Archivio mensile:Marzo 2016

Tolmezzo: si apre “Edilizia che passione!” progettisti friulani di talento, una mostra di disegni primo Novecento

 

di PAOLO MEDEOSSI
Bauli, cassetti, mobili giunti a noi del passato sono come il vaso di Pandora: aprendoli esce un universo di oggetti e immagini che raccontano un sistema di vita e una civiltà perduta. Succede cosí anche davanti a una serie di disegni cesellati a colpi di china e pennello, come si usava nei licei o negli istituti tecnici. Una mano che pare già esperta ha tracciato queste tavole dove appaiono facciate di case e piante di edifici nei quali pulsava “il mondo di ieri” raccontato da Stefan Zweig, l’insieme di abitudini e rapporti sociali spazzato via dalla prima guerra mondiale. Il fatto singolare è che i disegni rispuntano a sorpresa, dopo un secolo di navigazione misteriosa tra gli affetti di una famiglia, e che la mano capace di disegnare quelle linee apparteneva a un ragazzetto di poco più di quindici anni, carnico, andato a studiare in una scuola austriaca di Klagenfurt per fare il mastro muratore. È sorprendente verificare come un’età cosí giovane, se accompagnata da talento, passione e applicazione pratica, potesse arrivare a simili esiti che sembrano stupefacenti cent’anni dopo, quando l’informatica rende superflua l’abilità manuale perché fa piú o meno tutto la macchina. La storia di Michele Menegon è un gioiello che ci arriva dal primo Novecento con significati su cui sviluppare ragionamenti sempre utili. Lo si capirà visitando la mostra allestita a palazzo Frisacco, a Tolmezzo, la cui inaugurazione è prevista sabato 2 aprile alle 17, restando poi aperta fino al giorno 25. Si intitola “Edilizia che passione!” ed esporrà un centinaio di tavole recentemente restaurate, disegnate a china e acquerellate, in cui si snoda il percorso del giovane originario di Amaro, diplomatosi “maurermeister” (appunto mastro muratore) a Klagenfurt, nella Scuola imperiale regia per l’artigianato edile. Partito timido e impacciato dal paese, Michele si inoltrò nella città, apprese una nuova lingua, seguì i corsi teorici (che duravano da novembre a marzo) e quelli pratici in estate, sotto la guida di straordinari insegnanti e architetti, elaborando progetti che diventavano sempre più sicuri e nel 1907 lo condussero all’esame finale. Menegon volle conservare quei disegni, affidandoli poi alla cura del figlio Firmino e della famiglia, facendoli cosí giungere a noi grazie alla nipote Maria Grazia, a cui si deve adesso questa iniziativa, con il sostegno dei Comuni di Tolmezzo e di Amaro mentre il catalogo, bellissimo, è stampato dalla Cooperativa libraria dell’università di Padova. Nei testi che accompagnano le tavole, è spiegata la storia che riguarda un aspetto poco noto della nostra emigrazione. C’era sicuramente la vicenda dei padri che andavano “nelle Germanie” per lavorare, come nel caso del padre di Menegon, ma c’era anche un’emigrazione scolastica importante. La seconda parte dell’Ottocento venne segnata dal boom dei lavori in edilizia, tra le nuove ferrovie (settore nel quale si distinse un grande friulano come il conte Giacomo Ceconi) e la diffusione del primo turismo, che richiedeva alberghi e case da villeggiatura. E questo era il dato saliente nella zona di Klagenfurt. I ragazzini carnici venivano cosí mandati (da padri avveduti ed esperti della situazione austriaca perché li lavoravano) a studiare da quelle parti dove imparavano una lingua e trovavano insegnanti eccezionali per saper poi costruire. Requisiti minimi erano aver compiuto dodici anni e aver fatto le sei classi delle elementari. Fu questa la strada percorsa anche dall’architetto Raimondo D’Aronco, che aveva frequentato una scuola per mastri a Graz prima di diplomarsi all’Accademia di Venezia. Vigilio, padre di Michele Menegon, sapeva tutto ciò e prese la saggia decisione per il figlio, che d’estate faceva esperienza lavorando per le imprese gestite da italiani, come quella di Jacob Menis, originario di Artegna, con cui il ragazzo mantenne contatti anche quando andò a lavorare a Kitzbuhel alle dipendenze di Franz Santarossa. Tra gli insegnanti spiccava il nome di Franz Baumgartner, principale esponente dell’architettura legata al Worthersee: una mescolanza di Jugenstil e Romanticismo locale, di barocco e architettura inglese di campagna, come si vede anche nelle tavole firmate dall’allievo di Amaro. Il catalogo della mostra delinea i passaggi e riporta alla memoria i nomi attraverso scritti di Maria Grazia Menegon, del sindaco Laura Zanella, dell’architetto Guglielmo Dri e della professoressa Nadia Mazzer, i quali spiegano il valore di disegni vecchi di un secolo, eppure cosí moderni nella freschezza creativa, e come la vicenda di Michele ci insegni ancora tanto, per esempio l’importanza delle scuole professionali che fondevano teoria e pratica, “imparare e fare”, secondo le buone regole con cui formare non un lavoratore subalterno, ma un artigiano che poteva, se abile e fortunato, mettersi in proprio. Ricetta ancora provvidenziale di fronte alla crisi di adesso. L’esperienza austriaca di Menegon venne cancellata dalla guerra mondiale. Richiamato con il grado di sergente, combatté ad Asiago, sul Carso, partecipò alla presa di Gorizia, quindi sul Piave. Tornato non volle raccontare niente. Aveva dovuto sparare ai suoi ex-compagni di scuola. La carenza di lavoro lo fece poi ripartire di nuovo, stavolta verso la Francia dove diresse cantieri e fu impegnato in molte opere. Anche da lí dovette tornare allo scoppio della seconda guerra in quanto come italiano era personaggio sospetto. A fine conflitto fece l’assessore nella giunta popolare di Amaro. Morí nel 1957, lasciando poche parole, tanti fatti e cento tavole, che adesso per la prima volta tutti possono vedere.

