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Forni di Sotto: cala il sipario sul bar di Peìne (Genzianella) locale storico della Carnia

di Gino Grillo.
Chiude un altro locale storico della Carnia e con esso cala il sipario anche su un lungo intenso capitolo della storia locale. A fine marzo il bar ristorante Genzianella di Forni di Sotto ha visto scendere definitivamente le serrande. L’attuale gestrice, Marta Nassivera, ha gettato la spugna. “Dopo 53 anni dietro il banco, ora alla soglia dei 70 sono stanca. Poi bisogna sommare il calo del lavoro e il fatto che ora è cambiato il modo di vivere l’osteria”. Il bar era nato nel 1950 ad opera della madre di Marta, Maria Nassivera detta “Peìne” che l’aveva gestito, con il prezioso aiuto della figlia, sino alla sua morte avvenuta nel 2002. Da allora Marta si è trovata da sola a condurre il locale che è sempre stato un punto di riferimento per la politica non solo della vallata. Maria, iscritta al Psi, ha sempre considerato il suo locale un punto di incontro democratico tanto che da qui sono passati tutti i presidenti di Regione, da Bertoli alla Serracchiani, diversi ministri, deputati e senatori, di ogni colore politico democratico: Santuz, Toros, Zagari, Fortuna, Enzo Moro, Castiglione, Lepre, Fermo Solari e Ruggero Orlando fra i tanti. Qui si riunivano anche i sindaci della vallata, complice il fatto che lo zio materno di Mara, Bruno, e poi suo fratello Giovanni Battista, hanno per anni rivestito il ruolo di primo cittadino del paese. In altri tempi la sala da pranzo di Peìne si apriva fuori orario, e senza presentare il conto, per ospitare gli studenti che rientrando da Ampezzo trovavano il passo della Morte chiuso per slavina e dovevano farsela a piedi: qui trovavano ristoro gratuito, un buon piatto di minestra di fagioli e altro prima di proseguire verso le rispettive abitazioni. Al momento del commiato, l’altra sera, tanti avventori e tantissimi amici anche dai paesi vicini, che hanno ricordato la figura di Maria. Una donna che, per la sua passione politica, è stata rinchiusa nel carcere di Udine in quanto partigiana durante la seconda guerra mondiale, un’esperienza che la portò poi a essere ricevuta al Quirinale dall’allora presidente Sandro Pertini. Nell’accomiatarsi tutti hanno salutato Marta con un pizzico di nostalgia augurandole al contempo di godersi la meritata pensione.

Arta Terme: la fieste dai “bedoi”, dedicata alla betulla e alla sua linfa

di Gino Grillo.

L’assessorato alla cultura del Comune termale carnico propone, per il primo aprile, la festa della betulla, o dei “bedoi”, nome carnico di questa pianta pioniera, vero residuato della prima fase post glaciale delle Alpi. «Una manifestazione – ha spiegato l’assessore Guido Della Schiava – per ricordare gli antichi saperi e le antiche tradizioni che nei secoli hanno accompagnato le nostre genti, portando sostentamento e poteri curativi. Insieme agli amici “Solisti della medicina popolare in Carnia” e in particolare a Primo Miu, grande appassionato ed esperto di erbe e natura, domani primo aprile all’hotel Savoia alle 18 apriremo la mostra dedicata alla “Festa della linfa di betulla Bedoi” che proseguirà anche nei due giorni successivi». In questa occasione verrà fatta gustare a quanti vi prenderanno parte, la nuova linfa della betulla che secerne proprio in questi giorni e che esperti, con una tecnica particolare, hanno prelevato dalla pianta. Questo liquido, conosciuto fin dai tempi più remoti è particolarmente ricco di sali minerali e si comporta come un potente integratore con proprietà rigenerative, depurative , antinfiammatorie». «Con questa mostra vogliamo – ha proseguito Della Schiava – far conoscere questi e tanti altri piccoli segreti della natura in modo tale da arricchire le nostre conoscenze e magari favorire un nuovo turismo culturale naturalistico: la Carnia presenta una varietà straordinaria di erbe e piante dai molti poteri benefici». Un’altra dimostrazione della ricchezza botanica della Carnia che a breve sarà ricordata dalle varie feste delle erbe officinali primaverili che si terranno in tutto il territorio carnico.

