Archivio mensile:Aprile 2017

Tolmezzo: “Maggio letterario”, terza edizione della rassegna letteraria d’incontri con l’autore

Al via la terza edizione di Maggio Letterario, la rassegna di incontri con l’autore organizzata dall’assessorato alla cultura del Comune di Tolmezzo, che porterà nella nostra città scrittori di livello nazionale spaziando dalla narrativa alla saggistica. Gli appuntamenti si svolgeranno dal 5 maggio al 22 giugno prevedendo 12 incontri tra presentazioni di romanzi e incontri incentrati su tematiche di forte attualità.

“Anche quest’anno abbiamo voluto portare nella nostra città una serie di autori di spicco proponendo dei momenti che possano favorire la conoscenza letteraria, avvicinare al piacere della lettura, proporre e stimolare riflessioni, creare momenti di confronto e dibattito. E’ anche attraverso lo stimolo culturale che un territorio si mantiene vitale e dinamico” dichiara l’assessore alla cultura Marco Craighero.

Il primo dei dodici incontri con gli autori si terrà venerdì 5 maggio alle 20.30 al Teatro Candoni di Tolmezzo. Ospiti saranno Beppino Englaro, Don Pierluigi Di Piazza e il dott. Vito Di Piazza che presenteranno il loro libro “Vivere e morire con dignità”, introdotti dalla giornalista del tg3 Marinella Chirico. Sarà un’occasione per approfondire e discutere in merito al tema del fine vita e del testamento biologico, anche alla luce della recente proposta di legge appena passata al vaglio della Camera dei Deputati.

Saranno poi ospiti a Tolmezzo la scrittrice Alessia Gazzola, dai quali libri è stata tratta la serie tv L’Allieva; la giornalista tv e scrittrice Francesca Barra; Matteo Bussola fumettista e poi scrittore, seguitissimo sui social; l’editorialista del Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia; la sceneggiatrice cinematografica Ilaria Macchia, al suo primo romanzo, che presenterà anche il suo film Non è Un Paese Per Giovani; Franco Cardini, uno dei massimi storici italiani; la scrittrice armena Antonia Arslan e l’ex magistrato Raffaele Guariniello, famoso per le inchieste Thyssen e Eternit; oltre a due appuntamenti presso la biblioteca civica con Paolo Morganti e le pedagogiste Monica Nobile e Marina Zulian.

Molti i temi che verranno affrontati nel corso degli appuntamenti prevista: fine vita, la storia politica della nostra Repubblica, i rapporti tra occidente e oriente e la minaccia dell’Isis, la situazione della Turchia e i risvolti sull’attualità tra passato e presente, lo stato della giustizia in Italia e altro ancora.

Inoltre l’11 maggio presso la Galleria Cooperativa alcuni studenti delle scuole medie di Tolmezzo daranno vita alla “Biblioteca dei libri viventi” diventando essi stessi dei libri che interagiranno col pubblico raccontando delle storie.

Questo il calendario completo degli appuntamenti:

Beppino Englaro, Pierluigi Di Piazza, Vito Di Piazza “Vivere e morire con dignità”  5 maggio ore 20.30 Teatro Candoni 

Alessia Gazzola “Un po’ di follia in primavera” 10 maggio ore 18.15 Sala Riunioni Via Marchi 

Francesca Barra “L’estate più bella della nostra vita” 16 maggio ore 18.15 Sala Riunioni Via Marchi 

Matteo Bussola “Notti in bianco, baci a colazione” 20 maggio ore 16 Sala Riunioni Via Marchi 

Ernesto Galli Della Loggia “Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica” 26 maggio ore 18.15 Sala Conferenze Uti 

Ilaria Macchia “ho visto un uomo a pezzi” 29 maggio ore 20  Cinema David

A seguire l’autrice sarà presente alla proiezione del film Non è Un Paese Per Giovani, di cui è sceneggiatrice.

