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Illegio: lascia il posto di perito metalmeccanico per dedicarsi a mais e ortaggi

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di GIUSEPPE RAGOGNA.
Non è stato un gioco da ragazzi assemblare un puzzle di terreni. Marco Zozzoli ha portato a termine un’operazione complicatissima. Ora ride soddisfatto, senza dare più di tanto peso a una faticaccia durata un paio d’anni: «Ho nel cassetto più di cento contratti di comodato d’uso gratuito di piccoli appezzamenti, alcuni sono micro-superfici di poco più di una decina di metri quadrati. In molti casi c’è stata la necessità di contattare proprietari in giro per il mondo». È riuscito così a mettere assieme all’incirca quattro ettari di terreno per dare concretezza al sogno della vita: creare degli orti ricchi di biodiversità tutt’attorno a Illegio, che è una gemma di bellezza tra i monti della Carnia, a una manciata di chilometri da Tolmezzo. È il paese degli antichi mulini di pietra, che si affacciano lungo il rio Touf, con le grandi ruote spinte dall’acqua. Un luogo d’altri tempi, che si ravviva soprattutto d’estate in occasione di mostre d’arte di prestigio. Di anno in anno, si alternano esposizioni di capolavori di assoluto valore che attirano, in un borgo che non raggiunge le 400 anime, più di 40 mila visitatori. Pitture cariche di emozioni, come lo sono i paesaggi di Illegio.La svolta della vita. Marco Zozzoli ha ventott’anni. Ha saputo costruire dalla passione per la terra, che è nata accompagnando il nonno Carlo nei campi, una specie di “officina della biodiversità”, dove studia, sperimenta e coltiva varietà diverse di mais, di ortaggi, di verdure e di legumi. L’officina, quella vera, l’ha lasciata davvero, dando un calcio a un posto fisso che durava da almeno tre anni, da quando si era diplomato perito metalmeccanico all’Ipsia di Tolmezzo: «Inutile insistere, era troppo forte il richiamo dell’agricoltura. Capita che nell’adolescenza si facciano delle scelte scolastiche non finalizzate agli obiettivi che via via maturano con l’età. L’attrazione fatale era per i motori, ma nell’esercizio del mestiere non li ho mai visti. Il mio ruolo era infatti quello di programmatore». L’orizzonte è la Natura con le sue fasi e le sue regole. Da curioso com’è, si era messo a smanettare su Internet per apprendere ogni tecnica, che poi applicava nei terreni che pian piano entravano nella sua disponibilità. Tre anni fa la svolta. Ha frequentato i corsi per aprire l’attività agricola. Oggi ha un’aziendina, il cui nome mette assieme la specializzazione dell’impresa con la caratteristica del paese: Il Vecjo Mulin, dove la prima parola richiama i semi antichi usati nei campi, e la seconda si riferisce alla strada principale di Illegio dominata dai mulini. Non ha scelto però un percorso qualsiasi. Ci sono infatti vari modi di “fare agricoltura”. La frequentazione della Rete gli ha spalancato nuovi orizzonti. «Di giorno sui campi, di sera davanti al computer. Marco è un ragazzo cocciuto – mormora nonna Alda, che ha voluto assistere alla lunga chiacchierata -, guarda i cavoli anziché le ragazze. È un grande lavoratore, ma a modo suo: ha soltanto le piante in testa. Pensi che uno dei suoi clienti, un responsabile della Cartiera Burgo, l’aveva corteggiato per portarlo in azienda. Niente da fare, ha dato un altro calcio al posto sicuro. Ai giorni d’oggi… mah».Metodi rigorosamente naturali. Il nipote non raccoglie le provocazioni, si schermisce, sorride e prende la forza per introdurre un lungo ragionamento sull’agricoltura sinergica. Dedica l’incipit alla visione etica, non soltanto pratica, dei due pionieri che hanno applicato concretamente alcune teorie: l’agricoltrice spagnola Emilia Hazelip, la quale ha adattato al clima mediterraneo i principi del microbiologo giapponese Masanobu Fukuoka. Marco, prima si accerta che sui fogli degli appunti siano stati scritti correttamente i nomi, poi passa a una sintesi di questo sistema alternativo di coltivazione. «Sul campo – avverte – non si fa quasi niente, occorre l’umiltà di capire la Natura, poi si arrangia la terra a far crescere i frutti». E scandisce gli elementi principali del sistema sinergico: nessuna lavorazione del suolo, se non nella fase di avvio per riassestare il terreno; nessun concime chimico; neanche prendere in considerazione diserbanti o fitofarmaci; attenzione scrupolosa delle fasi lunari e del ritmo delle stagioni; rotazione tra alcune specie di ortaggi e di verdure. «Il terreno trova nel tempo il suo equilibrio naturale. Alla fine conta soprattutto la qualità del prodotto – spiega – che garantisce profumi e sapori. Che sia chiaro: non mi interessa raccogliere quantità sproporzionate di frutti. La terra ha tutti gli elementi per lavorare da sola. E le piante si adattano. Ciò che conta è invece il rispetto di valori vitali: noi nelle campagne siamo degli intrusi, al massimo degli ospiti. L’uomo fa soltanto danni, rischia di coltivare campi di plastica. Ecco, allora, che non dobbiamo stravolgere l’ordine prestabilito, perché dopo di noi arriveranno altre generazioni». Di tanto in tanto, alla spiegazione, arricchita dai risultati concreti di esperienze intriganti, Marco intercala una serie di critiche severe alle multinazionali, «che fanno soltanto i loro interessi seguendo logiche industriali e commerciali». E non si ferma più: «Per seguire soltanto il mercato si arriva all’impazzimento. Un esempio lo si trova nelle vigne: hanno dato finanziamenti per lo sradicamento dei vecchi vigneti soltanto per assecondare le mode, così hanno devastato tutto e ora si ributtano al ripristino delle viti di una volta, perché garantivano vino buono. Così si finisce per diventare dipendenti da sistemi che c’entrano poco con la vita dei campi».La bio-valley di Illegio. Marco Zozzoli sta creando il suo piccolo “regno delle biodiversità” procedendo attraverso sperimentazioni che assicurano un insieme di macchie di colori e di forme non comuni. Ha cominciato con la raccolta di vecchie sementi di mais, di legumi e di altri ortaggi ascoltando i racconti degli anziani del posto: «Alcuni mi hanno portato i loro sacchettini con i semi che hanno fatto la storia locale. Ho dato spazio soprattutto al sorc di Dieç, un misto di mais giallo e rosso di Illegio (Dieç, in friulano). Ne faccio farina per polenta e pane, con trattamento in un mulino che utilizza una macina di pietra». La novità è l’introduzione di un tipo particolare di mais, chiamato “gemma di vetro”, i cui chicchi rappresentano una gamma amplissima di colori. È il prodotto assolutamente naturale di una serie di incroci di pannocchie diverse. La provenienza è americana, il risultato è un valzer cromatico: «È la pianta che crea più curiosità nei mercatini che settimanalmente frequento. Ho un cliente vegano che viene appositamente da Verona per comprare il mio mais. Non riesco più a far fronte alle richieste. Pian piano raddoppierò la produzione, destinando a questo tipo di coltivazione un ettaro di terreno». In realtà, il giovane agricoltore ha fatto della biodiversità il suo mantra. L’investimento riguarda varietà diverse per ogni specie, «perché la biodiversità è ricchezza, in quanto proietta la storia nel futuro, adattando meglio le piante al clima e al suolo di un determinato territorio». Nei suoi semenzai c’è di tutto. La lista dei nomi è molto lunga. Comprende varie tipologie di pomodori, cetrioli, spinaci, peperoni, fagioli, fagiolini, cavoli, cipolle, patate, barbabietole, zucche, carote. Si tratta di un centinaio abbondante di nomi che non si ripetono mai, perché danno vita a “pezzi unici”. La vendita avviene soprattutto come prodotti freschi. Soltanto una piccola parte è lavorata nei laboratori di un paio di ditte, a Lestans e Tarcento, per ricavarne conserve, sottoli e sottaceti. A a conclusione della conversazione, Marco cala il suo asso: lo zigolo dolce, che è una specie di mandorla di terra (un piccolo tubero) prodotta da una pianta erbacea. «È una coltivazione in via sperimentale che mi occupa d’inverno, perché durante l’anno non potrei permettermi di sbrigare la mole di lavoro, tra pulizia dalla terra ed essiccazione. Un lavoraccio che alza il prezzo a quasi 30 euro il chilo. Ma la produzione, molto richiesta dai celiaci, va via bruciata». La frenesia del giovane coltivatore richiama quella di un navigato collezionista di francobolli. Acquista, o dà vita a scambi, attraverso i rapporti che intrattiene con singoli produttori e con alcune associazioni specializzate nella raccolta e nella riproduzione di particolari sementi in via di estinzione. Alimenta così coltivazioni di nicchia che sono da tempo estromesse dalle grandi catene commerciali, le quali hanno imposto la standardizzazione delle proposte, financo dei sapori. «Siamo dentro la morsa di una grande omologazione – conclude Marco – che ridimensiona la biodiversità. Le varietà sono appiattite su pochi numeri per convenienze economiche. Dettano legge persino i metodi di confezionamento dei prodotti. Per esempio, alcune specie di ortaggi sono scomparse perché non erano funzionali ai tipi di imballaggio. Così rischia di sparire tutto». Non a caso la Fao ha già cantato il de profundis a un buon 80 per cento di varietà vegetali. Marco, nel suo microcosmo di montagna, si propone invece come coltivatore-custode della biodiversità.

