Archivio mensile:Marzo 2012

Carnia: la Motocavalcata delle Alpi Carniche 2012 entra nel vivo

 

 
Sono passati pochi giorni da quando è stata data ufficialità alla nuova edizione 2012della Motocavalcata delle Alpi Carniche che partirà da Sauris (Ud) ed abbiamo già ricevuto tante richieste di informazioni ed ottimi riscontri da tutta Italia, sopratutto tra i partecipanti dell’ultima edizione. Le domande più comuni riguardano ovviamente il percorso della manifestazione che cambierà rispetto all’ultima edizione. La manifestazione sarà suddivisa in due giornate con una diversa difficoltà del percorso. Sabato 16 giugno spazio agli amanti del fuoristrada Hard, con un tracciato adatto a piloti con una buona preparazione fisica e buone doti di guida nel fuoristrada, non sono ammesse le moto bicilindriche per il sabato. Il percorso sarà completamente segnalato e le iscrizioni alla giornata del sabato termineranno in anticipo rispetto al giorno successivo.Domenica 17 Giugno la motocavalcata è aperta anche alle moto bicilindriche, il tracciato di 200 km circa si snoda sulle suggestive montagne Carniche ricche di panorami mozzafiato ed è un continuo sali scendi su sentieri, mulattiere, lunghi sterrati che non necessariamente richiedono da parte dei piloti una grande abilità di guida se si sceglie di rimanere sul percorso più semplice quello soft opportunamente segnalato con le tabelle di color giallo, percorso aperto a tutti i concorrenti. Per chi volesse in alcuni tratti del percorso, mettere a prova la propria abilità di pilota troverà sempre sul tracciato soft dei brevi tratti hard ben segnalati con tabelle di colore rosso riportanti la scritta hard che andranno poi a ricongiungersi al percorso soft. Grazie alla collaborazione con Carnia Welcome, verranno creati dei particolari pacchetti vacanza a prezzi agevolati per i partecipanti alla motocavalcata ed i loro familiari.
 

Friuli: la svolta nell’enologia regionale

 

di CLAUDIO FABBRO

Nei giorni scorsi ho avuto il piacere di ritrovarmi con il Preside Paolo Battigello, vari docenti e gli allievi del 5º e 6º anno di Enologia dell’ Istituto Tecnico Agrario Statale Paolino d’Aquileia” di Cividale per una giornata di studio tesa ad approfondire insieme a loro , l’evoluzione degli usi nonché la complessa disciplina che ricade nella cosiddetta “ Guida al bere consapevole e che, per celerità, abbiamo ribattezzato” “Dalla vigna al volante ”. L’occasione è stata propizia per definire il calendario dei lavori del prossimo 12 maggio, in cui l’Istituto celebrerà il trentennale dell’ istituzione del Corso di Enologia, evento che ha cambiato la situazione tecnica e socio-economica della vitivinicoltura regionale. Fino ad al 1982, infatti, ben poche aziende agricole potevano privarsi di forze giovani e migranti in quel di Conegliano o San Michele all’Adige . Quindi la regia delle grandi realtà vitivinicole regionali, dei Consorzi Doc, delle Cooperative e Cantine sociali era, almeno fino al 1985 , affidata ad enotecnici d’altre regioni . Poi la svolta. Ma vediamo di ripercorrere insieme le vicende del benemerito Istituto agrario cividalese. Nel 1920 nasce l’Istituto Friulano Pro Orfani di Guerra, con annessa Colonia agricola e Scuola pratica triennale di agricoltura. Nel 1930 viene attivato il Corso biennale superiore della Scuola Tecnica Agraria, che conferisce il titolo di Agente Rurale. Nel 1948 tutto il complesso di Rubignacco con le strutture scolastiche ed agrarie, passa all’ Ente Friulano di Assistenza. Nel 1955 la Scuola Tecnica Agraria diventa Istituto Tecnico Agrario, come sezione staccata di quello di Conegliano Veneto. Nel 1960 sono diplomati i primi periti agrari frequentanti il corso di Cividale e l’Istituto diventa autonomo e nel 1968 viene intitolato a “ Paolino d’Aquileia”. Nel ’78 raggiunge il numero massimo d’iscritti : 807.Nel 1981 viene istituita la sezione staccata di Gradisca e nello stesso anno prende il via il Corso di Viticoltura ed Enologia. Fu così che nell’anno scolastico 1983/84 uscirono dalla Scuola i primi 19 enotecnici che trovarono pronto impiego. Molti di loro si affiancarono al padre e fu così che l’enologia regionale conobbe un’accelerazione impensabile.  