Friuli: c’era una volta la Carnia ora viviamo in un incubo

di Paolo Medeossi.

Ci sono ancora i paesaggi, i fiumi, i torrenti, i rifugi, i boschi, le belle montagne innevate (viste alcune settimane fa nel programma tv “Linea bianca”), ma appena si scende a fondovalle atmosfere e stranezze da incubo. Esagerazioni ed enfasi da cronisti a caccia di scoop? Sarebbe riduttivo e letale ragionare così perché in gioco ci sono le sorti di un territorio complesso e strategico, non solo per i carnici. Diceva un acuto osservatore, anni fa: «Se i problemi della montagna non vengono risolti, la valanga si ingrossa e travolge tutti, anche in pianura». Adesso la valanga è enorme, oltre i livelli di guardia, e non si vedono grandi soluzioni. L’orizzonte si fa cupo e lo stillicidio delle notizie non solleva il morale, anzi. Addirittura succede che spariscano in una banca i conti correnti di ignari risparmiatori che, quando vanno a ritirare il gruzzolo, si trovano con un pugno di mosche. Scattano le indagini, la magistratura apre l’inchiesta, intanto campa cavallo. La situazione a livello giudiziario, per tempi e rallentamenti ben noti, sembra dare boccate d’ossigeno ai colpevoli più che alle vittime. D’accordo: non sono cose che succedono solo in Carnia, ma il peso di certi macigni diventa micidiale in territori fragili, vulnerabili, abitati da una popolazione con tanti anziani, più indifesi rispetto a stress e timori. Qualcuno ha detto che stiamo vivendo l’epoca delle “passioni tristi”. Definizione intelligente. C’è un malessere diffuso, una tristezza che attraversa le fasce sociali. Serpeggia un senso di impotenza e incertezza che induce a rinchiudersi, a vivere il mondo come una minaccia alla quale non si sa rispondere. Ogni tutela legale pare un miraggio, altri strumenti non esistono. Una volta si mostrava l’indignazione tutti assieme, le si dava forma visibile e voce. Ora non c’è l’urlo di protesta: si sfoga la rabbia scrivendo frasi di fuoco sui social network, poi si resta a livello virtuale ingigantendo l’impotenza, la frustrazione. Così si consolida l’idea che la roccaforte dei potenti resti inespugnabile. Forse riporteranno qualche cicatrice, qualche feritina, subiranno gli insulti, ma hanno un asso fondamentale: la smemoratezza generale. Si dimentica in fretta, troppo in fretta. Ciò che oggi fa scandalo, domani è solo un piccolo foruncolo da estirpare. E chi ha subìto il danno si arrangi. Sulla Carnia pesa maledettamente la tegola Coopca, vicenda terribile per tanti motivi, compreso quello simbolico. Si chiude una pagina gloriosa per questa terra di montagna e per lo stesso modo di sentirsi carnici. Ciò accade (visto, tra l’altro, che questo 2016 è zeppo di anniversari) proprio a 110 anni dalla nascita, avvenuta nell’aprile del 1906. La mazzata ha cancellato i piccoli capitali della gente, ha creato disoccupazione in zone dove il lavoro è manna, ma soprattutto ha seminato sfiducia in maniera irrimediabile. È lo stesso incubo che si sta verificando nel caso della Banca Popolare di Vicenza, con dimensione ancora più ampia e grave. Realtà economiche e finanziarie con le quali le famiglie avevano stabilito un rapporto di conoscenza e affidabilità a occhi chiusi, ponendosi come obiettivo non la speculazione, ma la difesa del risparmio, hanno voltato le spalle tradendo dalla sera alla mattina con cambi di scena inauditi, in un quadro dove ha fallito ogni tipo di vigilanza e controllo. E adesso c’è la fuga dalle responsabilità che darà vita a infinite schermaglie legali in un Paese con il primato europeo per lunghezza dei processi. Aver demolito, in Carnia, in Friuli e altrove, la fiducia dei risparmiatori è un fatto atroce, non solo per chi aveva i soldi alla Coopca o in banca. Abbatte un pilastro sociale su cui l’Italia è cresciuta e peserà tantissimo. La Carnia di questi tempi, gestita tra astuzie varie, ha gettato ombre anche su una sua invenzione, quella degli alberghi diffusi, idea lanciata fin dagli anni Ottanta, dopo il terremoto, da personaggi come Leonardo Zanier e Piero Gremese per dare una chance turistica ai paesi senza vederli ridursi a una sorta di “Pompei montanara”. Sappiamo cos’è invece successo attraverso le cronache di questi mesi, che alla fine alimentano il discredito anche su chi si è comportato in maniera corretta, in base a leggi di tanti anni fa, che non avevano sollevato dubbi o rimostranze. C’è chi (ecco il popolo dei risparmiatori) ha investito i soldi nel recupero di case o stavoli diroccati come atto di fede verso la propria terra e c’è chi ha agito in altri termini, sotto gli occhi di una politica indifferente, sia carnica sia regionale. Politica che dopo la grande crisi, scoppiata da nemmeno dieci anni, non si è calata con senso di umiltà e consapevolezza nel nuovo mondo. Ha continuato come sempre, allontanandosi così dai sentimenti della gente. Alla fine ci sarà certo chi, miracolato, festeggerà elezioni ottenute con un pugno di consensi, ma primo compito d’un politico, al di là della vittoria personale, dovrebbe essere in democrazia quello di riportare il popolo compatto e convinto al voto. La Carnia non è all’anno zero, ma poco sopra. Appena Enzo Cainero ridà il Giro d’Italia allo Zoncolan si accende l’entusiasmo e cresce la speranza. Uno sprazzo vitale. La scorsa estate il turismo ha regalato sorrisi, timidi forse, ma concreti. Ora però i carnici devono tornare a essere se stessi. Basta trucchi, trucchetti e cortigianerie. Per trovare qualche idea, rileggano la bella biografia che Ermes Dorigo ha dedicato a Michele Gortani (in gennaio sono passati 50 anni dalla morte, ma chi se ne è ricordato?) oppure rileggano gli Almanacchi pubblicati dal Coordinamento dei circoli culturali. Riscoprire Giorgio Ferigo diventa fondamentale. Anche lo scrittore Sergio Maldini, che non era di Tolmezzo e dintorni, visitando le vallate disse: «In Carnia c’è un popolo autonomo, cosciente, civilissimo, che vanta i pareggi dei bilanci comunali e diffida di tutto ciò che è brillante, ma effimero. E inoltre la Carnia possiede una cosa sempre rara nel nostro Paese: la serietà». Era il 1968, secoli fa. Infine ecco Leo Zanier, il poeta di Maranzanis, che scrisse: «I tromboni predicano “guai a perdere le radici”? Io dico invece che stiamo perdendo la semenza». E in una sua “storiuta” pedagogica, per bambini e non, narrò dell’orso a cui piaceva il miele e con l’acquolina in bocca attraversava le foreste seguendo un’usta zuccherina… Ogni riferimento (eccetera eccetera) è puramente casuale.