Pesariis: tornano i fasois, ripristinate le varietà di una volta

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di GIUSEPPE RAGOGNA.

Il fumo esce abbondante dai camini delle abitazioni, Pesariis si prepara all’inverno. Il freddo si fa sentire nel piccolo paese carnico, incastonato nella lunga valle che si apre al Cadore. In giro non c’è anima viva. L’estate, che porta un po’ di turismo, è ormai un ricordo. Già si abbozzano i piani per il futuro. Nelle strette viuzze domina il silenzio, che non è minimamente disturbato dal lavorio meccanico dei congegni di alcuni orologi monumentali piazzati nei punti strategici: astronomici, a turbina, a vasche d’acqua, a cremagliera, a palette, con carillon. C’è un po’ di tutto per segnare il tempo, perché lassù, tra le manciate di case in pietra, è forte la tradizione centenaria degli arlois, come gli abitanti del luogo chiamano gli orologi, ideati e realizzati dai Solari, esportati ancora in tutto il mondo. La capacità di innovazione industriale ha tenuto a galla un settore messo sotto pressione da una concorrenza agguerrita, senza particolari traumi nel passaggio dal sistema analogico a quello digitale. Oggi però dell’attività di fabbrica è rimasto poco nel paese di origine, mentre i volumi più importanti della produzione sono concentrati nello stabilimento di Udine. Il marchio Solari è comunque ancora una garanzia. Lo testimoniano i tabelloni che segnano gli arrivi e le partenze in stazioni e aeroporti. È un riconoscimento della storia della Carnia, in particolare dell’ingegno che si è arricchito di tecnologia di generazione in generazione. Ripristino delle coltivazioni di una volta. L’altra caratteristica di Pesariis sono i fagioli (fasois, in carnico). La valle è il regno di numerose varietà: se ne contano almeno 160, che sono quelle censite. La catalogazione è work in progress, sotto la regia del dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Udine. Alla ricerca partecipano un po’ tutti i coltivatori della Carnia. Molto attiva è Eliana Solari (cognome comune a gran parte dei residenti), che in paese viene indicata come “la signora dei fagioli”. Lei ha sempre avuto l’amore per il lavoro della terra, fin da bambina quando si attaccava alle gonne della madre e passava molte ore nei campi. È nata lì la sua passione. Gli studi l’hanno portata a fare altre scelte, almeno momentaneamente perché il tarlo della vita in montagna continuava a lavorare. Si è diplomata in arti grafiche, a Udine, trovando alcune soluzioni occupazionali. Ma il richiamo della terra l’ha sempre tormentata: «Sì, era troppo forte per me, non vedevo l’ora di dedicarmi anima e corpo ai campi di Pesariis». Così ha mollato tutto e si è ripresa la serenità che le mancava. Dai primi Anni 90, è una piccola imprenditrice che si muove da un’attività all’altra, in quanto è dura vivere lassù puntando soltanto su una monocoltura: «Non si fanno i soldi con i fagioli, al massimo si integrano le entrate familiari, o si produce per l’autoconsumo». In paese un po’ tutti coltivano “il legume della delizia”. Si sfrutta ogni fazzoletto di terreno nel rispetto della tradizione dell’orto di casa. Per Eliana Solari i fagioli hanno costituito la base di partenza della sua azienda agricola. È riuscita a mettere assieme, con pazienza, alcuni appezzamenti sparsi qua e là nei pianori del paese. Oggi ha a disposizione un ettaro abbondante di terreno. Quando sente parlare di biodiversità, le si illuminano gli occhi perché l’orgoglio è anche quello di faticare per conservare un’impronta d’identità al paese, che è fatta anche di fasois e di valori della terra. È il senso di appartenenza al luogo dell’anima, dove ci sono le radici, la storia, gli affetti. Nulla è stato buttato: la Val Pesarina, nonostante i marchingegni precisissimi degli arlois, è profondamente una valle “senza tempo”. Fagioli e basta, allo stato puro. Eliana Solari coltiva essenzialmente una quindicina di varietà autoctone: «Sono quelle ereditate dalla mamma, o meglio tramandate da più generazioni». Hanno caratteristiche e colori diversi l’uno dall’altro, ovviamente cambiano anche i sapori. Sono dei “pezzi unici”, con proprio nome: oltre ai Borlotti di Pesaris e della Carnia, i Laurons, i Dal Voglut / Plombin, i Cesarins, i Fumul, i Fasòlas, i Militons, i Favars. Ma l’elenco continua, e va in lungo. La semina avviene a primavera avanzata, per evitare le gelate improvvise che rovinerebbero tutto; mentre la raccolta inizia ad agosto e va avanti sino ai primi giorni di novembre. Una parte della produzione, la più precoce, viene utilizzata subito per esaltarne la freschezza; un’altra è sottoposta a essiccazione naturale, rigorosamente sulla pianta. L’azienda Solari mette sul mercato un quintale di fagioli freschi e un paio di quintali di secchi. Una