Arta Terme: la fieste dai “bedoi”, dedicata alla betulla e alla sua linfa

di Gino Grillo.

L’assessorato alla cultura del Comune termale carnico propone, per il primo aprile, la festa della betulla, o dei “bedoi”, nome carnico di questa pianta pioniera, vero residuato della prima fase post glaciale delle Alpi. «Una manifestazione – ha spiegato l’assessore Guido Della Schiava – per ricordare gli antichi saperi e le antiche tradizioni che nei secoli hanno accompagnato le nostre genti, portando sostentamento e poteri curativi. Insieme agli amici “Solisti della medicina popolare in Carnia” e in particolare a Primo Miu, grande appassionato ed esperto di erbe e natura, domani primo aprile all’hotel Savoia alle 18 apriremo la mostra dedicata alla “Festa della linfa di betulla Bedoi” che proseguirà anche nei due giorni successivi». In questa occasione verrà fatta gustare a quanti vi prenderanno parte, la nuova linfa della betulla che secerne proprio in questi giorni e che esperti, con una tecnica particolare, hanno prelevato dalla pianta. Questo liquido, conosciuto fin dai tempi più remoti è particolarmente ricco di sali minerali e si comporta come un potente integratore con proprietà rigenerative, depurative , antinfiammatorie». «Con questa mostra vogliamo – ha proseguito Della Schiava – far conoscere questi e tanti altri piccoli segreti della natura in modo tale da arricchire le nostre conoscenze e magari favorire un nuovo turismo culturale naturalistico: la Carnia presenta una varietà straordinaria di erbe e piante dai molti poteri benefici». Un’altra dimostrazione della ricchezza botanica della Carnia che a breve sarà ricordata dalle varie feste delle erbe officinali primaverili che si terranno in tutto il territorio carnico.

Carnia: la montagna, grande volano per un turismo di qualità

di Federica Nodale.

Viviamo circondati e abbracciati da maestose e verdi montagne!
I nostri occhi ormai hanno assorbito ogni loro mutamento stagionale, ci ritroviamo spesso distratti! Troppo presi dal vivere quotidiano.
Lo sguardo sempre piu’ rapito dal cellulare o dalla tv e non puntato verso il cielo stellato!
Vivere in montagna non e’ facile, ma ci offre scenari meravigliosi e il piu’ delle volte e’ il turista che sottolinea e ci fa notare la nostra immensa fortuna di poter respirare ancora aria pura, godere dell’ assordante silenzio dell alta montagna, il profumo dei fiori d’estate in campagna,
O quello dell erba dopo un temporale!
Lo stretto contatto con noi stessi in una camminata fra i boschi dove il fruscio dei rami accompagna i nostri passi!
Il profumo intenso dei ciclamini, dei porcini e galletti, del muschio che ci racconta del nostro Natale in un paese che si fa presepe!
E poi si guarda su’ e si respira l’aria che sa di neve e che ci riporta a infanzie gioiose, dove le strade diventano ” piste da gioco” e i pupazzi di neve muti testimoni della nostra fantasia!
Quanto puo’ offrire la montagna?
Tanto!
Da emozionare anche chi come me da sempre ci e’ vissuto!
Ma c’e’ anche l’ aspetto culturale, la nostra storia, la tradizione che diventa grande attrattiva e ricchezza, i nostri piatti locali dai sapori delicati e semplici! Ogni luogo parla!
Ogni luogo racconta!
Leggiamo, informiamoci e incuriosiamoci di ogni angolo di questa terra meravigliosa!
Pensiamo solo a sutrio priola e noiaris con le antiche e splendide chiese ! Pensiamo alla pieve di San Pietro
La biblioteca, l orto botanico e l osservatorio….
A zuglio col suo foro romano centro della vita politica economica e religiosa degli anni 30, la zona degli scavi…Paluzza e la sua torre Moscarda.
Timau con il museo della grande guerra
Il tempio ossario
E le trincee e fortificazioni
Pensiamo a cercivento con le sue case del 1600
E i mosaici religiosi lungo le vie!
O illegio di ormai fama nazionale! Paularo poi con “la Mozartina” settecentesco palazzo scala trasformato in museo di strumenti antichi dal maestro Canciani…
Non scordando pesaris e il museo privato dell orologeria pesarina con gli orologi da torre del 700 e le meridiane lungo le vie
Quando si fermera’ qualche volto nuovo a chiederci: ” mi scusi cosa c ‘e’ di bello da visitare in zona?”
Non risponderemo piu’ solo lo Zoncolan come facevo io un tempo!
Diventiamo noi stessi promotori della nostra zona, piu’ si conosce la propria terra piu’ se ne fa parte!
Grande volano per un turismo di qualita’!