Franco Cardini “L’Iphone e il paradiso” e “Il califfato e l’Europa” 1 giugno ore 20.30 Sala Conferenze Uti 

Antonia Arslan  “Lettera a una ragazza in Turchia” 6 giugno ore 18.15 Sala Riunioni Via Marchi

Raffaele Guariniello “La Giustizia non è un sogno” 9 giugno ore 18.15 Sala Conferenze Uti

DELLA BIBLIOTECA:

La Biblioteca dei libri viventi 11 maggio Galleria Cooperativa ore 10

IN BIBLIOTECA:

Paolo Morganti “Le Forme del Male” 15 giugno ore 18

Monica Nobile, Marina Zulian (associazione Barchetta Blu) “Qualche volta si può” 22 giugno ore 18

Tutte le informazioni sugli incontri sono disponibili nel sito internet www.comune.tolmezzo.ud.it oppure possono essere richieste all’Ufficio Cultura telefonando al numero 0433 487987–487961 o scrivendo un’e-mail all’indirizzo [email protected] .

Carnia: “Note di vita bellica in Carnia 1916-1917” con “I fusilâz” e “Le Portatrici carniche”, sei spettacoli che rileggono la Storia

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R.C. dal MV di oggi.

Una rassegna nuova, e non soltanto perché si affaccia per la prima volta in Carnia: nuova anche per il suo modo di raccontare la Grande Guerra. Si tratta di “Pace alla guerra”, “Note di vita bellica in Carnia 1916-1917”, in scena con sei spettacoli a partire da martedì 25 aprile fino a sabato primo luglio in diversi paesi e città tra Carnia e Friuli. Sei performance fra storia, teatro e musica, che andranno in scena il 25 aprile a Cercivento, il primo maggio a Timau di Paluzza, il 21 maggio a Tolmezzo, il 2 giugno a Somplago (Cavazzo Carnico), il 29 giugno a Udine e il primo luglio a Forni Avoltri. Protagonisti principali saranno il giornalista Guerrino Pacifici (interpretato da Adriano Giraldi) e il tele-cine-operatore Miro Vojnovich (Maurizio Zacchigna), che racconteranno la Grande Guerra. Con loro anche le attrici Maria Grazia Plos e Roberta Colacino e il gruppo strumentale Lumen Harmonicum, che rivisiterà il repertorio italiano e austro-ungarico del periodo bellico. La cura del progetto (l’idea, i contenuti testuali e musicali, la supervisione) è di Massimo Favento; la regia teatrale è dell’Associazione Mamarogi e le illustrazioni – prodotte ad hoc sui personaggi delle storie, sono di Mauro Zavagno. “Pace alla Guerra” è un progetto di Lumen Harmonicum che si avvale del contributo della Regione Fvg e della collaborazione della Fondazione Luigi Bon. “Pace alla Guerra” è un’anteprima di “Carniarmonie”. «Parlare della Grande Guerra – spiega Celestino Vezzi – ha senso se si esce dalla retorica, si guarda oltre i forzati paraocchi, si dà spazio e voce non solo ai testi ufficiali, ma anche ai diari della gente comune, si evita di citare a ogni piè sospinto la parola Patria quale panacea giustificatrice di ogni scelta. In questo contesto alcuni termini assumono significati precisi e i riferimenti non sono casuali: disobbedienza, sacrificio, diserzione, follia, ideologia, memoria». Proprio queste, infatti, saranno le chiavi di lettura per i singoli episodi. La rassegna s’iniziera il 25 aprile, alle 16 alla Cjase da Int di Cercivento, con il primo spettacolo intitolato “Rapsodia di una pallottola. Backstage per giornalisti & plotone musicale su “I Fusilâz di Çurçuvint” che si raccoglie sotto il “cappello” della disobbedienza. Sul palcoscenico sono gli attori Adriano Giraldi in Guerrino Pacifici e Maurizio Zacchigna in Miro Vojnovich e nel Colonnello; con loro il Gruppo Strumentale Lumen Harmonicum (Chiara Minca – voce, Mauro Verona – corno, Marco Favento – violino, Massimo Favento – violoncello, Denis Zupin – percussioni). Attraverso i dialoghi degli attori e le “spiegazioni” musicali scorrerà un particolare racconto dell’episodio – ormai noto – de “I Fusilâz di Çurçuvint”, il tragico caso di Silvio Gaetano Ortis e di altri tre alpini fucilati dai Carabinieri per essersi rifiutati di sostenere un attacco decisamente suicida contro una postazione austriaca sulle montagne che loro conoscevano tanto bene, pur avendo proposto una valida alternativa. Un caso estremo di disobbedienza (e purtroppo di giustizia sommaria) ancora molto dibattuto nel quale la logica irrazionale della disciplina militare prese il sopravvento su buonsenso e umanità. Lo spettacolo rovescia la prospettiva dando la parola non alle vittime, ma al plotone d’esecuzione. Il secondo appuntamento si terrà il primo maggio alle 16 a Timau di Paluzza nella sala parrocchiale San Pio X, quando si parlerà del senso di sacrificio. “L’amica di Maria” sul mito di Maria Plozner & delle Portatrici Carniche affronterà ancora un caso più e più volte discusso, quello delle Portatrici Carniche, di cui Maria Plozner, uccisa da un cecchino, è l’emblema. Gli spettacoli continueranno il 21 maggio, il 2 giugno, il 29 giugno e il primo luglio con altri quattro episodi-reportage nei quali si rileggono alcune pagine divenute aneddoti e leggende con gli occhi esterni delle persone comuni, dei non protagonisti. 