buona scorta costituisce però il seminativo indispensabile per l’annata successiva. D’altra parte, bisogna fare un po’ le formichine: risparmiare per domani. La quantità di produzione dipende dalle condizioni meteo, perché anche queste colture cominciano a patire i cambiamenti climatici. Le temperature estive permangono a lungo elevate e la piovosità è scarsa. Eliana allarga le braccia e conferma sconsolata: «Non ci sono più le stagioni di una volta e le piante, che sono autoctone, soffrono». Ogni operazione richiede l’impiego delle sole mani, perché il terreno non ammette alcun tipo di meccanizzazione. I metodi di coltivazione sono rigorosamente naturali, senza impiego di nessun elemento chimico. I fagioli della Val Pesarina richiedono tanto lavoro, ma danno in cambio una buona qualità che si misura con i sapori della montagna. Non rispettano gli standard imposti delle catene industriali e commerciali, secondo i quali le macchine fanno tutto, e via: finiscono la corsa nei grandi supermercati, abbattendo i prezzi. Le varietà strettamente locali costano un po’ di più. «È inevitabile – sussurra Eliana Solari, quasi a voler giustificarsi – anche perché i nostri fagioli sono rampicanti e possono raggiungere i due, tre metri di altezza. Bisogna metterci i tutori di legno, o di canna, pianta per pianta, e poi richiedono cure esclusivamente manuali. Beh, però i nostri hanno tutto il gusto dei fagioli». L’unica attività di meccanizzazione è limitata alla sgusciatura, che viene eseguita a Cercivento, ma non per tutti i tipi.L’agricoltura multifunzionale. Una coltivazione di nicchia non può sostenere le esigenze di una famiglia, tra l’altro numerosa. Così la struttura aziendale dei Solari è diventata multitasking, cioè caratterizzata dall’evoluzione di più attività: non soltanto agricoltura fine a se stessa, ma anche trasformazione dei raccolti della terra e gestione di un agriturismo come sintesi dell’utilizzo dei vari prodotti. «Tutto è avvenuto – racconta Eliana – passo dopo passo, senza lasciare spazio a scelte improvvisate, perché le decisioni devono avere radici solide e una visione imprenditoriale». La creatività nel trattamento della “materia prima” ha influenzato l’innovazione in laboratorio: con i fagioli si può fare di tutto, dalle farine alle marmellate, persino i gelati. Le coltivazioni dell’azienda si sono estese ad altri tipi di ortaggi e di verdure: soprattutto patate, cavoli e verze per garantire la rotazione con benefici per la terra. C’è spazio anche per i frutti di bosco (fragole, lamponi, noci) e per la raccolta di erbe spontanee (radic di mont, tarassaco, sambuco, mirtilli, asparagi selvatici). Così, dal laboratorio di Eliana esce un po’ di tutto: confetture, sciroppi, prodotti in agrodolce e crauti. Anche i sistemi di vendita sono cambiati. Meno giri nei mercati, soprattutto nei posti più lontani: «Andavo a vendere fragole fino a Lignano». Più attività a Pesariis: «Proposte così particolari funzionano meglio nel luogo di produzione, perché dobbiamo portare la gente qui per far conoscere il territorio. Il cibo fa parte della cultura locale ed è elemento di identità». Da qualche anno i Solari hanno una “vetrina”: l’agriturismo. «Di sola agricoltura – spiega Eliana – una famiglia non può vivere, specialmente in montagna. Così mi sono lasciata trascinare dalla mia testardaggine. Avevo messo gli occhi su un edificio di pregio del ‘600 lasciato andare un po’ in malora. Mi doleva il cuore vedere quella casa, architettonicamente elegante, chiusa da tempo. Ho sfidato mio marito, un po’ prudente, e con i sacrifici l’abbiamo acquistata». Ora il locale è bene impostato: Sot la Napa è il nome che richiama il calore del grande fogolar al centro della sala. In cucina trova spazio un altro tipo di uso dei prodotti dei campi. I fagioli sono proposti nei vari menù, a partire dalla jota nella versione tipica della Val Pesarina. L’attività dell’agriturismo è stata l’occasione per stringere un po’ tutta la famiglia attorno alla stessa mission. Accanto a Eliana, la regista dell’impresa, ci sono il fratello Elio, che si occupa dei piccoli allevamenti in grado di rifornire la cucina di vari tipi di carne, il marito Amanzio, il quale sovrintende da pensionato all’osteria, la figlia Silvia. In parte c’è anche il figlio Antonio, che sta pensando a un coinvolgimento pieno. Invece, la figlia Elisa, laureata in Scienze sociali, ha preso una via legata al titolo di studio; e l’altra figlia Michela, laureata in Psicologia, sta ultimando la specializzazione universitaria, ma non disdegna di dare un aiuto nei mesi estivi. Eliana sorride, a conclusione della lunga conversazione attorno al fogolar: «A scandire il tempo ci pensano gli orologi, mentre noi possiamo occuparci della vita secondo il ritmo delle stagioni. E gustarcela».