Paularo: eccola squadra di Di Gleria, il vicesindaco uscente ufficializza la sua candidatura

di Tanja Ariis.
Il vicesindaco uscente, Daniele Di Gleria, ufficializza la sua candidatura a primo cittadino alle prossime elezioni comunali. Lo supporta una lista civica, già pronta, ed è in preparazione un’altra lista, che ha già incassato l’appoggio di Forza Italia, e auspica di includere altre forze del paese. Di Gleria assicura continuità con l’amministrazione comunale attuale. A 45 anni (46 il 21 aprile) ha alle spalle due anni di assessorato allo sport (sotto l’amministrazione Vuerli curò il passaggio del Giro d’Italia a Paularo) e l’esperienza di vicesindaco in questa tornata amministrativa con i referati opere pubbliche e viabilità. «Abbiamo – afferma – messo in cantiere diverse opere. Ora abbiamo un milione e mezzo di opere già appaltate, come l’intervento, che inizierà la prossima settimana, sulla strada Paularo-Cason di Lanza, nuove asfaltature su tutto il territorio comunale per 120 mila euro, l’ampliamento del centro residenziale per anziani, la sistemazione della palestra comunale (partenza a breve)e l’ampliamento (avvio a breve) del campo sportivo». Nella lista civica ci sono gli assessori Andrea Baschiera, Ivano Fabiani e Renzo De Toni e nomi nuovi di persone (molti i giovani) impegnate nel sociale. Questa lista è già stata chiusa. Di Gleria iniziò a contattare le persone che voleva nella sua squadra un anno fa, quando l’attuale sindaco, Ottorino Faleschini, gli comunicò che non si sarebbe ricandidato e gli evidenziò la necessità per il paese di avere una guida mossa da entusiasmo ed energia per proseguire nel lavoro intrapreso. «Lavoravo a questa lista – spiega Di Gleria – da tempo per creare una squadra spendibile e credibile. La credibilità delle persone è importante. Tutti possono vincere le elezioni, poi però bisogna saper amministrare, gestire un territorio vasto con 11 frazioni e 2600 abitanti». Ottorino Faleschini, che non si ricandida neanche come consigliere, appoggia con convinzione la candidatura del suo vice con alcuni membri di giunta. Il sindaco uscente ricorda alcuni risultati portati assieme a Paularo in 5 anni: 10 milioni di euro di cantieri, il wi-fi, l’inizio della soluzione del problema acqua, i balzi in avanti su raccolta differenziata, scuole, risparmio energetico e attenzione all’ambiente, un comparto commerciale rinnovato, un decremento demografico sotto controllo e capacità di razionalizzazione della spesa pubblica per garantire risorse correnti al Comune: rispetto a 10 anni fa c’è un risparmio di spesa corrente di 200 mila euro, che ha permesso spazi di manovra ampi.

Paularo: addio a Leonardo Dereani artigiano delle miniature in legno, da tutti conosciuto come “Nart di Gjeri”

DEREANI LEONARDO

Colpito da un infarto nella sua abitazione se n’é andato uno degli ultimi artisti autodidatti del legno della Val d’Incarojo, Leonardo Dereani, per tutti “Nart di Gjeri”; aveva 82 anni. Una vita di lavoro la sua, come molti altri paesani; prima muratore e carpentiere per anni in Francia; tornato nella sua Dierico per tirare su la sua abitazione distrutta dal terremoto decise di porre fine all’emigrazione stagionale. In attesa della pensione si dedicò alle attività e ai lavori principali della montagna facendo il boscaiolo, il tipico e pioniere menàu cjargnel, e assieme alla inseparabile moglie Elena al piccolo allevamento. Raggiunta la quiescenza, un uomo del suo fare non poteva certo stare con le mani in mano e dal niente nel suo piccolo laboratorio casalingo iniziò a dedicarsi a lavori artistici. Specializzatosi sempre più in creazioni certosine su scala 1-1000/1500 dalle sue mani sono uscite la parrocchiale di Paularo, la chiesa di Dierico, una antica teleferica funzionante e tantissime sculture di capitelli votivi (maine) sparsi nel territorio alpestre. Composizioni che hanno fatto bella mostra di sé nelle varie manifestazioni e mostre artigianali della regione.

