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Tolmezzo: Deltaplano 2018, la Carnia al centro del mondo

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di Simonetta D’Este
Il deltaplano ha scelto il Friuli Venezia Giulia per disputare il XXII Mondiale, che si svolgerà dal 12 al 27 luglio 2019, preceduto dal pre Mondiale dal 26 luglio al 4 agosto 2018. E sarà questa un’occasione unica per il territorio per proporsi come riferimento per questo sport, anche grazie alla collaborazione con Austria e Slovenia che hanno accettato che durante le prove di volo i deltaplani possano sconfinare senza preoccupazioni. La competizione si svolgerà nei principali siti di volo della regione e avrà come centro operativo la città di Tolmezzo, dove domani, al cinema David alle 18, sarà presentato il programma dettagliato. A fare gli onori di casa di saranno il sindaco Francesco Brollo, il vice-presidente della giunta regionale Sergio Bolzonello e il project manager del comitato organizzatore Enzo Cainero. L’evento è organizzato dall’Aeroclub d’Italia, con l’appoggio di tutti i club di volo del Fvg, e in particolare di quelli di casa, Volo Libero Carnia e Volo Libero Friuli, e con la collaborazione dei Comuni interessati. A occuparsi degli aspetti pratici ci saranno la Lega Piloti e Flyve con Bernardo Gasparini e Suan Selenati, quest’ultimo componente della squadra nazionale italiana cinque volte campione del mondo. Selenati non potrà partecipare, però, ai Mondiali friulani, perché coinvolto in veste di organizzatore. I piloti (ne sono attesi oltre 150) avranno come aree di decollo principali il Crostis, il passo Pura, il Curanan, il Valinis, ma anche secondarie come Tolmino e Nova Gorica. Gli atterraggi principali sono previsti a Cercivento, Bordano e Travesio, e quelli secondari anche a Lignano Sabbiadoro, per esempio, Greifenburg in Austria o Kobarid in Slovenia. Una gara di deltaplano segue le stesse dinamiche di una regata velica: esiste una linea immaginaria aerea che tutti i piloti devono oltrepassare dopo un orario prestabilito, ma ci sono anche boe da aggirare (cilindri virtuali con 400 metri di raggio) e una linea di arrivo. Vince il pilota che riesce a compiere tutto il percorso nel minor tempo possibile. Le singole task possono variare dai 50 ai 250 chilometri di ampiezza e il tempo necessario per concludere ogni gara varia dai 60 minuti alle 5 o 6 ore. Il deltaplano, infatti, non ha motore e sfrutta la forza del vento: la velocità media di percorso e compresa tra i 30 e i 70 chilometri per ora, mentre nelle planate discendenti tra una corrente e l’altra i moderni deltaplani possono raggiungere anche i 140 orari.

Tiziano Dalla Marta: momenti di vita raccontati dal pennello della memoria

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 di Ermes Dorigo.

Dopo il successo  della Mostra del 1998  l’ultima – last but not least – produzione  pittorica, per una sua coerenza intrinseca, rimane ascritta ad una ‘pittura colta’- un figurativismo ben diverso da quello tradizionale, con un continuo rimando, attraverso citazioni e allusioni più o meno esplicite alla storia dell’arte – civilmente impegnata anche se ora, in questo suo viaggio conoscitivo, prevale una  tonalità più intima, più sul versante meditativo, morale che, in quanto tale, si fa etico, civile appunto. Il titolo non  deve trarre, quindi, in inganno: in realtà quello che l’artista fa è quello di donare la ‘sua’ memoria alla memoria della ‘comunità’: il morale torna ad essere sociale, ma un sociale speciale, perché così ravviva la fiamma del ‘suo’ amore per la ‘sua’ gente; non solo, ma  nelle sue forme si inserisce nella nostra tradizione artistico-letteraria di impegno etico-civile e nello stesso tempo si offre come esperienza paradigmatica di una biografia personale vissuta attraverso il filtro della biografia della storia (“Non ho ambizioni e velleità di protagonismo pseudo intellettuale. Probabilmente il mio animo, umilmente cristiano, mi ha sempre portato a vedere la mia vicenda personale dentro la storia, non al di sopra e al di fuori di essa”). Pertanto non si può non dire che quella di Tiziano Dalla Marta non sia una “pittura della memoria”, conservazione quasi sacrale e trasmissione del passato senza il quale – è un messaggio rivolto in particolare ai giovani – vengono meno le fondamenta per costruire un saldo e certo futuro di speranza.

