Archivio mensile:Agosto 2016

Aldo Rossi: secondo Facebook le bestemmie rispetterebbero gli “standard della comunità” (poi hanno rimosso)

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Aggiornamento: Facebook dopo aver visto questo post sul mio blog deve averci ripensato e ha rimosso la foto incriminata … 
La cosa mi fa piacere e mi insegna che con Facebook basta andare con le … cattive e poi la capiscono, eccome la capiscono !!!
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Chiunque abbia un account su Facebook prima o poi si sarà chiesto come mai circolino liberamente fotografie, esclamazioni, frasi ingiuriose razziste o sessiste, senza che nessuno mai intervenga in merito. Esiste la possibilità per un qualsiasi utente di segnalare proprio a FB questi “contents” di indubbia capacità intellettuale, attraverso la “Segnalazione di un contenuto”: “Se desideri segnalare contenuti che non rispettano gli Standard della comunità (ad es. nudità, incitazione all’odio, violenza) usa il link, segnala accanto al post, alla foto o al commento”. E fin qui tutto bene, ma non aspettatevi che alla vostra segnalazione segua la rimozione, perché loro valuteranno se queste “perle di saggezza” rispettino oppure no i loro “Standard della comunità”. Che cosa siano e su quali basi etiche – filosofico – razionali poggino questi standard, non è dato sapersi e l’unico modo di cercare di capirlo è fare delle segnalazioni e vedere che cosa ti rispondono. Vi dico subito che, qualunque sia il contenuto, le possibilità di rimozione dello stesso sono molto basse, anche se la foto o l’insulto riguarda voi personalmente: nel caso FB si tutela dicendo espressamente che in questo caso dovete rivolgervi ai Carabinieri o alla Polizia Postale.

Da una mia lunga serie di segnalazioni vi posso dire anche che per FB non esiste proprio l’apologia del fascismo e certo Mark Zuckerberg di quel periodo li della storia d’Italia non saprà nulla. Ma di Hitler, dell’Olocausto e del Cristo della religione Cristiano-Cattolica in particolare, qualche volta ne avrà pur sentito parlare.

Eppure dopo la mia segnalazione di una foto, il cui scopo era quello di incitare all’odio verso gli immigrati con ritratto Hitler che inneggiava all’Olocausto bestemmiando Dio, il team di assistenza del social network scrive: “Grazie per il tempo dedicato alla segnalazione di un contenuto che, a tuo avviso, potrebbe non rispettare i nostri Standard della comunità. Segnalazioni come la tua rappresentano un contributo importante al fine di rendere Facebook un ambiente sicuro e accogliente. Abbiamo esaminato la foto che hai segnalato perché incita all’odio e abbiamo determinato che rispetta i nostri Standard della comunità.

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Se questi sono gli “Standard” di Facebook, dev’essere proprio una strana comunità basata su stravaganti principi quella su cui Zuckerberg ha costruito la sua fortuna e sopratutto nulla per cui andare fieri.

Carnia: Cleulis, il paese dello storico Trio Pakai

Scemature del 08/08/2016.

