Archivio mensile:Settembre 2015

Carnia: ritorno a Forni di Sopra (*), riflessioni sullo spopolamento dei paesi del giugno 1983

Carnia

di Ermes Dorigo.

“Come?! Anche lui!?” Sempre più spesso depongo la cornetta del telefono sconfortato ed amareggiato, dopo un altro annuncio di morte. Ad uno ad uno si sgretolano i mosaici dell’infanzia e dell’adolescenza e in quei vuoti, lasciati da morti conosciuti, se ne va e scompare anche una parte di me. Perché, invero, la nostra identità matura e cresce solamente con la presenza delle persone e delle cose dentro di noi. La vita degli altri in noi è quella che ci dà il senso di appartenenza ad una comunità, ad un popolo, ad una storia e attribuisce significato al nostro agire quotidiano. La presenza di una o molte persone in tante persone costituisce il tramite principale per la costruzione dei legami sociali, che ci portano al di fuori di noi stessi, della famiglia, dei clan, per vivere una più completa identità e vita collettiva. La morte recide, ad un tempo, legami personali e sociali. Essa, pertanto, non è solo un problema personale e familiare, ma sociale e collettivo.
Oggi, i vuoti sociali non vengono riempiti. Non si tratta solo del calo delle nascite.
I vivi rimuovono ed allontanano da sé il senso della morte. Così, il tessuto sociale si fa sempre più sfilacciato, bucato, sbrindellato, saltano i collegamenti e i canali di comunicazione sociale e di solidarietà, ognuno viene ricacciato dentro se stesso, nella propria solitudine, che si tenta di vincere in varie maniere: la fuga nel bere, la frenesia dell’agire per l’agire, la rincorsa consumistica, la chiusura nel ricordo, la fuga dalla storia, la ricerca della droga, la smania della ricchezza e del comando, il silenzio rancoroso, il vittimismo, l’evasione nel sogno… Un sentimento grande d’impotenza e di morte aleggia su una tale comunità, assente di parola, di comunicazione, di dialogo, di partecipazione alla vita civile. La parola, non la chiacchiera dissennata e nevrotica, è la chiave che apre la porta di noi stessi e della vita sociale; se occultiamo la chiave, rimaniamo chiusi in noi stessi e la società è sommersa di vocii borbottìi mormorii, di persone che non comunicano: tanti monologhi deliranti non fanno un dialogo. Allora, sono i vivi ad essere morti.
Accendo il registratore. Riascolto la voce di zia Maria Sinisa, da me intervistata pochi giorni prima della sua morte. La scienza e la tecnologia, se ben impiegate non a produrre armi… Ascolto e riascolto. Non mi interessa tanto quello che dice, ma la voce che racconta. Pensiamoci bene. La voce è presente, ma dice la grande assenza di lei che è morta. Non è testimonianza delle cose che dice, ma la presenza d’un vuoto che si è creato nei nostri rapporti quotidiani. E’ la presenza del passato, un confronto necessario con la nostra memoria, individuale e collettiva; o con l’assenza di tale memoria. Infatti, questa voce o ci aiuta a rinsaldare la nostra memoria e, quindi, a confrontarci con la realtà nostra odierna, oppure ci rende consapevoli che siamo senza memoria; che non siamo. Perché, una persona senza storia non vive, ma galleggia sopra se stessa e sopra le cose. Talora roca, talora affannata per l’assedio della morte, ma sempre lucida, la voce rievoca la camera di legno antico dov’era da tempo costretta e il copriletto lavorato all’uncinetto e la corona del rosario tra le dita nodose e uno sguardo chiaro ma affilato, a sondare la sincerità dei miei gesti. L’intensità del timbro della voce, padrona della storia che rievoca, infrange e manda in frantumi quotidiane ipocrisie e vessazioni e mi trasporta attraverso una vita in altre vite addietro, al padre del padre, di madre in figlio, di famiglia in famiglia, di fienagione in fienagione, d’emigrazione in emigrazione, di guerra in guerra… Ad un tratto rivivo dieci anni fa. Nell’angolo della cucina, sul letto, un piccolo corpo divorato dal male: mia nonna morente. Rannicchiata, perché la morte la riporta alla positura della nascita, stanca di lottare, ma fiera d’essere arrivata alla fine senza aver perso le origini, non mi dice niente. Mi guardò intensa, con suoi scuri occhi profondi – rimprovero? ammonimento? pena per me che restavo? -; non parlò e si volse per sempre dall’altra parte. Quello sguardo me lo portai appresso. E ritornò in seguito ogni volta che sprofondavo in una vita quotidiana senza storia. Una voce, una storia, confrontarsi coi ricordi. Con la paura della morte allontaniamo anche questi dati minimi, per timore che ci facciano capire che quello che ci circonda non è vita, ma frastuono, fuga da noi stessi, mercificazione delle persone: un grande silenzio di morte vivente. Solo la morte dà un senso alla vita.
Questa nostra società ha creato l’illusione di aver sconfitto la morte e di aver inventato l’elisir d’eterna vita. Si vive come se non si dovesse mai morire, su un piatto rettilineo, trasportati da un gigantesco tapis roulant. Ogni tanto qualcuno cade dalla scala mobile (per molti é caduta la scala mobile), ma non ce ne curiamo eppure facciamo finta di non aver visto, dimentichiamo in fretta. Abolire il pensiero; agire correre affannarsi: denaro carriera arrivare. Ma dove? C’è forse una meta quando gli altri non avanzano con noi? C’è forse vita individuale nel silenzio collettivo? Si creano poteri, interessi, privilegi e corpora-zioni di pochi sulle macerie di coloro che rimangono indietro, che non accettano un tempo senza passato e senza futuro.