Prima di procedere una breve notazione: talmente forte è il legame di Tiziano con la sua giovinezza – presenza viva e creativa dentro di lui – da firmare non T.D.M., ma M.D.T. (Marziano Della Titta) come lo chiamava un professore, storpiando il suo nome, quando, giovane, frequentava l’Accademia a Venezia.

Ma venendo nello specifico (“Un quadro può essere una medicina contro la malinconia  e quantomeno un momentaneo sollievo”)  delle qualità pittoriche e simboliche delle sue opere, si può osservare l’equilibrio compositivo e una costruzione quasi classica delle sue immagini (tipicamente rinascimentale è quella piramidale, un ascendente tre-quattrocentesco come nella Crocefissione), un sapiente equilibrio tra pieni e vuoti, e tra colori avanzanti e retrocedenti – per somiglianza, ma anche per opposizione -; e la ricchezza delle simbologie  e allegorie dei colori: il viola e il gelido azzurro del dolore e della pena del vivere contrapposti al caldo giallo e al verde della speranza, ma anche  della irriducibilità alla sofferenza e della non rassegnazione.

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Rispetto alla esposizione precedente – con diversi quadri con forti , surreali accostamenti di colori, quasi espressionistici -, si osservano ora la levità dei colori, il sentimento intimamente assorto dell’umanità rappresentata in fraterna amicizia che guarda serenamente il famoso “lassù” di padre Cristoforo – l’infinito amore per la moglie Caterina che ritorna continuamente -; la pace in pace con se stessa, indefinibile; la fertilità rigogliosa della natura – il di là non è di là, ma qua, lo odoriamo quasi –; un francescano Cantico delle Creature -; la sacralità del quotidiano; l’amore e il dono di sé.

E quel San Martino all’entrata non solo invita il visitatore ad assumere un atteggiamento consono all’atmosfera di religioso silenzio, cui invitano i quadri, ma è soprattutto un ulteriore omaggio alla Città attraverso il suo Santo protettore.

Infine, però, per ribadire comunque il suo indomito impegno civile, la sezione dedicata alla Resistenza in Carnia: il cerchio si chiude con il ritorno per ‘espressivismo’ della luce e dei colori alla prima esposizione.

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Tiziano Dalla Marta, architetto libero professionista, è nato a Povegliano Veronese il 9 novembre 1922. Dall’8 settembre ‘43 risiede in Carnia dove ha ricoperto importanti cariche pubbliche con grande impegno civile: Sindaco di Prato Carnico dal ’49 al ’55, di Tolmezzo per un decennio tra il ’55 e il ’65. Uno dei promotori fondamentali per l’istituzione della SEIMA.

Suoi scritti ed esposizione: La Carnia oggi sintesi della realtà so­ciale; Ordinamento regionale e pianificazione urbanisti­ca; Individuazione delle aree idonee alla qualificazione industriale, Tip. Carnia Tolmezzo, 1963; Individuazione delle aree idonee alla qualificazione industriale, Del Bianco Editore, Udine, 1965; Il volo del rondone, Campanotto Editore, Udine, 1993; Tiziano Dalla Marta, Pittore, Palazzo Frisacco, Tolmezzo, 1998; Il ritorno del Gismano, Andrea Moro Editore, Tolmezzo, 2004

 

 