Cercivento: il paese delle erbe, i segreti della coop Taviele

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di Giuseppe Ragogna

Perché scappare dalla montagna? I dati demografici rendono fragili le speranze di rimanere, soprattutto tra i giovani. Ma ci sono ancora storie da raccontare come testimonianze di paesi che non vogliono arrendersi: «Quassù ci sono risorse, basta crederci». Emergono i segni di creatività che sviluppano lavoro. Cercivento, che è un puntino sulla mappa geografica vicino all’Austria, rappresenta un esempio di identità. Il comune raccoglie 700 anime nel cuore della Carnia. Lungo i due assi stradali, di Sore e di Sot, molti edifici propongono murales e mosaici che rappresentano scene tratte dalle Sacre Scritture: una Bibbia a cielo aperto. Si esprime così l’anima di una comunità, che si allarga a un abbraccio ideale con Illegio, nel periodo delle mostre ospitate nel piccolo scrigno d’arte, poco distante da Tolmezzo.Ripristino delle taviele. Qua e là ci sono campi ben coltivati con erbe officinali: l’autunno regala ancora qualche fiore con colori vivaci. Il profumo però rimane e si fa intenso nei locali che ospitano l’impianto di essiccazione, dove in un grande contenitore in acciaio inox sono in lavorazione le foglie di melissa. È il regno della cooperativa agricola di Cercivento, la cui ragione sociale è sintetizzata in due parole-chiave che raccontano storie di lavoro e di solidarietà in una terra difficile. La prima parola è taviele, nome di battesimo della cooperativa: significa che un pianoro è stato strappato alla montagna per destinarlo a un po’ di agricoltura. È il risultato di un atto di resistenza all’avanzamento disordinato e irruente dei boschi. La taviele è la tenacia di mantenere fertile una piccola superficie per trarne risorse economiche. È un “piccolo seme” che può aiutare a contenere gli effetti devastanti dei processi di fuga dalla montagna. La seconda parola è saut che mette assieme due significati, i quali si mescolano per rappresentare la filosofia dell’impresa agricola: quello della generosità della pianta del sambuco con quello del sapere inteso come conoscenza delle tradizioni di queste zone ruvide, che non regalano nulla se non il loro fascino. Taviele e Saut sono contemporaneamente il braccio e la mente. Agiscono per dare forza (anche economica) a un progetto che si sviluppa attraverso la forma della coop sociale agricola. Sotto la crosta di una denominazione burocratica c’è il calore dell’inserimento lavorativo sia di persone socialmente svantaggiate sia di disabili psico-fisici. Questa non è un’operazione semplice in un piccolo paese, ma è la testimonianza che i valori autentici della vita sono custoditi con generosità tra i monti. Ogni azione è una conquista. Per esempio, non è stato facile mettere assieme i minuscoli ritagli di terreno sparpagliati nel territorio. L’eccessiva frammentazione delle proprietà è un ostacolo enorme per la montagna. Occorre metterci caparbietà nella ricucitura di micro-situazioni familiari, un’operazione assai complicata perché le persone sono disperse in giro per il mondo. «Gli appezzamenti ci sono stati affidati in comodato gratuito – spiega la presidente della cooperativa, Loretta Romanin, che è il punto di riferimento dell’iniziativa – da alcuni abitanti di Cercivento. Sarebbe stato uno spreco averli lasciati incolti. E da noi non ci si può permettere di buttare via niente. I legittimi proprietari li potranno riottenere quando vorranno». È stato così recuperato poco più di un ettaro di terreno: «Si può sempre migliorare».Inizio dell’avventura. L’idea è stata quella di attingere risorse dalla storia, quando già in tempi lontani il paese si trasformava in ricche sfumature cromatiche, che si rispecchiavano nelle tele di Van Gogh, cariche dei colori delle piante officinali. Dalla lavorazione scrupolosa dei vari tipi di erbe uscivano dei prodotti apprezzati che alimentavano i magri affari di tanti cramârs (venditori ambulanti), i quali, con la gerla sulle spalle o con i muli, girovagavano per le valli andando “per mercati”. Vendevano, scambiavano prodotti e fiutavano il vento delle novità. Oggi le tele dei colori si moltiplicano e abbelliscono una galleria a cielo aperto. In aggiunta, rispetto ai dipinti, si diffondono i profumi della Natura. C’è la riscoperta delle tante erbe che arricchirono storie e leggende, molte delle quali raccontate dal maestro Domenico Molfetta, cantore delle bellezze locali. Per esempio, è ancora sentita la tradizione dei fiori raccolti nei campi per il Mac di San Zuan (il Mazzo di San Giovanni), tant’è che la notte di San Giovanni Battista (24 giugno) è ancora oggi qualcosa di magico: un insieme di riti religiosi che si intrecciano con le feste pagane. I mazzi, una volta benedetti, potranno essere bruciati per tenere lontane le minacce più insidiose del maltempo. I molteplici usi delle erbe risalgono a secoli lontani: almeno al Seicento – Settecento. Oggi tornano in auge: possono integrare il reddito. Serviva però ripristinare una struttura operativa, con un po’ di organizzazione. «Ecco che dalle ceneri di un vecchio progetto degli inizi del Duemila si è innescata la cooperativa – spiega il vicepresidente Mario Ceschia – con idee, entusiasmo e finalità sociali. Sono state rilevate le apparecchiature esistenti e acquistate di nuove. Prima c’era un programma di attività transfrontaliera Italia-Slovenia denominato “Interreg”, che puntava all’uso di fondi comunitari per la promozione delle risorse naturali. Una volta esaurito, c’era il rischio di perdere tutto. Invece, dal 2013, a Cercivento opera la nostra cooperativa che non ha scopo di lucro. Tutti gli utili sono infatti reinvestiti nelle attività sociali». La Taviele è un progetto che vive grazie alla passione dei soci.Esplosione di colori e profumi. I metodi di coltivazione sono rigorosamente naturali. «Il miglior diserbante è costituito dalle nostre mani», spiega con orgoglio Mario Ceschia, che arriva a Cercivento dalla pianura friulana proprio per dare un aiuto. «Non vogliamo robe chimiche – aggiunge – tant’è che usiamo concimi organici. Beh, in questo caso, merita proprio spezzare una lancia a favore della montagna: qui possiamo lavorare la terra in armonia con l’ambiente». Niente meccanizzazione, in quanto è impraticabile per evidenti difficoltà logistiche. Il core business dell’attività è rappresentato da una ventina di varietà di piante officinali e da una decina di aromatiche. La filiera è strutturata nelle varie fasi del lavoro. Le semine sono fatte nel semenzaio all’interno di serre, poi in primavera c’è il trapianto in campo aperto: «E che il tempo ci assista. Ogni stagione ha andamenti diversi, perché non possiamo comandare alla Natura». Da marzo a settembre il lavoro tocca la punta massima dell’impegno. Seguendo i consigli di un’esperta agraria, Elena Valent, e di un funzionario dell’Uti, Franco Sulli, nelle taviele cresce ogni bendidio: menta, melissa, malva, calendula, timo, rosmarino, salvia, camomilla, papavero, fiordaliso. Un altro pezzo di attività consiste nella raccolta di essenze selvatiche: tarassaco, ortica, sambuco, arnica e tiglio. «Ma ci stiamo specializzando – aggiungono – anche nel recupero di alcune coltivazioni autoctone: varietà antiche, come fagioli (la Carnia ha potenzialità immense) e patate». Ogni tipo di pianta ha una sua specifica trasformazione: in parte alimentare (un buon 30 per cento), ma soprattutto nel settore della cosmesi, perché garantisce un maggior valore aggiunto. Gran parte di questo lavoro è curata in proprio nei laboratori di essiccazione dai quali escono infusi di ogni tipo, tisane e sali aromatizzati per impreziosire le ricette in cucina. Il trattamento immediato del raccolto valorizza i principi attivi. La parte della cosmetica (crema idratante, latte detergente, deodorante, shampoo doccia, oli balsamici) è curata invece da una società cooperativa di Padova molto quotata nel campo dell’erboristeria. «Noi non abbiamo le attrezzature – spiega la presidente Romanin – per quel tipo di lavorazione, così ci siamo affidati all’azienda con la quale avevamo già un rapporto di fiducia. In Carnia non c’è nessuna ditta, in futuro vedremo che cosa fare perché puntiamo decisamente sul made in Friuli». La commercializzazione avviene attraverso il marchio Saut, con tanto di fiore di sambuco stilizzato sulle confezioni. Il mercato locale è fondamentale, e quindi le iniziative sono curate nei minimi dettagli. «Cerchiamo di sfruttare ogni opportunità – spiega la presidente – valorizzando i rapporti diretti con i consumatori che puntano sull’originalità e sulla freschezza». Le attività di vendita si svolgono attraverso lo spaccio aziendale di Cercivento, il sistema eco-solidale, i gruppi di acquisto friulani (che prenotano già prima del raccolto) e le manifestazioni di maggior richiamo (Friuli Doc a Udine e Filo dei sapori a Tolmezzo). Una particolare attenzione riguarda i contatti on-line, gestiti con il coinvolgimento di “reti carniche”, attraverso social e web: come Cort store, che pratica l’e-commerce, o come Natural Carnia, che è riuscita ad aggregare sistemi di imprese per rilanciare l’immagine del territorio. Produzione, trasformazione e commercio ruotano attorno a un concetto imprescindibile in questa parte del Friuli: l’identità della Carnia.