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Perché, chi è senza passato è senza futuro. Quale futuro? “Niente futuro”, gridano le giovani generazioni nelle manifestazioni pacifiste contro la corsa agli armamenti.”Niente futuro!”, per chi non ha la prospettiva di un lavoro. “Niente futuro!”, per chi ha dinanzi a sé la via per una grande solitudine individuale senza società. Ripensare la storia, non perché essa sia maestra di vita, ma perché ci aiuta a formulare meglio le domande sul disumano presente e a progettare un futuro di solidarietà, comunicazione, umanità. Nel centro di Andrazza rimangono, segni d’una lacerazione, le pietre annerite e il sapore acre di dissoluzione dopo l’incendio. Un vuoto. La storia procede per salti e rotture, non è una linea retta continua ed ascendente, sulla quale salire, che ci dia sicurezza o la possibilità di un fatalistico abbandono. La storia è un atto di volontà, individuale e collettiva; il coraggio di inserirsi nella frattura e nelle contraddizioni, per superare l’assedio della morte e ricostruire l’identità di una storia che non nasconda ricuciture e strappi. Il discrimine, tra chi lavora per il futuro e chi vuole negarlo, sta nella nostra collocazione nel presente: da un lato, quelli armati di ago e filo per cucire rapporti e legami e par strapontâ scarpès, che permettano ancora un lungo cammino nel futuro; dall’altro, quelli armati di forbici, per tagliare, recidere legami e ricordi: sulla divisione di molti s’insedia il potere di pochi. Anche le collettività, un paese, nascono e muoiono, ma la morte non è mai definitiva come quella individuale. I momenti di transizione, da una identità ad una diversa ma che mantenga legami di continuità con la precedente, hanno il sapore della morte. Dipende da noi essere rapaci avvoltoi o costruttori di vita. I nostri nonni hanno costruito case in tutto il mondo: che i figli e i nipoti non sappiano più usare la cazzuola del dialogo per costruire le mura di una nuova identità del paese, che abbia il sapore del tempo, ma aperta verso il futuro? Perché, in verità, la storia non dev’essere un cappio, che strangola chi vuol vivere qui ed ora; un qualcosa che ci riporti indietro in un sogno conservatore e nella fuga dai problemi.
Con le case bruciate se n’è andato anche Nilo. Perché l’ha fatto? Solitudine? Disperazione? Bruciare il passato e il presente. Nell’atto di un folle sta forse una premonizione profetica? lo credo di sì. Ne L’albero degli zoccoli di Olmi, affresco della civiltà contadina, si vede un matto che gira di cascinale in cascinale, entra nelle case dei contadini, accolto benevolmente, mangia con loro e se ne va. L’umana solidarietà; e la follia individuale a carico della collettività. Un mondo di sentimenti, di affetti, di valori che se n’è andato. Solitudine. La legge 180, che chiude i manicomi, è una legge umana, che vorrebbe ricostruire quell’antico senso di solidarietà, dissolto e presente solo nelle favole che si raccontano ai bambini: favole, appunto, perché si sa che più non esiste e, pare, non c’è la volontà di farla rivivere. Si chiede da molte parti una revisione della 180 e il ripristino del manicomio. Chi vuole questo, che società prospetta? Quella: degli ospizi emarginanti per gli anziani, delle carceri per coloro che rifiutano il conformismo dominante, dell’anestesia della droga per i giovani senza futuro, della distruzione della speranza per i bambini, della nuova emarginazione delle donne, dell’esclusione dalla società dei portatori di handicap, della crescita di larghe fasce di nuova povertà. La condizione dei deboli rivela il grado di umanità e disumanità dell’intera società. E questa società pare avere come unico valore la produttività e il profitto, che si può ricavare dalle persone. E chi vuole “solamente” vivere? “Meglio farla finita!”, avrà pensato Nilo. “Meglio?”, ci chiediamo noi. Oppure si può vincere l’assedio di questa morte sociale?

