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Tolmezzo: torna la consulta dei giovani mancava da due anni

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Si va verso la ricostituzione della Consulta giovani di Tolmezzo. Nata come organo consultivo del Comune nel 2010, mancava formalmente dall’ottobre 2016. Dopo due anni di assenza della Consulta giovani, mercoledì saranno sottoposte per l’approvazione al Consiglio comunale tolmezzino alcune modifiche allo statuto della stessa proposte per agevolarne la ricostituzione effettiva. «Si propone – spiega l’assessore comunale alla cultura, politiche giovanili, innovazione, agenda digitale e turismo, Marco Craighero – che l’età massima per far parte della consulta giovani scenda da 29 a 25 anni, quella minima resta 16 anni. Il numero di componenti massimo si chiede sia portato a 15 (finora è 11), quello minimo resta 7. Anche la durata del mandato della consulta si chiede venga modificato, passando da 3 a 2 anni. Vi sono poi piccole modifiche sul funzionamento che dovrebbero migliorare l’attività della consulta, che manca formalmente dall’ottobre del 2016, di fatto anche da prima, in quanto era stata attiva fino al 2015». Era stata eletta nel 2013. Ora c’è la possibilità concreta che si ricrei la consulta perché «c’è già – segnala Craighero – un gruppo eterogeneo di 11 giovani disponibili a mettersi in gioco e partire. Con loro ho esaminato le modifiche che andrebbero apportate allo statuto per andare incontro alle reali esigenze di chi può entrare a farne parte. Dopo il consiglio, faremo un avviso pubblico per le candidature. C’è già questo gruppo di giovani, ma altri potrebbero volersi candidare, il che arricchirebbe ulteriormente la scelta. Il 27 ottobre ci sarà l’assemblea con le elezioni. Contiamo possa essere l’occasione per ricostituire finalmente la consulta, organo molto importante per un Comune per confrontarsi con le esigenze e le proposte dei giovani». Già nel 2013 il Consiglio comunale aveva approvato una modifica allo statuto della Consulta. Se prima il limite di età andava da un minimo di 16 anni a un massimo di 35, allora si era scesi a 29 anni. Il numero dei componenti del direttivo che prima oscillava tra un minimo di 15 e un massimo di 25 membri, era stato compreso in una forbice dai 7 agli 11 componenti. La Consulta si era costituita nel 2010 e il suo statuto era stato sottoposto al Consiglio. –

Trieste: dimissioni degli Assessori in carica, Luca Boschetti entra in Consiglio Regionale

Si chiude ufficialmente lunedì 01 ottobre 2018 la vicenda dei quattro assessori che il presidente del Fvg Massimiliano Fedriga, fin dal primo momento, aveva detto si sarebbero dovuti dimettere dalla carica di consiglieri. Domani, infatti, in Consiglio ci sarà il passaggio di consegne: Sergio Bini (assessore alle Attività Produttive), Barbara Zilli (Finanze), Stefano Zannier (Politiche agricole) e Pierpaolo Roberti (Autonomie locali), saranno sostituiti rispettivamente da Edy Morandini, Luca Boschetti, Alfonso Singh e Antonio Lippolis.I quattro assessori avevano consegnato le proprie dimissioni da consiglieri eletti nelle mani del presidente alla fine di agosto. Sono passati cinque mesi dal giorno delle elezioni in cui il centrodestra guidato da Massimiliano Fedriga aveva stravinto alle urne contro centrosinistra e M5s. Come assicurato da Fedriga in campagna elettorale, gli assessori si sarebbero dovuti dedicare esclusivamente alla giunta. Bypassate, dunque, anche le voci secondo cui ci sarebbero stati alcuni distinguo all’interno della maggioranza, legati soprattutto al voler attendere il ricorso presentato da Lanfranco Sette e Franco Bandelli che potrebbe in caso di vittoria al Tar di Trieste costare il ruolo di consigliere regionale a Bini e Claudio Giacomelli. L’attesa delle dimissioni è stata lunga. La giunta ha dovuto aspettare prima la giunta delle elezioni e poi la convalida delle nomine perché, altrimenti, non ci sarebbe stata la possibilità di sostituire gli uscenti. C’è di più, però, perché a metterci lo zampino è stata anche l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) che ha voluto controllare il casellario giudiziario di tutti gli eletti. Non soltanto di quelli del Friuli Venezia Giulia, ma di tutte le amministrazioni andate a elezioni. Questo, infatti, è un modus operandi valido per tutti le regioni, una richiesta che ha fatto posticipare di qualche settimana l’intero iter.Domani l’Aula di piazza Oberdan sarà chiamata a votare e convalidare le dimissioni dei quattro assessori che sono anche consiglieri. Dopo l’ok i quattro politici di centrodestra resteranno “soltanto” assessori, svestendo il doppio ruolo. La maggioranza, come è ovvio che sia, non perderà però alcun componente visto che i quattro saranno immediatamente sostituiti dai primi dei non eletti nelle rispettive circoscrizioni. Così al posto di Bini entrerà Edy Morandini (mille preferenze con ProgettoFvg a Udine), Luca Boschetti della Lega (mille e 180 nel collegio di Tolmezzo) sostituirà Zilli, Roberti lascerà il voto in Aula nelle mani di Antonio Lippolis della Lega (520 voti a Trieste) e Alfonso Singh del Carroccio (467 preferenze personali a Pordenone) subentrerà in Consiglio a Zannier.