Piano d’Arta: il 5 gennaio tutti a guardare il verso del fumo della Femenate, ma nel fuoco c’era qualcosa che nessuno ha visto

ultima

di Aldo Rossi.

L’appuntamento è oramai noto a tutti: si tratta dell’accensione all’Epifania dei falò sulla cima dei colli, nelle corti oppure in una località che abbia dei risvolti leggendari. Il significato di questi fuochi è da ricercare negli antichi riti propiziatori e di purificazione celtici; in molti casi le ceneri venivano poi sparse nei campi proprio per allontanare maledizioni e garantire abbondanti raccolti. Nonostante la cristianizzazione del Friuli, questa usanza non si perse, anzi persistette attraverso i secoli, giungendo fino ai giorni nostri praticamente immutata. In tempi recenti, infatti, il falò veniva talvolta benedetto dal parroco con l’acqua santa e lo scoppiettare del fuoco veniva identificato dalla comunità come la fuga del demonio. Il rito del Pignarûl da noi è molto sentito in particolare a Tarcento, mentre in Carnia il fenomeno è conosciuto come “La Femenate”.

Sono molto legato a Piano d’Arta nel modo in cui ami i luoghi che ti hanno visto crescere, dove la tua famiglia ha rimesso radici dopo che le prime erano state prematuramente strappate. E questo legame ti fa superare tutto anche il dispiacere di alcuni che vorrebbero cancellare il ricordo che hai lasciato di te in paese. Ma questo è il grande fascino della Carnia che ricambia sempre e incondizionatamente l’affetto che nutri per lei, basta che sia sincero.

