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2017: Il Friuli non dimentica Bellina: omaggio al prete “scomodo”

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di Fabiana Dallavalle.
Nel decimo anniversario della morte di don Pier Antonio Bellina, il 23 aprile, la Provincia di Udine e Glesie Furlane lo ricordano con una serie di iniziative presentate ieri, a palazzo Belgrado. Una ventina gli appuntamenti, dall’8 aprile al 24 novembre, annunciati dal presidente della Provincia Pietro Fontanini: «Pre Toni Beline – ha commentato – è stato pastore, insegnante, uomo di cultura, uno dei massimi esponenti della vita culturale friulana e uno dei maggiori divulgatori della lingua. Noi intendiamo ricordarlo attraverso la sua voce, predisponendo un dvd in cui saranno raccolti i momenti più significativi di alcune interviste realizzate da Celestino Vezzi per l’emittente Video Tele Carnia. Dvd che presenteremo in occasione della festa dei Santi Patroni Ermacora e Fortunato, il prossimo 12 luglio». Pre Beline, nato a Venzone l’11 febbraio 1941, autore prolifico, ha lasciato, tra gli altri lirbri, “La fabriche dai predis” (La fabbrica dei preti), libro scomodo che, immediatamente ritirato dal commercio, su istanza della Curia arcivescovile, conobbe tuttavia ampia circolazione privata. Alla presentazione delle attività promosse dalla Provincia con Glesie Furlane (rappresentata dal presidente monsignor Roberto Bertossi), il “Grop di amîs di pre Toni” (Renzo Nadalin), i sindaci di Venzone e Basiliano, l’università di Udine, la Società Filologica Friulana (Gottardo Mitri) i Colonos (con Federico Rossi) e tante realtà, associazioni e parrocchie. «Momento centrale del programma – ha sottolineato monsignor Bertossi – le cerimonie di domenica 23. A Basagliapenta la commemorazione prevederà un momento di preghiera in cimitero (alle 10.15) e alle 11.15 la celebrazione della messa nella chiesa parrocchiale, officiata dal Vicario Generale della Diocesi. Nel pomeriggio (alle 16), a Venzone, intitolazione, nel palazzo Orgnani-Martina, della “Sale Pre Antoni Beline”. «Una sala attrezzata con postazioni multimediali che racchiuderà le opere di pre Toni», ha spiegato il primo cittadino Fabio Di Bernardo. A Basiliano, sabato 22, come annunciato dal sindaco Marco Del Negro, sarà intitolata a pre Toni Beline la biblioteca civica, a testimonianza del suo contributo alla comunità. Sabato 8 alle 15 la camminata “Pai trois di pre Toni” con lettura di scritti di pre Toni, «un appuntamento – ha annunciato Federico Rossi (Colonos) – per ricordare una consuetudine di pre Beline, la camminata del sabato mattina da Basagliapenta ai Colonos. Momento, insieme al bel programma realizzato grazie all’iniziativa spontanea, corale e all’unità di intenti di tanti soggetti, per esprimere un senso di riconoscenza e rispetto nei confronti del sacerdote e al dono più grande che ci ha lasciato: l’amore donato al suo popolo». Affettuoso e commosso il ricordo della comunità di Valle Rivalpo, rappresentata da Ezio Banelli. Renderanno omaggio con varie iniziative (tra cui una camminata sulla cima del Monte Tersadia) mirate a valorizzare la figura del presule come insegnante e maestro. “L’universalità nel pensiero di don Pietrantonio Bellina” è invece il titolo dell’iniziativa promossa dell’Università di Udine (2 ottobre, palazzo di Toppo Wassermann).

Paluzza: addio a Ene Nodâl, la poetessa Gemma Nodale; nei suoi versi la forza del friulano

NODALE GEMMA
di Silvano Bertossi.
La poesia è quella che sgorga dal di dentro, frutto di un sentimento spirituale, tenero, personale, addolcito o reso gravoso dal tempo. Per Gemma Nodale Chiapolino, che si firmava talvolta Ene Nodâl, era tutto questo e altro ancora. Se ne è andata venerdì, a 93 anni, dopo alcuni giorni di ricovero in ospedale a Tolmezzo, dove era giunta domenica in seguito a un problema di salute. Autodidatta, verseggiatrice presente nel panorama letterario friulano fin dagli anni Sessanta, nella sua varietà linguistica nativa (era nata a Sutrio nel 1922) ha siglato le raccolte poetiche “Cjanz resinz dal Friûl” (1966) e poi ancora, sull’antologia “La Cjarande” (1967) venticinque liriche che fanno trasparire la sua vena poetica, caratterizzata da quell’antico linguaggio che veniva da lontano, ma era presente nelle emozioni, nelle passioni, nei sogni nascosti, ma anche nelle tribolazioni più che nelle consolazioni. Espressioni, ricordi riassunti in poche parole, essenziali, quasi scolpite. «Mari / dut il gno jessi / al è un crît / di dolôr / ch’al si piert / tal infinit / cence revoc …» («Madre tutto il mio essere è un grido di dolore che si perde nell’infinito senza rigurgito). E poi ancora «Ce impuàrtie / se il timp al ricame / teles d’aragn su le muse?» (Cosa importa se il tempo ricama tele di ragno sul viso?). Nata a Sutrio, ha vissuto a Paluzza e, sebbene non abbia frequentato alte scuole, si è fatta poeticamente da sola leggendo molto e soprattutto vivendo a contatto con il mondo culturale friulano. Nel 1981 “La gnove cjarande” pubblica alcune delle sue poesie, sei di queste rievocano la dolorosa memoria del terremoto. Nel 1982 ne compone una ventina, “Agrimes dal cûr”, anche queste dedicate al disastro del Friuli. Sono composizioni compenetrate nelle intime pieghe dalla pietà e dalla partecipazione al dolore. Dopo “Agrimes dal cûr” Eme Nodâl fa uscire “Storie e liende dal Cjanâl di S. Pieri” in cui la valle del But si racconta con le sue antiche tradizioni come il “Bacio delle Croci”, che si ripete il giorno dell’Ascensione nell’antica Pieve di San Pietro in Carnia. Poesie, leggende che sono corredate da antiche fotografie, scattate nei primi anni del Novecento, di luoghi, di case carniche, di ritratti e di cose che sono state cancellate irreparabilmente dal tempo e dagli uomini. Nel 1996, sotto il titolo “Pineladis” la poetessa carnica riporta alcune riflessioni e pensieri espressi in poche ma efficaci righe. La Nodale, con la sua poesia facile e piana, concreta o vagheggiata, è riuscita a reinterpretare storie antiche che mantengono il fascino del passato per la loro umanità e quel senso di piccole e grandi cose del vivere quotidiano. La nipote Luisa la ricorda con grande affetto, sottolineando come anche in questi ultimi anni fosse stata molto lucida, indipendente e autonoma. Non aveva avuto figli e viveva da sola a Paluzza. Vicino a lei abitava il nipote. Si muoveva spedita, con il solo aiuto di un bastone ed è sempre stata molto attenta alle vicende del paese e dei suoi abitanti. I funerali saranno celebrati oggi alle 10.30 a Paluzza, nella chiesa di San Daniele.