Carnia: montagna in crisi, lo spopolamento è una sciagura regionale

di Alfio Anziutti Forni di Sopra.

Lodevole iniziativa quella del Messaggero Veneto che fotografa il lento, costante, inarrestabile declino della montagna friulana. Mi soffermo sulla Carnia dove vivo, “la Madre del Friuli”. Scrigno di luoghi, come ben sa chi li frequenta, ancora puri, necessari a tutta regione, ricchi di acque spumeggianti, che nascono e assieme alla loro gente qui vogliono vivere e amministrarsi. Terra di storia, di preziose diversità animali e vegetali, di monumentali vallate, le Dolomiti Friulane che l’Unesco ha elevato a Patrimonio dell’Umanità. Paesi ricchi di originali parlate, di gelosi campanili e medievali municipi che una regione ignorante di cultura montanara vuol trascinare a valle, portarli all’ammasso a Tolmezzo: non riuscirete, cari politici, a cancellare l’antico soffio delle nostre storie, tanto meno a far diventare pianura la montagna. “Non fermerete il vento”. La natura di queste “terre alte” e di chi le abita è un mondo diverso, va compreso con umiltà e ascolto, aiutato a migliorare, applicando i differenziali su costi sociali e imposte: perché “non ci possono essere tasse uguali fra diseguali”, la legge “non” deve essere uguale per tutti: in particolare per chi abita a 50 chilometri dagli uffici e dagli ospedali, per chi tiene acceso il riscaldamento 6 mesi all’anno, per chi è senza internet veloce, per chi deve subire una alluvione di scartoffie sul nulla. In montagna deve vivere gente che abbia cura e rispetto dell’ambiente, che opera sul territorio, che “in primis” produce beni agro-zootecnici di qualità, che lavora una terra che conosce e ne sana le ferite: guardie, controlli, norme e scrivanie lasciamoli pure alla pianura. Lo spopolamento della montagna è una sciagura regionale (nazionale!) mai concretamente affrontata, nonostante l’art. 44 della Costituzione voluto dal carnico Gortani reciti: “La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”. Sono decenni che vengono drenati montanari e acque e poteri e soldi verso la pianura, sono altrettanti decenni che le parole in Regione non cambiano, sempre inutili e banali. Nei convegni pubblici i frettolosi politici regionali, indistinti, si presentano con le solite giaculatorie: “dobbiamo fare, bisogna attivare, è necessario impegnarsi, occorre fare…” Ma “sacrabolt”, fate! Ascoltate, informatevi con i montanari su proposte e necessità, e solo dopo aver capito, come diceva Einaudi, deliberate, perché siamo stufi di leggi e norme inventate a tavolino (turismo, strade, acque, Uti) che ci arrivano “dal basso”. A questo punto o si cambia spartito, atteggiamento e solfa, praticando la politica della dignità e del rispetto dei cittadini, oppure per manifesta incapacità dell’“ente inutile regionale” si convochino gli “Stati Generali della Montagna” così da cominciare finalmente a capire, partendo dalla cultura, come-dove-quando.