Carnia: torniamo ai Forni Savorgnani

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In più Comuni della Regione, si discute, si parla, si dà spazio a riunioni, dibattiti e incontri, tesi alla migliore ricerca di azioni comuni tra paesi confinanti e con pochi abitanti con l’obbiettivo mirato della loro oramai necessaria fusione. A stimolare questa scelta ha certamente contribuito la Legge regionale 26/2014, istitutiva degli Uti, che per la sua applicazione ha dato a tanti amministratori comunali l’occasione per avviare una collaborazione di lavoro tra i vari Comuni che come obbiettivo hanno il superamento del perdurare delle difficoltà economiche che giornalmente si incontrano. “Il vento di crisi soffia sempre più minaccioso”, con particolare intensità nelle zone periferiche e di montagna, portando in primo piano l’esigenza di trovare accordi, arrivare a strette di mano, sulle iniziative da assumere per garantire la sopravvivenza di questi luoghi. Fatta questa breve premessa, l’attenzione va rivolta alla situazione (a tutti nota) di come si trova la Carnia, ritenendo che tutti gli addetti ai lavori la conoscono, uno stato di cose che è pure presente anche nei Forni Savorgnani. Le comunità dei Forni di Sopra, con meno di mille abitanti, e quella di Forni di Sotto, che non raggiunge le seicento anime, vivono in una “culla” di rara bellezza ambientale che comprende un territorio di ben 175 kmq ricco di tutto quello che la natura ha potuto dare a una zona montana – parte della quale è stata riconosciuta come patrimonio Unesco – tenendo conto che quasi la metà del territorio che è compreso nel “parco delle Dolomiti friulane”, il più vasto del Friuli Venezia Giulia. Non essendo questa la sede deputata a elencare le tante possibili iniziative che possono essere intraprese a beneficio dell’economia della zona interessata, è però ovvio che per fare ciò, va operato tenendo ben presente le premesse sopra evidenziate, che portano a valorizzare il patrimonio ambientale, che unito alla storia e alla cultura di questa parte di Carnia, ci indica che la via percorribile per superare “il vento di crisi che soffia sempre più minaccioso”, con il fine di tenere in vita questa “culla” della Carnia, diventa l’improrogabile necessità di dar corso tra le parti a un dialogo aperto e costruttivo che miri al superamento degli ancora presenti e anacronistici “campanilismi” per giungere rapidamente a ricostruire la storica comunità dei “Forni Savorgnani”. Agli addetti ai lavori, ai consiglieri comunali, ai loro schieramenti politici, a quanti condividono questa indicazione e soprattutto a quanti amano il loro paese e la loro terra, spetta il compito di avviare il cammino verso una concreta speranza. L’ignorare l’attuale situazione, che certamente non presenta prospettive positive per le future generazioni, e il non assumere una comune iniziativa, a parer personale, porteranno le comunità interessate verso una situazione irreversibile. Gianni Nassivera Forni di Sotto

Fusilâz: dietro la riabilitazione negata dal Parlamento, i troppi eccidi da nascondere