Alto Friuli: alle regionali eletti Mazzolini, Zilli e Marsilio. Fuori Urbani, l’amarezza su FB di Cristiana Gallizia

L’assoluta mancanza di un rappresentante Tolmezzino. Nel senso di queste parole affidate a Facebook, l’amarezza di Cristiana Gallizia che, nonostante le 790 preferenze raccolte nella circoscrizione Alto Friuli raggiunte con “Progetto FVG”, non entra in Consiglio regionale. Ed è sicuramente uno dei dati che farà maggiormente riflettere per queste elezioni regionali, nel nuovo Consiglio di Piazza Oberdan dove non ci sarà alcun rappresentante della “capitale” della Carnia. Entra invece in consiglio Stefano Mazzolini, dopo esser stato eletto e poi escluso la passata legislatura, vero recordman di preferenze di questa tornata. Barbara Zilli eletta in Alto Friuli potrà permettersi di optare per un seggio nella circoscrizione di Udine e in questo caso in Consiglio regionale entrerebbe il sindaco di Cercivento Luca Boschetti che ha ottenuto un grande successo personale. Confermato il seggio del Pd assegnato al consigliere uscente Enzo Marsilio, cui bastano  1.069  preferenze, circa la metà di quelle ottenute 5 anni fa. Grande escluso invece Paolo Urbani, già sindaco di Gemona, nonostatnte le 1.587 preferenze ottenute.

Il risultato più eclatante è quello della Lega in Alto Friuli dove il Carroccio ha superato la media regionale di ben 12 punti percentuali. Dal 34,91% il partito di Salvini nell’area montana e pedemontana del Friuli è balzato al 46,47%. Il candidato presidente Massimiliano Fedriga si è imposto con 25 mila 162 voti, il 66,03%, miglior risultato tra le circoscrizioni, di ben 9 punti più alto rispetto al risultato regionale (57,09%). Stesso primato per la coalizione, che con 23 mila 183 voti balza al 71,63% (contro il 62,73% di media Fvg). In Carnia, Gemonese, Val Canale e Canal del Ferro, la Lega è stata trainante. Capace di prendere ben quattro volte tanto i voti del Pd (4.359, 13,47%), quasi cinque volte quelli di Forza Italia (3.437, 10,62%). Si è difeso Progetto Fvg, piazzandosi al quarto posto e mettendo in cassaforte 2.625 voti (8,11%), non ha sfondato invece il Movimento 5 Stelle, che si è dovuto accontentare di 1.624 voti (5,07%), il peggior risultato dei grillini tra tutte le circoscrizioni. A seguire si sono piazzati il Patto per l’Autonomia (4,24%), Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale (3,97%), Cittadini per Bolzonello presidente (3,76%), Autonomia Responsabile (2,45%), Open-Sinistra Fvg (1,39%) e Slovenska Skupnost (0,44%).L’affluenza è stata tra le più basse. Appena il 47,58% degli aventi diritto si è infatti recato al voto .