Artisti Carnici: Stefano Marchi artista perplesso e irresoluto al bivio della maturita’

di Ermes Dorigo.

Verso la metà degli anni ’90 ebbi, se così posso dire, il merito di ‘lanciare’due giovani carnici, in tempi in cui le esposizioni erano dedicate soprattutto ai ‘canonici’ maestri del figurativo, meglio se floreali o paesaggisti: l’informale e la pittura contemporanea parevano proprio non esistere. Tale presenza ‘giovanile’ la rinforzai successivamente con una provocatoria mostra, tanto che un quotidiano locale s’affrettò a telefonarmi, per capire se per caso m’avesse dato di volta il cervello, tenutasi nel prestigioso palazzo Frisacco dal titolo Carnia New Art. Uno dei due giovani era Stefano Marchi, nato a  Tolmezzo nel 1964,  oggi non più crisalide, ma farfalla dal volo, se me lo concede, poco determinato, un po’ come se fosse intimidito e disilluso, irresoluto, quasi lo bloccasse un timore interno di ‘liberare’ completamente se stesso, di ‘superarsi’; intanto, con esposizioni personali e collettive, continua a volare, ma ondeggiando sempre, mi pare, tra il prima e il dopo, tra un morboso, quasi, attaccamento al sé primigenio e il desiderio di sfidare l’ignoto e di percorrere vie nuove, forse ancora da lui solo intraviste, ma che gli suscitano una sorta di inquietudine regressiva, pur continuando a sperimentare e a mettersi in discussione. In occasione della prima mostra, intitolata Lo sguardo pulsionale ovvero Le visioni dell’inconscio, lo definivo “selvaggio” in quanto individuavo nelle sue grandi tele, come padri spirituali, soprattutto Baselitz e Kiefer considerati, appunto, padri dei “nuovi selvaggi”, che non si esprimono verso il mondo, ma in quanto mondo, in quanto soggetti perduti che si cerca­no, per un bisogno insopprimibile di vita; che si cercano proprio in quanto corporalità, non ideologica­mente e programmaticamente: oggettivano sulle tela associazioni, ricordi, frammenti di esperienza, per cui il quadro si pone come entità‑altra rispetto all’artefice: l’opera fa il suo autore, nel senso che egli si identifica e si costruisce, interiormente e come essere socia­le, in relazione a quanto gli dice l’o­pera, la forma percettibile della lin­gua dell’inconscio. Stefano,  gestuale e meno legato alla convenzione artistica, ti trascina verso suoi ‘eventi” col piacere estetico della pennellata forte, ‘grossolana’ come quella del suo maestro Baselitz, degli accostamenti e contrasti ‘esagerati’ dei colori, dell’energia del movimento che agita anche ciò che solitamente è statico, come i volti ritratti. La sua è la figurazione di ciò che non colpisce lo sguardo, ma che si vede solo con occhio interiore. Troviamo nelle sue tele una grande intensità di astrazione espressiva ed emozionale ed un vibrante edonismo dei colori. A lui non interessa il dettaglio (né, quindi, l’accuratezza dell’esecuzione) ma l’impeto equilibrato dell’insieme, ottenuto con una sorta di sregolata regola, di disordinato ordine che implode in un oggetto pittorico che si pone come entità significante in sé e per sé, con arditi squarci e movimenti prospettici, che però non creano l’illusione della profondità (il fruitore dentro il qua­dro), ma mantengono la caratteristi­ca di pittura di superficie che ‘va verso’ il fruitore e lo intriga coi suoi interrogativi.