«La Resistenza in Carnia» in un’opera del senatore Michele Gortani

La resistenza in Carnia

a cura di Ermes Dorigo.

Ricordiamo le infauste giornate del settembre 1943: le lunghe teorie di treni che trasportavano verso la fosca prigionia in Germania i resti del nostro esercito. Nelle nostre stazioni, ultime tappe del doloroso calvario in terra italiana, si affollavano donne e fanciulli nel tentativo di porgere agli infelici prigionieri generi di conforto, cibarie e indumenti con la segreta speranza di poterne far evadere qualcuno durante le tappe più lunghe, col favore della oscurità. Così alla Stazione per la Carnia, a Chiusaforte, a Pontebba, ed anche a Tarvisio. E ricordiamo che se in qualche comandante di tradotta vi era un senso di umanità, vi erano anche tra essi iene feroci, e che un giovinetto venne trucidato a Chiusaforte per avere troppo fraternizzato con uno dei deportati. Ai nostri popolani nel generoso tentativo di liberare qualche prigioniero prestarono valido aiuto i ferrovieri; di cui uno venne per questo motivo fucilato a Pontebba. I militari così liberati e quelli friulani che fecero in tempo a darsi alla macchia, rivestiti da borghesi, vissero celati dalla popolazione, dandosi alla montagna.Così ebbe principio la Resistenza da noi. Vediamo gli aspetti più salienti:

25 aprile 1944: cade in eroico partigiano, nel tentare un colpo di mano contro la munita caserma del presidio tedesco di Tolmezzo. Nessuno dei tolmezzini lo conosce; ma è un Alpino dell’Ottavo, e tanto basta per commuovere la massa popolare. Nella cappella dell’ospedale la salma, spogliata dai germanici, viene rivestita e coperta di fiori. Il funerale, che i tedeschi avevano stabilito modestissimo e clandestino, risultò di una particolare, significativa grandiosità, attraverso la principale via della cittadina. L’Arcidiacono fu chiamato a render conto della solennità del rito; il capitano dei carabinieri, il calabrese Santo Arbitrio, venne fatto trasferire per essersi rifiutato di obbedire all’ingiunzione di far sparare sul corteo, allorché questo imboccò la via centrale in luogo della circonvallazione.

24 maggio: l’esplosione di una mina fa saltare al Passo della Morte la macchina di testa di una colonna tedesca in corso di rastrellamento; nell’incidente muore un ufficiale superiore germanico pluridecorato. Per rappresaglia vengono incendiate 400 case delle tre frazioni di Forni di Sotto, senza lasciare il tempo né il modo di mettere in salvo né oggetti, né viveri, né bestiame; e si fa divieto di soccorrere gli infortunati.

Fra il 19 e il 23 luglio, come rappresaglia per il prelevamento di un gruppo di cavalli di razza portati all’alpeggio nelle casere carinziane di confine, un buon nerbo di truppa germanica e (ci duole dirlo) anche di repubblichini travestiti da partigiani si presenta con inganno alle nostre casere di Lanza, Cordin e Pramosio, dove uccidono quanti hanno potuto incontrare. Altre forze sopraggiungono da Tolmezzo e infieriscono sugli abitanti di Paluzza e di Sutrio, aggiungendo altre 17 vittime alle 22 assassinate sui monti. La popolazione rimane costernata, ma sempre più esasperata contro l’invasore.

Vittime di Pramosio

In questo stesso periodo, altro motivo di lutto generale era stata la morte in combattimento del dottor Aulo Magrini, eroico figlio della Carnia, del quale si deve ricordare l’episodio di avere sfidato pochi giorni prima la morte per trasportare personalmente sulla sua auto – —    lui che era braccato dai tedeschi come uno dei capi della rivoluzione – una partoriente bisognosa di immediato aiuto all’ospedale di Tolmezzo. Le imponenti onoranze funebri che la a vallata tributò al dottor Magrini fece sempre più persuasi i tedeschi che la Carnia non era domabile.

Le autorità germaniche pensarono in tali frangenti   dì ricorrere, per domarla, alla fame; e vietarono l’importazione di ogni genere di vettovaglie e di medicinali, rafforzando il divieto con l’istituzione di severi posti di blocco. Inutile ricordare qui i mille artifizi messi in opera per eludere il bando, e la paterna sollecitudine dell’Arcivescovo Mons. Nogara per organizzare con lo noi lo scambio di carichi legname con carichi grano per sopperire alle più stringenti necessità.