Carnia: il sogno infranto della quinta Provincia, aree marginali schiacciate, la montagna è quella che rischia

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di Franco d’Orlando  (Unione autonomista alpina già consigliere comunale di Tolmezzo).
dalle lettere al MV del 22/01/2017.
Marzio Strassoldo è stata persona signorile, di grande cultura, sempre impegnato a valorizzare l’autonomia regionale e del Friuli in particolare, strenuo difensore della lingua friulana, professore universitario e per tanti anni magnifico rettore dell’Università di Udine . Voglio ora evidenziare il suo impegno politico amministrativo che lo ha portato alla elezione a presidente della Provincia di Udine nel 2001 analizzando, in quel ruolo, la sua figura di autonomista. L’autonomia e la specialità della nostra regione derivano da particolari situazioni di criticità che le sono state riconosciute dallo Statuto, nel momento della sua istituzione, per darle forza e sostegno. Di conseguenza, la nostra regione è stata chiamata a sua volta a sovraintendere e a tutelare la giusta applicazione e il rispetto di queste autonomia e specialità con il dovere di riversarle opportunamente a tutte le realtà del suo territorio in modo equo, in particolare a quelle con maggiori difficoltà: compito impegnativo vista la contrapposizione che sin dall’inizio si è venuta a creare tra Udine e Trieste che tuttora continua a persistere. In questo contesto ricordiamo le rivendicazioni portate avanti a suo tempo dal Movimento Friuli senza raggiungere gli obiettivi programmati: movimento che via via si è dissolto nel tempo a causa del prevalere al suo interno dei personalismi con i partiti che gradatamente si sono riappropriati del terreno che avevano perduto. Prendiamo atto che il consiglio regionale è stato composto da sempre in gran parte da consiglieri regionali friulani, che la Regione è stata sempre guidata da presidenti friulani (escluso Illy) e da tanti assessori friulani: i pochi veri autonomisti friulani rimasti (come lo era il prof. Strassoldo) fanno bene a alzare forte la loro voce a difesa dei valori del Friuli,se bistrattati, ma devono farlo rivolgendosi direttamente ai friulani eletti in Regione che sono chiamati ad operare prima di tutto per il bene della loro terra e poi ad eseguire gli ordini di partito. Il Friuli è grande e forte solo se si riescono a valorizzare al meglio le potenzialità che derivano dai vari territori e dalle popolazioni che li abitano: chi vive ai margini (montagna friulana,bassa friulana) si sente spesso abbandonato, l’autonomia e la specialità regionale riversate arrivano sino a Udine e lì si fermano! E la montagna continua a spopolarsi. Ho cercato, da autonomisti insieme ad altri, di assumermi direttamente delle responsabilità, di impegnarmi a difendere e a salvare la nostra economia e quello che restava della nostra civiltà, a rivalutare la vita in montagna per contenere lo spopolamento che coinvolgeva soprattutto i giovani costretti a trovare altrove il proprio futuro: il tutto confidando nella solidarietà, comprensione e sostegno da parte di tutti i friulani. Per far questo, nel 2001 io e altri abbiamo pensato di creare in loco un nuovo soggetto istituzionale chiamato “Provincia” solamente perché quella era l’unica strada percorribile per far nascere in montagna un ente sovracomunale ad elezione diretta così come previsto dalla Convenzione delle Alpi e dalle conclusioni del Convegno diocesano organizzato a Tolmezzo nel novembre del 2000 dall’arcivescovo Battisti dal tema “Vivere in montagna si può”. Dopo un lungo percorso organizzativo, siamo riusciti allora a far approvare dal consiglio regionale la legge per raggiungere il nostro scopo: la conclamata quinta stella nel programma di Illy è arrivata solo a conclusione di un lungo percorso, da noi non richiesta anche se ci poteva andar bene, non è stata difesa da Illy una volta eletto (giugno 2003), è servita solo ai suoi avversari come strumento di opposizione. Il presidente autonomista della provincia di Udine Marzio Strassoldo e gli interessi personali di vari soggett i(alcuni tuttora in auge!) oltre ad opporsi a Illy hanno allora riscoperto, alimentato e fatto leva su antiche contrapposizioni tra territori per impedire l’istituzione di questo nuovo ente chiamato “Provincia regionale dell’Alto Friuli”. Questo è il grande Friuli unito che in questo modo si è voluto mantenere! Per quanto ci riguarda, riteniamo che il ruolo di presidente della Provincia di Udine del professor Strassoldo abbia condizionato e svilito la sua figura di autonomista che sino allora lo aveva accompagnato portandolo anche a farsi coinvolgere nella preparazione del Convegno diocesano quale moderatore e relatore nell’incontro di Gemona del Friuli del 23 ottobre 2000: non ci resta per questo un buon ricordo del suo operato in merito vedendo lo sfacelo dello stato sociale a cui siamo giunti ciò grazie alla continuità di un modo di vivere, di operare e di governare il territorio interessato che si è voluto mantenere ma che in tanti volevamo cambiare. A proposito di vera autonomia, richiamiamo le convinzioni del compianto arcivescovo Alfredo Battisti, sempre vicino agli ultimi e ai territori in difficoltà, a conclusione di quel convegno: 1) la montagna deve vivere, è la nostra sorella maggiore, ci indica e ci predice quel che saremo; 2) vivere in montagna è possibile, a determinate condizioni.Non giovano piccole soluzioni di basso profilo, occorre una visione nuova e globale. Queste le condizioni richiamate dall’arcivescovo: un progetto di largo respiro; un soggetto politico, dotato di autonomia,che elabori le strategie necessarie per realizzare il progetto; le risorse necessarie perché la montagna viva e in essa dignitosamente vivano i suoi abitanti. Un vero progetto per tutta la montagna friulana, per la Bassa friulana, per far forte e unito il nostro Friuli che Marzio Strassoldo non ha saputo o voluto o potuto comprendere, cogliere e sostenere.
 

