che l’evento può significare, sul piano simbolico, per la resistenza. L’eccidio di Porzûs, da parte dei partigiani jugoslavi, infatti, ha segnato tragicamente la storia della Liberazione, in Friuli. È, invece, una novità la visita che nella stessa giornata il Capo dello Stato farà a Gemona del Friuli, la capitale del terremoto e della ricostruzione. Napolitano arriva nel 36° anniversario del sisma ed è indubbio che coglierà la circostanza non solo per sottolineare il grande merito dei friulani nella rinascita, ma anche per enfatizzare le prime forme di federalismo dal basso maturate proprio in Friuli, con l’affidamento alla Regione, prima, e ai sindaci, poi, delle deleghe nella ricostruzione. Con l’avvento del governo dei tecnici e la necessità di fronteggiare prepotentemente i problemi di bilancio, i temi della riforma federalista dello Stato sono stati riposti nel cassetto. Il presidente troverà buon motivo, a Gemona, per riprenderli.
Nel pomeriggio del 6 maggio, il presidente Napolitano si renderebbe protagonista di altre due visite particolarmente significative.
La prima ad Ampezzo, per celebrare la Repubblica della Carnia, fondata dai partigiani.
Nel 1944, per alcuni mesi, un’area di 2.500 km quadrati, comprendente circa 90 mila abitanti e una quarantina di Comuni, venne affrancata dal Reich hitleriano. Vi si costituì una Repubblica partigiana comprendente tutte le forze politiche democratiche, nella quale si sperimentò un eccezionale spazio di libertà e partecipazione popolare che anticipò alcune delle conquiste dell’Italia repubblicana.
Recentemente è stato implementato sul territorio il progetto «Repubblica della Carnia 1944. Le radici della libertà e della democrazia» per impulso di un imprenditore ampezzano, il partigiano Giovanni Spangaro «Terribile», che si è rivolto con una lettera aperta al presidente Napolitano per invitarlo a patrocinare l’iniziativa. L’invito è stato quindi fatto proprio dal rettore dell’Università di Udine, Cristiana Compagno, e dal presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Renzo Tondo.
La giornata friulana di Napolitano si concluderà ad Illegio, per visitare la mostra, che sarà aperta da pochi giorni, dedicata ai bambini e al cielo. Il presidente della Repubblica avrà modo non solo di ammirare autentici capolavori ma anche di entrare in un tema educativo che la Chiesa friulana sta portando avanti con forza, attraverso in particolare il suo Arcivescovo, mons. Andrea Bruno Mazzocato. Non solo, al Capo dello Stato verrà presentato un esempio quasi unico di una piccola comunità di montagna che, guarda caso attraverso la cultura e in particolare la bellezza, porta avanti il suo riscatto sociale ed economico.
Il giorno successivo Napolitano sarà a Pordenone.

Udine: i tre terremoti di gennaio 2012 al Nord, non sono collegati con il Friuli

 