4 agosto 1944: il Commissario tedesco del Litorale Adriatico ha l’infelice idea di ordinare che i giovani della leva dal 1914 al 1926, richiamati alle armi, debbano arruolarsi nell’organizzazione Todt o nella Difesa Territoriale del Litorale Adriatico, o nelle file dell’esercito repubblicano. Naturalmente se ne giovano le formazioni partigiane, e molti dei giovani prendono la via dei monti.

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Frattanto le formazioni partigiane delle Divisioni Garibaldi e Osoppo si erano di fatto rese padrone di tutta la vasta zona comprendente le Prealpi Carniche fino alla pianura e l’intera Carnia all’infuori di Tolmezzo. Fu allora deciso di dare alla regione un vero e proprio governo autonomo, sia per sopperire alle necessità della vita civile, sia come affermazione politica di fronte allo straniero, al governo italiano ed ai governi militari alleati, sia per costruire un centro d’azione per tutta la massa degli abitanti e dare al movimento partigiano il carattere di una sollevazione generale di popolo. E tali considerazioni prevalsero sul timore che la presenza di un governo civile autonomo in un territorio dominato dal corpo di occupazione tedesco potesse spingere, il comando nemico a maggiore durezza per rimettere la zona sotto il proprio controllo.

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Alla Giunta di Governo, costituita fra i rappresentanti dei Comitati di Liberazione Nazionale della Carnia e i capi delle formazioni partigiane, va il merito di aver organizzato un sia pur limitato rifornimento alimentare della Carnia, facendo affluire a Meduno grano e granoturco e avviandolo per la strada tramontina e la forca di M. Rest per mezzo delle nostre forti ed impavide portatrici

Il governo della Giunta cessò dopo che il maggiore   John Nicholson, capo delle missioni alleate e rappresentane del  generale Alexander accompagnato  dai capi di due divisioni partigiane, si presentò il 10 ottobre davanti alla Giunta stessa per convincerla a smobilitare durante l’inverno sotto l’impeto della pressione tedesca, aumentata dopo l’arresto dell’offensiva alleata sulla linea gotica. L’ufficiale britannico sostò a lungo irrigidito sull’attenti davanti alla Giunta, testimoniando così ai presenti, commossi, il rispetto che nazioni anche potenti sentivano verso un popolo libero che alla libertà tutto aveva sacrificato.

In quegli stessi giorni si scatenava contro la Carnia la spedizione punitiva germanica. Hitler aveva concepito il diabolico piano di dare la Carnia in pasto ai cosacchi, perché ne facessero la loro sede permanente: il «Kosakenlend in Nord-Italien». Il confidente che Mons. Arcivescovo aveva fra le SS. avvertiva che la Carnia sarebbe stata messa a ferro e fuoco — come già Nimis, Sedilis, Torlano e Faedis — a meno che i partigiani non lasciassero visibilmente libera la strada del Monte Croce, ritirandosi dai monti e cessando la guerriglia. Tale avviso era stato da noi diramato ai comandanti partigiani. Ma la grande offensiva ebbe principio. I mezzi apprestati erano imponenti: una Divisione cosacca, una Divisione caucasica, una Divisione germanica di rincalzo, due batterie autotrasportate da campagna, 20 carri armati, due treni blindati, centinaia di automezzi.

Il giorno della Madonna del Rosario tutta questa ira di Dio si scaglia contro i nostri duemila partigiani o più esattamente contro i nostri poveri villaggi indifesi. Si fanno saltare i ponti onde ritardare di qualche poco l’avanzata. Ma questa prosegue inesorabile. E abbiamo ancora davanti agli occhi lo spettacolo miserando dei profughi che fuggivano a centinaia dai primi paesi devastati   e saccheggiati con i segni del terrore sul volto e, molti, con i segni delle violenze subite.

Tolmezzo ebbe in sorte il compito di provvedere a così gravi bisogni. Scuole e case private furono messe a disposizione dei fuggiaschi, che venivano alimentati con l’’aiuto della popolazione, della cucina economica e dei padri Salesiani, nonché della Cooperativa che fu larga anche in questa occasione di aiuti materiali e morali.Per fortuna i cosacchi, nella persuasione di dover rimanere nella zona, ebbero istintivamente ripugnanza a distruggerla; e di fronte alla mancata resistenza, la grande offensiva si afflosciò su se stessa, come un’onda che non trova ostacoli, risparmiando, dopo i primi paesi, il resto della regione. Ma rimasero duemila persone senza alcuna risorsa, a cui provvedere per il lungo inverno imminente. E restarono i lutti e l’’orrore dei saccheggi da medicare nei cuor; mentre il peso dell’occupazione aumentava con il rastrellamento degli abitanti atti al lavoro, per spedirli in Germania. La resistenza della Carnia fu messa a dura prova; e se si riuscì a far evadere una metà all’incirca degli arrestati, il merito è di alcuni coraggiosi tolmezzini, a cominciare dai medici e da tre repubblichini del corpo di guardia. Ma l’occupazione cosacca fu massiccia, pesante, penosa perché invasati dalla promessa hitleriana, i russi si sentivano in diritto di far da padroni; e mentre esigevano alimenti supplementari da una gente ormai senza risorse pretendevano di nutrire i loro numerosissimi cavalli con il fieno radunato a fatica dalle nostre donne per il loro bestiame.

