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“Quando la folla diventa preda del razzismo” di Pierluigi di Piazza

di Pierluigi di Piazza
Provo quotidianamente un dolore profondo dell’anima per la evidente e persistente disumanità di una parte di questa società, della politica che la alimenta e insieme la interpreta e rappresenta in un circuito molto pericoloso di reciproco sostegno. Le migrazioni sono il fenomeno più importante e decisivo del nostro tempo e, se sempre hanno caratterizzato la storia dell’umanità, da alcuni decenni hanno assunto una dimensione planetaria: sono infatti 70 milioni le persone costrette a partire. Delle cause strutturali delle loro forzate partenze il nostro mondo è ampiamente responsabile per il passato remoto e nel presente. Impoverimento, condizioni di vita disumane, violazione dei diritti umani, violenze, guerre, disastri ambientali costringono a partire. Di questo la politica non parla. Negli ultimi anni ci sono stati arrivi significativi, mai l’invasione di cui è stata diffusa la percezione con evidente falsità. Si constata quotidianamente la totale mancanza da parte della politica sovranista e localista di una considerazione planetaria del mondo e di conseguenza dell’impegno a rompere le cause strutturali delle forzate migrazioni per accompagnare il cammino dei popoli del pianeta e insieme per progettare con lungimiranza l’accoglienza di chi arriva nelle nostre società nella consapevolezza che esse ne avranno bisogno per la loro stessa vita, basti pensare alla progressiva decrescita demografica.Insomma un altro mondo diverso da costruire. L’insicurezza generalizzata di questa società liquida, le diverse paure alimentate ad arte, i timori per il futuro, l’esigenza di rassicurazione personale e sociale, i diritti non garantiti, il desiderio di un cambiamento politico, l’esigenza di un progetto più adeguato sull’accoglienza hanno portato, nella logica illusoria del capro espiatorio, a identificare nell’altro che arriva la causa di tutte le situazioni problematiche. La politica di destra con evidenza xenofoba e razzista ha alimentato e alimenta questi vissuti e nello stesso tempo promette di rassicurarli, di portare ordine, mossa dall’avversione verso l’immigrato. Questo pensiero fortemente negativo e disumano è all’origine di leggi altrettanto negative e disumane, come le due sulla sicurezza, che invece non è garantita dalle telecamere, dalle pistole elettriche, dai manganelli, dalle manette, ma dai progetti culturali di crescita umana e di convivenza.Soprattutto colpisce la disumanità, il cinismo di non considerare i migranti persone ma numeri. Di conseguenza non importa se i numeri, non più persone, sono da 15 giorni su una nave: «Per me possono stare lì fino a Natale!»; non importa, anzi indispettisce che la nave di una Ong salvi delle persone, «la nave è da distruggere e da affondare». Prevalgono l’atteggiamento e le parole della distruttività. Le Ong nel Mediterraneo sono state e sono presenze importanti in assenza di un piano e di una presenza efficace dell’Europa e dei Paesi che la compongono, in particolare di Italia, Spagna, Grecia lasciate sole. Le Ong hanno salvato in mare migliaia di persone; certamente vanno ricordate e sempre ringraziate tutte le persone della Guardia di finanza, della Marina, delle Capitanerie che ne hanno salvate decine di migliaia. È evidente la mancanza di un progetto ampliato e permanente dei corridoi umanitari, ringraziando la Comunità di Sant’Egidio e le Chiese valdesi di averli attuati con successi significativi. E puntualmente si ripete il conflitto che questa politica apre con chi salva le vite in mare attribuendogliene la colpa. Ricordo di aver affermato in diverse occasioni, anche in una situazione di particolare significato, di fronte a mille studenti che sarò sempre vicino e grato a chi salva una vita in mare, che i nomi delle navi Acquarius, Diciotti, Sea Watch, Mediterranea, ora Sea Watch 3 suscitano in me vicinanza a loro, gratitudine, ammirazione, sostegno.Sono vicino ed esprimo ammirazione per Carola Rachete, questa giovane donna di 31 anni, mossa solo dal desiderio di salvare le vite in mare e ogni giorno preoccupata delle loro condizioni, persone già ripetutamente vittime e ora rese nuovamente tali dal cinismo della politica per evidenziare strumentalmente la latitanza dell’Europa. Carola si è trovata di fronte a una scelta difficile: violare una norma italiana o venire meno all’obbligo morale di salvare vite umane e insieme al venir meno agli obblighi stabiliti dai trattati internazionali.Partecipando alla sua decisione ho ripensato all’insegnamento di don Lorenzo Milani: «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando, invece, vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate». Le leggi sicurezza sono la legittimazione dei forti. E fino a quando non sono cambiate prevale la preoccupazione per la vita delle persone.L’Onu ha inviato una lettera all’Italia sul decreto “Sicurezza bis” in cui si afferma che il diritto alla vita e il principio del non respingimento, stabiliti da trattati internazionali, prevalgono sulla legislazione nazionale e che rispetto ai diritti umani è fuorviante. E ancora rifacendomi a don Milani ho pensato all’ubbidienza non più virtù, ma subdola tentazione quando è ossequio conformista a leggi ingiuste, e invece virtù quando è espressione delle proprie convinzioni, della propria libertà e responsabilità; quando è disubbidienza per diventare ubbidienza alla vita delle persone. Deve essere denunciata con sdegno morale l’impressionante aggressività violenta, maschilista, sessista nei confronti di Carola Rachete, espressione del degrado culturale ed etico, segno della disumanità di una parte di questo Paese. Manca completamente un progetto serio sull’immigrazione; ci sarebbe tanto da fare ma per questo è necessaria una cultura completamente diversa. La disumanità chiude i cuori, annebbia le coscienze, devia la ragione nell’irrazionalità emotiva, nell’esaltazione del particolare fino a parlare in questa vicenda di “guerra”, di difesa dei confini dell’Italia.È vergognoso! Quante volte ogni giorno il nostro mondo oltrepassa tanti confini dei popoli per occupare, sfruttare, impoverire. Ma noi siamo sempre i primi, i superiori; appunto “prima gli italiani”. Questa irrazionalità ha portato la politica xenofoba a ipotizzare sul fronte orientale muri, barriere. Da non credere. Peraltro, ciascuno ha i suoi maestri: la frequentazione di Trump e di Orban prevede anche queste conseguenze.I muri chiuderanno questo nostro mondo nel suo benessere particolarista e insieme nelle difficoltà di tante persone, nella sua mancanza di cultura e di etica, nella sua illusione. C’è il consenso di tanta gente? La storia ci insegna in modo chiaro che il consenso non corrisponde, specie in alcuni momenti, alla verità delle persone e delle situazioni. Anche le leggi razziali furono applaudite da folle entusiaste. Un’ultima considerazione: che non si continui ad aggiungere vergogna a vergogna autodefinendosi cristiani quando praticamente in modo palese si è contro il Vangelo di Gesù di Nazareth, contro la Chiesa di papa Francesco.