Friuli: mandi a Giuliana Pellegrini la poetessa delle fiabe in friulano

Giuliana Pellegrini

di Piero Cargnelutti.

Il mondo culturale gemonese saluta oggi, alle 15, in duomo Giuliana Pellegrini, spentasi a 66 anni nelle prime ore di domenica all’ospedale San Michele. Poetessa e scrittrice di fiabe per bambini, da anni sempre molto presente nell’organizzazione di eventi culturali all’interno dell’associazione Valentino Ostermann, Giulana si è spenta proprio durante il week-end in cui si svolgeva la consegna dei premi del concorso “In viaggio nelle parole”, ideato e seguito da lei stessa. «Era un vero motore, una persona in grado di fare squadra da sola con tutto l’entusiasmo che aveva», così la ricordano esprimendo il loro cordoglio alla famiglia dalla Ostermann, con la quale Giuliana Pellegrini aveva collaborato, tante realtà culturtali cittadine: la Pro Glemona, da cui sono nate iniziative quali “Leimi”, e lo sportello di friulano, da grande amante della marilenghe quel lei era. La signora Giuliana aveva iniziato a scrivere nel 2005, alla nascita della nipote Benedetta, e aveva scritto quattro libri di fiabe per bambini e poesie. Originaria di Osoppo, aveva lavorato come contabile in alcune concessionarie locali quali Bierti, Goi e Iob, mentre la sua passione per la letteratura e l’arte l’aveva portata a collezionare importanti amicizie, come quella con il cantautore Eugenio Finardi, che in occasione del suo recente concerto a Latisana era perfino venuto a trovarla in ospedale. Giuliana Pellegrini lascia le figlie Elisa e Martina, i nipoti Benedetta e Romeo, e il fratello Renzo.

Povolaro: la piazza dedicata a Giorgio Ferigo voce della Carnia

di Tanja Ariis.

A sei anni dalla scomparsa del noto intellettuale, scrittore, musicista e medico carnico Giorgio Ferigo, sono terminati a Povolaro i lavori della piazza che l’amministrazione comunale del suo paese, Comeglians, ha voluto intitolare a questa indimenticabile “voce della Carnia”, capace di analisi puntuali del territorio che si rivelano oggi più attuali che mai. Fra i riconoscimenti a Ferigo c’è nel 2009 anche quello del Premio Nonino Risit d’âur: la giuria prese spunto da quanto egli scrisse nell’assegnare il premio ai malgari di Carnia. Giorgio Ferigo si spense il 5 novembre del 2007 a 58 anni, lasciando sgomenta la Carnia, orfana d’un tratto di un personaggio di grande spessore culturale e unico nella sua completezza di umanità, saggezza e cultura. Ferigo sapeva amarla e allo stesso tempo scuoterla la sua Carnia. Personaggio esigente, puntiglioso, combattivo e pronto a schierarsi per lottare contro le ingiustizie, era un trascinatore disponibile, simpatico, sempre pronto ad aiutare gli altri. Fittissima e varia la sua attività. Ferigo ha condotto una lunga battaglia a favore della riforma e della semplificazione burocratica della sanità, ha ispirato e ha contribuito a fondare il “Povolâr Ensemble” (delle cui canzoni ha firmato i testi), ha partecipato alla fondazione del Coordinamento dei Circoli culturali della Carnia e all’attività della Società Filologica per la Carnia. È stato direttore del Museo Carnico delle Arti popolari di Tolmezzo. Importante l’attività musicale e poetica di questo raffinato scrittore in italiano e in carnico. La piazza di Povolaro intitolata a Ferigo è nel borgo storico dove si trova “Cjasa dal Boter”, per il cui recupero egli si spese particolarmente. Il sindaco Flavio De Antoni ricorda che insistette molto per salvarla, quando, disabitata e con 18 proprietari, rischiava di essere demolita, nonostante fosse la casa più vecchia del Comune e con un fogolâr antico. Ferigo, che si batteva anche per il recupero di opere nelle chiese locali e che a sue spese restaurò un affresco di quella di Povolaro, stimolò a più riprese il Comune a diventare proprietario di “Cjasa dal Boter”, a recuperarla e a dedicarla ad attività culturali. De Antoni ricorda l’intensa e costante collaborazione di Ferigo. Quando però i lavori erano finiti, «quando il contenitore era pronto – dice De Antoni – ci era mancato il contenuto», la guida, Ferigo. É così nata l’associazione culturale “Giorgio Ferigo” che proprio lì ha oggi la sua sede. L’associazione, aperta a tutti (www.giorgioferigo.net), riunisce, ordina e conserva la sua produzione, valorizzando e facendo conoscere la sua attività di medico, storico, etnologo, musicista, poeta, narratore, storico d’arte, animatore culturale. Così l’avventura umana e culturale di Giorgio Ferigo continua.