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di LUCIANO SANTIN.
Doveva essere, il 2016, l’anno del “giubileo civile”. Il momento della riabilitazione morale per i fucilati nella guerra 1915-18 e per gli altri mille 200 (la stima è prudenziale) uccisi dal piombo italiano per dare un salutare esempio, secondo le feroci raccomandazioni di Cadorna. L’Italia pareva finalmente disposta a fare i conti con il proprio passato e con il suo triste primato delle esecuzioni (il quadruplo della Gran Bretagna entrata in guerra quasi un anno prima, e con due milioni e mezzo di combattenti in più). Dopo manifestazioni di varia natura, prese di posizione popolari e istituzionali, iniziative di legge, sembrava che finalmente quei ragazzi già infamati e passati per le armi il 1° luglio 2016 per essersi opposti a un’azione suicida potessero venir considerati “morti per la Patria”, e consegnati all’abbraccio della Nazione. Invece qualcosa è accaduto. La legge che doveva preparare questo passo, approvata all’unanimità dalla Camera in soli tre mesi, è stata bloccata in commissione Difesa del Senato. Quasi un anno e mezzo di stop per arrivare a uno stravolgimento totale: laddove si prevedeva di chiedere perdono ai fucilati, si dice che glielo si può elargire. Si esclude ogni inserimento del nome dei fucilati nell’elenco dei caduti. E soprattutto si cancella il passaggio che prevedeva di trattare queste vicende nelle scuole, al fine di dettare un’epigrafe. Le prime richieste di fare luce sulla giustizia militare ’15-18 risalgono infatti agli anni ’80, quando Mario Flora, nipote di Silvio Gaetano Ortis, uno degli alpini fucilati a Cercivento, domanda formalmente di riaprire il processo. Le autorità militari rigettano l’istanza, perché, a termini di regolamento, può essere avanzata solo dall’interessato. La comunità di Cercivento reagisce con civile fermezza: rischiando l’incriminazione per apologia di reato, il sindaco Edimiro Dalla Pietra fa erigere un monumento ai fusilâz, che da allora vengono sempre onorati nelle ricorrenze civili e religiose. Sul caso escono poi tre libri, e nel 2000 la commissione Giustizia della Camera approva una risoluzione che cita “l’indignazione per l’ingiusta condanna a morte dei giovani alpini Ortis, Matiz, Corradazzi e Massaro”. Uno dei firmatari, il socialista Valdo Spini, presenta anche un testo di legge che finirà insabbiato. Due anni fa, con la rievocazione dell’inutile strage, la questione si ripropone. La prima voce a levarsi è stata quella dell’Ordinario militare Santo Marcianò. «Riabilitare i militari disertori, come caduti di guerra: giustiziarli fu un atto di violenza ingiustificato, gratuito, da condannare», dice il vescovo capo di tutti i cappellani delle Forze Armate. «Un qualche gesto di riabilitazione potrebbe avere valore dimostrativo e simbolico, proprio come quello che si voleva attribuire alle fucilazioni». Il consiglio regionale e quello provinciale di Udine, più altri enti minori, chiedono unanimemente la restituzione dell’onore agli alpini uccisi, la stessa presidente della Regione Debora Serracchiani scrive al Capo dello Stato, cui si rivolge anche un appello pubblicato on line dal Messaggero Veneto (sottoscritto da quasi duemila lettori) e un’altra lettera, partita da Milano e firmata da cento intellettuali e studiosi. Mattarella, con toni di apertura, parla dell’interpello «della nostra coscienza e del nostro senso di umanità da parte di quei mille e più italiani uccisi dai plotoni di esecuzione». Si muove la Camera: il sardo Gian Piero Scanu predispone una legge firmata da settanta parlamentari Pd e sulla quale vengono auditi Mario Flora e il sindaco di Catanzaro (stanti le decimazioni subite dall’omonima brigata). Vi si prevede l’attivazione d’ufficio del riesame per i reati di assenza dal servizio (ovvero diserzione) e anche in servizi (come lo sbandamento, e i fatti di disobbedienza, ancorché collettiva). Si stabilisce inoltre l’affissione, in un’ala del Vittoriano, di una targa nella quale la Repubblica «rende evidente la sua volontà di chiedere il perdono di questi nostri caduti». L’epigrafe dovrà essere dettata dagli studenti, attraverso un concorso bandito dal Miur. Il testo, che ha per relatore il friulano Giorgio Zanin, completa l’iter nel tempo record di tre mesi e viene approvato, all’unanimità, nella data altamente simbolica del 24 maggio 2015, centenario dell’ingresso in guerra dell’Italia. La “riabilitazione alla memoria” sembra cosa fatta. L’indomani il provvedimento passa alla commissione Difesa del Senato. E qui il vento cambia. Il presidente Nicola Latorre (Pd) spiega la delicatezza e la complessità del tema (ragion per la quale si propone come relatore), avvertendo che saranno necessarie varie audizioni e l’affidamento del problema a un comitato ristretto (da lui stesso presieduto). A fine ottobre viene presentato un testo che azzera completamente la legge della Camera. Latorre (che molti, sottovoce, ritengono interprete dei malumori espressi dagli Stati maggiori) motiva questo intervento radicale con una serie di rilievi: le sentenze (anche se non tutte) «applicavano correttamente la legge vigente (severa ma comunque espressione della forma mentis di un’epoca)». Poi dice che una riabilitazione non si può fare, perché il presupposto è «una condotta positiva successivamente alla condanna», (che non c’è stata, essendo i condannati estinti), e perché si creerebbe disparità con i fucilati di altri conflitti quali le guerre d’indipendenza e d’Africa, o la II guerra mondiale. Inoltre l’Albo d’oro dei caduti è chiuso da cinquant’anni, e sarebbe problematico riaprirlo. Ancora, solleva dubbi sul fatto che senatori della Repubblica intervengano su sentenze emesse in nome del re. E mette in guardia sul rischio di incorrere in azioni risarcitorie da parte degli eredi. Infine, in merito alla bocciatura della lapide scritta con il coinvolgimento degli studenti, Latorre spiega che non è il caso di fare «troppo affidamento nelle basi culturali di un adolescente».