Al Crs (Centro ricerche sismologiche) di Udine, che fa parte dell’Istituto nazionale di Oceanografia e geofisica sperimentale, lavorano una ventina tra ricercatori (nella foto Gianni Bressan, da 20 anni “sentinella” dei terremoti friulani) e tecnici, coordinati da un direttore, Paolo Comelli. Il centro, nato nel 1977, con una legge istitutiva nazionale, nell’ambito dei progetti per la ricostruzione del Friuli dopo il 6 maggio ’76, rileva in media, ogni giorno, almeno una scossa sismica sul nostro territorio. «L’attività è continua – dicono al Crs -, si sono scosse anche di magnitudo 0,5 che vengono captate solo dagli strumenti». Ma la ricerca, oltrechè scientifica, è anche storica. Alcuni studiosi stanno infatti cercando di “calibrare” con precisione l’intensità dei terremoti che hanno devastato il Friuli, primo fra tutti quello del 1348. di Maurizio Cescon I terremoti di Verona, di Parma e dell’Appennino tra Liguria, Emilia e Toscana che negli ultimi giorni hanno seminato paura nel Nord Italia non hanno energia sufficiente per innescare attività sismica in Friuli. Lo sostengono i ricercatori e tecnici del Centro di ricerche sismologiche (Crs) di Udine. Ed è una notizia rassicurante, per i friulani, abituati a convivere con l’Orcolat, dopo quel 6 maggio 1976, scolpito nella memoria collettiva. Lì nelle poche stanzette della sede del Crs, in via Treviso, la strumentazione ha registrato tutte le scosse e i computer hanno elaborato sofisticati modelli statistici. Qualcuno, più sensibile degli altri, anche dalle nostre parti ha avvertito l’ultimo terremoto, venerdì pomeriggio, e alcune telefonate, per avere informazioni, sono arrivate alla sede della Protezione civile. Ma appunto per quanto riguarda il Friuli, gli esperti sono categorici. «Per quello che abbiamo osservato – spiega Gianni Bressan, da oltre 20 anni studioso di terremoti -, la sismicità friulana non può essere collegata con gli eventi dei monti Lessini (in provincia di Verona), con Parma e con la zona del Frignano, sull’Appennino. Tutti questi terremoti non hanno liberato energia sufficiente per innescare fenomeni anche da noi. A Verona abbiamo registrato un terremoto di magnitudo 4,4, a Parma di magnitudo 5,1 e nel Frignano di 5,4. Certo sono eventi piuttosto “forti”, ma non in grado di provocare danni, se le case sono costruite in un certo modo. Per quanto riguarda quelle zone, saranno decisivi i prossimi due, tre giorni, per capire se si tratta di episodi isolati o se ci sarannno altre scosse. Nell’Appennino tra Emilia, Toscana e Liguria, storicamente le punte massime di terremoto raggiungono la magnitudo di 5,4, 5,5, quindi abbiamo già raggiunto i livelli più alti. Potrebbe esserci ancora attività, comparabile con quella degli eventi principali. Ma non si dovrebbe andare oltre». Intanto il Friuli, zona ad alto rischio, così come comprovato da tutte le ricerche a livello nazionale e internazionale, vive un periodo, ormai piuttosto lungo, di attività definita «blanda». «La nostra sismicità – continua Bressan – è caratterizzata da lunghi intervalli di quiescenza. Basti pensare che in tutto il 2011 la scossa più intensa, si fa per dire, ha avuto una magnitudo di 2,8 gradi sulla scala Richter, ed è stata segnalata il 4 luglio scorso nella zona di Villa Santina. Il 16 gennaio 2012, con epicentro Paluzza, abbiamo registrato un altro terremotino di magnitudo 2,8. Ma per avere un sisma di 3,7 gradi Richter dobbiamo risalire fino al 2007, quando il fenomeno si manifestò a Trasaghis. L’evento più intenso degli anni Duemila è quello del monte Sernio, giusto 10 anni fa, con magnitudo 4,9. E per rintracciare un sisma con magnitudo superiore a 5 si deve tornare al giorno di Pasqua del 1998, ma lì l’epicentro fu a Bovec, in Slovenia. Tirate le somme, possiamo affermare che l’attività sismica è blanda, in tutta la zona alpina e prealpina». In ogni caso la guardia, al Crs di via Treviso, è sempre ben alta e i tentativi di “controllare” ogni minimo indizio sulle modifiche e gli spostamenti della crosta terrestre, anche grazie alla rete di 14 stazioni Gps, è costante. «Il nostro territorio – conclude il ricercatore – ha una sismicità complessa e particolare, molto più complicata, per esempio, di quella che si può osservare per la famosa faglia di Sant’Andrea, in California. Qua può arrivare la “botta”, un fenomeno di forte intensità, senza alcun preavviso, anche minimo. Purtroppo come è accaduto il 6 maggio 1976».  

Friuli: la ricostruzione come pacchetto turistico, Venzone e Gemona alleate per lanciare il turismo con musei, la riserva di Cornino e la casa delle farfalle di Bordano

di Maura Delle Case

Il Gemonese guarda al turismo come a una delle risorse per venire fuori dalla crisi e rilanciare un territorio che fino a oggi, salvo sporadiche iniziative, non ha saputo approfittare abbastanza delle proprie ricchezze storico, artistiche e ambientali. È da questa considerazione che l’associazione comuni del terremoto e sindaci della ricostruzione, con il prezioso assist del consigliere regionale Enore Picco (Ln), e quello dell’assessore regionale Federica Seganti, intende mettere a punto un pacchetto turistico forte dei principali siti d’interesse della zona. Siti che devono essere al contempo peculiari e unici, capaci di convincere il turista che val la pena raggiungere quest’angolo di Friuli per vedere, tra l’altro, la casa delle farfalle di Bordano, il museo “Tiere motus” di Venzone, il tesoro del Duomo di Gemona, la riserva naturale del lago di Cornino. Dell’idea gli amministratori hanno potuto parlare lunedì pomeriggio approfittando della presenza a Venzone della Seganti, invitata dall’associazione comuni terremotati presieduta da Fabio Di Bernardo, che spiega: «Abbiamo voluto far toccare con mano all’assessore quel grande patrimonio che è Tiere Motus condividendo la necessità e di conseguenza la richiesta di far rientrare il museo in un pacchetto turistico tarato sul Gemonese e avvallato da Turismo Fvg». «La Seganti – continua Di Bernardo – è stata entusiasta dell’esposizione e ci ha garantito il suo sostegno nella promozione del territorio e di questo progetto». In concreto, nel giro di 15 giorni i promotori intendono articolare la proposta (da sottoporre poi al vaglio della Regione), individuando i siti che costituiranno il potenziale percorso di visita dei turisti. Venzone punterà sul museo del terremoto e sulle mummie, Bordano sulla casa delle farfalle, Gemona sulla mostra fotografica e sul laboratorio interattivo dedicati al sisma, ma anche sul tesoro del Duomo. Senza dimenticare altre perle del territorio quali la riserva naturale del lago di Cornino e lo stesso Gemonese, in qualità di esempio, mirabile, di ricostruzione post sisma. La parola d’ordine, secondo il consigliere Enore Picco, dev’essere “sinergia”. «Basta coltivare i propri singoli orticelli. Non è così che si fa turismo. È ora di dar corpo a una vera operazione imprenditoriale – conclude l’esponente del Carroccio -. Finalmente Venzone l’ha capito e si prepara a strutturare una proposta il cui obiettivo è portare nella pedemontana migliaia di persone. A Bordano ci siamo riusciti e le 50 mila persone che ogni anno visitano la casa delle farfalle rappresentano un patrimonio che va distribuito sul territorio».