Ermes Dorigo

(*) Chi scrive è farnese di nascita. Ogni volta che ci ritorno, trovo il paese sempre più silenzioso, con un lungo elenco di morti. In questo senso Forni può essere il simbolo dell’ abbandono e dello spopolamento dei paesi di montagna. Ma non solo. Forni è anche un pase che ha avuto un notevole sviluppo turistico. Senza entrare nel merito di tale sviluppo e senza demonizzare il turismo, resta il fallo che tale mutamento determina una crisi-morte di una identità collettiva, uno stato di anomìa, si spera transitoria. In questo senso può simboleggiare la crisi di identità dell’intero popolo friulano. Da qui, la necessità di una riflessione sulla storia, sul passato, col quale il rapporto non può che essere problematico.
(Nel testo si fa riferimento al recente incendio di Andrazza, frazione di Forni, di cui s’è abbondantemente parlalo sui giornali locali. Nilo è l’incendiario

Tolmezzo: altre sei stazioni Gps controlleranno la frana di Cazzaso

di Tanja Ariis.
Altre sei stazioni permanenti Gps saranno collocate nei punti più sensibili della frana di Cazzaso per monitorarne i movimenti e si aggiungeranno a quella che c’è già in paese. Tali strumentazioni, di elevata tecnologia, permetteranno un controllo più accurato e sistematico sull’evolversi della frana, così da garantire l’incolumità dei residenti e consentire, nel caso di eventi calamitosi, un margine di sicurezza tale da permettere l’attivazione del piano comunale di evacuazione. La parola d’ordine è, quindi, quella di porre in essere tutte le misure di prevenzione necessarie per sapere in ogni momento come comportarsi e poter convivere con serenità con questa frana storica. Dopo le prolungate e intense piogge del 2014, si erano registrati maggiori movimenti del fronte di frana sia in quota (strada Fusea–Cazzaso, con fratture a sud–est dell’abitato, deformazione in superficie, rottura della tubazione dell’acquedotto) che in profondità (deformazione dei pozzi piezometrici). Si è quindi palesata la necessità di un costante e continuo monitoraggio della frana, avviato a novembre 2014 e ancora in corso. «Finora, in attesa del posizionamento delle altre sei stazioni Gps – spiega il vicesindaco, Simona Scarsini – è stato improntato un sistema di rilievo manuale con 19 picchetti». Quando la protezione civile dirama allerta meteo di fascia gialla i rilevamenti manuali sono quotidiani. Le sei stazioni Gps misureranno costantemente in loco i dati. «Spero che entro un mese – dice Scarsini – possano essere posizionate. Servirà anche la preparazione dei siti che dovranno avere attorno un certo spazio libero da bosco, perciò i tempi effettivi dipenderanno anche dal meteo. Le sei stazioni saranno posizionate sul movimento franoso in determinati punti, particolarmente sensibili. Abbiamo bisogno di monitorare in maniera precisa la frana e in particolare di studiare il suo comportamento quando ci sono precipitazioni abbondanti. La stazione gps del paese rimarrà come stazione di ricevimento dei dati. Al momento la situazione è sotto controllo e vogliamo appunto dotarci di tutti gli strumenti per continuare così. L’11 ottobre ci sarà la prova generale di evacuazione: facciamo una simulazione con la popolazione. Organizzeremo prima un incontro con le famiglie della frazione e distribuiremo un volantino». Scarsini si sofferma anche sulla recente scomparsa del presidente dell’associazione “Amìs di Cjaciàs”, Angelo De Giudici, persona molto attenta alla sua Cazzaso, preziosa e molto importante anche per l’amministrazione comunale per instaurare un costruttivo dialogo con la frazione sul problema della frana. Nell’ultimo Consiglio comunale anche il sindaco e l’assemblea avevano voluto ricordarlo.