Ed è proprio a Piano d’Arta che il 5 gennaio 2016 alla sera “ ’ta Cort di Flon”, si è svolta una di queste manifestazioni. Vi dico subito che io non ero presente, ma molto spesso la “non presenza” fisica ti permette a posteriori delle osservazioni e delle analisi che sono precluse a chi era presente, proprio perché troppo coinvolto, troppo preoccupato di trovare i significati che sono attesi da tutti e nella loro forma tradizionale.

E quindi tutti i presenti attenti alla direzione che prende il fumo: un antico proverbio friulano sostiene che: se il fum al va a soreli a mont, cjape il sac e va pal mont; se il fum invezit al va de bande di soreli jevât, cjape il sac e va al marcjât. Così tradotto: se il fumo va a occidente, prendi il sacco e va per il mondo; se il fumo invece va a oriente, prendi il sacco e va al mercato. La direzione del fumo alla fine è indicazione di un buono o cattivo anno.

Ma, proviamo a chiederci se quella sera a Piano d’Arta c’era qualcos’altro da vedere o da cercare nel fuoco che si alzava alto oltre al fumo, che per il 2016, dava buoni presagi. Ripeto: chi c’era era troppo preso per poter vedere cose diverse, possibilità invece che si è aperta a chi come me è andato a guardarsi le foto della serata; che in questo caso sono quelle pubblicate su Facebook da Enzo Intilia (che ringrazio e che mi autorizza a riprodurle qui).

Sappiamo che quando si carica una foto sul social network, questa viene ridotta in automatico dal sistema e quindi rispetto all’originale abbiamo una perdita di qualità che si traduce poi in una “granulosità” nel momento in cui vai a ingrandire la foto per vederne i particolari. Ciò rende praticamente impossibile una loro marcata manipolazione perché per poter ritoccare una foto ci deve essere comunque una certa sostanza. Questo per dirvi subito che le foto in questione non sono state ritoccate o corrette in nessuna maniera, ma solo evidenziate in alcune parti per poter far risaltare quanto trovato.

Quindi la domanda da farsi (oltre a dove andasse il fumo) era forse chi fosse presente “ ‘ta cort di Flon” quella sera oltre agli amici di Piano d’Arta riuniti li. E la risposta è contenuta nelle foto che forse in molti hanno già visto, ma che probabilmente andavano guardate con occhi diversi.

Ed ecco allora comparire tra le fiamme che si levavano alte in cielo, una figura femminile,

Viso donna capelli lunghi_Viso donna capelli lunghi_bn

un viso di donna con i capelli lunghi che a quanto pare ha voluto essere li quella sera in compagnia di tutti gli astanti. Chissà chi era e cosa la legava così tanto a quel luogo che ha fatto in modo che ricomparisse sotto questa forma.

Viso donna capelli lunghi_particolare

Forse è vissuta li, forse era legata a quella corte e chissà quale arcano stava cercando di risolvere tanto da spingerla ad apparire tra le fiamme.

Ma non c’erano solo figure umane la sera del 5 gennaio 2016 tra le lingue di fuoco della “Femenate” che bruciava a Piano d’Arta: fa la sua comparsa ben delineato, anche il muso di un cane

Cane_Cane_particolare

forse mentre stava accompagnando il suo padrone che potrebbe essere una delle altre figure maschili che sarebbero comparse di li a poco nella serata. Anche qui sarebbe bello sapere se in fondo a via Casaletto e “Sot la strete” fosse vissuto un cane e fosse proprio lui a tornare li di Flon a ritrovare quei luoghi.

Poi ci sono due sono figure una maschile e una femminile: la prima è quella di un uomo col cappello e con la spada in alto dritto in piedi tra le fiamme.

Uomo con cappello_1

La seconda è il contorno con gli occhi e i capelli ben visibili di un bellissimo viso femminile che sembra appena uscito da una foto profilo di Facebook …

Viso di donna solo

 

E infine i contorni di un altro volto maschile dalle sembianze antiche che ricordano quasi quelle di un vecchio capo indiano: anche lui ha voluto esserci li a Piano d’Arta la sera del 5 gennaio.