A distanza di anni, dopo aver sperimentato ed essersi messo in discussione in numerose esposizioni personali e collettive ho voluto che fosse lui direttamente a trarre un primo bilancio della sua esperienza estetica, giunto ormai al bivio della maturità, tramite un’intervista-confessione: «Non è facile per me – dice Stefano – come artista parlare del mio lavoro. Ho sempre amato la pittura fin da ragazzino, quando mi capitavano in mano i testi di storia dell’arte di mio fratello maggiore, che all’epoca era studente universitario. Ho continuato poi la mia ricerca personale immergendomi in tutto ciò che era arte, in una sorta di studio autodidatta, visitando mostre più o meno importanti a livello mediatico e conoscendo artisti di vario livello.  Sono stato molto attratto dalle avanguardie degli anni Sessanta e Settanta; tramite la collaborazione e l’amicizia con il collezionista Egidio Marzona, ho avuto la fortuna di conoscere artisti come Vito Acconci, Luciano Fabro, Mario e Marisa Merz e Robert Barry, che ho aiutato nel porre in opera un’installazione nella casa di Marzona nel suo parco artistico. Grazie a Marzona insieme a Ermes ho allestito la mostra, epocale per la Carnia e il Friuli,  Nonno Padre Figlio – Duchamp Andre Missoni e realizzato un buon video su di essa  e sull’Artistic Park di Villa di Verzegnis. Ma sono sempre rimasto legato in maniera forte alla pittura. Uso tele industriali di un formato medio grande, dal 100×120 in su. C’è stato un periodo in cui le tele me le costruivo, ma è durato poco. Facendo tutto da solo avevo difficoltà nel tirare la tela grezza  e poi non riuscivo a trovare facilmente chi potesse costruirmi i telai senza chiedere somme esose. Dunque tele di grande formato. Ai movimenti delle braccia occorre spazio, perciò il formato è determinante, in quanto solo un largo campo d’azione consente di viaggiare immergendosi nel quadro stesso, dipingendo fino ad esaurimento. La lezione di Pollock è fondamentale per me. Come determinanti per la mia formazione sono stati Georg Baselitz e i Nuovi Selvaggi tedeschi degli anni Ottanta, come ha ben intuito Dorigo fin dalle mie prime opere. Adoro quella violenza gestuale che genera figure, sagome, volti tumefatti, vittime. I colori che uso sono prevalentemente scuri, privi di omogeneità e appaiono opachi, sporchi e vengono colati sulla tela spesso molto diluiti e comunque senza la presenza di un disegno o di una bozza preparatoria. Non c’è tempo per la riflessione, né per la perfezione, aspetti della pittura che non mi interessano. L’azione deve essere rapida, in piena sintonia col cuore e col cervello. Il cervello ci permette di essere liberi, di concepire un’idea e al tempo stesso di evitare di rinchiuderla dentro ragionamenti tecnici che nulla hanno a che fare con l’intuito, che per me è sinonimo di creazione e quindi di arte. L’idea fugge, non resiste a lungo nella mente e quindi nessuna pausa e via con i pennelli, con le mani se è necessario, in un turbine di materia e di colori.

La mia è una pittura che definirei ‘disinvolta’, che imperversa sulla tela con violento e ampio slancio del pennello, con cromatismi a volte selvaggi ed incisivi. Ed è una sensazione indescrivibile per me ciò che appare sotto il vibrare del pennello. Tutto ciò, l’azione pittorica spaziante, gli inevitabili spruzzi di colore,  le parti della tela non dipinte, le meravigliose sbavature, mantengono il quadro finito in una condizione di provvisorietà e frammentarietà. Sento dentro di me questa passione indomabile, che mi spinge ad imbrattare tele come la belva affamata addosso alla sua preda, ma ciò nonostante sento che dal mio lavoro traspare un messaggio di amore verso la vita ed il mio prossimo, in una sorte di passaggio al di là, una specie di filtro che si interpone tra l’artista e la realtà, tra la realtà dell’artista e la realtà di chi guarda. L’interpretazione della realtà, arricchita dal nostro stato d’animo, dalle nostre sensazioni, si traduce sulla tela che diventa il passepartout per mete altrimenti irraggiungibili. Temi comuni che troviamo nel lavoro di molti artisti sono anche i miei: la negazione della guerra, la condizione umana, la libertà, la pace, la paternità, il sesso, l’amore, la poesia, la paura, ossessioni ricorrenti negli uomini, amplificate negli artisti, frutto di sedimentazioni emotive interiori o derivanti da traumi esterni, ma nella loro genesi complessa c’è un punto fermo: il quadro. Io mi riconosco nel e col quadro. Al momento nulla per me è più vero di un quadro: il pensiero che da esso scaturisce mi appare più forte, più resistente e diretto».