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Pur tra violenze e privazioni, l’interminabile inverno comunque ebbe fine. I camici avevano compreso che per riuscire vincitori nella difficile prova bisognava tener duro. Era, di fronte ai russi, una gara di resistenza; ormai i cosacchi avevano capito che erano stati ingannati, e che la Carnia, la terra promessa, non sarebbe stata per loro.

La fine della guerra si avvicinava, ma non diminuiva la tracotanza delle SS. germaniche, irrigidite fino all’ultimo nel pernicioso attaccamento a quello che esse consideravano preciso dovere. E così alla fine dell’aprile 1945, dopo la falsa voce della morte di Hitler, otto notabili di Tolmezzo vennero arrestati come ostaggi, onde assicurare libera ai tedeschi la via della ritirata.

Perfino dopo la resa della Germania e il relativo armistizio, le SS. misero Tolmezzo in stato di assedio, fedeli alla teoria che i trattati non sono che pezzi di carta. E soltanto il 17 maggio riacquistammo la libertà assistendo all’auspicata partenza dei tedeschi e dei cosacchi che risalivano in disordine e senza speranza le valli che avevano spadroneggiato con tanta orgogliosa sicurezza. Ma neppure allor mancò uno spirito di cristiana pietà, che rivelò tutta la bontà d’animo della nostra gente: dimentiche delle sofferenze patite, mosse a con passione per coloro che partivano verso un incerto destino, molte delle nostre donne assisterono questi poveri esseri, rifocillandoli come potevano lungo le vie dell’abitato.

Ed ora cerchiamo di trarre le somme.

A giudizio del supremo Comando germanico per tenere a dovere i partigiani e le indomite genti della Carnia non ci volle meno di una Divisione cosacca e una Divisione caucasica, oltre alle truppe tedesche dislocate nella zona. Titolo di onore perenne per la Carnia è di avere i tal modo immobilizzate forze relativamente ingenti (pari, per numero, ad un terzo dei suoi abitanti) durante gli ultimi mesi della guerra, dal settembre 1944 al maggio 1945.

Friuli: anniversario dell’approvazione della legge 15/96, l’Italia riconobbe il friulano e aprí la strada alle minoranze

di William Cisilino.
Amata e odiata. Vituperata e osannata. La prima legge regionale sul friulano – la 15 del 1996 – approvata il 22 marzo di vent’anni fa, non ha mai lasciato indifferenti, cosí come la sua sorella minore, la successiva legge di tutela del 2007. Quest’ultima fu addirittura definita dall’ex presidente (friulano) della Regione, Renzo Tondo, «una cazzata». Di opinione opposta il piú importante linguista italiano e già ministro dell’Istruzione, Tullio De Mauro, che ai tempi commentò molto positivamente il provvedimento. Una cosa è certa: sull’argomento le dichiarazioni dei personaggi pubblici potrebbero riempire pagine e pagine. Ma i friulani, cosa pensano? In osteria, il solo luogo in cui è possibile verificare i veri umori della nostra gente, ho sempre colto un clima tendenzialmente favorevole alla tutela della lingua. Dato, questo, confermato dalle recenti ricerche sociolinguistiche. Ecco, quindi, un primo effetto positivo della legge 15: aver fatto capire ai friulani che è vero che una legge, da sola, non può salvare una lingua. Ma, avere una legge dalla propria parte, aiuta non poco. Google e il Vaticano i primi a prenderne atto L’insigne friulanista Giovanni Frau lo ha spiegato benissimo nel suo “L’individualità linguistica del friulano”. Un idioma, per essere “lingua”, deve disporre di tutta una serie di requisiti: originalità grammaticale e della genesi storica, tradizione letteraria, coinè linguistica, coscienza di parlare una lingua e, soprattutto, riconoscimento giuridico. Requisiti che il friulano ha sempre avuto, tranne, appunto, fino al 1996, l’ultimo e piú importante. Ci si rende conto dell’importanza della “lex” soprattutto quando si batte altre zone di minoranza o si ha a che fare con Bruxelles. «Ma il friulano è riconosciuto ufficialmente?», ti chiedono. Questa è la domanda che fanno anche le multinazionali (Microsoft, Google, Apple), se vuoi collaborare con loro. Compresa quella grande multinazionale che è la Chiesa: prima del 1996 il Vaticano non ammetteva, se non in sacrestia, l’uso del friulano. Dopo la legge 15 vennero invece riconosciute le traduzioni ufficiali della Bibbia e del Lezionario. Il friulano scardina il centralismo romano Sarei irriverente se limitassi l’importanza di una legge della Repubblica alle esigenze delle predette multinazionali. Prima di tutto la legge 15 permise di mettere in pratica, con riferimento ai friulani, l’articolo 6 della Costituzione («La Repubblica tutela con norme apposite le minoranze linguistiche»), restato lettera morta per 50 anni. Permise anche di far uscire il nostro paese dal poco elegante “club” degli Stati dell’Ue anti-minoranze. Infine molte altre Regioni approfittarono della vittoria friulana per tirare fuori dal cassetto leggi simili e ciò convinse il Parlamento che non si poteva piú rimandare l’adozione di una legge nazionale, in gestazione da oltre 20 anni. Si può dire, quindi, che la legge 15 contribuí in modo determinante a far approvare la legge 482 del 1999, sulla tutela delle dodici minoranze italiane. Padri e padrini Se questa Legge è stata pubblicata sul Bollettino ufficiale della Regione va reso merito a tante persone: impossibile, qui, elencarle tutte. Mi limiterò a tre nomi. Anzitutto i suoi due padri politici: il compianto Sergio Cadorini, medico diessino di origini triestine, e Sergio Cecotti, che non ha bisogno di presentazioni. Il “terzo uomo” è il friulanista Adriano Ceschia, ghost-writer del provvedimento, il quale ha avuto anche il merito di intuire le modalità e i tempi con cui portarlo avanti. E i tempi in politica sono tutto. È grazie a queste persone e a tutto il movimento friulanista del secondo dopoguerra se il Friuli è una Regione un po’ piú speciale e l’Italia uno Stato un po’ piú europeo.