Viso di uomo_Viso di uomo_.bn

Va detto che una scienza che studia queste tipologie di fenomeni esiste e si chiama “Pareidolia” (dal greco είδωλον immagine, col prefisso παρά) ed è il subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili (naturali o artificiali) dalla forma casuale. È la tendenza istintiva e automatica a trovare forme familiari in immagini disordinate e si ritiene che sia stata favorita dall’evoluzione della specie umana, perché consentiva di individuare situazioni di pericolo anche in presenza di pochi indizi, ad esempio riuscendo a scorgere un predatore mimetizzato nell’oscurità.

Quindi se volete provare a cercare anche voi (magari in altre fotografie) presenze nascoste dal fuoco fatelo pure e segnalate se incontrerete altri convitati che quella sera erano presenti, ma che chi stava davanti al fuoco che si ergeva alto verso la notte dell’Epifania, era troppo, troppo vicino per poterle vedere.

Paularo: Malga Montasio sempre ai vertici della qualità casearia

Sfida parallela a “colpi” di formaggi tra 17 malghe italiane e 13 malghe austriache quella che si è svolta nella sede dell’Istituto comprensivo di Paularo. Organizzata dalla cooperativa Malghesi della Carnia e Valcanale assieme all’Associazione Malghesi della Valle del Gail, alla Pro loco Val d’Incarojo e dal Comune di Paularo, la 16esima edizione della premiazione del formaggio di malga (Italia – Austria) ha visto malga Montasio ancora una volta ai vertici. Le due giurie tra i formaggi di malga italiani hanno assegnato il primo premio a malga Pramosio, il secondo a malga Montasio e il terzo malga Meledis. Così gli austriaci: primi a pari merito Bischof Alm della famiglia Warmuth e Achornach Alm della famiglia Scheiber; terzo Egger Alm della famiglia Buchacher. L’obiettivo della manifestazione, che ha riscontrato grande successo, con moltissimi visitatori giunti dall’Italia e dall’Austria per assaggiare queste delizie di malga, è quello di valorizzare i prodotti lattiero-caseari e il comprensorio delle malghe che in questo caso unisce due Paesi. «Valorizzare i prodotti delle malghe e distribuirli – ha detto il presidente dell’Associazione Allevatori del Fvg Renzo Livon – come momento qualificante delle specificità dell’area montana. Per malga Montasio il 2015 si chiude quindi col botto: il premio si aggiunge al prestigioso attestato ricevuto a Milano da parte del Touring club italiano, al riconoscimento con i formaggi di malga in Veneto a Borso del Grappa e al successo all’Expo.

Fielis: trattoria Monte Dauda, l’ex scuola rinasce come bar

di Gino Grillo.
In tempi in cui si susseguono le chiusure di esercizi commerciali e l’abbandono da parte dei giovani dei paesi di montagna fa piacere registrare un evento in controtendenza: c’è chi dai paesi del fondovalle sceglie di lavorare in un piccolo borgo montano. È il caso di Angela Patatti, 27 anni, che da Cavazzo Carnico, assieme alla madre Marina Zanier, 48enne, ha aperto, un anno e mezzo fa, il bar trattoria Monte Dauda a Fielis, una piccola frazione dell’antico Iulium Carnicum situata a monte della pieve di San Pietro. Il locale è stato ricavato nell’ex scuola della borgata, ideata negli anni Cinquanta da Gino Valle. In un posto dove vivono solamente 50 persone non pare facile fare economia. Ma quello che ha spinto le due donne a questa scelta è stata la qualità della vita, anche a costo di percorrere ogni giorno diversi chilometri di montagna per arrampicarsi dal fondovalle sino al paesino lungo una stretta via dove difficilmente possono transitare due autovetture assieme. «Vuoi mettere vivere quassù – racconta Angela – con l’aria pulita? Qui posso inoltre godermi mia figlia che ha due anni. Se fossi rimasta a lavorare in fabbrica, nei paesi del fondovalle, con mio marito pure lui occupato in fabbrica, avrei dovuto affidare mia figlia a un asilo nido. Qui invece stiamo assieme tutto il giorno». Ospiti del bar ristorante non sono solo i residenti del paese. Come anni addietro, il Monte Dauda offre servizi essenziali: è pure un negozio dove i locali possono comprare generi di prima necessità, con «il pane fresco ogni giorno». A frequentare il ristorante, conosciuto specialmente grazie al passa parola, anche se risulta recensito da siti internet specializzati, sono amanti delle passeggiate e i figli e nipoti degli antichi residenti del paese. «Fielis era sede comunale e contava molti più residenti – racconta Angela – che nei tempi passati si sono trasferiti in pianura e in città a fare i sarti». Una professione nella quale gli abitanti di Fielis eccellevano, ma che ha di fatto spopolato il paese. Ora, in particolare d’estate, il paese ospita fino a 400 residenti, sono i discendenti dei sarti di un tempo che tornano alle case abbandonate dai loro avi. Qui hanno avuto la sorpresa di trovare un ristorante che serve una tipica gastronomia locale, di prodotti carnici e friulani.