Tolmezzo: il 3° Artiglieria è stato trasferito a Remanzacco, chiude la Cantore: entro il 03/11/2016 via tutti i 250 militari

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di Tanja Ariis.
Chiude la caserma Cantore: la bandiera di guerra del Terzo reggimento artiglieria da montagna giovedì lascerà il capoluogo carnico alla volta della Caserma di Remanzacco. Con essa tutta la restante parte del reparto. Dopo varie partenze nei mesi scorsi, ad andarsene da Tolmezzo solo nelle ultime settimane e fino a giovedì saranno 250 militari, di cui 40 diretti alla caserma di Venzone e il resto a quella di Remanzacco. La notizia della partenza del Terzo Reggimento artiglieria da montagna fra i tolmezzini è corsa tristemente in queste settimane solo sul passaparola, sui rumors, sulle indiscrezioni. Nessuna comunicazione ufficiale è stata data ancora alla cittadinanza, che da più parti si attendeva un atteggiamento diverso da parte dell’esercito dopo una così lunga permanenza nel capoluogo carnico e che invece deve leggere sui giornali che Remanzacco da venerdì ospiterà l’intero reparto. Ciò ha fatto storcere il naso a più d’uno di coloro i quali ricordano il legame storico con le comunità locali e la cittadinanza onoraria conferita al reggimento dal Comune nel 2009. Una città, Tolmezzo, che ha visto anche il suo sviluppo sociale, economico e urbanistico legarsi fortemente alla presenza prima, fino a oltre venti anni fa, di ben due caserme, la Del Din e la Cantore, e fino a questi giorni della Cantore. Ora si ritroverà non più solo con una delle due in vergognoso degrado (e la cui anche sola demolizione costerebbe parecchio, visti i materiali, da smaltire, con cui è realizzata), ma con ben due aree immense (in tutto oltre sei ettari e mezzo: quattro e mezzo la Cantore, due la Del Din) desolatamente vuote e di cui non ha ancora in mano il concreto futuro. Prevedibili le ripercussioni sul sistema scolastico per la popolazione residente: risentiranno della partenza di molte famiglie dalla città. Il Comune si è già mosso per poter guidare una riqualificazione della Cantore e un suo rilancio: va recuperata a beneficio della Carnia con spazi decisivi per lo sviluppo di questa terra e al suo interno va salvato il magnifico Palazzo Linussio. A luglio, a questo proposito, il sindaco, Francesco Brollo, ha partecipato a un incontro a Roma al Ministero della Difesa, con la task force per la valorizzazione e dismissione degli immobili per confrontarsi sul complesso iter burocratico necessario per poter ottenere la disponibilità dell’intera area della Cantore.