Tolmezzo: per Luches la fusione col Cafc è una seria criticità per Carniacque

di Tanja Ariis.
Il presidente di Carniacque Fabrizio Luches illustra in consiglio comunale l’attività della società e respinge l’accusa di approfittarne per far politica, rispondendo che lui, proprio per il suo ruolo nella società, non nasconde le criticità nella fusione con il Cafc e quindi gli elementi minimi da chiedere a favore del territorio. Senza giri di parole, Luches si è detto sorpreso dell’invito a relazionare, dopo che a gennaio il Pd aveva chiesto la sua sostituzione e lo aveva accusato in pratica di scarsa professionalità. Ha spiegato i vari passaggi a cui è sottoposta ora la spa (che ha 7 milioni di fatturato annuo, 47 dipendenti e 148 depuratori) destinata a essere fusa con il Cafc. Non ha nascosto che al suo insediamento in Carniacque si sarebbe atteso un maggiore legame degli amministratori locali al territorio. Ha ricordato che la società nel marzo 2015 ha avviato, per delibera della Consulta d’ambito, il percorso di aggregazione con Cafc, e a settembre sono state avviate procedure interne di valutazione reciproca preliminari alla fusione. Lunedì si terrà la riunione tra le due aziende per stabilire il valore di concambio (il riconoscimento ai soci dell’ente incorporato della quota di capitale dell’ente incorporante). L’accordo vincolante di fusione porterà al progetto di fusione, che va approvato dalle due società entro giugno. Dal gennaio 2017 Cafc subentrerà a Carniacque. Rispetto a quando lui ha preso in mano la società (luglio 2014), ha spiegato Luches, i debiti sono stati ridotti di un milione 200 mila euro e solo nel 2015 sono stati pagati 300 mila euro ai soci (i Comuni), nonostante il mancato supporto del sistema bancario. Ha elencato una serie di interventi svolti e da svolgere, le previsioni e i problemi. Secondo Luches le modifiche di legge sul servizio idrico integrato in approvazione in consiglio regionale sono tardive per Carniacque: sarebbe salva se fossero giunte un anno fa. Luches ha respinto l’accusa di frenare la fusione e ha indicato tra i nodi da sciogliere: documentazioni su concessioni che vanno fornite dai Comuni, un’istruttoria in corso per alcuni casi dubbi di Comuni che, nel trasferimento a Carniacque dei mutui per le infrastrutture, potrebbero aver comunicato un onere al lordo e non al netto dei contributi ricevuti, l’eccessivo costo di affitto chiesto dal Cosint (sordo alle richieste di una sua riduzione) per la sede di Carniacque.