Tolmezzo: troppo rumore dalla pista di guida, nuove proteste dei residenti

di Tanja Ariis.
Sulla pista di guida sicura piovono ancora proteste per i rumori. Venerdì il sindaco, Francesco Brollo, incontrerà il gestore, che spiegherà al Comune come intende ridurre le emissioni acustiche. I residenti non ne possono più di sentire i roboanti motori di auto e moto anche quando mangiano o stanno riposando, magari dopo aver fatto il turno di notte al lavoro. Un anno fa avevano fatto anche una raccolta firme e scritto alla Procura della Repubblica. Valerio Vuan è uno dei portavoce del comitato spontaneo sorto allora. «Qui – denuncia – continuano a correre (non solo nei weekend ma anche in settimana)e nessuno fa niente. Fanno un rumore impressionante, che poco ha a che fare con una pista di guida sicura e poi ci sono anche persone malate qui attorno. Come fanno con tanto frastuono?» Venerdì scorso è stato uno di quei giorni da dimenticare, assicura. Racconta di aver segnalato invano mesi fa il problema sia al sindaco che al vicesindaco. Brollo, dal canto suo, spiega di aver preso subito sul serio il problema. Già l’autunno scorso, rivela, il Comune si è affidato a un consulente per effettuare misurazioni sul rumore, poiché ogni contestazione al gestore deve partire da lì. Effettuate anche presso l’ospedale e nei weekend, non registrarono superamento dei limiti. «Poi ci siamo rivolti all’Arpa – continua – per avere un riscontro e l’Arpa, evidentemente già attivata dalla Procura, ha fatto analisi approfondite, da cui è risultato che i limiti erano stati quasi sempre rispettati, tranne una volta. Alla luce di quell’episodio di sforamento, abbiamo scritto a fine luglio al gestore della pista, Fabrizio Rivellini, presidente dell’Asd Rocknroad, chiedendogli quali misure intenda porre in atto per ridurre il rumore. Venerdì ci incontreremo per analizzare le proposte: lui propone di applicare un sistema silenziatore ai mezzi che girano». Il contratto stipulato dal Comune col gestore ammette le prove libere su pista, ma il limite acustico va rispettato. «Chiederemo – assicura Brollo – misure drastiche al gestore e se non daranno soddisfazione, interverremo. Ho l’impressione che il problema ci sia soprattutto quando corrono i prototipi, auto monoposto a ruota scoperta» «Dobbiamo cercare di trovare un equilibrio tra le esigenze stabilite dal contratto, la richiesta assolutamente più che legittima del rispetto della quiete pubblica e gli appassionati di motori che cercano uno spazio. Alla base del problema – conclude il sindaco Brollo – c’è il luogo designato come pista di guida sicura, che tale deve essere. Purtroppo lì un circuito non può starci».

Carnia: il poligono di Tolmezzo diventa internazionale

di Tania Ariis.
Il poligono di tiro a segno nazionale del capoluogo carnico sarà ampliato con l’impianto di tiro per pistola e per carabina ad aria compressa, così da consentire di ospitare anche competizioni internazionali. È stata approvata all’unanimità dal Consiglio comunale la verifica di compatibilità urbanistica, perché l’intervento ricade in una zona (vicina al torrente But e al fiume Tagliamento) di pericolosità del Piano di assetto idrogeologico considerata media. L’assise ha esaminato la relazione del geologo Giovanni Pascolo presentata al Comune dalla sezione di Tolmezzo del Tiro a segno nazionale, che intende realizzare a proprie spese la nuova struttura. Il documento conclude per la compatibilità dell’opera. Le verifiche idrauliche svolte non evidenziano – segnala la relazione – sofferenze arginali del sito e le sezioni considerate sono state ritenute sufficienti al deflusso della portata di piena calcolate con adeguato franco sicurezza minimo degli argini. Sono state eseguite anche favorevoli verifiche di sifonamento e stabilità globale delle nuove opere. A monte c’è un argine del 1865 che è stato oggetto di recente manutenzione, a valle un argine oggetto di manutenzione da parte della Protezione civile nel 2006 e nel 2009 è stato realizzato un nuovo tratto di argine. Per Pascolo il sito risulta sufficientemente protetto da un’efficace sistema di difesa arginale e il pericolo di esondazione è poco probabile. In ogni caso il poligono verrà inserito tra i punti di presidio territoriale nel Piano comunale di emergenza di Protezione civile e sarà impedita la fruizione degli spazi durante le condizioni di allerta regionale con codice rosso (criticità elevata). La nuova struttura sarà realizzata accanto all’impianto esistente. Sarà a un piano, senza spazi interrati e avrà una superficie di 600 metri quadrati. Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità anche la variante al progetto preliminare sull’intervento urgente di Protezione civile per la sistemazione idrogeologica del versante della Torre Picotta. «Si tratta – ha spiegato il vicesindaco Simona Scarsini – della sistemazione verso via Officina elettrica dove ci sono movimenti franosi abbastanza importanti e si proseguirà con il versante verso il museo carnico. In futuro, come ho detto al consigliere Valter Marcon, andrà preso in considerazione anche l’ambito sottostante agli scavi in Pracastello».