Le visite e i siti culturali in genere, condividono la funzione del ricordo. Musei, monumenti, collezioni, sono luoghi di raccolta e conservazione di testimonianze, materiali ed immateriali, dell’umanità e dell’ambiente. Le visite stesse, le gite, le escursioni guidate o non, sono occasione di studio, educazione e diletto, per la conoscenza e la memoria del ricordo. Questa settimana il mio invito è di raggiungere una località e di partecipare a un appuntamento, non tanto perché rientra nella programmazione di un festival o di una manifestazione, fuori dai grandi circuiti e i cui presupposti sono in armonia con l’ambiente ospitante, come sono solito fare. La meta che consiglio è tutt’uno con la persona o le persone che l’hanno abitata e di cui voglio contribuire a preservarne il ricordo. Il luogo è Cleulis, nell’alta Valle del But, dove pochi giorni fa è venuto a mancare un uomo la cui umanità, manifesta tanto nella vita quanto nell’arte, l’ha reso presto un personaggio pubblico, un’istituzione per la Carnia e il Friuli, inviso alla sua disarmante semplicità. La persona è Genesio Puntel, il contrabbassista dello storico Trio Pakai. Ci ha lasciati dopo almeno sessant’anni di musica, balli e allegria che ha disseminato in tutto il Friuli e nei fogolârs furlans d’Europa, Africa, Canada, America. Lui, assieme ad Amato Matiz, il fisarmonicista carnico per antonomasia scomparso ormai trentun anni fa, il chitarrista e autore Paolo Morocutti e la voce di Stefano Paletti, ancora e con gioia con noi, tutti del posto, sono stati il primo esempio di “star” della musica friulana (tra l’altro, i primi in Friuli ad incidere un 45 giri), senza però saperlo, volerlo, senza la minima altezzosità. “Gjenesio” poi, con la battuta sempre pronta e la passione per la vita, sapeva muoversi sul palco come non altri, facendo roteare il suo “liron” a ritmo di musica durante un’esibizione, oppure lo suonava tenendolo abbracciato come fosse una chitarra. Così fino all’ultimo, coi suoi novantun anni. Percuoteva le corde sui ritmi di polke e mazurche, quelle che li han resi celebri, con le mani forti e callose, non di un operaio prestato alla musica, piuttosto il contrario, di un musicista prestato all’edilizia. Che suonasse a orecchio poco importa, fino allo sfinimento, lui che oltre al contrabbasso si divertiva anche con la fisarmonica, da buon polistrumentista, di quelli che la musica la imparano sulla strada, nei borghi, nelle osterie di paese. Ed è lì che la restituiscono, come lui, attorniato da volteggi di dame, ballerini e compagnoni avvinazzati, tutti desiderosi di fare feste ballando le fatiche del lavoro e le ansie della vita. Per questo vi invito ad andare a Cleulis, per bere un bon “tai di neri” in suo onore, allo storico Bar Pakai, dove per mezzo secolo e ancora oggi risuonano quelle melodie diventate eterne. Passate poi a posargli un fiore in cimitero, oppure prima andate sul Moscardo a visitare il piccolo ma prezioso museo domestico dedicato ad Amato Matiz e al Trio Pakai, dove potrete ammirare fisarmoniche, violini, vestiti di scena, premi e tante fotografie. Consiglio infine, oltre all’ascolto della musica del Trio, la lettura di un libro: “Amato Matiz Pakai, un om e la sô armoniche” di Celestino Vezzi, dove l’autore ha raccolto una serie di simpaticissime storie e aneddoti, molti raccontati da Genesio. Teniamo così vivo, con il sorriso, il ricordo di una persona sublime.

Alto Friuli: Bevorchians, il paese che si affolla d’estate per i sentieri nei boschi

di DARIO ZAMPA.
Il viaggio nei paesi dimenticati fa tappa a Bevorchians, frazione di Moggio. Come arrivare Partendo da Moggio si prosegue per la Val d’Aupa, lungo la strada provinciale che costeggia l’omonimo torrente. Dopo una decina di km c’è il bivio (la beòrcje) con regolare segnaletica che indica la località di Bevorchians, sulla sinistra. Altri 500 metri in leggera salita e si arriva alle prime case del paese. Il territorio Il Comune di Moggio con i suoi 142 km² è il terzo Comune della Regione per estensione di territorio, superato solo da Tarvisio e Claut. Oltre allo straordinario complesso abbaziale, ricco di storia e fascino, va segnalata una particolarità: il suo territorio è dotato di oltre 100 chilometri di percorsi per mountain bike che si snodano lungo sentieri immersi nei boschi, costeggiano vecchi borghi, scendono lungo greti di fiumi e riportano in paese. Questi percorsi richiamano migliaia di appassionati escursionisti che d’estate affollano anche le piccole località del territorio. Gli irriducibili Un paese che si chiami Bevorchians non esiste. Come i Comuni di Buia, Ragogna, Verzegnis, ecc. che non hanno una località che corrisponde al nome del Comune, così anche la frazione di Bevorchians risulta composta da una decina di borgate senza che nessuna porti quel nome. Eccole: Gallìzis, Culòs, Bèlcis, Frucs, Ors, Chiampiùi, Plans, Saps, Pacol da la Cite, Nanghèz e altre ancora. Abbiamo scelto questa località perché lo spopolamento è stato pressoché totale: degli oltre 600 abitanti del primo dopoguerra, oggi si contano una ventina di residenti, perlopiù anziani. Lilly, la signora di Bevorchians Abbiamo incontrato la signora Liliana Tolazzi che con il marito Fiorenzo Filaferro, ambedue nati a Bevorchians, gestisce l’antica osteria del paese. «Da oltre 150 anni – esordisce Lilly – questa osteria è un punto di riferimento per tutta la vallata. Prima si chiamava “Al nasòn” poi semplicemente “da Lilly e Renzo”. Negli anni ’50 tutte le borgate pullulavano di gente e funzionavano a pieno ritmo ben due latterie. C’era la scuola elementare con oltre 80 ragazzi. Le tre maestre, Isabella e Ucci di Udine ed Elena di Moggio, si fermavano a dormire nella scuola. Ricordo – dice scuotendo la testa – che d’inverno arrivava un vecchio camion, residuato bellico, che portava la legna per riscaldare la scuola. Si fermava sotto la borgata, sulla strada provinciale, e noi bambini facevamo a piedi quasi due chilometri, salita e discesa, con un legno ciascuno per portarli nella scuola». «A 12 anni – interviene Renzo, il maschio del paese – con l’aiuto di mio padre ho ucciso il primo maiale. Si andava a caccia di camosci e lepri e poi, nel primo dopoguerra, sono arrivati dall’Austria anche caprioli e cervi che prima non c’erano». Un mondo che non c’è più, che il progresso ha cancellato senza distinguere il positivo dal negativo. La curiosità Appena sopra Bevorchians sono ancora visibili le gallerie di una vecchia miniera di fluorite. Si tratta di una pietra bianchissima che a quel tempo – spiega Renzo – serviva per fondere l’acciaio. Vi lavoravano una quarantina di operai e tutto il materiale estratto veniva portato a valle con una teleferica e proseguiva il viaggio verso le fonderie siciliane. È stata chiusa negli anni ’50. Bevorchians era il paese più popoloso e benestante della valle con 10 casere, 4 mulini, 2 segherie, il più alto numero di bovini allevati e di prati. Da una trentina d’anni ha ceduto il posto alla vicina frazione di Dordolla.