Tolmezzo: i gestori basta strumentalizzazioni politiche sull’albergo diffuso

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di Tanja Ariis.
Dalla Carnia si leva la richiesta di non demonizzare, strumentalizzando politicamente, l’albergo diffuso. È di qualche giorno fa un incontro a Tolmezzo sulla Carnia, dove se ne è parlato molto. Diverse le voci che si sono levate dal pubblico in difesa dell’albergo diffuso: non ci sono solo fondi pubblici, i privati ci hanno investito parecchio, l’albergo diffuso rivitalizza i piccoli borghi, portandovi turisti, crea indotto, comincia a creare una certa ottica di ospitalità. Ma un conto è correggerlo per migliorarlo, un conto è finire nel tritacarne dello scontro politico tra la governatrice Debora Serracchiani e il consigliere Enzo Marsilio. Lucia Miotti, presidente dell’albergo diffuso di Comeglians, «Certamente questo progetto – ha detto – non salverà da solo l’economia della montagna, però è uno dei pochi progetti o l’unico che esiste per ridare vita ai piccoli borghi della montagna». Con le sue seimila presenze nei primi otto mesi del 2016 (1800 solo in agosto) – chiede – Comeglians (500 abitanti), può perlomeno trovare il senso del progetto che ha sposato? Un caffè in più sarà stato venduto? Una spesa in più sarà stata fatta? Turisti arrivati anche da Austrialia, Stati Uniti. Su Booking.com, ha evidenziato, la struttura ha 9 come punteggio. «Parlo per me – ha detto – ma potrei dire la stessa cosa praticamente per tutti gli alberghi diffusi della Carnia (c’è alta qualità, ottimo servizio nelle recensioni dei nostri turisti)». Sulla scure che starebbe per scendere sugli alberghi diffusi lei dubita che la Regione vieti l’acquisto di tv e pc e il pagamento di lavoratori a voucher, ma anche che abbia mai pagato alle persone fisiche contributi per la gestione. Paola di Sopra, consigliere comunale di Rigolato ha evidenziato di aver portato quest’anno a Vuezzis (13 i residenti) 270 persone con l’albergo diffuso. Per Paola Schneider, “albergatrice classica”, l’albergo diffuso sta rivitalizzando i piccoli borghi della Carnia. «A Sauris – ha detto – funziona, fa funzionare i ristoranti, guai se non ce l’avessimo. Per cui, ben venga l’albergo diffuso». Bruno Soave, neopresidente dell’albergo diffuso di Paluzza, ha annunciato fin d’ora che non si ricandiderà. Motivo: insoddisfazione personale, perché, ha rilevato, «praticamente un presidente non ha nessun potere di decidere qualcosa, non può punire soci che non fanno quello che dovrebbero» e che con certi comportamenti fanno danni alla società stessa e al suo nome». Rivolto ai presidenti dell’albergo diffuso, ha detto: «Non ci saranno chance, se non ci uniamo. È inutile avere questi campanilismi di periferia e avere un presidente qui e uno lì. Deve esserci un presidente che comanda e ha poteri decisionali». Per Lucio Zanier dell’albergo diffuso di Socchieve, tutta la bagarre sull’albergo diffuso è frutto di una strumentalizzazione: i 120 posti letto occupati al giorno sono stati ricavati dai dati del 2014, pubblicati nel 2015 e questi calcoli derivano dalla somma del primo contributo che hanno avuto gli alberghi diffusi col secondo: «però questo calcolo è stato fatto, quando avevamo appena finito di costruire col secondo contributo. Tant’è vero che l’albergo diffuso di Socchieve, che è andato in funzione nel 2015, aveva in questi calcoli solo la spesa e nessun guadagno». Per lui la politica ha strumentalizzato volutamente la cosa.