Venzone: è record di visitatori per il museo del terremoto

di Piero Cargnelutti.
È boom di visite a Tiere Motus. Il museo realizzato nelle sale di palazzo Orgnani-Martina dall’associazione Comuni terremotati e sindaci della ricostruzione ha raggiunto negli scorsi mesi estivi numeri inaspettati quanto a visitatori. Soltanto nel mese di agosto sono stati staccati 600 biglietti, mentre nei precedenti mesi di giugno e luglio le visite si sono aggirate attorno alle 500 mensili. Per la cittadella medievale sono presenze che fanno ben sperare se si considera che, generalmente, Tiere Motus ha ospitato circa 2500 visitatori in tutto il corso dell’anno e ora nel giro di un’estate se ne contano già più di 1500. A comunicare le cifre con soddisfazione è il primo cittadino Fabio Di Bernardo: «Certamente – spiega il sindaco – la scelta di aprire il museo ogni giorno che abbiamo fatto questa estate rispetto a prima, quando la struttura era visitabile solo nei weekend, ha permesso di ottenere questo tipo di risultati. Allo stesso tempo, abbiamo osservato come ancora oggi sia alto l’interesse nel capire le dinamiche che hanno reso il Friuli una Regione da prendere a modello, da studiare e imitare per quanto riguarda la gestione degli eventi sismici. Infatti, la quasi totalità dei visitatori non si è limitata a una mera osservazione passiva del materiale documentario, ma si è dimostrata particolarmente attiva e motivata nel corso delle visite, informandosi e chiedendo continui approfondimenti». Se lo sviluppo del cicloturismo che il territorio gemonese sta vivendo ha aiutato ad aumentare i numeri, dall’altro lato i dati raccolti dalla direzione del museo evidenziano proprio le particolarità dei visitatori di Tiere Motus, la maggior parte dei quali sono attirati dall’argomento terremoto e in particolare dal simulatore presente all’interno del museo che permette di vivere (o rivivere) una porzione di quei fatidici secondi che portarono così tanta devastazione in Friuli nel ’76. A Venzone in questi mesi sono arrivate delegazioni provenienti da aree recentemente terremotate quali l’Emilia, l’Abruzzo, rappresentanti dell’Istituto di Restauro di Vicenza curiosi di conoscere le tecniche di ripristino post sisma, oppure casi come quello della sezione tolmezzina dell’associazione italiana arbitri che, in occasione dell’arrivo del presidente nazionale, ha scelto proprio Venzone per far conoscere il modello Friuli. Insomma, il terremoto fa audience: «Visti questi risultati – dice Di Bernardo -, e andando verso l’anniversario del 40ennale continueremo a mantenere le stesse aperture anche nei prossimi mesi».

Imponzo: con l’anno scolastico 2016-2017 i bambini andranno alla materna di Zuglio