Quando la storia passa dalla Carnia, qualcuno ricorda Giuseppe Chittaro Job?

 

Io, Ermes Dorigo, sì, perché, quando fu interrogato dai Carabinieri di Tolmezzo, gli chiesero se conoscesse qualcuno e lui buttò lì il mio nome, per cui fui gentilmente accompagnato da due Carabinieri in caserma, per chiarire la mia posizione. Io risposi che non lo conoscevo e che forse poteva essere uno dei “grandi”, quando ero in Collegio dai Salesiani. Una veloce verifica confermò quanto avevo affermato e con tante scuse potei tornarmene tranquillo – come quando ero stato convocato –a casa.

Da: Lotta Continua,13 febbraio 1980

Udine, 12 – Giuseppe Job Chittaro, l’uomo che avrebbe consegnato il documento su Fioroni a Pat Trivulzio ha alle spalle una storia lunga ed avventurosa. Chittaro non è un  triestino come scrivemmo nel giornale di domenica ma un friulano, come suggeriscono i cognomi, tipici di quest’angolo d’Italia e come dicono i dati anagrafici del comune di Udine, la città dove nasce una quarantina di anni fa. Figlio legittimo per alcuni, figlio adottivo di Giuseppe e Olimpia Job, per altri, Chittaro cresce a IIleggio, una frazione di Tolmezzo tra i monti della Carnia. Di questo paese sperduto e sconosciuto Chittaro finirà per essere il personaggio più famoso. Ma anche il più inquietante per le vicende che celebrità gli hanno dato. La prima volta che Chittaro sale agli onori della cronaca – titoli e foto sui giornali locali -è agli inizi degli anni ’70, imputato nel processo che si celebra il 16 maggio del ’72 nella piccola aula del tribunale di Tolmezzo. Il processo deve giudicare Chittaro – che non si presenta – per una serie di piccoli reati, furtarelli che non sempre hanno a che vedere con la professione, vera o pretesa, del rivoluzionario: alcuni gioielli finti rubati ad una statua della madonna in una stradina di montagna, uno zaino, una coperta e dei liquori rubati in un rifugio alpino, due vecchi moschetti Beretta calibro 21, sottratti ad un poligono militare dove il custode l’ha riconosciuto. Ma, sul fondo delle piccole ruberie, raccontate dalla lettura delle deposizioni rese in istruttoria dal Chittaro, si aprono squarci di una oscura vicenda accaduta tra il settembre e l’ottobre del ’69. Una storia che ha per drammatici ingredienti la morte di un anarchico, l’esistenza di una radio emittente clandestina, ed un campo di addestramento «guerrigliero» in alta montagna. Lontano dalle grandi città, nel cuore di un’area sottosviluppata coperta di caserme e di malcontenti, avrebbe dovuto sorgere – a quanto racconta Chittaro –  riedizione della Sardegna dei caschi blu e del banditismo, un’isola di guerriglia.