Friuli: minoranze e autonomia la via friulana al socialismo

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di GIANNI ORTIS.

“Il socialismo friulano 1945-1994, dalla Liberazione alla diaspora” è il titolo del libro che il professor Tiziano Sguazzero ha appena pubblicato con l’Istituto friulano per la storia del movimento di Liberazione. Cosí ne scrive l’avvocato Gianni Ortis nella prefazione. Questo libro non sarebbe stato possibile senza il recupero, la catalogazione e la informatizzazione dell’Archivio della Federazione provinciale di Udine del Partito socialista italiano, che l’Istituto friulano per la storia del movimento di Liberazione ha letteralmente salvato dal macero. Ma è proprio la cura con cui il materiale di archivio era stato raccolto, catalogato e conservato in un arco di tempo che va dal 1952 al 1994, ad apparire straordinaria. In duecentocinquanta faldoni, tremilaseicentotredici fascicoli e sette piccoli fondi con ulteriori quattordici fascicoli è ricostruita l’attività di un numero imponente di sezioni distribuite capillarmente nel territorio provinciale. I socialisti friulani, via via che si svolgeva la loro attività politica hanno ritenuto necessario comporre un diario collettivo da affidare, con legittimo orgoglio, ai posteri affinché potessero conoscere il dibattito, le idee, gli scontri e le elaborazioni che riguardavano i problemi locali e nazionali. Il professor Tiziano Sguazzero, autorevole studioso della vita politica regionale del secondo dopoguerra, integrando il contenuto dell’archivio con le altre fonti di conoscenza dell’attività del Partito socialista e degli altri partiti in Friuli, ha composto un affresco completo, efficace e appassionante. È emersa, fin dai primi anni del dopoguerra, l’impostazione federalistica europea del Partito socialista friulano e volta costantemente a tutelare le minoranze nelle zone di confine. L’obiettivo finale, pur nelle diverse impostazioni dei suoi principali esponenti, è stato quello di promuovere un socialismo nella libertà e nella democrazia con il recupero di una parte del “socialismo degli albori”, la condanna del collettivismo . Cruciale è stata la questione dei rapporti con il mondo cattolico nella faticosa ricerca di contemperare i principi di laicità dello Stato e dell’istruzione pubblica e la più ampia tutela della libertà religiosa. Costante è stato l’impegno per i diritti civili e per il ruolo delle donne nella società. Ma il movimento socialista friulano ha inciso anche a livello nazionale con i propri parlamentari. Umberto Zanfagnini nel 1953, assieme a Ferruccio Parri, Piero Calamandrei e Antonio Greppi ha fondato Unità Popolare che è stata decisiva nell’impedire che scattasse l’applicazione della “legge truffa”. Loris Fortuna è considerato il padre della legge sul divorzio del 1970. La percentuale del “no” nel referendum del 1974 in Friuli è stata più alta rispetto alla media del Paese. C’è poi il periodo che va dal 1992 al 1994, con la cosiddetta “tangentopoli” che ha visto lo scioglimento del Psi. La responsabilità politica è diversa da quella individuale e pertanto quando un partito non ha la forza per superare i momenti di grave difficoltà deve imputare prima di tutto a se stesso il proprio venir meno. Su tutto il resto il dibattito è aperto, Rimane un’ultima questione. Ha ancora un senso definirsi socialisti? Per quanto mi riguarda rimango dell’opinione di Norberto Bobbio il quale diceva: «Se voi mi invitaste a scommettere sulla salvezza ultima dell’umanità, non accetterei. Sono disposto a scommettere invece in favore dell’affermazione che l’unica via di salvezza è lo sviluppo della democrazia, verso quel controllo dei beni della Terra da parte di tutti e la loro distribuzione egualitaria, in modo che non vi siano più da un lato gli strapotenti e dall’altro gli stremati, che si chiama socialismo»