di Tanja Ariis.
Con l’anno scolastico 2016-2017 chiuderà la scuola dell’infanzia di Imponzo. In virtù di un accorpamento, ormai inevitabile, tra le scuole della frazione tolmezzina e Zuglio, quest’ultimo comune manterrà la scuola dei più piccoli mentre gli alunni delle elementari scenderanno a Imponzo. Se ne parlava da anni, di fronte a numeri degli iscritti sempre più in calo. Già a fine 2010 il tavolo di lavoro organizzato dalla Provincia sul dimensionamento scolastico si orientava verso tale ipotesi. Nel 2011 la scuola dell’infanzia di Imponzo contava già solo 13 bambini. Gli iscritti alla primaria di Imponzo già nel 2010 erano 25, saliti a 30 nel 2011 e poi di nuovo calati. Per l’anno scolastico 2015-2016 a Imponzo sono stati iscritti alla scuola dell’infanzia 10 bimbi e a quella primaria 20. A luglio 2015 la Regione ha approvato le linee di indirizzo per il dimensionamento della rete scolastica con i relativi parametri: nei comuni montani le scuole dell’infanzia devono avere almeno 20 bambini, le scuole primarie almeno 30. Eccezionalmente si possono ridurre tali parametri fino al 15%, ma in seguito i numeri si devono riallineare ai parametri. La Provincia ha invitato i Comuni con situazioni di criticità già presenti dallo scorso anno e per le quali era stata chiesta la deroga, a indicare tempistiche e modalità per conseguire nell’anno scolastico 2017/18 le dimensioni numeriche stabilite dalla normativa nazionale. La scuola dell’infanzia di Imponzo, ha dovuto ammettere la giunta comunale tolmezzina, si trova ormai da alcuni anni con un numero di iscritti che rende il plesso assai sottodimensionato. Di questo passo, ammette poi, entro l’anno scolastico 2017/18 ci si avvierebbe alla chiusura sia della scuola dell’infanzia che di quella primaria. I servizi scolastici, sottolinea però, sono un cardine fondamentale nella vita delle piccole comunità e per questo si è cercata una soluzione sostenibile che garantisca sì la razionalizzazione dei costi, ma anche la permanenza del servizio scolastico in loco. Così, in sinergia con il limitrofo Comune di Zuglio, anch’esso con criticità in tal senso, ha deciso che dall’anno scolastico 2016-17 la scuola dell’infanzia di Formeaso accoglierà anche i bambini della scuola dell’infanzia di Imponzo e, viceversa, la primaria di Imponzo anche i bimbi di Zuglio. La giunta comunale di Zuglio si è già espressa in tal senso. Un’apposita convenzione fra i due Comuni sarà stipulata su servizi scolastici quali mensa, trasporto. L’assessore all’istruzione del Comune di Tolmezzo, Alessia Benedetti, ha sentito preventivamente in alcuni incontri pubblici la popolazione e la Consulta frazionale di Imponzo da cui la proposta è stata valutata positivamente.

Friuli: ritorna il Festival di Canto Spontaneo, tra Venezia e Givigliana

Ritorna il Festival di Canto Spontaneo. L’importante iniziativa, è stata presentata al Vecchio Stallo, in una conferenza stampa insolita, anticipata dall’esecuzione musicale di un piacevole “ghiringhel”. Giovanni Floreani, musicista e direttore artistico dell’associazione culturale Furclap, ha illustrato poi le iniziative che arricchiranno il programma dall’ 1 al 10 ottobre. Come di consueto il cartellone del festival prevede approfondimenti collegati alle tradizioni popolari e momenti di elaborazione e sperimentazione per mettere in relazione il patrimonio popolare (spesso sconosciuto o scarsamente frequentato) e le possibili elaborazioni che possono rendere contemporanei certi documenti antichi ma forieri di elementi innovativi nella loro essenzialità e sobrietà. Ecco, quindi, che l’interessante serata dedicata ai canti liturgici in Carnia e val Resia (Ovaro , 2 ottobre) trova efficace complementarietà con le sperimentazioni previste negli appuntamenti del 5 e 6 ottobre (Villalta di Fagagna e Venezia) denominati “la Parola, il Canto, la Voce”. Molto interessante il seminario “Incontro con la Voce” che Miriam Palma, vocalist palermitana, terrà a Udine il 3 ottobre. Ritorna anche la performance “Watermemory” (Sonia Di Gennaro, Giovanni Floreani, Evaristo Casonato) a Udine il 9 ottobre (alle 23 nel centro polivalente Visionario di via Asquini). Ancora Venezia, il 1 ottobre , con un progetto provocatoriamente destabilizzante: “Destroy Venice”. Si tratta di un’analisi sulle prospettive di una città invasa dal turismo che sta perdendo la sua autodeterminazione. Le immagini di Marian Mentrup assieme ai testi di Alberto Madricardo letti dall’attrice Daniela Gattorno e alle musiche di Giovanni Floreani illustreranno, da un punto di vista artistico, le tesi per una possibile svolta. All’insegna della profondità la programmazione a Givigliana e Rigolato il 4 ottobre che offrono un palinsesto variegato con una ricca sequenza di artisti e relatori come il quartetto vocale della chiesa di Santa Maria Maggiore di Trieste diretto dal Maestro David Di Paoli Paulovich, Tradmod, un gruppo di suonatori di strumenti ad arco coordinati dal violinista friulano Giulio Venier, l’interessante progetto curato da Marisa Scuntaro alla cui splendida voce popolare si affianca la chitarra di Michele Pucci e la violinista Lucia Clonfero. Il giovane musicologo Alessio Screm emanciperà il pubblico sulle elaborazioni della musica sacra in Friuli; Claudio Milano, aprirà la parte più “sperimentale” del festival proponendo canti tradizionali della Puglia ma anche una sua particolare visione di come si possano innovare, i documenti della tradizione. Miriam Palma, analizzerà un territorio spesso sconosciuto: le potenzialità della Voce. Sarà Paolo Tofani / Krsna Prema, conosciuto chitarrista della storica band Area e monaco Vaisnava, a chiudere il festival con una particolare performance che coniugherà la Parola, la Voce e il Suono. Tutti gli eventi sono ad ingresso libero ad esclusione del seminario “Incontro con la Voce”, per il quale è necessaria la prenotazione.