Tolmezzo: l’importanza regionale della ferrovia Carnia-Tolmezzo

di Davide Copetti.
Dopo lustri di disinteresse nei confronti del trasporto ferroviario sono questi gli anni della cura del ferro. Merita quindi un’analisi approfondita l’idea di convertire la ferrovia Carnia Tolmezzo in pista ciclabile. Il tracciato, la cui manutenzione è di competenza dell’ente Carnia industrial park, è stata da sempre assente, anche se nei primi anni duemila si è investito parecchio per ammodernarne l’armamento. L’eventuale cambiamento di destinazione d’uso della ferrovia deve essere valutato secondo una politica dei trasporti non solo locale ma regionale se non internazionale. Ferrovia della Carnia? Parto con la mia analisi dalla ferrovia Pontebbana, importante tratto del corridoio Adriatico Baltico percorso da numerosissimi treni merci che partono o arrivano nel porto di Trieste (il porto “più ferroviario” d’Italia). Va inoltre segnalato che in questi mesi la Regione Friuli Venezia Giulia ha inaugurato alcuni servizi ferroviari innovativi che si sviluppano su brevi distanze per il trasporto di semilavorati dai porti della nostra regione verso alcuni importanti siti produttivi regionali. La finalità di questo intervento è ovviamente di limitare il trasporto su strada di semilavorati in acciaio e di legname che risulta particolarmente pericoloso. Di attualità anche la nuova vita dell’interporto di Cervignano che solo oggi, forse per la prima volta, vede l’istituzione di un servizio ferroviario merci che risparmierà la circolazione di circa 200 tir alla settimana. Questo è l’esempio di come una buona attività organizzativa può rendere utile queste infrastrutture ritenute dai più “cattedrali nel deserto”. E il trasporto passeggeri? La ferrovia Pontebbana offre un servizio tutto sommato modesto anche a causa di un bacino d’utenza certamente non elevato. Oggi molti dei treni che salgono verso l’Alto Friuli terminano la loro corsa nella stazione di Carnia, se imboccassero la ferrovia carnica arrivando a Tolmezzo si avrebbe un aumento del potenziale bacino d’utenza e lo sviluppo di un traffico non solo “a scendere” dal gemonese verso Udine ma anche a salire verso Tolmezzo. Ne conseguirebbe quindi un miglioramento dell’offerta di trasporto pubblico, non solo per la Carnia ma per l’intera regione. Sono trenta infatti le corriere a doppio piano che ogni giorno corrono fra Udine e Tolmezzo e le difficoltà che incontrano i lavoratori a trovare parcheggio nella zona industriale evidenziano che ci sono i numeri per riportare un treno vero in Carnia. Prima di asfaltare la ferrovia è quindi necessario valutare se davvero chi ha amministrato l’infrastruttura finora ha le competenze per farlo o se forse non sia il caso di valutare un passaggio di consegne a Ferrovie dello Stato, ricordando che sono solo 10 chilometri di linea. —