Carnia: centesimo della nascita di Siro Angeli, poeta vero

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© ermes dorigo

Ricorre quest’anno il centesimo della nascita di Siro Angeli (1913-1991) carnico ma drammaturgo e poeta e narratore di fama e valore nazionale, vicedirettore di Radio3 alla RAI, autore di radiodrammi,  sceneggiatore e protagonista maschile del film di Cottafavi Maria Zef , che ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali

SIRO ANGELI: POETA VERO

 Dare nello spazio pur generoso di questo blog  un quadro complessivo della biografia e della multiforme attività letteraria di Siro Angeli si ridurrebbe ad un arido elenco della spesa e il lettore alla fine si troverebbe ad aver sprecato inutilmente il suo tempo. Per questo motivo ho ritenuto di focalizzare questo scritto, con arbitraria preferenza e parzialità, sulla sua produzione poetica e di farlo utilizzando gli interventi critici sulle sue opere: oltre che per il valore in sé la sua poesia s’accresce d’importanza anche in relazione al prestigio delle parole e dei critici stessi: ne viene in pratica esaltata, non perché lo scrivente la pensa così, ma perché poeti e critici di chiara fama la pensano così.

Per quanto riguarda il Teatro – la Società Filologica ha pubblicato in cofanetto i suoi drammi, di cui val la pena ricordare almeno la cosiddetta trilogia carnica (La Casa, Mio fratello il ciliegio, Dentro di noi) – rinvio al completo e definitivo saggio di Angela Felice Il teatro della sincerità di Siro Angeli (in S. Angeli Anthologica. Il teatro, La poesia, La critica, a cura di Ermes Dorigo, Campanotto,1997), che con sintesi fulminante fissa il tratto dominante dei suoi drammi: «Al di fuori di ogni ipotesi idillico-arcadica, di ogni facile conclusione consolatoria, i testi si chiudono sempre con note di amara, ambigua malinconia».

Prima del poeta ritengo corretto dire dell’uomo, attraverso le parole del grande poeta Giorgio Caproni, che diverrà suo intimo amico: « Nel periodo fascista era per noi “l’uomo che crede a tutto”, anche alle Istituzioni così com’esse si presentavano, e quasi lo accusavamo – con una punta d’invidia, però – d’ingenuità, forse non accorgendoci che invece, di quelle Istituzioni ormai screditate (la Patria, la Famiglia, la Religione), egli era riuscito a conservare intatto in sé il principio, e a scorgerne ancora il brillìo (il palpito di vita) sotto il cumulo di calcinacci delle deformazioni; mentre altri, avvenuto l’inevitabile crollo, non riuscì ahimè a vedervi che il vuoto».

L’incunabolo della sua poesia é il quadernetto autografo Solevento (1928-1931), edito dallo scrivente in cofanetto, contenente l’anastatica e l’edizione critica, dal quale furono riprese gran parte delle poesie nelle due raccolte d’esordio: nel 1937 Il fiume va, edita a Udine grazie all’interessamento di Chino Ermacora, preceduta dalla prefazione dell’allora prestigioso poeta Diego Valeri; nel 1941 Erba tra i sassi, anch’essa apprezzata dalla critica che comunque «mi considerava – affermava – più valido come autore teatrale».

La consacrazione definitiva come poeta arriva con la raccolta L’ultima libertà, pubblicata nel 1962 da Mondadori nella prestigiosa collana di Poesia Contemporanea, curata da Niccolò Gallo e Vittorio Sereni. Poesie scritte «per disperazione e per vincere la disperazione. Scrivevo come chi, in una strada buia e sconosciuta, grida per farsi coraggio»: infatti, in versi limpidi e rarefatti cerca di far rivivere, come Leopardi fa emergere Silvia dal buio della morte, la perduta moglie Liliana Guidotti, sposata nel 1943 e morta prematuramente nel 1953, «alla quale – scrive Giorgio Caproni – egli ha dedicato questo suo libro, frutto d’una fedeltà in cui lo ritrovo intero: dico “lui”, Siro Angeli, cioè l’uomo  capace di “credere” nei sentimenti “onesti” e nelle persone che li suscitano fino a riuscire a oltrepassare la stessa barriera della morte: o almeno a renderla così trasparente, grazie al miracolo della poesia raggiunta, da poter vedere, oltre quel muro, la persona cara, e con lei e per lei continuare a vivere vincendo l’angoscia e la disperazione». Il poeta Alfonso Gatto, che diverrà suo sodale, scrive: «L’ultima libertà del poeta è l’assumere, il secondare “ciò che deve”; ancor di più il riconoscere che assieme a quel che accade, che il caso “non ha una sola faccia”». Giacinto Spagnoletti evidenzia come ci sia «un parallelo, non letterario bensì psicologico con i canzonieri medievali. La sua importanza non sta nell’aver capito cosa andava detto e cosa andava taciuto (ormai Petrarca ce lo insegna), ma nell’aver scelto una direzione stilistica del tutto nuova. Angeli, per dirla in altre parole, si è ricreato per il suo romanzo d’amore una lingua colta e cortese».Sostanzialmente la critica sottolinea come questo libro sia un Canzoniere, esemplato su quello del Petrarca e ne emerge l’immagine di un Angeli come una sorta di geloso ‘custode’ della tradizione classicistica, amante e cultore dei metri dei padri della nostra letteratura; altri lo vedono come ancora legato al filone ermetico in un clima quasi stilnovistico. Poesia talmente alta ed elitaria che Giuseppe Ravegnani non teme di affermare recisamente che «il posto di Angeli tra i poeti d’oggi è sicuro: direi anzi che è più sicuro di tanti altri anche se godono d’una fama maggiore; si può affermare, e con piacere, che fra tanta poesia d’oggi questa non ha certo paura di morire».