Friuli: l’articolo 18 non è solo un simbolo, ma un diritto reale

 

di PIER ALDO ROVATTI

Se è così irrilevante perché battagliare tanto per toglierlo? Il ricorso all’ideologia è stata l’ultima spiaggia di un argomento che appare contraddittorio dall’inizio alla fine. Così, adesso vediamo con nitidezza che si tratta di una questione satura di realtà, e per tanti aspetti decisiva. Per i lavoratori essa rappresenta la conquista di un diritto. Che non sia un diritto astratto è testimoniato non solo dalle lotte che, molti anni fa, ne hanno fatto il baricentro dello Statuto dei lavoratori, ma anche, e ora soprattutto, dalle conseguenze che potrebbero discendere dalla sua cancellazione. Licenziamenti “economici”, appunto, cioè sostenuti da esigenze interne avanzate dalle aziende. Come sappiamo, secondo il progetto di riforma della ministra Fornero, se il giudice del lavoro ritenesse “illegittime” tali esigenze il lavoratore non riavrebbe il suo posto (reintegro) ma solo un riconoscimento in denaro (indennizzo). Anche se tale indennizzo fosse considerato “adeguato”, resta in ogni caso la perdita del lavoro. Basta una rapida riflessione per capire che qualcosa di illegittimo viene così legittimato. Il licenziamento risulterebbe comunque avallato nella sua sostanza. Altrettanto sostanziali sono i motivi per i quali si vorrebbe cancellare l’articolo 18: lo chiedeva, prima ancora della nascita del “governo tecnico”, la famosa lettera della Bce, e lo chiedono con tutta evidenza gli imprenditori che lo considerano un vincolo pesante per le loro strategie di flessibilità in uscita. L’argomento secondo il quale la libertà di licenziare è già da tempo un fatto acquisito ha tutta l’aria di essere un argomento capzioso. Esso andrà misurato con l’orizzonte che si aprirebbe se cadesse ogni vincolo. Le previsioni, motivate, non inducono certo all’ottimismo. Un’ulteriore prova, e converso, di tale realtà ci viene fornito dall’impegno con cui i proponenti della riforma indicano, quasi a compensazione, le virtuosità del provvedimento per ciò che riguarda le correzioni apportate al lavoro precario e le opportunità offerte ai giovani in cerca di occupazione. Sul che pure aleggiano molti dubbi, a cominciare dalla efficacia degli incentivi che dovrebbero spingere a trasformare lavori a tempo determinato in lavori a tempo indeterminato. Chi assicura che la stretta addossata ai datori di lavoro non sarà riversata da questi stessi sul salario dei lavoratori a tempo determinato? Intanto le buste paga degli italiani si alleggeriscono e l’aumento del costo della vita farà il resto. Non c’è nessuna garanzia che la riforma del lavoro, come è stata finora concepita, promuova a breve una qualche ripresa dell’economia. Modificando alcune regole, se anche queste modifiche risultassero nel loro insieme virtuose (ammesso e non concesso, naturalmente), si creerebbero davvero nuovi posti di lavoro? Come non dar credito a coloro che sono convinti che, perché si abbia un’effettiva ripresa, occorrono provvedimenti ben diversi, e fondamentalmente investimenti a largo raggio a vantaggio del mondo del lavoro, e, aggiungerei, del mondo della formazione scolastica e della ricerca universitaria? Qualcuno è poi davvero persuaso che, cancellando l’articolo 18, si dia un segnale forte ai famosi mercati?  

Tolmezzo: parcheggio per pendolari, in arrivo sessanta posti in via val di Gorto


Foto carnia.la –

di Tanja Ariis.