Paolo Medeossi: il “babau” e le ondate di fango che inquietano i nostri paesi

L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e natura
di Paolo Medeossi

La natura segue il suo corso, da sempre. E dunque in Friuli piove molto, moltissimo, da sempre, anche se da qualche anno in forme bizzarre, ma per questo più minacciose e difficilmente prevedibili visto l’effetto serra e i problemi connessi su cui Luca Mercalli ci informa ogni volta che fa tappa da noi e tiene affollate conferenze, dalle quali si torna a casa con il morale sotto i tacchi e la testa piena di domande. Ma ci sarà un motivo se in Friuli esistono toponimi come Pioverno o Piovega; se il primato italiano in fatto di piovosità appartenga alla remota Uccea dove nel 1960 si registrò una punta di 6103 millimetri; se il più grande genio nato a Udine, e cioè Arturo Malignani, dedicò la vita a tante imprese e pure al fatto di rilevare ogni giorno, per decenni, nella sua torre sotto il castello, i dati meteorologici della città, pioggia in testa; se ogni volta che un film viene ambientato in Friuli la maggior parte delle scene ha come sfondo panorami molto umidi; se insomma il nostro destino di regione ai confini nazionali è legato a un pregiudizio atmosferico per cui, in giro per l’Italia, Friuli fa rima con acquazzoni, temporali, nevicate, tempo da lupi e da orsi eccetera… Situazioni che hanno ispirato scrittori e poeti come Leonardo Zanier (che, da gabbiano controcorrente, ironicamente diceva: «In Carnia abbiamo i più bei temporali del mondo») o Pierluigi Cappello, che scrisse in friulano i versi di “Qui è appena grandinato”. Invece un giovane gruppo musicale, i “Luna e un quarto”, propone come cavallo di battaglia nientemeno che il brano “Il blues del temporale”.C’è poi la realtà con cui bisogna confrontarsi perché fa i conti direttamente con la natura. Il babau grande, al di là dei babau piccoli disseminati ovunque, resta sempre il Tagliamento, il fiume che taglia il Friuli dividendolo e anche unendolo in qualche modo. Un solco tracciato nella geografia e nella coscienza di questa terra. È lì, sul Tagliamento, che tutto va a finire oltre alle acque degli affluenti. In questi giorni riaffiorano, come sempre in simili situazioni, i ricordi delle disastrose alluvioni del 1965 e 1966, quando il nostro mondo venne messo in ginocchio, dalla Carnia a Latisana, dove si visse il dramma peggiore. Momenti nei quali vennero coinvolti anche i cronisti nel raccontare ora dopo ora la tragedia. Restano nel mito giornalistico friulano le parole di Mario Blasoni che, assieme ai colleghi, era asserragliato nel municipio latisanese. Il suo articolo, la sera del 4 novembre 1966, cominciava così: “Telefono mentre l’acqua sale…”. Quel disastro, causa di molti morti, segnò pure una presa di coscienza sul problema delle alluvioni, come una decina di anni dopo accadde con il terremoto. Si rafforzò dopo di allora una maggiore e vigile consapevolezza, tanto da portare alla nascita di una straordinaria Protezione civile, quella che in queste ore è entrata in azione in modo efficiente, logico, silenzioso perché chi ne fa parte sa a memoria cosa deve fare. È un sistema che va ringraziato e ricordato di continuo, perché ci avvolge in una rete di sicurezza che una volta non esisteva.Rischi e scenari da piovosità disastrosa possono dunque essere affrontati, limitati, combattuti anche se ancora di più si può fare per ridurre la vulnerabilità dei territori di fronte allo spauracchio-acqua che da noi ha una lunga storia. Sono almeno una sessantina le alluvioni gravi nei secoli recenti, riguardando soprattutto la sponda della Sinistra Tagliamento. Già nel 1483 il cronista Martino Sanudo definiva il fiume come rapace, furioso e rabbioso. Da allora si susseguirono tante “ordinarie alluvioni” perché l’apparente quiete idraulica non deve mai ingannare. Basta tenerlo presente e poi saper imbrigliare acque e panico quando dal nulla appaiono quelle ondate limacciose che scheggiano la tranquillità dei nostri paesi.

Friuli: strutture dei rifugi troppo vecchie? «Mancano soldi per rifarle»