Negli anni ’50 mentre s’arrovella sulla perdita immane, il dolore lo trasforma interiormente: negli abbozzi poetici e nella mente, come scissa, si fissano immagini, ricordi, trasfigurazioni di Liliana nel consueto lirismo, ma anche una presa di coscienza di come sia mutata la condizione dell’intellettuale negli anni del boom  economico, la necessità di farsi poeta etico-civile, consono a lui il versante ecologico. Nascono due raccolte completamente diverse per contenuti, intenti, linguaggio espressionistico e lirico, sperimentalismo anche formale e stile classicistico: Il grillo della Suburra nel 1975 e Màtia mou del 1976. Ritengo opportuno partire da quest’ultimo (il titolo in greco significa “occhi di me”, essendo Liliana nata a Corfù), per confutare alcuni luoghi comuni. La critica classicistica é entusiasta; Bortolo Pento scrive: «E’ Liliana questa ombra di una già vivente che ancora, a vent’anni di distanza dalla morte, gremisce di sé i giorni del poeta».  Achille di Giacomo, oltre che sottolineare la varietà di registri linguistici,  scrive delle parole fondamentali: «Di Màtia mou colpisce innanzitutto il linguaggio: quel ritmo tra antico – così antico da riportare alla mente certi nostri autori duecenteschi (pensiamo in particolare alla struggente malinconia di Cavalcanti) – e moderno, in cui la ricerca semantica, il gioco irrequieto (e tuttavia geometrico) delle rime rivelano sì perizia tecnica, ma si tratta di una tecnica che non si esaurisce in sé, essendo invece al servizio del sentimento».

L’ultima raccolta, nella quale prevale il presente e l’impegno civile, Da brace a cenere del  1985, é prefata addirittura dal grande poeta Attilio Bertolucci che si sofferma su alcuni dei temi trattati dall’autore «dall’astrofisica alla biologia, dalle volte stellate scendendo ai selciati macchiati di sangue (Brigate Rosse): domande senza risposta forse, del nostro buio presente. Un presente che volge il poeta alle eterne e sempre rinnovatisi piagate risposte di quel Golgota che non dista da Sabra e Chatila. Ne risulta un libro, perché Da brace a cenere è un libro, non appena una raccolta, di tanti, diversi temi, espressi in una musica che è del tutto riconoscibile per la sua singolarità».

In realtà Màtia mou non é una ‘variante’ de L’ultima libertà, ma un ‘addio’ a Liliana, perché dagli inizi degli anni ’70 era entrata nella sua vita una giovane ragazza, Alida Airaghi, che poco a poco, attraverso un fitto epistolario (1500 lettere) penetra e s’insedia nella sua mente e nei suoi sentimenti,  lo libera dal suo abbarbicarsi ai ricordi come l’ostrica allo scoglio, lo fa vivere nel presente e, divenuta sua moglie, nel futuro, regalandogli due splendide figlie, Daria e Silvia: é lei, pregevole poetessa a sua volta, la sua nuova e vera Musa: allora nascerà il capolavoro: l’edizione del 1975 de Il grillo della Suburra (Barulli), definito da Nicola Corbelli in un suo libro su Angeli «il poemetto di una vita», preceduto da un ampio saggio introduttivo di Alfonso Gatto (sarebbe opportuno ristamparlo in anastatica in quanto bello anche graficamente). Trenta sono gli anni che Angeli per il suo rigore morale e poetico dedica al poemetto: la prima edizione esce sulla rivista Segnacolo nel 1960, l’ultima revisione nel 1990 presso Scheiwiller. L’uscita nel 1975 del poemetto, finalista al Premio Viareggio, suscita grande interesse ed entusiasmi. Sostanzialmente il grillo “senza tana” è lo specchio del poeta “senza focolare”, senza identità e ruolo social-culturale in una società (il degrado metaforico della Suburra, il luogo più malfamato dell’antica Roma ) cementificata, caotica, senza valori, con le persone ridotte a oggetti, a dei dannati: sdegno che egli esprime con un linguaggio fortemente espressionistico; e ancora, come scrive Alida Airaghi: «Molto prima di qualsivoglia risveglio verde dei nostri ecologisti dell’ultima ora, Angeli chiama un grillo a testimone inorridito e inadeguato del degrado umano e ambientale cui è arrivata la metropoli odierna, coacervo di abitudini corrosive, di veleni fisici e psicologici, di aggressioni visive e auditive».