Tolmezzo: Peresson scagionato archiviata l’inchiesta per truffa, rimborsi regolari

di Luana de Francisco.
Potrebbe essersi trattato di «meri errori di gestione contabile». E, a ogni buon conto, l’indagato «non agì con la specifica volontà di frodare la società». Ossia la “Carnia Welcome soc. cons. arl”, di cui Massimo Peresson era ed è tutt’ora il presidente. L’inchiesta, quindi, va archiviata «per infondatezza della notizia di reato». Questo aveva chiesto il pm Letizia Puppa e questo ha di recente deciso il gip di Udine, Matteo Carlisi, nel decreto con cui ha mandato in soffitta l’accusa di truffa ai danni dello stesso consorzio ipotizzata nel 2013 a carico di Peresson per una serie di rimborsi spese ritenuti non giustificati e per le modalità di utilizzo dell’iPad aziendale datogli in dotazione. Una vicenda da poche centinaia di euro, ma sufficiente a guastargli più di qualche sonno. Era stato un esposto a mettere in moto la macchina investigativa. A cominciare dalle perquisizioni che i finanzieri di Tolmezzo avevano condotto sia nell’azienda e nell’abitazione di Peresson, sia nella sede di Carnia Welcome e negli studi dei suoi commercialisti. Ma le argomentazioni illustrate dal difensore, avvocato Maria Rosa Conte, e l’esame della documentazione allegata a fine indagini hanno convinto il pm dell’assenza di condotte truffaldine. «In particolare, la modestia degli importi contestati (1.377,31 euro) – ha osservato il gip – consente di escludere il dolo del reato di truffa. Peraltro, sorge anche il dubbio che i fatti vadano derubricati nell’ipotesi dell’indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, non essendoci stati artifici, ma solo la presentazione di ricevute “non rimborsabili” che la segreteria, con un po’ più di diligenza avrebbe potuto facilmente stornare dal totale. Dal che non costituirebbe reato – conclude –, non essendo stata mai superata la soglia di punibilità di 3.999 euro». Ovviamente soddisfatto, Peresson commenta con serenità la notizia. «Non ho mai avuto niente da rimproverarmi – dice – e non ero particolarmente preoccupato. Ma in quel periodo nacque il mio quarto figlio e non sono riuscito a godermi come avrei voluto quel momento. Chi mi ha denunciato – continua –, lo ha fatto per dispetto: una piccola vendetta, per la quale sto valutando con l’avvocato Massimiliano Basevi se procedere per le vie legali. Per ora, comunque, mi basta sapere che la giustizia ha dimostrato la mia correttezza».

Comeglians: intitolazione di una piazza alla “Portatrici Carniche”, sui monti con in spalla gerle di 30 chili

(m.d.c. dal MV di oggi)

Definirle donne qualunque sembra una “diminutio”, ma nei fatti è proprio così. Quelle che sono passate alla storia come le “portatrici carniche” prima della Grande Guerra erano donne normali, ragazze, in qualche caso poco più che bambine. Dedite alla casa, alla famiglia, alle più “comuni” fatiche legate alla montagna. La gerla la portavano sulla schiena per chilometri e chilometri, colma di viveri, erba sfalciata per far fieno e di ogni altro peso che avessero avuto la necessità di spostare. Mai avrebbero però pensato che quel “gej” sarebbe potuto servir loro per trasportare armi e munizioni al fronte come invece accadde tra l’agosto del 1915 e la disfatta di Caporetto nel 1917. Ai 10-12 mila soldati presenti nella cosiddetta “zona Carnia” servivano quotidiani rifornimenti, che però si trovavano ai magazzini di fondovalle. Andavano portati a spalla, ma da chi se gli uomini erano tutti impegnati sulla linea del fronte? A casa restavano solo bambini, anziani e donne, che non ci misero molto a prendere una decisione. «Anin, senò chei biadaz ai murin encje di fan» (Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame) si dissero le donne di Paluzza facendo inconsapevolmente muovere i primi passi al corpo di ausiliarie che nell’arco di poco avrebbe contato su oltre mille donne. Bracciale rosso al polso, con stampigliato il numero del reparto dal quale dipendevano, queste ardite “ragazze” percorrevano quotidianamente più di mille metri di dislivello, cariche di gerle gremite di vettovaglie, cartucce, granate, medicinali e altro. Pesanti anche 30, 40 chili. Partivano in gruppo, in 10, 15 di loro, per poi separarsi lungo l’ascesa, che affrontavano cantando o pregando per rincuorarsi dal terribile suono della guerra. Dall’esplosione dell’artiglieria nemica, pronta a ricordagli, a ogni passo – calzato in scarpets o peggio in zoccoli di legno – che il pericolo avanzava con loro. Dopo ore di cammino massacrante, arrivavano a destinazione, scaricavano la gerla e dopo un breve riposo, utilizzato per riferire agli alpini le ultime novità, riprendevano la strada della valle. Cariche di panni da lavare. Non di rado delle barelle dei militari feriti. E con le faccende domestiche ad attenderle prima d’iniziare un’altra giornata. Simile. Ancora piena di fatiche. A muoverle c’era però l’amor di Patria, i loro uomini al fronte. Entrare nelle file delle portatrici era come stargli vicino. Un richiamo ben più forte del piccolo compenso (pari a un euro e 50 di oggi) a viaggio che veniva loro pagato una volta al mese.