Legato a Feltrinelli e alfiere di questa Sierra maestra da strapazzo, proprio lui, Giuseppe Job Chittaro. Che incontra a Milano un anarchico francese, autore insieme a Pinelli, Valpreda ed altri dello sciopero della fame davanti il palazzo di giustizia di Milano, nei primi giorni dell’ottobre del ’69. Il biondo anarchico francese, amico di Cohn Bendit nei giorni del maggio parigino, è colpito da foglio di via. Chittaro lo prende con sé, gli promette di fargli passare il confine con Austria e, su una macchina carica di materiale logistico e di propaganda parte per la Camia. E’ il 6 ottobre, il 7 Chittaro ed il francese compiono il furto di due fucili al poligono di Tolmezzo, il giorno dopo giungono a Sauris. A Sauris altre quattro persone attendono Chittaro e l’anarchico: due tedeschi e «due compagni di lotta» Mario e Romano. Da lì inizia una marcia di montagna. La «base mobile» ha il compito di disturbare le trasmissioni di Radio Praga e di rivolgere proclami rivoluzionari ai pacifici montanari dell’Austria, pochi chilometri più in là. Ma in breve, si accorgono di essere seguiti dai carabinieri, sulle tracce del Chittaro e del francese per il furto d’armi nel poligono, oltre che per i furti d’arte, precedente specialità del Chittaro. Il gruppo si divide: i due tedeschi da una parte, Mario e Romano dall’altra, Chittaro e il francese da un’altra ancora. Verso mezzogiorno il Chittaro abbandona la carabina e si separa dal francese. Poco distante, su quelle stesse montagne, il 25 ottobre viene trovato il cadavere di un uomo con accanto i due fucili rubati al Poligono di Tolmezzo ed un colpo alla testa. Il documento, un foglio di congedo militare, è intestato ad un certo Pino Rossi. Ma in breve 1’identità è accertata: l’uomo è Daniel Gérard Collet. Intanto Chittaro è sparito. E’ riuscito a raggiungere la Francia. Le indagini, mesi dopo, vengono condotte da un ufficiale dei carabinieri giunto appositamente da Roma. L’ufficiale si chiama Varisco, un nome che sta cominciando a diventare famoso per il ruolo assunto nell’istruttoria Valpreda. Varisco – come si sa – morirà nel giugno 1979 per mano delle BR a Roma. L’allora capitano Varisco archivia rapidamente il caso: il francese si è suicidato, anche se qualcuno dice che il corpo presentava tre colpi al volto e non uno alla nuca come afferma la versione ufficiale.

Chittaro è in Francia, a Mulhouse. Può contare su influenti amicizie. Ha avuto modo di farsele durante i suoi soggiorni milanesi. Quando, ancora prima della vicenda della base mobile, frequentava l’albergo «Commercio Occupato», il circolo anarchico della Ghisolfa, la casa dello studente di viale Lamagna, il circolo chiamato «Internazionale 2000».Quando, strana specie di emigrante, Chittaro è intestatario di cinque auto che dovranno servire al trasporto di ricetrasmittenti ed altro. Quando mantiene rapporti con Feltrinelli, di cui vantarsi nelle cene d’osteria a Tolmezzo, dove ritorna a raccogliere lettere di emigranti e a far circolare e distribuire «materiale sovversivo». Quando conosce Allegra.

Sarà proprio Allegra a consigliarlo amichevolmente di disfarsi delle macchine, di sottrarsi ad ogni responsabilità. Chittaro gli ha scritto una lettera. Sono passati pochi giorni dalla morte dell’agente di PS Annarumma. Chittaro sostiene di aver udito all’Albergo Commercio certi discorsi che, in un certo senso, potevano preludere alla volontà di giungere al morto per far precipitare le cose. In giro, Chittaro va dicendo di essere in possesso del filmato della TV svizzera sugli scontri in cui trovò la morte Annarumma e di averlo poi distrutto perché in alcuni fotogrammi, lui stesso, il Chittaro, poteva essere riconosciuto.

12 dicembre 1969: sono passate poche ore dalle bombe alla Banca dell’Agricoltura. Allegra si ricorda di Chittaro. Si procura il suo numero di telefono. Glielo dà il console italiano a Basilea, Pastinelli, che con il «guerrigliero» amico della questura intrattiene buoni rapporti. Allegra gli telefona verso la mezzanotte e prepara un incontro. E’ per il giorno dopo a Basilea: Chittaro e Calabresi parlano a lungo. Senza ricavarne nulla – dirà Calabresi – che tra le altre cose chiede a Chittaro chiarimenti sulla lettera che il friulano avrebbe scritto all’avvocato Gentili su Pinelli, sugli anarchici. Forse Chittaro viene scaricato. Fatto è che viene arrestato in Francia e processato a Colmar. Viene concessa l’estradizione e Chittaro viene incarcerato a Tolmezzo.