Mi limiterò, tra le moltissime recensioni, in quanto ampiamente esaurienti, a citare due grandi friulani, collaboratori di questo giornale, che indirettamente aiuteranno il lettore a comprendere anche il contenuto dello stesso. Il poeta Dino Menichini (Siro Angeli poeta a Roma) scrive: «Un discorso che procede per agglomerazioni o aggetti e dà vita a un fraseggio composito, di singolare natura sintattica e linguistica; la novità sta nell’abbandono totale dell’elegia, nella totale immersione del poeta in Roma: beninteso in veste di spettatore dei mali che travagliano la città, della febbre che le imprime movimenti vorticosi, della confusione che ne stravolge i lineamenti. Perché il poemetto Il grillo della Suburra è appunto questo: la trascrizione del subbuglio, dell’ossessa e ossessiva ripetizione di gesti, di voci, di rumori, di movimenti di cose e di uomini. Un poemetto, questo di Angeli, che potrebbe definirsi un catalogo del disordine e dello squallore: e che, pur assumendo per intrinseca necessità un andamento prosastico, ha una rara vis poetica e, insieme, proprio per il suo carattere di secca testimonianza, è un’allarmata denuncia».

Carlo Sgorlon (Roma tragica e disumana) ne sottolinea un aspetto particolare: «Ciò che emerge innanzitutto è l’indole severa, triste e pure serena del poeta; il suo rifiuto del compromesso, la sua rinuncia a ogni utilitarismo, la sua strenua difesa di una concezione rigorosa dell’esistenza, che appare strana e nobilmente stonata in un paese come il nostro dove ormai l’edonismo, l’arrivismo, il compromesso, la avidità di arraffare la parte più grossa ha ridotto il costume e il vivere sociale a una rissa fragorosa, senza esclusione di colpi».

Per concludere, un cenno alle due raccolte poetiche in friulano  di cui coglie l’essenza con la solita acutezza critica Giacinto Spagnoletti in due lettere ad Angeli: L’âga dal Tajament (1976): «Bello e pieno di grazia ineffabile è il tuo libro dove ritornano i tuoi motivi tanto rincorsi ma con un nuovo soccorso, quello del paesaggio, che preme su ogni figura, e dà al verso una sua naturale freschezza, un soffio di naturale allegria. Naturalmente accanto al paesaggio c’è l’uomo, anzi gli uomini, le donne, i bambini, quanto basta a distinguere questa tua poesia da tanti tentativi di dar colore nostalgico al dialetto»; e Barba Zef e jò (1985): «Il libro muove da un motivo biografico (la poesia che ricorda la sua parte nell’omonimo film) ma poi si allarga a motivi esistenziali, che la lingua friulana restituisce con sapide e dolci armonie. E’ il secondo tuo notevole proposito pienamente  riuscito di parlare la tua lingua materna, facendola assumere profonde emozioni e sentimenti. Bellissimo libro, anzi dono, il tuo che si aggiunge a quanto di meglio ci hai dato in poesia».

 

 

Friuli: Il 3 Aprile è festa anche per i non Friulani

Il 3 aprile è la festa del Friuli, una ricorrenza nota tra gli addetti ai lavori e tra quelli che della Friulanità hanno fatto la loro bandiera, ma non tra coloro arrivati in Friuli più o meno recentemente. La colpa della mancanza di condivisione forse è anche nostra: questo è l’unico periodo dell’anno in cui anche i media più restii al Friulano, hanno un occhio di riguardo e ci tengono a pubblicare articoli in Marilenghe o a realizzare delle trasmissioni usando il nostro idioma. Comunque chi non capisce la nostra lingua ancora una volta non viene coinvolto e invece, per i valori di su cui è imperniata, questa è una giornata importantissima per tutti i residenti in Friuli. La data ricorda il conferimento al Patriarca di Aquileia Sigeardo nel 1077, del potere temporale sui territori del Friuli, Carnia, Cadore e anche su alcune zone che oggi sono Austria, Slovenia e Istria, da parte dell’Imperatore Enrico IV per ringraziarlo dell’aiuto datogli per sfuggire all’attacco dei nobili che lo minacciavano. Per un periodo di tre secoli e mezzo, questo stato ha unito i Friulani in forme sempre più elevate di vita civile, con la nascita del Parlamento del Friuli ben prima del 1215, quando in Inghilterra fu scritta la Magna Charta Libertatum, documento da cui si fa risalire la nascita della democrazia parlamentare. Ed ecco l’orgoglio che deve accomunare tutti quelli che vivono oggi in Friuli: essere parte di un popolo che per primo nel mondo ha raggiunto un altissimo livello di democrazia e di convivenza civile.

Friuli: Tondo approva la grafia delle varietà della Lingua Friulana

E’ norma della Regione il testo che stabilisce come ci si debba regolare con la grafia delle varietà della lingua friulana. Il provvedimento è stato approvato con decreto dal presidente della Regione Renzo Tondo il 7 marzo ed è già in vigore. E’ un articolo della legge sulla lingua friulana (19/2007) ad aver previsto che sia “il Presidente della Regione, sentite la ARLeF e le Università degli di Udine e Trieste, ad adottare con proprio decreto la grafia ufficiale delle varianti”.

L’insieme di regole è stato redatto in forma di proposta scientifica condivisa e coerente da un gruppo di lavoro presieduto dal direttore del Servizio corregionali all’estero e lingue minoritarie, Giuseppe Napoli, su delega dell’assessore alla Cultura, Elio De Anna. Il gruppo si è insediato nel maggio dell’anno scorso e ha concluso la propria sintesi alla fine del 2012.