Paularo: appello del sindaco Faleschini «Regalate le case perché il paese rinasca»

(d.v. dal MV di oggi)

Ecomuset: il sindaco Faleschini ieri, nel corso della festa, ha lanciato una proposta: «Concediamo – è stato questo l’appello – le case abbandonate a titolo gratuito a chi si vuole accollare l’onere della ristrutturazione». «C’è stato un grande degrado negli anni – ha spiegato –. Ma ciò che ci ha spinti a questa iniziativa è la scelta di alcune persone che hanno capito che a Chiaulis è possibile vivere. Lo scorso anno, infatti, c’è stata un’inversione di tendenza. Gente del Palmarino si è spinta fin quassù per ristrutturare casa, per godere della serenità del posto». L’amministrazione, di concerto con la popolazione, procederà nei prossimi mesi a un censimento delle abitazioni pericolanti. «Parleremo con i proprietari presentando la situazione – ha detto Faleschini –. Le spese di messa in sicurezza rappresentano per queste persone un onere non indifferente. Meglio quindi cedere gratuitamente le case a chi intende ristrutturarle». L’obiettivo è duplice: da un lato recuperare il patrimonio edilizio, dall’altro ripopolare Chiaulis. «Studieremo anche un apposito disciplinare – aggiunge il primo cittadino –. Chiunque intenderà beneficiare di questa concessione gratuita dovrà anche sottostare alle regole di vita del paese. La prima è quella di non lamentarsi degli odori del maiale quando c’è la macellazione, apprezzando invece il clima di festa di questo tipo di eventi che vogliamo riportare nel paese». Nel frattempo, dopo 20 anni, a Chiaulis, c’è stato anche il primo fiocco azzurro: un bel bambino di nome Leonardo, che oggi ha 8 mesi. «Mio figlio vuole restare a Chiaulis – spiega la nonna del piccolo Leonardo, Margherita Menean –. Ha anche ristrutturato il tetto della casa recentemente. Qui, nella nostra piccola frazione – racconta Margherita – si vive bene. C’è tranquillità. Siamo come una grande famiglia e ci aiutiamo a vicenda. E poi non è vero che viviamo fuori dal mondo. Io stessa mi sono trasferita con la mia famiglia da Paularo. E non tornerei mai indietro. A soli dieci minuti siamo a Tolmezzo e in mezz’ora siamo a Udine. A Chiaulis ci sono la natura, i boschi, il sole tutto il giorno, il silenzio, gli animali. È vero, ci sono pochi giovani. Ma in questi ultimi anni vedo tanti nuovi turisti che poi si sono fermati. Questo paese non è destinato a morire. Anzi, può tornare a rivivere». Mariarosa Danelon, 65 anni, di San Vito al Tagliamento, è una delle ultime arrivate, insieme al marito. «Mio nipote ha una casa che non riesce a usarla – racconta –. Inizialmente sono venuta qua per stare tre giorni. Il primo giorno è stato difficile. Ora non riesco più a staccarmi da questo posto. La gente è molto disponibile. C’è pace e tranquillità. Sto meglio che a San Vito. Non avrei mai immaginato. È stata una scoperta unica. L’unico rammarico è che questo posto è poco pubblicizzato. Ma vale la pena visitarlo. Ci s’innamora».

Friuli: premio a malga Montasio dal Touring club italiano

di Maura Delle Case.