Ma dura poco. Lo interrogano e lui parla, dice molto. Poi c’è l’amnistia e lo rilasciano. Al processo del maggio ’72 per i furti d’arte e di armi viene assolto. «Cose vecchie», dice il pubblico ministero.

Lui, Chittaro, non si è neppure presentato. Ha altro da fare. Ha ripreso i contatti con Feltrinelli, viene segnalato in una vacanza sullo yacht dell’Editore con Saba, un sardo il cui nome uscirà poco dopo. Poi di Chittaro si perdono le tracce. Ha molte amicizie al posto giusto, qualcuno lo aiuta a ritornare nel silenzio per tornare fuori al momento opportuno.

Feltrinelli è morto, è morto Calabresi, è morto Varisco. Lui, però è vivo, e dal buio civile ed umano della sua condizione di guerrigliero amico delle questure lascia filtrare uno o più documenti. Quelli che tirano in causa Fioroni. E che, assieme, al «rivoluzionario» di Tolmezzo fanno emergere dal sottofondo delle infiltrazioni e delle complicità, i nomi di Calabresi, di Allegra e di Varisco.

 

Toni Capuozzo

 

CHI RICORDA IL “TEOREMA CALOGERO” E L’ARRESTO DI TONI NEGRI IL 7 APRILE?

Io sì, perché gli avevo scritto come redattore di MACCHIE, e pochi giorni dopo:

 

Rebibbia G 12

Roma 18 aprile 1982

Caro Dorigo,

la tua lettera mi ha raggiunto dopo un lungo giro. Adesso sono infatti a Rebibbia Roma in attesa del processo che dovrebbe aprirsi in giugno. Il mio indirizzo è dunque Rebibbia G 12 Roma. Grazie per la tua lettera. Ho anche guardato il numero di Macchie che hai spedito e mi sembra una cosa davvero agile e radicata. Mi piacerebbe molto scrivere qualcosa per voi. Ma piuttosto che riaprire il discorso su il 7 aprile – cosa che potrebbe benissimo fare un altro – non credi che sarebbe più piacevole discuter di cose che mi stanno infinitamente a cuore, come ad esempio tematiche regionalistiche, separative, di decentramento effettivo…? Per quanto riguarda il 7 aprile ti segnalo l’ultimo numero di Critica del diritto, tutto dedicato al processo. Potresti ritagliare qualche articolo da quel numero. E poi si può intervenire, qualcuno di noi, subito. Comunque ti faccio spedire dall’agenzia 7 aprile (Via Tomacelli 103. 00186) alcuni materiali che sono stati recentemente elaborati. Per quanto riguarda il mio intervento io preferirei, come ti dicevo, un tema più legato alla vostra realtà. Al tipo di battaglie che conducete con forte radicamento. Mi dici se ti va bene? Aspetto un tuo cenno. Ti ringrazio molto per quello che comunque farai per noi. Questa galera è brutta, lunga, troppo lunga – e troppo ingiusta.

Ciao. Un abbraccio fraterno.

Tuo Toni Negri

 

Negri sconterà in totale, durante la sua vita, dieci anni di carcere di cui gli ultimi quattro in semilibertà.

Morire di corruzione? Una cosa “quasi” normale di Delio Strazzaboschi

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di Delio Strazzaboschi.

    Ci sono medici che prendono paura se ti presenti con un piccolo taglio, non sanno lavare le orecchie né mettere un punto di sutura, le loro anamnesi sono basate sulle chiacchere e le conseguenti cure dipendono da competenza, caso e pressioni dei generosi venditori di farmaci. E ci sono ospedali nei quali si va per partorire o per un piccolo intervento di routine, e dai quali si esce cadaveri. Ci sono pubbliche amministrazioni in cui una moltitudine di impiegati spiega ai cittadini come non fare le cose che si possono fare, non compiendo però loro ogni giorno quelle che dovrebbero. Dall’altra parte, un’infinità di colleghi lavora alacremente per calcolare e farsi pagare fino all’ultimo centesimo ogni tipo di gabella, destinata esclusivamente a perpetuare l’inappagabile burocrazia. Ci sono scuole nelle quali bidelli non fanno nulla proprio e dirigenti dell’arbitrio si circondano di yes-men cui delegare ogni cosa pur di non doversene occupare, come la gestione strumentale delle pre-iscrizioni o i progetti per guadagnare di più educando di meno. Le docenti non insegnano più nulla in modo dialettico, ovvero accompagnando l’alunno nell’apprendimento: solo lezioni frontali e verifiche, estirpando per sempre la voglia d’imparare. Nell’indifferenza dei Comuni (la scuola è un elemento del marketing elettorale), dei sindacati (oggettivamente complici) e nell’impotenza dei genitori (soggettivamente vittime), la scuola riproduce coerentemente sé stessa, danneggiando così in modo irreparabile prima i giovani e dopo l’intera società.