Sarà pronto ad essere utilizzato con la prossima settimana, in via Val di Gorto, il primo parcheggio dei pendolari della città. Continua intanto l’individuazione da parte del Comune di nuovi parcheggi in centro o vicino ad esso: se ne aggiungono così un’altra sessantina. Lo spiega l’assessore comunale Valter Marcon che ammette: «i parcheggi in città restano un mio cruccio e sto cercando ulteriori spazi rispetto a quelli già anticipati». In questi giorni si sta procederemo con l’asfaltatura, che sarà realizzata con fondi comunali, del parcheggio di via Val di Gorto, dietro il condominio arancio: si tratta di 56 posti auto. La loro realizzazione è costata 400 mila euro, di cui oltre 200 mila solo per espropri. Fra qualche giorno si potrà utilizzare e ne usufruiranno soprattutto pendolari di varie parti della Carnia che prendono ogni giorno da Tolmezzo la corriera per Udine, ma potranno utilizzarli anche coloro che vanno a teatro in piscina o alla mensa comunale. Resteranno solo da realizzare gli asfalti dei marciapiedi e alcune finiture, come pure l’asfaltatura, che si effettuerà nel giro di 2 mesi, dell’altro parcheggio di via Val di Gorto, quello all’incrocio per il Pronto Soccorso: con altri 20 posti. Ricaveremo poi un’altra cinquantina e più di parcheggi così distribuiti: 27 in via Percoto, di fronte all’archivio comunale, mantenendo in parte l’aiuola, 17 sempre nella stessa via, di fronte agli altri edifici dell’autodromo militare e fino all’incrocio con via Monte Festa, e altri 11 di fronte alla piccola palestra delle scuole medie. In via Percoto, così facendo comunque si manterrà la maggior parte del percorso verde e i cassonetti dei rifiuti saranno spostati a ridosso del parcheggio sopraelevato in un’area dedicata ricavata da un’aiuola». In via Del Din, sul lato sinistro, vicino alla roggia, Marcon pensa poi di ricavare altri 6-7 posti auto portando l’area parcheggio fino in corrispondenza dell’aiuola sopraelevata e disponendo così i parcheggi a spina di pesce. Gli attuali cordoli e gradini in pietra sono deteriorati. Altri parcheggi saranno ricavati, senza ulteriori opere, in via Lequio. Un’altra novità non relativa ai parcheggi, ma i due fabbricati militari che si trovano sul lato nord di via Percoto è che pare sia in dirittura di arrivo la loro cessione dal demanio militare al Comune. Marcon ci spiega che nel caso la procedura venisse perfezionata si riqualificherebbe l’area, in stato di evidente degrado, verrebbe demolito il prefabbricato, mentre la villetta in mattoni potrebbe essere e verrebbe probabilmente destinata alle associazioni della città.

Friuli: la regione pronta a dichiarare lo stato di sofferenza idrica

L’Amministrazione regionale, in accordo con tutti i diversi soggetti interessati, è pronta a prendere adeguati provvedimenti per fronteggiare possibili conseguenze legate all’attuale stato di carenza idrica, causato dall’assenza di significative precipitazione piovose e nevose negli ultimi mesi. Lo ha annunciato il vicepresidente della Giunta regionale e assessore all’Ambiente Luca Ciriani al termine di una riunione cui hanno preso parte tecnici della stessa Regione (ambiente, agricoltura, protezione civile), insieme e rappresentanti dei consorzi di bonifica, degli acquedotti, delle aziende che producono energia elettrica. I provvedimenti saranno modulati e dinamici a seconda dell’evolversi della situazione, costantemente monitorata da un tavolo di lavoro permanente. Tuttavia, ha precisato Ciriani, si sta già predisponendo un decreto, che potrebbe essere firmato dal presidente Tondo nei prossimi giorni, per dichiarare lo stato di sofferenza idrica, allo scopo di attuare da subito una serie di azioni volte a risparmiare acqua, immagazzinarla nei bacini e quindi poterne assicurare il fabbisogno per gli usi principali, ovvero potabile e irriguo.
In questo senso si andrebbe verso un’immediata regolamentazione degli usi idroelettrici per trattenere l’acqua negli invasi montani, cui si affiancherebbe una riduzione del deflusso minimo vitale dei principali fiumi, insieme ad un’opera di sensibilizzazione dei cittadini per un uso consapevole della risorsa acqua, per evitarne inutili sprechi. Solo in caso del perdurare dell’assenza di precipitazioni e dunque dell’aggravarsi della carenza d’acqua, verrebbe dichiarato lo stato di emergenza, introducendo delle ulteriori restrizioni finalizzate ad assicurarne la presenza in quantitativi adeguati alle necessità potabili e irrigue.
Incontrando i giornalisti al termine del tavolo tecnico assieme al direttore centrale dell’ambiente Giovanni Petris, ad Alberto Deana del servizio Idraulica, e al previsore dell’ARPA Livio Stefanutto, il vicepresidente Ciriani ha parlato di una situazione più critica, in fatto di precipitazioni, rispetto ad altre annate caratterizzate da perdurante siccità. Gli effetti appaiono evidenti sia sui livelli di falda (con i pozzi zampillanti che già oggi non sgorgano più, a causa del forte calo di pressione), sia sulla portata dei principali fiumi. Il Tagliamento, ad esempio, registra attualmente circa 18 metri cubi al secondo, contro gli abituali 40-50 dello stesso periodo dell’anno. Molto bassa anche la percentuale di riempimento dei principali bacini montani. Dunque per Ciriani una condizione abbastanza preoccupante, certamente più difficile rispetto agli scorsi anni, anche se storicamente non la peggiore vista in questa regione, che va attentamente tenuta sotto controllo.
La speranza è ovviamente legata ad un’inversione di tendenza, con piogge che potrebbero arrivare già la prossima settimana. Come ha anticipato il previsore dell’ARPA Stefanutto, i modelli probabilistici da qui a sabato 7 aprile indicano che nulla succederà fino a lunedì 2, mentre a partire da martedì 3, nel pomeriggio, le cose potrebbero cominciare a cambiare. L’anticiclone che fino ad ora ha mantenuto tempo bello stabile si ritira verso il centro Atlantico, lasciando spazio all’arrivo dal Nord di masse d’aria più umide e più fredde. Per cui, da allora, per due-tre giorni dovrebbe piovere, anche se in quale misura è ancora troppo presto per dirlo. Diminuirà anche la temperatura e non è esclusa qualche precipitazione nevosa in quota.