Paluzza: una legge e un museo per le Portatrici carniche

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di MAURA DELLE CASE.
In attesa che gli storici si ravvedano riconoscendo loro il posto che meritano nel tragico affresco della Grande Guerra – tanto più considerato che in questi anni se ne celebra il centenario –, un primo, dovuto riconoscimento alla figura delle Portatrici carniche è in arrivo dalla Regione. L’assessore alla cultura, Gianni Torrenti, sta infatti lavorando a un disegno di legge che approderà in breve all’esame dell’aula il cui intento è appunto «riconoscere e valorizzare – parola sua – una storia unica e particolare. tutta al femminile». Saranno dieci articoli al massimo, in cui la Regione fisserà un luogo di riferimento – con tutta probabilità Paluzza – in cui ospitare un piccolo museo e centro documentale dedicato alla storia di queste eroiche donne cui saranno dedicate pure delle borse di studio. «C’è in proposito un forte interesse del Quirinale» ha fatto sapere l’assessore Torrenti che nell’operazione ha coinvolto l’ex parlamentare Manuela Di Centa oltre naturalmente alle associazioni che sul territorio già si occupano di valorizzare la memoria delle portatrici. Con sforzi che la Regione oggi intende mettere a sistema «per poi lasciare però al territorio – precisa Torrenti – la gestione sia dell’archivio che delle iniziative». «Questo disegno di legge vuol essere infatti una freccia all’arco della montagna – precisa l’assessore -, un’occasione per fare aggregazione sul territorio, per attirare studiosi, turisti, appassionati di storia sulle tracce di queste straordinarie figure». La scelta di Paluzza non è casuale. E’ infatti il paese natio della portatrice divenuta simbolo del corpo di ausiliarie, Maria Plozzner Mentil, morta sul campo nel 1916 e insignita della medaglia d’oro al valor militare nel 1997 per “motu proprio” dell’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Con lei, a far su e giù dalla “zona Carnia”, percorrendo più di mille metri di dislivello, si contano tra l’agosto del 1915 e la disfatta di Caporetto oltre mille donne. In molti casi poco più che ragazze. Per non dire bambine. Dedite al focolare, alla famiglia. A portar quella gerla che è poi divenuta il loro simbolo. Prima carica di viveri ed erba sfalciata, poi – con l’avvento della guerra – di armi e munizioni. Il conflitto sconvolge anche le loro vite. Prima gli porta via gli uomini, poi le costringe a farsi loro ausiliarie. Ad andare in aiuto del padre, del marito, dell’amico. “Solito” gej in schiena, stavolta carico di armi e munizioni, spinte da un senso di responsabilità tipicamente femminile cristallizzato dalle parole rimbalzate sulle labbra delle donne di Paluzza: «Anin, senò chei biadaz ai murin encje di fan». Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame. Così, fino alla rotta, centinaia di donne ogni giorno si avventurano al fronte, cariche di gerle piene di vettovaglie, cartucce, granate, medicinali, pesanti anche 40 chili. Arrivate a destinazione dopo ore di cammino massacrante, scaricano la gerla, riferiscono le ultime novità e dopo un breve risposo riprendono la strada per la valle. Panni da lavare issati in schiena e faccende domestiche ad attenderle a casa. In cambio? Una lira e cinquanta centesimi a viaggio, pagati una volta al mese. Ma il valore sta soprattutto nell’intestimabile consapevolezza d’aver agito per la Patria. E per i propri uomini al fronte. Questo cammeo della storia d’Italia è stato fin qui poco meno che dimenticato. Non fosse per l’attività delle locali associazioni e per l’iniziativa isolata dell’ex sindaco di Comeglians, Flavio De Antoni, che alle portatrici l’anno scorso ha intitolato una piazza del paese. Ora a spalancare il sipario ci pensa la Regione, con una leggina ad hoc, che speriamo sia solo l’inizio di una riscoperta, tardiva ma quantomai meritata ed opportuna di questo pezzo di storia d’Italia, scritto sulle montagne della nostra Carnia.