Formalmente sono stati Giovanni Frau e Federico Vicario a redigere il testo finale, che ha fatto proprie anche alcune modifiche di carattere non sostanziale suggerite dal comitato Tecnico scientifico della ARLeF. “Nello stabilire le norme si è tenuto conto – hanno reso noto gli esperti – di non discostarsi dalle regole della grafia ufficiale del friulano così come previste dalla legge 15/96, laddove tali norme consentano di rappresentare anche i particolari suoni delle varietà friulane. Laddove tale sistema si riveli, al contrario, incapace di rendere suoni estranei al sistema della lingua comune, si sono proposte delle soluzioni integrative”.

Un esempio? La parola “çavate” (ciabatta) può presentare varianti da indicare con la “z” (zavate) o con la “s” (savate).
Per la resa dei toponimi sono poi consentite deroghe al fine di ripristinare una tradizione grafica consolidata e documentata.
Le deroghe dovranno essere richieste dal Comune sul cui territorio è presente il toponimo, entro 120 giorni dall’emanazione del decreto, all’Agenzia regionale per la lingua friulana, corredate dalla documentazione. Verranno adottate con decreto presidenziale, previo parere del Comitato scientifico della ARLeF.

Friuli: braccio di ferro sul Centro interdipartimentale di ricerca su cultura e lingua del Friuli

m.z. dal Messaggero di oggi

Continua il braccio di ferro sul Cirf (Centro interdipartimentale di ricerca su cultura e lingua del Friuli). Nonostante il ricorso pendente davanti al Tar sulla nomina a direttore di Paolo Pascolo, nei giorni scorsi è stato eletto il nuovo consiglio direttivo dell’ente. Gli eletti per la componente “docenti e ricercatori” sono Alessandra Burelli, Sergio Cappello, Guglielmo Cevolin, Flavia Maria De Vitt, Paolo Pascolo, Silvana Serafin e Federico Vicario, mentre a rappresentare la componente esterna sono Alessandra Montico, Silvana Fachin Schiavi e Marzio Strassoldo. Per mercoledì intanto è fissata l’udienza per la sospensiva chiesta al Tar dopo che il rettore Cristiana Compagno ha invalidato le prime elezioni. Tutto risale al 14 novembre scorso quando a palazzo Antonini si riunisce l’assemblea del Cirf che, all’ordine del giorno, ha pure la nomina del nuovo direttore. Dei 30 elettori, 25 scelgono il professor Pascolo, un voto a testa va ad Alma Bianchetti e Franco Rosa, due schede nulle e una bianca. Ma è con la trasmissione del verbale d’assemblea al rettore che la macchina si inceppa. La professoressa Compagno eccepisce sulla mancanza del numero legale e nomina, attraverso un decreto, Piera Rizzolatti «a svolgere tutte le procedure relative alle convocazioni e a ogni altra incombenza per il rinnovo degli organi di governo del Cirf». È però la stessa Rizzolatti a validare l’elezione di Pascolo. «Quattro membri degli 80 che compongono l’assemblea erano assenti per motivate cause di servizio e quindi il numero legale scende a 76 – scrive Rizzolatti –. Ciò come da dati in possesso dell’amministrazione universitaria». Ecco perché Paolo Pascolo, assistito dall’avvocato Gianni Ortis, ha deciso di chiedere al Tar una sospensiva del decreto. «Non solo il rettore non ha provveduto a fare l’approfondimento sul numero legale, ma dopo la lettera della professoressa Rizzolatti si è ben guardata dal procedere in autotutela all’annullamento dei provvedimenti impugnati e alla pronuncia del decreto di nomina del professor Pascolo – si legge nel ricorso al Tar –. Invece con i quattro assenti giustificati la metà più uno degli aventi diritto al voto necessaria per l’ottenimento del numero legale era raggiunta». (m.z.)

Resia: esce “Rajbät”, il tesoro della sua lingua affidato ai bambini

di Alessandro Cesare.