Villa Manin: 3 mostre con Raschiotto, Bergamasco e Zanghi al via il 30 marzo

E’ all’insegna dell’arte contemporanea il programma espositivo primaverile di Villa Manin. Venerdi’ 30 marzo alle 17.30 nell’esedra della dimora dogale si alzera’ il sipario su un trittico di mostre che l’Azienda Speciale ha messo in programma fino al 20 maggio. Si tratta di tre iniziative dedicate ad altrettanti artisti italiani e stranieri, ossia il pordenonese Roberto Raschiotto, il milanese Matteo Bergamasco e l’italoamericano William Zanghi. Pittura e scultura sono le forme artistiche con le quali questi tre personaggi descrivono la realta’, utilizzando tecniche e colori capaci di attrarre l’attenzione del visitatore. Cresciuto alla scuola espressionista di Giorgio Igne , Roberto Raschiotto – che vive e lavora ad Azzano Decimo dove e’ nato nel 1950 – apprende le nozioni fondamentali della scultura da Marcello Mascherini e quelle di pittura da Giorgio Belluz. La mostra ripercorre un impegno artistico nato alla fine degli anni ’60 che nella sua carriera si e’ espresso in lavori di grande emotivita’ nelle sue variegate tematiche. Comune denominatore degli altri due artisti, Matteo Bergamasco e William Marc Zanghi, sono invece le vibranti tonalita’ di colore che si concretizzano negli interni fatati del primo, che aprono la mente a mondi surreali, bizzarri e quasi esoterici, e negli esterni del secondo che ritrae panorami al limite tra il fantastico e il reale. Matteo Bergamasco nasce nel 1982 a Milano dove attualmente vive e lavora. Nelle grandi tele di William Marc Zanghi, nato a Wichita – Texas nel 1972, i luoghi diventano invece contenitori di una moltitudine di input tutti volti a rendere la complessita’ dell’animo umano.

Friuli: Morâr, c’era una volta il gelso nelle fotografie di Quaiattini

di Mario Turello

È attestato dal Trecento almeno il toponimo Moraro, e morâr in friulano è assurto a sinonimo di albero in generale. Basterebbero le considerazioni linguistiche ad attestare l’importanza che il gelso, o moro, il morâr appunto, ha avuto nella storia agricola ed economica del Friuli. O le ricorrenze letterarie: in Zorutti, nella Percoto, in Pasolini, in Bartolini. Dal Settecento, col progredire dell’industria serica, la gelsicoltura in funzione della bachicoltura colonizzò gran parte delle campagne, e i filari di gelsi furono elemento onnipresente e caratterizzante del nostro paesaggio agrario fino a metà del Novecento, allorché il riordino fondiario ne ridusse la presenza a pochi e dispersi, e quando anche su di essi si depositarono gli insetticidi irrorati sui frutteti, fu la fine dei bachi. A salvarne la memoria almeno s’impegnò una trentina d’anni fa il fotografo Albano Quaiattini, scomparso lo scorso anno. Oltre cento delle sue fotografie, raccolte in due sezioni riguardanti rispettivamente il gelso e il baco, sono state ora pubblicate nel bel volume (Albano Quaiattini, Il gelso e il baco da seta, 167 pagine, s.i.p.) edito dall’Ecomuseo delle Acque di Gemona a cura del presidente Maurizio Tondolo: un omaggio a Quaiattini, e un’assunzione d’impegno da parte dell’Ecomuseo che da anni si propone la valorizzazione del territorio come bene culturale, oggetto non solo di conservazione ma anche di riqualificazione attraverso processi di recupero e sperimentazione interdisciplinare. E interdisciplinare è il volume stesso: alla documentazione per immagini si affiancano i saggi di Gianfranco Scialino, Enos Costantini, Michele Zanetti, Franca Battigelli, Mario Salvalaggio, Alberto Guerra, Aldo Colonnello e Gianfrancesco Gubiani in un mosaico di autorevoli competenze, dalla geografia alla storia economica alla dendrologia eccetera