 

2017: Il Friuli non dimentica Bellina: omaggio al prete “scomodo”

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di Fabiana Dallavalle.
Nel decimo anniversario della morte di don Pier Antonio Bellina, il 23 aprile, la Provincia di Udine e Glesie Furlane lo ricordano con una serie di iniziative presentate ieri, a palazzo Belgrado. Una ventina gli appuntamenti, dall’8 aprile al 24 novembre, annunciati dal presidente della Provincia Pietro Fontanini: «Pre Toni Beline – ha commentato – è stato pastore, insegnante, uomo di cultura, uno dei massimi esponenti della vita culturale friulana e uno dei maggiori divulgatori della lingua. Noi intendiamo ricordarlo attraverso la sua voce, predisponendo un dvd in cui saranno raccolti i momenti più significativi di alcune interviste realizzate da Celestino Vezzi per l’emittente Video Tele Carnia. Dvd che presenteremo in occasione della festa dei Santi Patroni Ermacora e Fortunato, il prossimo 12 luglio». Pre Beline, nato a Venzone l’11 febbraio 1941, autore prolifico, ha lasciato, tra gli altri lirbri, “La fabriche dai predis” (La fabbrica dei preti), libro scomodo che, immediatamente ritirato dal commercio, su istanza della Curia arcivescovile, conobbe tuttavia ampia circolazione privata. Alla presentazione delle attività promosse dalla Provincia con Glesie Furlane (rappresentata dal presidente monsignor Roberto Bertossi), il “Grop di amîs di pre Toni” (Renzo Nadalin), i sindaci di Venzone e Basiliano, l’università di Udine, la Società Filologica Friulana (Gottardo Mitri) i Colonos (con Federico Rossi) e tante realtà, associazioni e parrocchie. «Momento centrale del programma – ha sottolineato monsignor Bertossi – le cerimonie di domenica 23. A Basagliapenta la commemorazione prevederà un momento di preghiera in cimitero (alle 10.15) e alle 11.15 la celebrazione della messa nella chiesa parrocchiale, officiata dal Vicario Generale della Diocesi. Nel pomeriggio (alle 16), a Venzone, intitolazione, nel palazzo Orgnani-Martina, della “Sale Pre Antoni Beline”. «Una sala attrezzata con postazioni multimediali che racchiuderà le opere di pre Toni», ha spiegato il primo cittadino Fabio Di Bernardo. A Basiliano, sabato 22, come annunciato dal sindaco Marco Del Negro, sarà intitolata a pre Toni Beline la biblioteca civica, a testimonianza del suo contributo alla comunità. Sabato 8 alle 15 la camminata “Pai trois di pre Toni” con lettura di scritti di pre Toni, «un appuntamento – ha annunciato Federico Rossi (Colonos) – per ricordare una consuetudine di pre Beline, la camminata del sabato mattina da Basagliapenta ai Colonos. Momento, insieme al bel programma realizzato grazie all’iniziativa spontanea, corale e all’unità di intenti di tanti soggetti, per esprimere un senso di riconoscenza e rispetto nei confronti del sacerdote e al dono più grande che ci ha lasciato: l’amore donato al suo popolo». Affettuoso e commosso il ricordo della comunità di Valle Rivalpo, rappresentata da Ezio Banelli. Renderanno omaggio con varie iniziative (tra cui una camminata sulla cima del Monte Tersadia) mirate a valorizzare la figura del presule come insegnante e maestro. “L’universalità nel pensiero di don Pietrantonio Bellina” è invece il titolo dell’iniziativa promossa dell’Università di Udine (2 ottobre, palazzo di Toppo Wassermann).