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di Melania Lunazzi.
C’era una volta il rifugio alpino spartano, silenzioso, raccolto, raggiungibile a fatica. In centocinquant’anni di storia dell’alpinismo molto è cambiato e il grande aumento di frequentazione della montagna di questo millennio fa nascere a volte discrepanze tra domanda e disponibilità dell’offerta. Una questione di mentalità cittadina poco adattabile alle scomodità alpine o una incapacità da parte delle strutture alpine di adeguarsi alla maggiore domanda di comodità? In che termini va posta la questione sollevata dalle recenti lettere e dagli interventi pubblicati dal Messaggero Veneto? Da una parte c’è chi chiede più cura nella gestione delle strutture, dall’altra chi ricorda come la montagna abbia il suo ritmo e le sue leggi.«Sposo quanto detto dal sindaco Brollo anche se il signore della lettera di protesta qualche ragione ce l’ha» dice Stefano Sinuello, presidente di Assorifugi Fvg e gestore da più di trent’anni del rifugio Pelizzo sul Matajur. «È vero, periodicamente ci sarebbe bisogno di cambiare gli arredi, la perlina va marcia, i tavoli hanno cinquant’anni e le terrazze esterne avrebbero bisogno di abbellimenti, ma questi lavori non possono essere imputati ai gestori, che a ogni stagione pagano un affitto e devono vivere dell’attività che conducono. Spesso ci troviamo a dover sopperire di tasca nostra a carenze strutturali, perché la proprietà (il Club Alpino o altri proprietari) non sempre risponde tempestivamente alle nostre richieste di intervento: dalla sostituzione del gruppo elettrogeno al bisogno di attrezzi da cucina. Non metterei in dubbio la professionalità dei gestori nel servire per quanto possibile prodotti genuini e artigianali: ognuno di noi dà il massimo. Invece direi che gli introiti che le proprietà ricevono dai nostri affitti dovrebbero essere puntualmente investiti per apportare migliorie ai rifugi».Ma anche le sezioni del Cai proprietarie di rifugi alpini stentano a volte a stare al passo e non per mancanza di volontà. «I rifugi si trovano in ambienti difficili, sono costruzioni spesso datate e richiedono costanti manutenzioni – dice Antonio Nonino, presidente della Società Alpina Friulana, proprietaria di quattro rifugi (di Brazzà, Divisione Julia, Marinelli e Gilberti – Soravito). Investiamo ogni anno circa 45.000 euro sui nostri rifugi, importo che corrisponde esattamente agli introiti ricevuti dai gestori. Siamo tra l’altro ancora impegnati per quindici anni in un mutuo per pagare le spese sostenute nella ristrutturazione del Divisione Julia di Sella Nevea. Certamente se potessimo permettercelo vorremmo investire la cifra (circa 300.000 euro) necessaria per dotare i rifugi Marinelli e di Brazzà di corrente elettrica, in modo da consentirne l’apertura invernale, con un allacciamento a bassa tensione interrato. Ma questo non è nelle nostre disponibilità».Da Tolmezzo il presidente del Cai Alessandro Benzoni cita un altro esempio che è il rifugio alpino Fratelli De Gasperi: «Purtroppo c’è una netta disparità tra entrate e uscite da destinare ai lavori. In tre anni abbiamo incassato 13.000 euro e ne abbiamo spesi 21.000, senza contare le tasse. E al momento il De Gasperi ha bisogno di un impianto per il pompaggio dell’acqua che costa 100.000 euro e verrà finanziato con un contributo regionale». Altro che tendine tirolesi.

Carnia: CoopCa ripartono anche i rimborsi agli ex soci dopo la sentenza di rigetto dell’autofallimento

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Riprendono i rimborsi agli ex soci CoopCa rimasti invischiati nel crac della storica cooperativa carnica, ormai 4 anni fa. Dopo il rigetto del tribunale di Udine alla richiesta di autofallimento presentata dai liquidatori sociali, Paola Cella (la liquidatrice giudiziale) potrà così riprendere il lavoro e chiudere la settima tranche, la primo a favore dei soci, che aveva a disposizione 2,8 milioni. Il tribunale di Udine, nel sottolineare il fatto che CoopCa avesse già avuto accesso a una procedura di concordato (pertanto ne erano già stati esaminati i libri contabili), pone una nuova questione. La richiesta di autofallimento era stata presentata dai liquidatori (Luigino Battiston e Giovanni Toffoli, assistiti dal legale pordenonese Loris Padalino) in forza del fatto che, a loro parere, il concordato non disponeva dei fondi per i loro emolumenti, 30 mila euro l’anno per tutta la durata della procedura. Ma, innanzitutto, come ha sottolineato Cella in aula, esiste un fondo rischi che potrebbe coprire quelle spese; secondo, per il tribunale la decisione dell’assemblea dei soci di pagare 30 mila euro l’anno non sarebbe legittima poiché arrivata quando il concordato era già stato approvato, quindi c’è la «cessazione del regime di limitazione dei poteri dispositivi della società debitrice».In altre parole, quei soldi erano bloccati e non era compito dei soci deciderne la destinazione. Un bel pasticcio, anche perché, detto che il concordato è salvo, chi pagherà i liquidatori sociali? La buona notizia è che riprendono i pagamenti. La liquidatrice giudiziale, Paola Cella, ha accumulato oltre 2,8 milioni da distribuire ai creditori. Per i privilegiati non ancora saldati sono già andati 79 mila 378 euro e, per tutti i chirografari, è prevista l’assegnazione di 2,8 milioni. L’importo ammonta, quindi, complessivamente a 2 milioni 879 mila 378 euro. In particolare, il progetto di riparto prevedeva il pagamento a favore delle banche di 28 mila euro, pari all’1 per cento dell’importo da assegnarsi complessivamente ai creditori chirografari. Per i prestatori sociali c’era un milione 876 mila euro, pari al 67 per cento del totale. Restavano altri 896 mila euro per altri chirografari iscritti al concordato (il 32 per cento della somma), come previsto nel piano di concordato.Il riparto in questione è stato completamente eseguito nei confronti dei creditori privilegiati, mentre, è stato eseguito solo parzialmente, per un milione e 729 mila 794 euro, nei confronti dei creditori chirografari. Resta, dunque, da ripartire a favore dei creditori chirografari l’importo di un milione e 70 mila 205 euro. Nel 2019 è previsto un altro pagamento che non è stato vanificato dalla richiesta di fallimento. Viaggia su un binario parallelo – e con tutta probabilità avrà il medesimo esito del primo tentativo – la richiesta di autofallimento presentata da Battiston la scorsa settimana anche per l’immobiliare della cooperativa carnica, ImmobilCoopCa. In questo caso non è ancora stata fissata la data per la prima udienza.