È la più grande malga del Friuli Venezia Giulia, lanciata a livello internazionale dalle telecamere del Giro d’Italia che nel 2013 portarono fin lassù, a quota 1.550 metri, la carovana facendo per la prima volta tagliare ai ciclisti una linea d’arrivo in malga nella storia della corsa rosa. Il panorama mozzafiato, l’aria pura, vacche e marmotte disseminate tutt’intorno, assieme alla buona cucina, alle deliziose camere e sì, anche all’erta che attrae ciclo-amatori dall’Italia e dall’estero, fanno di malga Montasio una delle mete più gettonate della Regione. E premiate anche. Stavolta dal Touring club italiano – associazione non profit, che si occupa da oltre cent’anni di turismo, cultura e ambiente –, che si accinge a insignire la malga friulana del premio “Buona cucina”, che è stato ideato per dare risalto ai migliori esercizi caratterizzati al contempo dal clima famigliare e dalla proposta di una cucina genuina e di schietta impronta regionale, in un contesto curato e accogliente. Caratteristiche che il curatore della guida Luigi Cremona e la direttrice dei contenuti turistico-cartografici del Touring, Fiorenza Frigoni, hanno riconosciuto all’agriturismo malghivo, divenuto un simbolo, non ultimo perché vanta la fascetta madre, la numero zero, dell’omonimo formaggio Montasio. L’unica Dop che il Friuli Venezia Giulia vanta sul fronte lattiero-caseario. Saranno Vanni Micolini, che è il responsabile della malga, e Andrea Lugo, nel ruolo di direttore generale dell’associazione allevatori del Friuli Venezia Giulia Fvg a ricevere il riconoscimento, lunedì a Milano, alle Officine di via Tortona, in occasione della presentazione della guida “Alberghi e ristoranti d’Italia 2016” edita da Turing club. Una bella soddisfazione per il sodalizio e lo staff malghivo, che con dedizione e passione, anno dopo anno, stanno facendo crescere e conoscere il Montasio. Anche grazie a investimenti pluriennali che hanno consentito di rilanciare la malga: oggi dotata di camere, di un servizio ristorazione, di un mini caseificio e ovviamente di una stalla con centro di mungitura e spaccio per i prodotti lattiero caseari. «Il premio è una grande soddisfazione – affermano Lugo e Micolini – e un riconoscimento importante per il lavoro di tanti. Dai dipendenti dell’associazione ai pastori, dagli addetti al caseificio a quelli della cucina, ma anche dello spaccio, della sala ristorazione e delle camere». Di proprietà dell’associazione friulana Tenutari stazioni taurine, la malga è gestita dal 1960 dagli allevatori e ha di recente archiviato l’ennesima stagione positiva. Esordito il 15 giugno, l’alpeggio si è concluso il 18 settembre. Dunque dopo 96 giorni. I bovini, che provengono da 36 allevamenti di 24 diversi luoghi del Friuli Venezia Giulia, hanno trascorso quei 96 giorni padroni di ben 400 ettari, che fanno della malga Montasio, attestata come la più grande della regione. Sono duecentoventuno nel complesso – 132 vacche e 89 manze – i capi che hanno prodotto circa 12 chili al giorno di latte ognuno, produzione che ha consentito di trasformare quotidianamente nel caseificio circa mille 500 chili, per un totale di 140 mila chili prodotti nell’intera stagione. Assieme a Micolini e Lugo, in malga sono state impegnate ben 18 persone tra cucina, ristorante, camere, caseificio e spaccio. Un team di grande affiatamento, peculiarità che è diventata anche un elemento di garanzia degli apprezzabili risultati messi a segno durante questi undici mesi del 2015. Se nel caseificio in totale sono state prodotte e vendute circa due mila forme di formaggio oltre a caciotte, ricotte, burro e yogurt, il servizio di pernottamento è davvero andato a ruba. Ed è stato in grado di garantire un balzo in avanti del 55 per cento dei soggiorni nelle cinque camere a disposizione e un incremento del 30 per cento del fatturato rispetto al 2014. Risultati di tutto rispetto, che rendono il premio un successo meritato e forse anche atteso.