Tolmezzo: il 25 giugno 2016 la Cic riapre l’ex bottega Nadali

di Tanja Ariis.
Grandi novità per la Cooperativa Indotto Carnia (Cic): dopo quattro negozi di alimentari di paese in Carnia, il 25 giugno riaprirà anche la bottega ex Nadali in pieno centro a Tolmezzo, dal 2 giugno gestisce il ristorante della Polse di Côugnes a Zuglio e negli ultimi mesi ha assunto a tempo determinato 22 persone nella sua fabbrica a Villa Santina. Cic dimostra insomma che nei paesi si può fare impresa, si può ridar vita alle botteghe alimentari, se si crede in questi contesti. La Cic, nata nel 1987, svolge la sua attività principale a Villa Santina dove produce collettori per scambiatori di calore, impianti rigidi per vasche e componentistica per auto. Nel 2000 ha avviato anche l’alimentari a Enemonzo,a gennaio 2015 ha rilevato quello di Lauco, nell’estate ha riaperto quello di Liariis di Ovaro e rilevato un altro a Cavazzo Carnico, con relativo risvolto occupazionale che è andato ad aggiungersi agli allora 26 dipendenti che già lavoravano per essa in fabbrica. Nel settembre scorso una grossa multinazionale nella componentistica per auto le ha affidato un’importante commessa che ha permesso di assumere da novembre ad agosto altre 22 persone. «E la prospettiva – spiega Stefano Adami, presidente della Cic – è di ottenere nuove commesse, perciò alcuni potremo probabilmente stabilizzarli». Sul fronte negozi, come detto, Cic si avvia a far riaprire il quinto negozio: questa volta tocca a Tolmezzo all’ex bottega Nadali, in via Del Din, dove aveva operato fin dal 1940. Aveva chiuso a fine aprile, quando i titolari erano andati in pensione. La Cic applicherà anche qui il concetto di bottega di prossimità. Sarà un negozio di alimentari con prodotti al banco e al taglio, prodotti freschi, pane, bombole del gas e consegna gratuita a domicilio della spesa, con un occhio di riguardo agli anziani. Adami spiega che i negozi stanno dando soddisfazioni alla Cic e l’idea è continuare a sviluppare tale presenza in Carnia. Col passaparola sono già diverse le botteghe di paese che si stanno rivolgendo alla Cic perché la loro attività abbia un seguito. Come ci si sta dentro? Cic punta molto sull’acquisto a buon prezzo della merce,di marca. Così può fare una politica dei prezzi attenta e offerte ogni 15 giorni, attirando così clienti. Sono poi, nei paesi, botteghe multiservizi con punto wifi e fax.