2017: Il Friuli non dimentica Bellina: omaggio al prete “scomodo”

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di Fabiana Dallavalle.
Nel decimo anniversario della morte di don Pier Antonio Bellina, il 23 aprile, la Provincia di Udine e Glesie Furlane lo ricordano con una serie di iniziative presentate ieri, a palazzo Belgrado. Una ventina gli appuntamenti, dall’8 aprile al 24 novembre, annunciati dal presidente della Provincia Pietro Fontanini: «Pre Toni Beline – ha commentato – è stato pastore, insegnante, uomo di cultura, uno dei massimi esponenti della vita culturale friulana e uno dei maggiori divulgatori della lingua. Noi intendiamo ricordarlo attraverso la sua voce, predisponendo un dvd in cui saranno raccolti i momenti più significativi di alcune interviste realizzate da Celestino Vezzi per l’emittente Video Tele Carnia. Dvd che presenteremo in occasione della festa dei Santi Patroni Ermacora e Fortunato, il prossimo 12 luglio». Pre Beline, nato a Venzone l’11 febbraio 1941, autore prolifico, ha lasciato, tra gli altri lirbri, “La fabriche dai predis” (La fabbrica dei preti), libro scomodo che, immediatamente ritirato dal commercio, su istanza della Curia arcivescovile, conobbe tuttavia ampia circolazione privata. Alla presentazione delle attività promosse dalla Provincia con Glesie Furlane (rappresentata dal presidente monsignor Roberto Bertossi), il “Grop di amîs di pre Toni” (Renzo Nadalin), i sindaci di Venzone e Basiliano, l’università di Udine, la Società Filologica Friulana (Gottardo Mitri) i Colonos (con Federico Rossi) e tante realtà, associazioni e parrocchie. «Momento centrale del programma – ha sottolineato monsignor Bertossi – le cerimonie di domenica 23. A Basagliapenta la commemorazione prevederà un momento di preghiera in cimitero (alle 10.15) e alle 11.15 la celebrazione della messa nella chiesa parrocchiale, officiata dal Vicario Generale della Diocesi. Nel pomeriggio (alle 16), a Venzone, intitolazione, nel palazzo Orgnani-Martina, della “Sale Pre Antoni Beline”. «Una sala attrezzata con postazioni multimediali che racchiuderà le opere di pre Toni», ha spiegato il primo cittadino Fabio Di Bernardo. A Basiliano, sabato 22, come annunciato dal sindaco Marco Del Negro, sarà intitolata a pre Toni Beline la biblioteca civica, a testimonianza del suo contributo alla comunità. Sabato 8 alle 15 la camminata “Pai trois di pre Toni” con lettura di scritti di pre Toni, «un appuntamento – ha annunciato Federico Rossi (Colonos) – per ricordare una consuetudine di pre Beline, la camminata del sabato mattina da Basagliapenta ai Colonos. Momento, insieme al bel programma realizzato grazie all’iniziativa spontanea, corale e all’unità di intenti di tanti soggetti, per esprimere un senso di riconoscenza e rispetto nei confronti del sacerdote e al dono più grande che ci ha lasciato: l’amore donato al suo popolo». Affettuoso e commosso il ricordo della comunità di Valle Rivalpo, rappresentata da Ezio Banelli. Renderanno omaggio con varie iniziative (tra cui una camminata sulla cima del Monte Tersadia) mirate a valorizzare la figura del presule come insegnante e maestro. “L’universalità nel pensiero di don Pietrantonio Bellina” è invece il titolo dell’iniziativa promossa dell’Università di Udine (2 ottobre, palazzo di Toppo Wassermann).

Friuli: minoranze e autonomia la via friulana al socialismo

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di GIANNI ORTIS.