Carnia: Domenico Molfetta, una vita sulle orme di tradizioni, erbe presepi e cramàrs

di MARIO BLASONI

Sutrio è il paese dei mobilieri, dei presepi, che ogni anno animano il borgo, e… di Domenico Molfetta. Papà di Bari (città dove anche lui è nato, nel 1936), mamma di Cercivento, Domenico ha vissuto in Carnia fin da quando era in fasce e della Carnia è diventato un personaggio: studioso e ricercatore – con due grandi maestri, Michele Gortani e Luigi Ciceri – operatore culturale e amministratore pubblico. Affiancandosi così a un altro benemerito della montagna, Marco Marra, l’artista di Arta con il quale ha collaborato a Italia Nostra, dopo aver condiviso i banchi dell’Istituto magistrale di Tolmezzo, dove si è diplomato nel 1955. Molfetta può considerarsi uno degli artefici del Museo delle arti e tradizioni popolari di Tolmezzo, grazie alla sua collaborazione col fondatore, il senatore Gortani. Con lui ha girato la Carnia per cercare reperti per il Museo del quale, dopo la morte di Gortani, è stato presidente-direttore dal 1988 al 1996. In collegamento con il dottor Ciceri, ha retto la vicepresidenza della Filologica in Carnia per un quinquennio e, fin dai tempi della presidenza del medievalista Carlo Guido Mor, è socio corrispondente della Deputazione di storia patria. E’ stato anche assessore alla cultura della Comunità carnica e per 15 anni consigliere e vicesindaco di Sutrio. Ha insegnato per un quarantennio nelle scuole elementari e professionali tra Cercivento, Paluzza, Ligosullo e, infine, Sutrio. Queste, in sintesi, le esperienze più importanti di Domenico Molfetta, un uomo che ha fatto anche altri mestieri, sulle orme del padre Cosimo, arrivato in Carnia da Bari come militare (ma poi muratore e minatore a Cave) e sposatosi nel 1930 con Angelina De Conti di Cercivento. Diplomatosi maestro, Domenico a 20 anni ha lavorato come carpentiere nel Trentino e in Alto Adige, poi ha fatto il Car ad Avellino, nel sesto reggimento cavalleria Lancieri d’Aosta. Dopo il congedo è stato assunto in una ditta edile, che faceva anche lavori stradali in tutto l’Alto But, mentre la sera insegnava alla scuola reggimentale di Paluzza. «Per gli spostamenti usavo molto la bici – commenta ricordando quegli anni – perché non ho mai avuto un’auto!». Sembra incredibile, ma è così. Mai guidato, ma «mi sono sempre arrangiato – spiega – come capitava: non ho mai trovato il tempo di prendere la patente!». L’etnologo Molfetta è anche esperto dell’erboristeria carnica, alla quale ha dedicato alcuni libri. Ricordiamo quello su Il mac di San Zuan, sulla raccolta propiziatoria che si fa il giorno di San Giovanni di “piante e fiori tra magia, sacralità e terapia popolare”. Il “mestri” Meni fa lezioni di erboristeria all’Ute di Tolmezzo, della quale è stato uno dei fondatori, e in quella di Paluzza. Tra i suoi lavori sulle tradizioni da citare anche Atorn dal Fogolar, vademecum tutto-Sutrio (storie, leggende, proverbi, modi di dire, preghiere, filastrocche, canti, giochi, indovinelli…). Ed è anche uno studioso dei cramàrs, gli emigranti del commercio spicciolo che giravano con le merci più diverse caricate sulle spalle (stoffe, vestiti e scarpe, ma anche spezie) di cui si rifornivano alle fiere o dai grossisti. Sull’argomento, Molfetta ha scritto molto e anche un libro assieme al professor Furio Bianco. Adesso sta completando una ricerca sui cramàrs di Sutrio, una decina di famiglie di mercanti che operarono tra il 1600 e il 1800, e con i discendenti di alcune ha preso appositamente contatto. Fra le sue opere va ricordato un volume sulla Torre Moscarda di Paluzza, che venne presentato dal professor Mor, il terzo dei suoi indimenticabili maestri. Gli altri due li abbiamo già citati: Gortani («Poco prima di morire, nel