Carnia: sul monte Verzegnis domenica s’inaugura la via che ricorda Andrea Cargnelutti

di Gino Grillo.

I volontari del soccorso alpino inaugureranno domenica un sentiero in memoria di Andrea Cargnelutti, ricavato da antichi tratturi, in gran parte dimenticati e non più utilizzati, sul massiccio del monte Verzegnis. Assieme agli uomini del soccorso alpino, il sentiero è stato predisposto anche dagli amici di Andrea. Si chiamerà “Sentiero delle creste” e sarà appunto dedicato ad Andrea che era un componente della squadra del soccorso alpino tolmezzino, deceduto tragicamente a 35 anni nel corso di un’arrampicata nel gruppo del Peralba nel 2009. La cerimonia di inaugurazione avverrà alle 11 nella casera di Val, sotto alla cima del monte Verzegnis, alla presenza dei familiari, delle autorità e a tanti amici alpinisti. Gli uomini del Cnsas hanno voluto così ricordare il loro amico scomparso con un itinerario che esprimesse la voglia di libertà e felicità insita nel suo spirito, individuando un percorso inedito che ha raccordato diverse tracce di sentiero che si snodano lungo le creste nel massiccio del monte Verzegnis. Si è provveduto a rendere più agibile il tracciato nei tratti più rovinati e a segnalarlo con un segnavia dedicato; l’inizio del sentiero per escursionisti esperti (EE) si trova al bivio per la casera Val che si raggiunge partendo da sella Chianzutan seguendo il sentiero Cai 806, si prosegue poi sulla sinistra fino ad arrivare sulla cresta est del monte Verzegnis, da lì in poi una lunga cavalcata porta a toccare la cima del Verzegnis (1.914 metri), il Cormolina (1.880), si superano con un saliscendi le quote 1.865 e 1.807 fino a raggiungere la cima del monte Lovinzola (1.868) per poi scendere fino al bivio lasciato precedentemente e concludere così l’anello che ha una lunghezza di circa 7 km. Gli amici di Cargnelutti ringraziano, oltre ai volontari che hanno aperto, anche quanti hanno fornito i materiali e chi, in ogni modo, ha contribuito alla realizzazione del sentiero.

Tolmezzo: presentazione libro di Raffaella Cargnelutti “Alla gentilezza di chi la raccoglie”

Conca tolmezzina - Eventi

ALLA GENTILEZZA DI CHI LA RACCOGLIE

dall’inferno di Buchenwlad una storia vera

Presentazione libro di Raffaella Cargnelutti
LUNEDI’ 28 SETTEMBRE 2015 – ore 18.30

presso Sala Consiliare del Municipio di Tolmezzo

 

Alla gentilezza di chi la raccoglie riesce a scrivere con un lapis di fortuna Giulio Cargnelutti sulla busta della lettera, prima di lanciarla dal vagone che lo sta portando in Germania. Il tenente, catturato dalle SS il 20 luglio 1944 a Tolmezzo, vuole informare a ogni costo la giovane moglie e i suoi cari che sono completamente all’oscuro di quanto gli sta accadendo. Per Giulio questo sarà un viaggio lunghissimo che lo porterà, nei carri bestiame piombati, sino al campo di Buchenwald, dove trascorrerà oltre nove mesi come deportato politico, senza possibilità di ricevere pacchi e corrispondenza da casa.