“Il socialismo friulano 1945-1994, dalla Liberazione alla diaspora” è il titolo del libro che il professor Tiziano Sguazzero ha appena pubblicato con l’Istituto friulano per la storia del movimento di Liberazione. Cosí ne scrive l’avvocato Gianni Ortis nella prefazione. Questo libro non sarebbe stato possibile senza il recupero, la catalogazione e la informatizzazione dell’Archivio della Federazione provinciale di Udine del Partito socialista italiano, che l’Istituto friulano per la storia del movimento di Liberazione ha letteralmente salvato dal macero. Ma è proprio la cura con cui il materiale di archivio era stato raccolto, catalogato e conservato in un arco di tempo che va dal 1952 al 1994, ad apparire straordinaria. In duecentocinquanta faldoni, tremilaseicentotredici fascicoli e sette piccoli fondi con ulteriori quattordici fascicoli è ricostruita l’attività di un numero imponente di sezioni distribuite capillarmente nel territorio provinciale. I socialisti friulani, via via che si svolgeva la loro attività politica hanno ritenuto necessario comporre un diario collettivo da affidare, con legittimo orgoglio, ai posteri affinché potessero conoscere il dibattito, le idee, gli scontri e le elaborazioni che riguardavano i problemi locali e nazionali. Il professor Tiziano Sguazzero, autorevole studioso della vita politica regionale del secondo dopoguerra, integrando il contenuto dell’archivio con le altre fonti di conoscenza dell’attività del Partito socialista e degli altri partiti in Friuli, ha composto un affresco completo, efficace e appassionante. È emersa, fin dai primi anni del dopoguerra, l’impostazione federalistica europea del Partito socialista friulano e volta costantemente a tutelare le minoranze nelle zone di confine. L’obiettivo finale, pur nelle diverse impostazioni dei suoi principali esponenti, è stato quello di promuovere un socialismo nella libertà e nella democrazia con il recupero di una parte del “socialismo degli albori”, la condanna del collettivismo . Cruciale è stata la questione dei rapporti con il mondo cattolico nella faticosa ricerca di contemperare i principi di laicità dello Stato e dell’istruzione pubblica e la più ampia tutela della libertà religiosa. Costante è stato l’impegno per i diritti civili e per il ruolo delle donne nella società. Ma il movimento socialista friulano ha inciso anche a livello nazionale con i propri parlamentari. Umberto Zanfagnini nel 1953, assieme a Ferruccio Parri, Piero Calamandrei e Antonio Greppi ha fondato Unità Popolare che è stata decisiva nell’impedire che scattasse l’applicazione della “legge truffa”. Loris Fortuna è considerato il padre della legge sul divorzio del 1970. La percentuale del “no” nel referendum del 1974 in Friuli è stata più alta rispetto alla media del Paese. C’è poi il periodo che va dal 1992 al 1994, con la cosiddetta “tangentopoli” che ha visto lo scioglimento del Psi. La responsabilità politica è diversa da quella individuale e pertanto quando un partito non ha la forza per superare i momenti di grave difficoltà deve imputare prima di tutto a se stesso il proprio venir meno. Su tutto il resto il dibattito è aperto, Rimane un’ultima questione. Ha ancora un senso definirsi socialisti? Per quanto mi riguarda rimango dell’opinione di Norberto Bobbio il quale diceva: «Se voi mi invitaste a scommettere sulla salvezza ultima dell’umanità, non accetterei. Sono disposto a scommettere invece in favore dell’affermazione che l’unica via di salvezza è lo sviluppo della democrazia, verso quel controllo dei beni della Terra da parte di tutti e la loro distribuzione egualitaria, in modo che non vi siano più da un lato gli strapotenti e dall’altro gli stremati, che si chiama socialismo»

Friuli: I cent’anni del ponte che a Braulins collega le genti “di là da l’aghe”

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di Piero Cargnelutti.
Il vecchio ponte di Braulins compie 100 anni e per ricordare questo anniversario, nel fine settimana a Trasaghis è in programma una due giorni di commemorazione e di ricordo. Per celebrare l’importante infrastruttura che un secolo fa permise alle genti di “di là da l’aghe” di essere finalmente collegate con Gemona e Osoppo, l’amministrazione comunale di Trasaghis ha coinvolto anche i Comuni vicini. Sabato, alle 18, i sindaci di Trasaghis, Gemona, Osoppo e Bordano si ritroveranno simbolicamente sul ponte per scoprire una targa commemorativa. «Il riferimento temporale di questa infrastruttura – spiega il sindaco Augusto Picco – è una vecchia targa localizzata sul ponte verso Osoppo dove si evidenzia che fu inaugurato nel 1916, ed è quella la data che abbiamo preso a riferimento. Questa infrastruttura è sempre stata di fondamentale importanza per la gente della val del lago: pensiamo soltanto alle difficoltà che ci furono nel 1983 quando l’alluvione costrinse la nostra comunità a ovviare lungo altre direttrici per raggiungere Gemona in attesa che le due arcate compromesse fossero sistemate». In cento anni, sotto quel ponte che attraversa il Tagliamento ne è passata tanta di acqua ma anche tanta storia del Friuli, come ricordano gli studi realizzati negli anni dai due ricercatori locali Pieri Stefanutti e Decio Tomat. Appena inaugurato ufficialmente, all’indomani della ritirata di Caporetto il 29 ottobre 1917, fu fatto saltare in aria dall’esercito italiano per fermare l’avanzata austriaca. Riparato nel 1919, nel 1938 non fu transitabile per un periodo a causa della corrente, mentre nel 1944 furono i partigiani a farlo saltare in aria per impedire l’accesso alla zona libera ai nazifascisti. Infine, l’alluvione del 1983 mise a rischio due arcate che furono sistemate nell’85. Oggi, è ancora un passaggio fondamentale per chi vuole visitare il lago, soprattutto nel periodo estivo. Per ricordare questo importante pezzo di storia, sabato, dopo l’incontro dei quattro sindaci, nella canonica di Braulins si inaugurerà una mostra fotografica e poi si farà festa con tanto di fuochi d’artificio. Le commemorazioni continueranno domenica con le messa alle 10, la successiva premiazione di poesia e disegno “100 anni del ponte” per proseguire nel pomeriggio con una ulteriore mostra fotografica esterna realizzata dall’Ecomuseo Val del lago. La manifestazione è organizzata anche con la collaborazione della biblioteca di Trasaghis, della Pro Alesso, di Noi di Braulins, Chei di Peonis, La Pro Avasinis e il Grop Trasagan.