Si sa, una lingua, per poter sopravvivere, deve essere insegnata. Anche quando la famiglia non è in grado di farlo, ci devono essere degli strumenti per facilitarne l’apprendimento. A Resia, piccola comunità del Canal del Ferro, da anni si sta combattendo per garantire la sopravvivenza del resiano, lingua del ceppo slavo che a un primo ascolto ha molte assonanze con il russo. Un dizionario illustrato. Proprio per agevolarne l’insegnamento ai bambini, l’amministrazione comunale di Resia ha sfruttato un finanziamento legato alla legge regionale 26 del 2007 per realizzare il primo Dizionario illustrato di resiano dedicato alle nuove generazioni. L’opera, chiamata Rajbät, sarà presentata domani, alle 17, nella sala del Consiglio provinciale di Udine, a palazzo Belgrado. Il resiano e le sue varianti. Il dizionario è formato da una serie di carte da gioco plastificate che rappresentano, grazie a disegni elaborati dai bambini delle scuole di Resia e dai partecipanti al Centro estivo 2011, diversi elementi naturali e antropici. In ogni carta, curata graficamente dall’illustratrice Luisa Tomasetig di Cividale, quello che è raffigurato con il disegno, è anche riprodotto in lingua italiana, nello standard del resiano e nelle sue diverse varianti, corrispondenti alle forme lessicali delle sei frazioni del territorio comunale. Una pluralità di accenti e di modi di utilizzare questa antichissima lingua che rende ancora piú importante il dizionario, capace non soltanto di insegnare ai ragazzini la lingua del territorio, ma addirittura le diverse varianti di ogni borgata. Imparare giocando. Le parole raffigurate sulle carte sono piú di trecento e consentono ai bambini, appunto, di imparare giocando. Non è un caso infatti, che il dizionario sia stato chiamato proprio Rajbät, che in resiano significa giocare. A rendere unica quest’opera è anche il fatto che insieme alle carte, alle spiegazioni sul progetto e alle indicazioni alla lettura, nel cofanetto che contiene il dizionario è stato accluso anche un cd-rom multimediale, realizzato dalla cooperativa L’Età dell’Aquario di Camporosso. Un supporto indispensabile per cimentarsi con l’apprendimento di una o piú varianti del resiano, unendolo alle terminologie ritratte sulle carte. Uno strumento per tutti. Il cd-rom contiene, infatti, tre principali elementi. L’ausilio vocale, che permette di scegliere e ascoltare dalla voce dei bambini un determinato termine; una seconda funzionalità per scorrere tutte le carte in una sorta di libro virtuale; una serie di filmati nei quali è l’assessore alla Cultura del Comune di Resia, Cristina Buttolo, a spiegare dettagliatamente il lavoro svolto e le sue finalità, mentre immagini e sketch realizzati nelle aule scolastiche offrono alcuni spunti sulla realtà linguistica giovanile di Resia. In pratica, grazie a questo strumento, chiunque abbia la passione per le lingue può cimentarsi con il resiano, imparando questa lingua con facilità, senza il rischio di sbagliare la pronuncia delle diverse varianti, ricevendo indicazioni utili anche per la forma scritta. Le regole del gioco. Rajbät to jë dän g(üg ka an parvïdina wsej dwa g(ügadörja, ma c’i se jë vec’ tu jë ljuc(ë. Tu jë dän g(üg tu ka sa ma jïskat rivät wse c’arte. Che vuol dire: «Giocare con l’alfabeto è un gioco di abilità e fortuna per due giocatori, ma se si è piú numerosi è meglio. Lo scopo del gioco è cercare di esaurire tutte le carte». Le carte sono distribuite ai giocatori in numero uguale, a turno da un giocatore. Se i giocatori sono due o tre, ognuno riceve sette carte, se si gioca in quattro o cinque, si consegnano cinque carte a ogni partecipante. Le carte rimanenti costituiscono il mazzo, e ovviamente devono essere coperte. Inizia il giocatore che ha distribuito le carte che deve obbligatoriamente mettere in tavola una carta. Il turno passa all’avversario di destra che può mettere in tavola tutte le carte che iniziano con la stessa lettera del nome della figura rappresentata nella carta del tavolo e cosí via. Se un partecipante non ha nessuna carta da giocare, pesca una carta dal mazzo e butta una carta del suo mucchio in tavola, ripete la parola prïajän, cedendo il turno a chi è seduto alla sua destra. Come già accennato, l’obiettivo del gioco è liberarsi di tutte le carte che si hanno in mano. Il manoscritto di Ella. Il dizionario sul resiano conferma la peculiarità di un microcosmo sul quale indagò per prima Ella Adajewski, musicologa russa di cui recentemente, per ammirevole volontà dell’Associazione Gaggia di Cividale, è stato stampato il manoscritto Un voyage à Résia, risalente al 1883 e ritrovato nel 2009 dalla nipote Elsa Geiger Arié. Grazie alla Adajewski la musica resiana è diventata oggetto di ricerca e di studio in varie accademie europee.