Forni di Sopra: firmato accordo con governo Macedone per l’energia sostenibile

Forni di sopra

3 Comuni Macedoni pronti ad investire per visitare gli impianti e le realizzazioni italiane. 2 richieste per presentare progetti congiunti su fondi europei a disposizione della Macedonia. Firma di un accordo di collaborazione con la Forestale Macedone.

Questi i risultati della visita realizzata in Macedonia da parte di una delegazione del Comune delle Dolomiti. Forni di Sopra, una delle Amministrazioni Italiane di maggior successo in Europa nel campo delle energie rinnovabili, della gestione territoriale e gestione progetti su fondi Europei, ha concluso la Missione Ufficiale a Skopje, Repubblica di Macedonia, dal 17 al 20 di maggio.

Obiettivo della delegazione italiana, composta dal Sindaco Lino Anziutti e dal capo dell’Ufficio Tecnico, Ing. Nazzareno Candotti, era quello di stabilire collaborazioni su progetti Europei e promuovere il Comune come luogo per la formazione di Dipendenti Pubblici Stranieri per la stesura, presentazione e gestione di Progetti su Fondi Europei.

L’agenda della delegazione italiana includeva la firma di di un memorandum di cooperazione con la Forestale Macedone nel campo della realizzazione e gestione di Impianti Biomassa sostenibili. La Forestale Macedone, la quale gestisce il 90% del patrimonio boschivo nazionale, e’ interessata agli aspetti di sostenibilta’ applicati da Forni di Sopra nella realizzazione e gestione del teleriscaldamento, con particolare attenzione alla raccolta e conferimento del materiale.

La firma ha avuto pieno sostegno da parte del Governo Macedone che ha confermato il suo supporto alla presentazione di progetti condivisi sui fondi messi a disposizione per i Paesi in fase di Preaccesso all’Europa. Il Comune Friulano copre la quasi totalità del fabbisogno energetico con la produzione da fonti rinnovabili: centrali idroelettriche di piccole dimensioni e dall’impatto paesaggistico-ambientale praticamente nullo; collettori solari e pannelli fotovoltaici installati sul tetto dei principali edifici pubblici, sulle malghe e sui rifugi; campi fotovoltaici che integrano la produzione elettrica durante l’arco dell’anno; numerosi edifici a destinazione amministrativa, turistica e commerciale vengono riscaldati dalla rete di teleriscaldamento a biomassa forestale (foreste certificate PEFC) con approvvigionamento del legname necessario a “chilometro zero”.

Ottimi riscontri anche per il turismo, grazie alla presentazione che la Delegazione Italiana ha effettuato ad agenzie e tour operators. L’esperienza maturata da Forni nella gestione ambientale integrata (depurazione acque, raccolta rifiuti porta a porta, illuminazione pubblica a led completamente telecontrollata) attraverso la pianificazione ed implementazione di progetti, unitamente ai positivi effetti economico-gestionali, rappresentano a pieno titolo una Buona Pratica.

Il Sindaco Anziutti ha quindi inteso promuovere Forni di Sopra, in prima battuta, quale destinazione di delegazioni e commissioni impegnate nella verifica di opere gia’ realizzate e successivamente quale sede di formazione per quei soggetti impegnati nella stesura verifica e gestione di Progetti Europei. Da tradizionale centro sciistico, Forni di Sopra è stata in grado di sviluppare le condizioni per utenze alternative, particolarmente attraenti per turisti interessati a destinazioni che mostrino genuina e fattiva attenzione alla gestione del territorio e la tutela dell’ambiente.

Carnia: “Basta gettare fango sull’albergo diffuso per screditare i politici”, lo sfogo

di LORENZO LINDA e DANIELE ARIIS*Sparare a zero sull’albergo diffuso pare sia diventato lo sport regionale più in voga del momento, facilitato da un bersaglio fino a oggi praticamente inerme e indifeso. È scoraggiante vedere come una geniale intuizione sia diventata oggetto di strumentali valanghe di fiele, riversate in maniera indiscriminata su tutto il sistema degli alberghi diffusi, per colpire e screditare avversari politici o per cercare di tutelare interessi di bottega, con una miopia che ci sta portando tutti oltre il baratro. Inoltre è altrettanto avvilente il tentativo di far passare i soci degli alberghi diffusi come dei “ladri” di contributi pubblici, senza minimamente considerare l’impegno finanziario sostenuto dai privati. Tanti di loro avrebbero avuto la stessa convenienza e soprattutto nessun vincolo a ristrutturare i loro immobili con la detrazione fiscale del 50%. Si parla molto di turismo, ma ci si dimentica che la base per qualsiasi politica di sviluppo turistico sono i posti letto. Infatti l’albergo diffuso Zoncolan è nato nel 2001 tra i Comuni di Ovaro, Raveo e Prato Carnico proprio per cercare di creare una base di posti letto in un territorio senza alberghi. Negli anni, la struttura si è ampliata e consolidata e oggi conta 130 posti letto, distribuiti su 30 alloggi di alta qualità, dando lavoro a 2 dipendenti fissi più altri 2 stagionali. Nel 2015 abbiamo registrato 4.500 presenze che, oltre ad aver generato ricavi per 110 mila euro, hanno dato il loro contributo all’economia locale in termini di acquisti e consumi negli esercizi commerciali, oltre alle manutenzioni degli alloggi eseguite da artigiani del posto e le tasse pagate alle casse comunali. Non dimentichiamoci poi che gli investimenti pubblici e privati hanno rappresentato, in un periodo di crisi, una fondamentale boccata d’ossigeno per le imprese e i professionisti locali, impegnati nelle ristrutturazioni degli immobili. Inoltre hanno consentito il recupero di beni in gran parte abbandonati e fatiscenti e la riqualificazione di interi borghi dei nostri paesi. La nostra cooperativa di gestione è retta da un cda di soci che, da pionieri del turismo, dedicano tempo, energie, risorse e fantasia in quello che credono sia un progetto integrato, che possa contribuire allo sviluppo del nostro territorio. Tutto questo viene fatto a livello di volontariato, contando solo ed esclusivamente su nostre idee e iniziative, senza il minimo supporto da parte di chi dovrebbe governare, indirizzare e promuovere il turismo nella nostra Regione che, a quanto pare, non ci considera una risorsa per il territorio, ma un corpo estraneo. Forse, con più lungimiranza e lavorando assieme, si otterrebbero maggiori risultati e meno polemiche, con grande vantaggio per tutti!