Friuli: le cause della denatalità in regione secondodon Alessio Geretti

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dal sito www.Ilfriuli.it

La nostra regione è fanalino di coda per numero di figli. Siamo lontani dal raggiungere la quota due bambini per ogni donna, necessaria per garantire il saldo demografico. A chi pensa che la colpa sia dei problemi economici e degli scarsi aiuti da parte della politica e delle istituzioni, don Alessio Geretti, al servizio delle parrocchie di Tolmezzo, Illegio e Fusea e anche delegato episcopale per la Cultura dell’Arcidiocesi di Udine, risponde che le vere cause sono ben altre e più profonde. “Quello della denatalità è un gravissimo problema sottovalutato. Alla politica si può dare al massimo la colpa di non avere strategie per invertire la tendenza”.

Il vero problema qual è?
“Manca l’etica, lo slancio della giovinezza, senza contare che i figli sono il vero sostegno della società, a partire dal sistema pensionistico. Ma lo ribadisco, non è il primo problema la mancanza di risorse economiche”.

Cosa frena i giovani?
“I giovani non fanno figli o fanno pochi figli, per mancanza di scelta. E’ sbagliato il senso che si dà alla vita. L’età migliore per generare è dai 20 ai 35 anni. La scelta deve essere condivisa. Se si trova la persona giusta, non serve aspettare. Invece, i giovani pensano alla famiglia solo dopo aver completato gli studi, trovato un lavoro sicuro, comprato casa. Sono tutti passaggi autoimposti”.

Per raggiungere questi obiettivi serve tempo. Troppo?
“Si superano i 35 anni e si diventa matti, per trovare tecniche di fecondazione che aiutino ad avere una gravidanza fuori tempo massimo. Bisogna andare contro un’impostazione di fondo dell’essere umano. Non è detto che si debba avere un lavoro a tempo indeterminato che oggi, tra l’altro, è raro, o un mutuo più leggero. Non è detto che si debbano avere queste certezze”.

Cosa manca veramente?
“I giovani non hanno fiducia negli affetti. Intuiscono che fare figli è importante, ma cercano un contesto stabile, a prescindere dalle situazioni familiari pregresse. Il bisogno di stabilità è comune sia a chi viene da situazioni buone, sia da chi ha vissuto contesti brutti. La fragilità interiore fa avere tempi sbagliati”.

Come si fa a capire che è arrivato il momento giusto?
“Il primo punto è trovare una donna da far entrare nel proprio bilancio di vita, insieme alla quale completare gli studi, o cercare un lavoro. Il secondo è capire che sarà lei la più grande alleata dell’esistenza. Invece i giovani non sono sicuri di poter trovare un’alleata stabile, per completare il progetto dell’esistenza. La sicurezza è solo quella superficiale, materiale. E’ questa la fragilità spirituale delle giovani generazioni, che hanno perso il senso della vita”.

Qual è il terzo livello?
“La convinzione che c’è un grande bene, anche se la vita è fatta di difficoltà o pasticci, che si devono affrontare. Non ci sono solo successi”.

I giovani hanno questa forza?
“Sentono l’oscurità dei tempi. Si deve reagire con passione e coraggio, per ritrovare il senso della avita. E, soprattutto, bisogna trasmetterlo. Nel mio lavoro coi giovani, nell’oratorio di Tolmezzo in particolare, ho conosciuto tanti aiutanti e aiutati. Ne ho visti crescere, intelligenti e capaci, e pronti anche a formare una famiglia. In particolare, conosco una coppia di 22enni, che hanno già due figli”.