gennaio 1966, mi donò il suo catalogo sull’arte popolare in Carnia con una dedica molto affettuosa») e Ciceri («Quando è mancato, nell’estate dell’81, gli ho fatto io l’elogio funebre nel duomo di Tricesimo»). Nella poliedrica e intensa attività di Domenico Molfetta, non va dimenticato il suo contributo alla Sutrio dei presepi, in primis quello, storico e monumentale, detto “di Teno”, che è una specie di museo permanente. E’ “la vita di Sutrio scolpita nel legno”, come recita il sottotitolo di un bel libretto illustrativo curato dallo stesso Molfetta (artista intagliatore anche lui: realizza xilografie e ha fatto pure cassapanche!). Straordinario personaggio questo Teno, al secolo Gaudenzio Straulino (1905-1988). Nel suo meraviglioso presepe, da lui realizzato in oltre trent’anni di intenso lavoro, sono raffigurati gli stavoli, le abitazioni, la malga, i mezzi di trasporto, gli opifici idraulici, le botteghe artigianali, l’osteria con i suonatori, i coscritti sul carro infiocchettato, le donne che filano e tessono. Tutto in miniatura, molto preciso nei particolari, tutto perfettamente funzionante (telai, mulini, segherie, pilaorzo e altri meccanismi). Teno era talmente affezionato al suo presepio, che vi si dedicò fino all’ultimo giorno. Sentendosi prossimo alla fine, volle che la sua salma, prima dei funerali, fosse esposta al centro del presepio. Domenico Molfetta ha abitato a Cercivento fino al 1960, quando ha messo su famiglia e si è trasferito a Sutrio. Dal matrimonio con Lia Selenati, purtroppo mancata lo scorso novembre, ha avuto quattro figli: Manuela, insegnante; Pietro (dottore in agraria, lavora a Trento); Federica (titolare di una piccola azienda agricola di prodotti biologici) e Raffaella (impiegata a Monaco in un sindacato che cura gli interessi degli italiani in Baviera). Una bella famiglia, insomma. Considerato che Domenico ha anche sei nipoti (“sono nonno da 22 anni”). Nonostante abbia superato i settanta, Meni Molfetta è ancora oggi molto attivo: dà una mano nell’azienda di famiglia, dall’accattivante nome di La frambule (il lampone); continua le ricerche sui cramàrs di Sutrio (in collegamento anche con studiosi bavaresi); tiene i corsi all’Ute sulle piante officinali e mangerecce (il suo libro sulla medicina popolare ha avuto cinque edizioni). Ha contatti e scambi d’esperienze con il già citato artista Marco Marra e con Mauro Loewenthal, “l’uomo delle erbe e dei funghi” dell’Oasi di Piano d’Arta. Ed è molto richiesto per varie iniziative non solo locali. Come fa a reggere tale ritmo? «Dormo molto poco, due o tre ore per notte – spiega – e questo dura… da tutta la vita!».

Friuli: l’allarme dell’associazione di settore, gli austriaci ora comprano i boschi della Carnia

Trentino - Legname da opera. - 2011 - Giusepp Michelon

di Tanja Ariis

Il settore del legno potrebbe rilanciare l’economia dell’Alto Friuli, ma mancano le condizioni per creare la filiera e intanto se ne avvantaggiano le imprese boschive austriache che hanno cominciato ad acquistare molti terreni boschivi (e agricoli) anche in Carnia. A lanciare l’allarme sul punto è l’Aibo (Associazione imprenditori boschivi) del Fvg. In un caso un’impresa d’oltreconfine ha già acquisito quasi 700 ettari. Quello austriaco è un approccio al bosco molto diverso dal nostro, con procedure molto automatizzate, tagli più spinti (a raso anziché prelevando solo alcune piante). Il sistema secondo l’Aibo impoverirebbe i terreni, rendendo le piante più esposte a varie malattie. Inoltre la poca manodopera impiegata è comunque austriaca. Così il fenomeno ha tutto l’aspetto di una delocalizzazione all’incontrario. E il paradosso è che la nostra regione ha un consumo annuo di legname

 

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