Tolmezzo: De Martino e Mazzolini assessori al posto di Cristiana Gallizia e Michele Mizzaro, riviste alcune deleghe

fabiola de martino 

di Tanja Ariis.
In giunta a Tolmezzo entrano due nuovi assessori: si tratta dei consiglieri comunali Fabiola De Martino e Mario Mazzolini, i cui nominativi, che ora trovano conferma nelle decisioni del sindaco, avevamo anticipato qualche giorno fa. Il sindaco, Francesco Brollo, ha in quest’occasione anche effettuato una ridistribuzione delle deleghe tra vari assessori del suo esecutivo. Il rimpasto si è reso necessario dopo le dimissioni da assessore rassegnate da Michele Mizzaro la scorsa settimana e da Cristiana Gallizia lo scorso febbraio, ma anche alla luce del nuovo incarico di Brollo, quale presidente dell’Uti della Carnia. Come avevamo anticipato la scorsa settimana dopo un primo contatto con il sindaco, ecco dunque la nuova composizione ufficiale della giunta comunale tolmezzina. Fabiola De Martino (della lista “Indipendenti di Centro”) entrata tra i banchi del Consiglio comunale il 22 dicembre scorso a seguito della rinuncia a sedere negli scranni dell’assemblea cittadina del consigliere Cristiana Gallizia (poi dimessasi per incarichi lavorativi anche dalla giunta), è ora assessore alle politiche sociali, alle associazioni e al volontariato. Mario Mazzolini (Pd) ha assunto invece le deleghe alle manutenzioni, frazioni, allo sport e al commercio. In questa occasione, inoltre, il sindaco Brollo ha, come detto, ritenuto opportuno effettuare una ridistribuzione generale degli incarichi: così alla vicesindaco Simona Scarsini, assessore alle opere pubbliche e all’urbanistica, è stata sostituita l’attribuzione delle manutenzioni con quella dell’energia e dell’ambiente. All’assessore alla cultura, alle politiche giovanili, all’innovazione e agenda digitale, Marco Craighero, è stato aggiunto il settore turismo e all’assessore al bilancio, alle finanze, al patrimonio e risorse umane, Alfonso Fasolino, sono stati assegnati anche lavoro e attività produttive. Restano inalterate le attribuzioni conferite all’assessore Alessia Benedetti, che ha le deleghe all’ istruzione, ai progetti europei, alle pari opportunità, alla semplificazione burocratica e quelle relative ai procedimenti amministrativi.