I genitori rappresentano un ostacolo o sono d’aiuto?
“I genitori dicono ai ragazzi di aspettare. Quando sono informati dell’intenzione di formare una famiglia, la prima reazione è dir loro ‘ma siete pazzi?’ e dopo il primo figlio, ‘per carità, un secondo no’. Invece i genitori dovrebbero diffondere coraggio, trasmettere il senso di fede e la spiritualità della vita. Gli adulti devono incoraggiare e confermare che si può fare diversamente, che si possono cambiare i ritmi. Dovrebbero aiutare a capire che se è faticoso avere un figlio e poi il secondo, averne un terzo non è un problema, che non ci si accorge della differenza. Invece, c’è timore nell’affrontare la vita, che è anche sacrificio”.

C’è una soluzione?
“Bisognerebbe seguire l’esempio dei patriarchi di Aquileia, che avevano mescolato le stirpi, per dare nuova forza. Anche oggi bisognerebbe cercare nuova linfa. C’è bisogno di gente nuova”.

Gli stranieri arrivati in Italia e in Friuli possono essere un aiuto in questo senso?
“Questo è un discosro complicato. Non è detto che con tutti gli stranieri ci sia una compatibilità di base. E’ necessario studiare e fare le giuste scelte. Non tutti i flussi umani sono integrabili”.

Alto Friuli: Bevorchians, il paese che si affolla d’estate per i sentieri nei boschi

di DARIO ZAMPA.
Il viaggio nei paesi dimenticati fa tappa a Bevorchians, frazione di Moggio. Come arrivare Partendo da Moggio si prosegue per la Val d’Aupa, lungo la strada provinciale che costeggia l’omonimo torrente. Dopo una decina di km c’è il bivio (la beòrcje) con regolare segnaletica che indica la località di Bevorchians, sulla sinistra. Altri 500 metri in leggera salita e si arriva alle prime case del paese. Il territorio Il Comune di Moggio con i suoi 142 km² è il terzo Comune della Regione per estensione di territorio, superato solo da Tarvisio e Claut. Oltre allo straordinario complesso abbaziale, ricco di storia e fascino, va segnalata una particolarità: il suo territorio è dotato di oltre 100 chilometri di percorsi per mountain bike che si snodano lungo sentieri immersi nei boschi, costeggiano vecchi borghi, scendono lungo greti di fiumi e riportano in paese. Questi percorsi richiamano migliaia di appassionati escursionisti che d’estate affollano anche le piccole località del territorio. Gli irriducibili Un paese che si chiami Bevorchians non esiste. Come i Comuni di Buia, Ragogna, Verzegnis, ecc. che non hanno una località che corrisponde al nome del Comune, così anche la frazione di Bevorchians risulta composta da una decina di borgate senza che nessuna porti quel nome. Eccole: Gallìzis, Culòs, Bèlcis, Frucs, Ors, Chiampiùi, Plans, Saps, Pacol da la Cite, Nanghèz e altre ancora. Abbiamo scelto questa località perché lo spopolamento è stato pressoché totale: degli oltre 600 abitanti del primo dopoguerra, oggi si contano una ventina di residenti, perlopiù anziani. Lilly, la signora di Bevorchians Abbiamo incontrato la signora Liliana Tolazzi che con il marito Fiorenzo Filaferro, ambedue nati a Bevorchians, gestisce l’antica osteria del paese. «Da oltre 150 anni – esordisce Lilly – questa osteria è un punto di riferimento per tutta la vallata. Prima si chiamava “Al nasòn” poi semplicemente “da Lilly e Renzo”. Negli anni ’50 tutte le borgate pullulavano di gente e funzionavano a pieno ritmo ben due latterie. C’era la scuola elementare con oltre 80 ragazzi. Le tre maestre, Isabella e Ucci di Udine ed Elena di Moggio, si fermavano a dormire nella scuola. Ricordo – dice scuotendo la testa – che d’inverno arrivava un vecchio camion, residuato bellico, che portava la legna per riscaldare la scuola. Si fermava sotto la borgata, sulla strada provinciale, e noi bambini facevamo a piedi quasi due chilometri, salita e discesa, con un legno ciascuno per portarli nella scuola». «A 12 anni – interviene Renzo, il maschio del paese – con l’aiuto di mio padre ho ucciso il primo maiale. Si andava a caccia di camosci e lepri e poi, nel primo dopoguerra, sono arrivati dall’Austria anche caprioli e cervi che prima non c’erano». Un mondo che non c’è più, che il progresso ha cancellato senza distinguere il positivo dal negativo. La curiosità Appena sopra Bevorchians sono ancora visibili le gallerie di una vecchia miniera di fluorite. Si tratta di una pietra bianchissima che a quel tempo – spiega Renzo – serviva per fondere l’acciaio. Vi lavoravano una quarantina di operai e tutto il materiale estratto veniva portato a valle con una teleferica e proseguiva il viaggio verso le fonderie siciliane. È stata chiusa negli anni ’50. Bevorchians era il paese più popoloso e benestante della valle con 10 casere, 4 mulini, 2 segherie, il più alto numero di bovini allevati e di prati. Da una trentina d’anni ha ceduto il posto alla vicina frazione di Dordolla.