Tolmezzo: ottanta commercianti si autotassano per le luci e addobbi di Natale

di Tanja Ariis.
Le luminarie 2015 saranno accese sabato nel centro di Tolmezzo per rendere più accogliente la città nel periodo natalizio. Con esse si vuole dare un segnale di positività in questo non facile momento per Tolmezzo e la Carnia. Un segnale di luce che in questi giorni diviene anche reazione ai tragici fatti di Parigi, a quella violenza cieca che non deve annichilire, non deve vincere. A organizzare e realizzare le luminarie, come ogni anno, è stata la delegazione di Tolmezzo della Confcommercio. Con un costo complessivo che ammonta a più di ventimila euro, quest’anno le installazioni luminose sono state rese possibili grazie al contribuito economico di un’ottantina di soggetti, tra aziende commerciali, studi professionali e legali e intermediari finanziari della città, a cui si aggiungono due banche, ossia la Banca di Cividale di via Matteotti e la Banca Montepaschi di via Cavour, il Comune di Tolmezzo (5 mila euro), la Camera di Commercio di Udine (altri 5 mila), l’Unione artigiani e Bluenergy di Udine. Bruno Bearzi di Confcommercio spiega che il momento, dal punto di vista del commercio cittadino, non è dei migliori, in quanto pesano situazioni particolari legate alla chiusura del tribunale, a quella futura della caserma e alle note vicende di Coopca. Tutti aspetti che incidono naturalmente anche sotto l’aspetto psicologico e sulla propensione, in un simile contesto, a concedersi grandi spese. La speranza è di riacquistare gradualmente fiducia e la forza di rialzarsi. Quest’anno alcune località, come la zona del Borgat, non saranno illuminate. Avrà invece comunque il suo addobbo luminoso, diverso dallo scorso anno e sempre molto bello, piazza XX Settembre. Per esso finora, nonostante l’appello lanciato con largo anticipo già a fine agosto da Bearzi, ancora una volta nessuna banca che si affaccia sul salotto della città ha ritenuto di contribuire, neanche a fronte del rischio che la piazza potesse rimanere al buio, senza addobbo luminoso. Eppure su di essa si affacciano quasi solo banche. Piazza XX Settembre aveva avuto nel 2014 le luminarie natalizie più belle della città. A fare ancora quadrato sulle luminarie sono stati invece soprattutto commercianti ed esercenti. La convinzione infatti era ed è che specie in periodi di crisi la città vada resa accogliente e nello smarrimento di questi tempi e di questi giorni le luminarie della piazza e della città potranno contribuire a dare a tutti un segnale diverso,di positività.

Carnia: l’Osteria da Alvise di Sutrio protagonista a Expo

 

 

L’Expo si chiude questa settimana portando con sé i sapori della Carnia. L’Osteria Da Alvise di Sutrio è infatti l’ultimo, in ordine di tempo, dei ristoranti friulani che hanno proposto le loro specialità nel gettonatissimo Padiglione di Eataly che, nei 6 mesi dell’esposizione, hanno imbandito a rotazione il meglio della cucina regionale italiana.

Menù tutto carnico, il suo, che parte da una Selezione di formaggi di malga e di latteria di valle, e prosegue con una Selezione di salumi ( prosciutto Wolf Sauris IGP, salame e pancetta) e con due piatti che rappresentano al meglio la tradizione gastronomica carnica, ovvero i Cjarsòns e il Frico con polenta. Per concludere il tipico strudel di mele.
Letteralmente preso d’assalto da migliaia di persone, il “temporary restaurant carnico” – al piano terra dell’edificio che ospita i 20 ristoranti regionali selezionati da Oscar Farinett, patron di Eataly –
ha riscosso un grandissimo successo, soprattutto con i suoi mitici Cjarsòns, nell’interpretazione che il giovane e vulcanico chef Giacomo Della Pietra ha fatto della ricetta di sua nonna Maria.
Per tutto il mese di ottobre Da Alvise (tra le 10 osterie del Friuli Venezia Giulia segnalate nella guida Osterie d’Italia 2016 di Slow Food) ha conquistato il pubblico con i suoi sapori genuini e i pregiati prodotti carnici che ha proposto come antipasto: un eccellente biglietto di presentazione per tutto il territorio, che ha avuto la possibilità di presentarsi in questo modo all’amplissima ribalta del pubblico italiano e straniero che ha affollato in modo straordinario l’Expo nell’ultimo mese.
Ai fornelli e fra i tavoli, la famiglia Della Pietra al gran completo: lo chef Giacomo, la mamma Elena Di Ronco (che gli ha passato passione per la cucina e sapienza), il padre Enzo e il fratello Filippo.