Paluzza: SOS fusilâz, la legge rischia di ripartire da zero

di LUCIANO SANTIN
Da Roma, in coincidenza forse non casuale con la data del 24 maggio, si è saputo che la legge per i “fusilâz” dovrà affrontare un percorso a ostacoli. La buona notizia è che il Senato esaminerà finalmente la legge Scanu-Zanin volta alla riabilitazione dei “giustiziati per l’esempio”; quella cattiva è che su quest’atto dovuto si addensano delle nubi, e che sin dall’avvio dell’iter si esprimono cautela, dubbi, e anche ostilità, in un quadro molto diverso da quello della Camera, dove il testo era stato votato all’unanimità, e in soli quattro mesi. Il senatore pd Nicola La Torre che da presidente della Commissione giustizia si è assunto il ruolo di relatore, ha precisato che intende fare le cose con attenzione, procedendo ad audizioni e convocando per prima cosa il Comitato tecnico scientifico istituito nel 2014, dal ministro Roberta Pinotti, e composto quasi integralmente da militari. Sottolineata la posizione già espressa dal Comitato, ovvero «che la ricostruzione e la riflessione sulle diverse tematiche, soprattutto le piú controverse, debba essere affidata alla ricerca e al confronto della comunità? degli storici», La Torre ha aggiunto poi di riconoscersi in tale considerazione, richiamando la particolare delicatezza della materia». La cosa potrebbe far ripartire la legge da zero: qualunque modifica, anche minimale, rimanderebbe infatti il provvedimento all’altro ramo del Parlamento. Queste dichiarazioni abbastanza trasparenti hanno fatto da trampolino all’ex ministro della Difesa, il forzista Maurizio Gasparri, che ha annunciato la sua posizione «assai critica in ordine alla praticabilità di un intervento legislativo in materia, che sembra aver come fine una riscrittura del passato di memoria orwelliana», esprimendo conseguentemente «il proprio avviso contrario sul disegno di legge». Dalla Camera, dove è stato relatore della legge, il deputato friulano Giorgio Zanin lancia un allarme. «Lo scenario preoccupa. Già il ritardo registrato dopo il nostro voto faceva temere motivi non esplicitati, riconducibili – come dire – a un lato oscuro, che alla Camera, in sede di discussione, avevamo già avvertito, e che non vorremmo pesasse nella vicenda», dice il parlamentare sanvitese. «Non vorrei che l’idea della riabilitazione fosse percepita da alcuni come un’implicita diminutio del valore delle Forze Armate, smentite nelle loro scelte di cent’anni fa, perché non è cosí. Non c’è un rischio di sistema: l’idea base della catena di comando non viene messa in discussione, però il comando sbagliato, come tale, sì». «Non vorrei che ci fosse una cattiva predisposizione a prescindere, proprio per il valore intrinseco della legge», conclude Zanin. «Io ho parlato di “giubileo civile”, di una richiesta di perdono che trae esempio dalle nuove parole scritte nella morale pubblica. Credo in questo senso che la legge contribuisca a far avanzare la civiltà giuridica del paese. Ma forse è proprio questo il punto su cui l’istituzione è recalcitrante».

Tolmezzo: troppe le dimissioni di due assessori,serve chiarezza

Brollo: voglio essere il sindaco di tutti, no alle ghettizzazioni

di Pierpaolo Lupieri.

Da cittadino in primis, ma pure come elettore di questa amministrazione, resto francamente basito per le ripetute dimissioni di assessori a Tolmezzo. Al ritmo di una ogni sei mesi. Leggo, dalla cronaca del Messaggero Veneto, che sia quella “pesante”, poco tempo fa, della dottoressa Cristiana Gallizia, sia quella recente del ragionier Michele Mizzaro, che giudico altrettanto se non piú importante in quanto segretario cittadino del Pd, sarebbero motivate da un impellente e improcrastinabile desiderio di ritornare alla vita “privata” e ai propri impegni professionali. Addirittura il quotidiano stesso preannuncia a breve un terzo dimissionamento e sempre per stringenti ragioni “personali”. Non ho particolari esperienze politiche nella seconda Repubblica, ma nella poi tanto vituperata Prima, a cui ho invece, di striscio, partecipato, questa particolare e improvvisa disaffezione di assessori avrebbe imposto ai partiti di maggioranza una stringente verifica, anche piuttosto trasparente, davanti al corpo elettorale che li ha votati. E dunque, sempre da cittadino, mi sia consentito ringraziare, per antica stima, l’assessore uscente Michele Mizzaro per il lavoro svolto nella sua carica, che è stato sorretto da un consistente consenso: 135 preferenze nel segreto dell’urna. Fatto che rimane imprescindibile al di là di altre e seppur motivate quanto legittime considerazioni.