    Poi un giorno una nave da crociera va a sbattere contro uno scoglio. Un altro giorno due treni si scontrano frontalmente. E nonostante la (inspiegabile) quotazione in borsa dell’ente controllo voli, c’è da attendersi il prossimo evento ragionevolmente possibile, la caduta di un aereo dopo il decollo o prima dell’atterraggio. Dopo le tragedie il Paese s’interroga, attonito. Completamente corrotto, e quindi complice, finge di non sapere come ciò possa accadere, ma in tutte le epoche e a tutte le latitudini il modo in cui si fanno le cose è espressione ultima di chi si è. Nessuno ricorda più come quel tale abbia vinto un concorso, quell’altro abbia avuto un lavoro, questo qui un incarico e quello là una nomina. Erano e sono un po’ troppo ignoranti, illetterati, inadeguati, incompetenti, intorpiditi, inutili. E’ colpa loro, e solo loro (perché non tutti sono così). Perché stupirsi ?

 

Tolmezzo: a Casanova ciclabile chiusa per i massi, ma in tanti la percorrono ugualmente

di Tanja Ariis.
Proteste per la pista ciclabile tra Caneva e Casanova:il presidente della Consulta frazionale di Casanova, Francesco Cimenti, chiede di intervenire sul tratto chiuso da quasi due anni, visto che molte persone comunque la frequentano. Cimenti spiega che il tratto di Clapuz, nel tratto parallelo alla galleria destinata al transito veicolare, è stato chiuso da tempo in quanto erano franati dei sassi e il percorso non era più sicuro. Il punto, segnala, è che ciclisti e pedoni passano lo stesso: la transenna con l’ordinanza e tre blocchi di cemento non li scoraggia. «O la chiusura è ben fatta – suggerisce, chiedendo di chiudere meglio il passaggio – o continueranno a passare di lì, con tutti i rischi che ne derivano». C’è poi, aggiunge, chi percorre la galleria, dove però il marciapiede è molto stretto. Tanti, segnala con preoccupazione, non sono neppure dotati di giubbino catarifrangente. A ciò va aggiunto, continua Cimenti, il degrado in cui versa anche dal punto di vista manutentivo la ciclabile. Fa presente che il tratto dalla fine della galleria verso Casanova fino all’albergo lo sfalcia di persona ogni anno pur di limitare il degrado. «Si parla tanto di turismo in Carnia – protesta – ma nell’ora e mezza che sono stato a falciare quel tratto tra bici e pedoni è passata una settantina di persone. Dico questo per far capire che bisogna anche provvedere alla manutenzione delle ciclabili, oltre a realizzarle, perché attraggono gente». Lino Not, già commissario dell’ormai ex Comunità montana della Carnia, ha spiegato che in agosto è previsto un altro giro di manutenzioni sulle ciclabili e sul tratto in località Clapuz sono stati reperiti i fondi per l’intervento e si sta definendo il progetto. Nel frattempo si renderà il divieto più chiaro. Sugli attesi lavori alla ciclabile in località Vinadia, aggiungeva, sono stati superati anche gli ultimi intoppi burocratici (è arrivata l’ultima autorizzazione) ed è imminente la partenza dei lavori. Con 10 mila 900 euro si interverrà sulla manutenzione lungo la Ovaro-Villa Santina nella zona ex ferrovia, ripristinando anche l’illuminazione in galleria. Con 21 mila euro si procederà all’asfaltatura e manutenzione di un tratto di ciclabile nel territorio di Zuglio. Con ulteriori 42 mila euro a Terzo di Tolmezzo sarà sistemato e asfaltato un tratto di ciclabile in prossimità del campo sportivo. Sono state inoltre avviate le procedure per l’appalto dei lavori della passerella di Priola di Sutrio.