*presidente e vicepresidente dell’albergo diffuso Zoncolan

Friuli: svolta dell’Unione pesca ricreativa e sostenibile, si pratica il “no kill” liberando i pesci catturati


di Antonella Scarcella.
Rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, tutela delle specie di pesci autoctone e pesca sostenibile. Sono questi i principi su cui, in febbraio, si è costituita l’Unione pesca ricreativa e sostenibile del Friuli Venezia Giulia e che oggi, alle 20, nella sala polifunzionale di Campoformido, organizza un incontro sul futuro della pesca ricreativa. L’organizzazione conta 13 sodalizi aderenti e circa seicento iscritti. Si tratta di appassionati di pesca eterogenei, da quelli che prediligono l’uso di esche naturali a quelli che usano gli artificiali, già membri di diverse associazioni tra le province di Udine, Gorizia e Pordenone. Metà di questi pratica le tecniche del “No Kill” e del “Catch and release”, due tipi di pesca ricreativa molto diffusi in Nord Europa che consistono nel rilasciare i pesci non appena vengono catturati, cercando di limitare i danni il più possibile. Una pratica che se da una parte convince alcune associazioni ambientaliste per la volontà di tenere in vita il pesce, dall’altra non piace ad altre perché ferirebbe gli animali portandoli, in alcuni casi, comunque alla morte. «Ci muove la passione per la sostenibilità ambientale della pesca – spiegano gli organizzatori – vogliamo dialogare con le istituzioni, in primis con l’Ente Tutela Pesca, per salvaguardare le acque interne della regione e tutelare le specie ittiche autoctone». La voglia di fondare l’Unione nasce dall’esigenza di colmare il vuoto che negli ultimi anni si è creato tra i pescatori e l’Ente tutela pesca: «Se l’Etp dovesse essere commissionato e subire un decentramento verso l’Ersa, l’agenzia regionale per lo sviluppo rurale – spiega il presidente dell’associazione Emilio Petrucci- tutto il lavoro fatto finora andrebbe perso. Così abbiamo sentito il bisogno di intervenire – continua – per tutelare l’interesse di tutta la categoria dei pescatori friulani ma anche di quella dei commercianti del settore». Sul tavolo dell’Uprs Fvg i progetti sono tanti. Tra questi, la proposta, da presentare alla Regione, di costituire un comitato scientifico composto da biologi marini ed esperti che vada a integrare il lavoro degli studiosi delle Università di Udine e Trieste e dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale delle tre Venezie. Ma ci sono anche progetti di educazione ed etica della pesca sportiva da portare nelle scuole per avvicinare i giovani al mondo degli ami, campagne di sensibilizzazione sul controllo del territorio e strategie di rilancio della pesca turistica. Fondamentale secondo il presidente Petrucci, poi, permettere alle acque del Friuli Venezia Giulia di riprodurre autonomamente l’habitat naturale in cui le specie ittiche possono sopravvivere. «Il discorso del ripopolamento dei fiumi e dei canali è molto importante – spiega – non basta liberare nelle acque tonnellate di pesci già adulti per dare il contentino ai pescatori con il “pronto – pesca”. Bisogna tutelare la fauna ittica della regione che vive in 2.500 chilometri di acque perenni». La stagione ittica quest’anno è stata aperta il 27 marzo: in Friuli Venezia Giulia sono diciottomila gli appassionati, con qualche signora in più tra di loro; numeri stabili rispetto a quelli dell’anno scorso. In occasione dell’apertura della stagione, il presidente dell’Ente tutela pesca Flaviano Fantin aveva spiegato al Messaggero Veneto che per il 2016 in tutta la regione sono stati liberati 258 quintali di trota fario adulta, 90,8 quintali di trota marmorata adulta e immesse 310 mila uova, sempre di trota marmorata. Soltanto la prima di altre tranche di immissioni previste nel corso dell’anno. Per i componenti dell’associazione il ripopolamento tramite uova è un metodo accettabile ma liberare pesci adulti, come le trote, è sbagliato perché non tutti i fiumi li reggono. «Neanche un leone adulto – commenta Petrucci – riuscirebbe a sopravvivere inserito innaturalmente nella savana. Bisogna praticare una pesca sostenibile – conclude- affinché l’animale riconquisti il suo ecosistema nel modo più naturale possibile».

Friuli: i malati di Sla dal notaio firmeranno “con gli occhi”