Ma Cargnelutti, in maniera fortunosa, riesce comunque a dare notizie di sé alla moglie Eugenia con alcune cartoline postali e, nei lunghi mesi di prigionia, a disegnare anche un diario per immagini del dramma umano che si consuma attorno a sé. Nel mentre continua a pregare, a credere in Dio, a cercare di non arrendersi al sistematico annientamento umano organizzato dai nazisti nei campi di sterminio.

Da sfondo alle vicende personali di Cargnelutti, si delineano gli ultimi tragici mesi della guerra in Friuli con le ritorsioni nazi-fasciste e l’invasione dell’esercito cosacco-caucasico che per oltre nove mesi invaderà i paesi della Carnia.

Ma a stemperare la ferocia della guerra, non mancano alcuni significativi episodi di eroismo silenzioso ad opera dei ferrovieri e delle numerose donne, ragazze, anziane che accorrevano per ristorare e aiutare quei poveri internati e deportati, transitati a migliaia tra Udine e Tarvisio nei lunghi treni della morte.

Questo romanzo, che si basa su una storia vera, racconta l’esperienza tragica vissuta da un prigioniero in un Lager di deportazione, ma anche la capacità del protagonista di aver saputo affrontarla e superarla grazie all’amore, alla fede, all’arte e, in ultimo, al perdono.

Tolmezzo: si celebra l’impresa di Grohmann e Sotto Corona, in vetta al Cogliàns 150 anni fa

di Melania Lunazzi.
È vero che quest’anno, meritatamente, i riflettori del mondo alpinistico erano tutti puntati sulla cima del Cervino, ma in Friuli non ci si è dimenticati del Cogliàns, che compie 150 anni come il collega valdostano. E sebbene questa cima non abbia ancora lo spazio che forse meriterebbe in una bandiera, come accade per il Tricorno dei vicini sloveni, la ricorrenza ha assunto i contorni di una grande festa della montagna, che avrà il suo culmine proprio nel weekend del 26 e 27 settembre, con un convegno a Tolmezzo, nella sede della Comunità Montana – Paul Grohmann il Cogliàns e la nascita dell’alpinismo nelle Alpi Carniche – e una salita al monte da tutti i versanti. Il 30 settembre del 1865 raggiungevano la cima del Cogliàns Paul Grohmann, il grande esploratore delle Dolomiti, e la guida di Collina Niccolò Sotto Corona, cacciatore e falegname. Poche settimane prima Grohmann aveva notato quell’imponente massiccio di calcare dalla cima del Monte Peralba e decise d’impeto che lo avrebbe salito, puntando in realtà alla vicina Creta da Chianevate, che ai tempi era considerata la piú alta tra le due. La salita fu compiuta nel tempo record di tre ore e dieci, quando oggi ne vengono indicate circa quattro per un passo medio. Grohmann aveva ventisette anni, Sotto Corona cinquantatré. Alla cima piú alta del Friuli Venezia Giulia quest’estate sono stati dedicati incontri, serate botaniche, geologiche, alpinistiche, stage di arrampicata e perfino un piatto speciale, il Piatto Grohmann, nato con l’idea di riscattare la cucina carnica con cui l’esploratore viennese non ebbe allora un felice incontro in quel di Collina. L’idea è stata supportata e realizzata grazie alla collaborazione tra il Comune di Forni Avoltri, il Cai di Forni Avoltri, l’Asca e l’Alpenverein austriaco, con la partecipazione dei ristoranti locali e dei rifugi attorno al Cogliàns, che hanno fatto rete per promuovere i vari eventi e appuntamenti rivelatisi, dicono gli organizzatori, un grande successo per le piccole località. A dimostrazione del fatto che, a fronte di un investimento modesto se paragonato alle centinaia di migliaia di euro del Cervino e di una collaborazione virtuosa, con la cultura si possono creare dei motivi di attrazione turistica rilevanti. Anche una importante rivista nazionale specializzata nel settore ha infatti dedicato proprio in questi giorni uno spazio all’anniversario. Ora c’è grande attesa per questo week-end, nonostante l’annunciato arrivo delle neve per oggi, che renderà sconsigliabile un approccio alla cima dal versante settentrionale. E in ogni caso si prevede un afflusso significativo perché la vetta – dove è stato anche collocato un timbro speciale con il logo dell’anniversario – verrà raggiunta da Passo Monte Croce Carnico e da Collina, con un brindisi alla croce e uno in rifugio. I promotori dell’iniziativa precisano però che non si tratta di una salita organizzata e guidata, pur avendo fornito un orario indicativo di partenza per le sette del mattino. E raccomandano tassativamente molta prudenza e l’uso del casco.