Friuli: adesso che Roma taglia siamo tutti autonomisti, di Gianfranco d’Aronco

di GIANFRANCO D’ARONCO

Tutto ci saremmo aspettati: il risveglio dal lungo sonno del Movimento Friuli, la nascita o la rinascita di gruppi autonomisti, persino di fronti per la indipendenza e via dicendo. La stagione è favorevole, un po’ come l’autunno piovoso coi funghi. Arriverà l’inverno, e poi “la primavera in fior mena elezioni”, come diceva press’a poco Enotrio Romano. Tutti sanno che per i partiti di destra l’autonomia non è mai stata un tema prioritario: se mai l’inverso. C’è stata ora la bella trovata montiana dell’abolizione delle province, senza guardare in faccia ad alcuna: via quelle con meno di 350 mila abitanti e di 2 mila 500 chilometri quadrati, quelle virtuose e quelle indebitate a piacere, quelle storiche e quelle inventate di sana pianta. Tondo il presidente, anziché reagire (come sarebbe: “La nostra è una Regione a statuto speciale, decidiamo noi”), ha subito detto di sì; anzi, meglio varrebbe abolire le province tutte quante. Ma forse da lui pretendiamo troppo. Perché la prospettiva nascosta sarebbe quella di un definitivo accentramento del potere in una Trieste: se non proprio “caput mundi”, almeno di una regione unica, unitaria, unificata, uniforme: fatta da una città e da un contado. Questo, si capisce, nell’interesse del Friuliveneziagiulia. Fatto si è che lo stesso presidente, a suo tempo (aprile 2003), aveva dichiarato con una frase storica: “Io e Cecotti la pensiamo semplicemente in maniera diversa. Lui crede nell’autonomismo, io no. Non ci può essere la politica slegata dai partiti tradizionali”. E in altra occasione (agosto 2008) ha riaffermato: “Ho sempre sostenuto che la nostra autonomia non è un totem”. Non male per un presidente chiamato a preservare una Regione ad autonomia particolare. Questo non impedisce tuttavia che, inaspettatamente, sempre Tondo intenda ora far suo il motto, un tempo deprecato e deriso, che suonava “di bessoi”. Anche il presidente del Consiglio, il tecnico Monti ha finito per deluderlo, dice. “Se l’esecutivo la pensa diversamente, vorrà dire che faremo da soli” (noi e il Veneto). Ancora, chiaro e Tondo: “Non intendo agitare bandiere secessioniste; si tratta non d’invocare l’indipendentismo”, ma semplicemente di lasciarci fare. E ciò perché da parte del governo esiste “una chiusura verso poteri regionali”. Così il Nostro ha concepito in vista delle elezioni primaverili un partito seminuovo, “che abbia una forte autonomia da Roma, ma non solo nei confronti dal partito, ma anche del governo”. La sigla? “Penso”, ha continuato, “al Popolo del Friuli Venezia Giulia per Renzo Tondo presidente” (che sarebbe lui). Non contento, ha colto la occasione del 4 novembre a Redipuglia, per invitare Parlamento e Governo a riconoscere il valore dell’autonomia e della specialità. “La nostra specialità ha una storia che viene da lontano”, ha fatto sapere a Fini che era lì. Interpretando il pensiero del governatore friulangiuliano, un suo interprete autorizzato da sempre vicino, Alessandro Colautti, come è stato scritto sulle pagine di questo giornale nei giorni immediatamente successivi all’annuncio, ha invocato “una spinta per regionalizzare la sua fisionomia” (del partito): “Serve un Pdl regionalizzato”, ha insistito. Per dirla tutta con giustificata insistenza: “Per il Pdl di questa Regione serve maggiore autonomia (…). Al centro della mission del Pdl Fvg, regionalizzato e resosi autonomo da Roma, deve essere posta la questione della salvaguardia della specialità”. Mica finita con la scoperta dell’autonomia. Dopo Tondo e C., ecco il coordinatore regionale dello stesso Pdl, Isidoro Gottardo, che parla di “diritto all’autonomia del Friuli Venezia Giulia (…). Noi pensiamo che l’autonomia speciale sia una grande conquista e che abbiamo non solo il dovere, ma anche il diritto di difenderla strenuamente”. L’ammonimento piacerà in particolare a chi si è battuto per la medesima autonomia speciale, tenacemente contrastato, da cinquant’anni almeno. Lo stesso Gottardo rivendica “una forte autonomia da Roma (…). Se non gestiremo la Regione per conto nostro saremo spogliati di tutto, autonomia speciale compresa. Dobbiamo invece innalzare le barricate (!), perché da parte del governo c’è una sospensione della democrazia e noi dobbiamo difendere la nostra comunità”. Si tratta di “una proposta diversa, autonoma”, perché “il nostro coordinamento regionale è troppo appiattito su Roma”. Occorre Fede (non Emilio) su Tondo: “Sia lui ad avviare una nuova selezione anche dei candidati” (solo dei candidati, non ancora gli eletti), “lui che ha avuto il coraggio di spaccare con Roma”. Dopo il coordinatore, ecco un sindaco, Zanin, pronto ad affiancare Tondo. “Abbiamo sempre creduto nell’autonomismo (…). Monti sta ammazzando la nostra autonomia”. Occorre un partito regionale. E insiste a ragion veduta: “La responsabilità di scegliere i candidati è di Tondo, è del leader, è lui che oggi rappresenta la novità”. Tutto è possibile a questo mondo, e cambiare giova. Un tale nel 1918 spiegava sul “Popolo d’Italia” perché da socialista stava diventando fascista. “Un uomo intelligente non può essere una cosa sola. Non può, se è intelligente, essere sempre la stessa cosa. Deve mutare. Non si può essere sempre socialisti, sempre repubblicani, sempre anarchici, sempre conservatori. L’immobilità è dei morti”. Nella ripristinata democrazia di casa nostra, un altro presidente di Regione – Antonio Comelli, senza dubbio apprezzato per la sua opera complessivamente positiva -, aveva bocciato nel 1984, in sede di assemblea regionale, la sacrosanta proposta del Movimento Friuli (originaria di Tessitori) per un’autonomia da Trieste. “Indebolire la Regione significherebbe indebolire il Friuli come la Venezia Giulia”, aveva dichiarato. “E’ una posizione antistorica quella degli autonomisti” . Le diversità tra il Friuli e Trieste ci sono, però “al tempo stesso individuano la civiltà comune della nostra Regione”. A distanza di dodici anni, quello stesso presidente scriveva invece che si potrebbe “prevedere per Trieste ed il suo territorio una forma di autonomia particolare nell’ambito dell’attuale regione; subordinatamente però alle necessarie modifiche costituzionali tra cui, in primis, quella che stabilisce il trasferimento della sede del capoluogo regionale a Udine. E ciò anche per la considerazione che Trieste non ha saputo o potuto, per le troppe differenze che la contraddistinguono dal resto del territorio regionale, assumere e vivere il ruolo di capoluogo”. Finalmente d’accordo. Il fatto è che oggi, visto il naufragio irrimediabile di Silvio Berlusconi, i suoi seguaci saltano su una zattera battezzandola Friuli. Ma il partito come-nuovo è “un trucco elettorale”, ha detto Debora Serracchiani da sinistra. Niente di personale da parte mia, beninteso. Il presidente, accentratore in Regione, non mi giudichi impertinente, se affermo che rivendicare i diritti all’autonomia, per di più speciale, potrebbe far piacere, se non provenisse da chi li ha lasciati perdere fino a ieri. Mi consenta: corrono ben altre prove per convincerci. Impertinente è chi parla a sproposito. E io ho solo fatto parlare lui e gli altri.