di Manuela Battistutta.
Un grande passo avanti per i malati Sla in termini di tutela della dignità della persona, del diritto riconosciuto di comunicare in modo autonomo – senza intermediari – nell’ambito della stipula di atti pubblici, siano essi procure, divisioni ereditarie, compravendite, lasciti testamentari, o la scelta di seguire o meno una terapia. In che modo? Attraverso il riconoscimento giuridico della “comunicazione non verbale” che nasce dallo sviluppo della tecnologia del puntatore oculare che permette, attraverso l’eye-tracking, al malato di Sla ma anche a una persona con grave disabilità fisica di esprimere le proprie volontà senza interpreti. La proposta, presentata nell’ambito del 50º Congresso nazionale del Notariato, svoltosi a Milano, ha visto la partecipazione e il coinvolgimento di Aisla, l’Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica e in particolare di Nadia Narduzzi Macorigh, di Corno di Rosazzo, vicepresidente Aisla Fvg, incarico che ricopre dal 2013. La sezione regionale, nata del 2006, conta a oggi 65 soci e grazie ai 30 volontari segue circa 70 persone nelle province di Udine, Gorizia, Trieste e Pordenone. Nadia, malata di Sla da diversi anni e madre di tre figli, è, assieme al marito Andrea Macorigh, una delle voci più attive sul territorio regionale nell’ambito delle diverse iniziative promosse da Aisla (dalle raccolte fondi alle serate informative sulla malattia, fino a interventi in ambito associativo e alle testimonianze sui media nazionali). «Ho dato ben volentieri la mia disponibilità in questo progetto – scrive Nadia attraverso il suo puntatore oculare – onorata con Andrea di portare la voce di chi non lo può fare». Così dinnanzi a una platea di 1.500 notai provenienti da tutta Italia, Nadia ha simulato una compravendita di un immobile e la disposizione della procura al marito, rispondendo anche a domande postale dal notaio, per poi lanciare il messaggio vocale. Apripista del riconoscimento della validità giuridica della “comunicazione non verbale” è stata la magistratura milanese con la presa d’atto della nuova realtà creata dagli sviluppi tecnologici a tutela dei diritti delle persone malate di Sla. «È un notevole traguardo raggiunto – spiega Nadia – che permette la totale autonomia, la possibilità di poter decidere». «Per me – conclude – è stata una grande emozione poter essere d’aiuto, visto il peso dell’argomento e gli effetti su tutti coloro che soffrono di patologie che impediscono la comunicazione verbale nonostante non vi siano alterazioni cognitive. Sono tornata a casa, a Corno di Rosazzo, consapevole di aver raggiunto un obiettivo che, per noi malati, è importantissimo, cioè poter esprimere e convalidare realmente le nostre volontà». Riprendendo la dichiarazione rilasciata al settimanale Famiglia Cristiana sull’argomento, Nadia conclude scrivendo come «l’attenzione e il silenzio della platea facevano sentire il mio click su ogni lettera e l’applauso finale ha confermato che il messaggio è stato colto nella sua totalità».

Carnia: aste deserte per la rete wi-fi, ma l’intervento andrà avanti comunque

di Tanja Ariis.
Sono andate deserte le gare di appalto per affidare progetto definitivo-esecutivo e realizzazione della rete wi-fi nella montagna regionale, ma l’intervento andrà avanti comunque: le Comunità montane e la Regione si sono già incontrate a fine 2015 e si riuniranno ancora subito dopo l’Epifania per decidere le mosse immediate, nella consapevolezza che il territorio interessato necessita sempre più di questo fondamentale servizio in grado di accorciare le distanze fisiche per cittadini e imprese e che le richieste si fanno sempre più pressanti. Una delle ipotesi al vaglio è predisporre da subito, prima ancora di andare a un nuovo appalto, il progetto definitivo-esecutivo, in modo che l’impresa aggiudicataria della gara debba pensare solo all’intervento. Frattanto è già stato affidato l’incarico per le varianti urbanistiche necessarie per la realizzazione delle rete. Lino Not, commissario della Comunità montana della Carnia, ente incaricato dalla Regione di predisporre il progetto preliminare unico sulla rete wi-fi per tutta la montagna regionale, ha reso noto che, anche a fronte della gara andata deserta, Comunità montane e Regione sono decise (anche le risorse a ciò destinate sono state confermate dalla Regione) a procedere. Sul fatto che la gara sia andata deserta Not ipotizza che ciò potrebbe essere dovuto forse ai tempi stretti previsti per parteciparvi. «L’obiettivo – riferisce Not su quanto emerso dal primo confronto nei giorni scorsi con Regione e altre Comunità montane – è mantenere la progettazione unica sul territorio montano, visto che i problemi sono gli stessi. Sul tavolo una delle ipotesi ora c’è la predisposizione del progetto definitivo-esecutivo prima di tornare a indire la gara. E comunque si va avanti: abbiamo già dato l’incarico per le varianti urbanistiche per tutta l’area montana regionale». In Carnia il progetto preliminare prevede la realizzazione di quattro nuovi tralicci per la trasmissione del segnale wi-fi (a Chiarpignas di Socchieve, sul monte Tenchia, Silianas di Forni di Sopra e Cima Corso di Ampezzo), ma anche di pali monostelo (ad esempio, a Runchia di Comeglians), paletti (a Oltris di Ampezzo, Dierico di Paularo, Rigolato, sullo Zoncolan a Sutrio,Preone, Tartinis di Enemonzo) e antenne (su municipi e altri edifici pubblici). Altrove tralicci, pali e paletti già esistenti e individuati saranno impiegati e dove necessario adeguati per il wi-fi: si è cercato il minor impatto possibile, privilegiando, ove disponibili, strutture già presenti (a Sigilletto di Forni Avoltri, per esempio, sarà utilizzato il traliccio Rai e a Timau di Paluzza un palo dell’illuminazione pubblica al campo sportivo).

Ovaro: risparmio energetico, lavori alle scuole per 500 mila euro

di Gino Grillo.
Il Comune della valle del Degano ha approvato in questi giorni il progetto per un intervento di edilizia scolastica finanziato dalla Regione con 500 mila euro. La scuola interessata a questo progetto di manutenzione straordinaria finalizzata al risparmio energetico è la media “A. Magrini”. La giunta comunale guidata dal sindaco Mara Beorchia ha deliberato di approvare il progetto esecutivo elaborato dallo studio Tecnocad Progetti Sas rappresentato dall’ingegnere Pierangelo Romanin con sede a Tolmezzo. «Si tratta – ha spiegato il primo cittadino – del completamento di un’opera che è rimasta incompiuta in quanto il Comune è vincolato dal patto di stabilità che gli impone di eseguire solamente lavori per un certo importo all’anno». Per questo intervento il via libera della Regione è arrivato lo scorso mese di giugno, quando è stato messo a disposizione dell’ente locale il finanziamento, quindi si sono dovuti attendere i tempi burocratici per la ricerca dello studio professionale cui affidare l’incarico di redigere il progetto. «I tempi tuttavia- prosegue il sindaco Beorchia- stringono per cui i lavori dovranno essere eseguiti entro breve termine. Questo comunque non comporterà disagi per le lezioni ».