Piano d’Arta: ricostruito il bivacco Lander sabato 05/11 l’inaugurazione

L’associazione Amici della montagna inaugura, sabato 05 novembre ore 11.00 , il nuovo bivacco Lander, a quota 1200 metri. La struttura preesistente, in legno, datata 1981, con il passare del tempo e nonostante le continue manutenzioni, non presentava più i requisiti di sicurezza, per cui si è deciso di ricostruire il bivacco ex novo. Una edificazione con materiali locali: legno e pietra. La nuova struttura, costata 45 mila euro grazie ai contributi del Comune, dell’Uti della Carnia, della Provincia a valere sul Fondo montagna e della Fondazione Crup, oltre che dell’associazione Amici della montagna, è più ampia della precedente, elevata su due piani. Il primo, spiega il presidente Massimiliano Di Monte, seminterrato ospita un salone cucina riscaldato con uno spolert, mentre al piano superiore si potrà dormine nel camerone comune. La zona è sprovvista di acqua, per cui si consiglia, in caso di escursione, di portarla appresso. Il taglio del nastro avverrà alle 11 alla presenza delle varie autorità e della cittadinanza. Seguirà la benedizione da parte del parroco don Ivo Dereani e il sorvolo della zona da pare dei deltaplani. 

Friuli: minoranze e autonomia la via friulana al socialismo

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di GIANNI ORTIS.

“Il socialismo friulano 1945-1994, dalla Liberazione alla diaspora” è il titolo del libro che il professor Tiziano Sguazzero ha appena pubblicato con l’Istituto friulano per la storia del movimento di Liberazione. Cosí ne scrive l’avvocato Gianni Ortis nella prefazione. Questo libro non sarebbe stato possibile senza il recupero, la catalogazione e la informatizzazione dell’Archivio della Federazione provinciale di Udine del Partito socialista italiano, che l’Istituto friulano per la storia del movimento di Liberazione ha letteralmente salvato dal macero. Ma è proprio la cura con cui il materiale di archivio era stato raccolto, catalogato e conservato in un arco di tempo che va dal 1952 al 1994, ad apparire straordinaria. In duecentocinquanta faldoni, tremilaseicentotredici fascicoli e sette piccoli fondi con ulteriori quattordici fascicoli è ricostruita l’attività di un numero imponente di sezioni distribuite capillarmente nel territorio provinciale. I socialisti friulani, via via che si svolgeva la loro attività politica hanno ritenuto necessario comporre un diario collettivo da affidare, con legittimo orgoglio, ai posteri affinché potessero conoscere il dibattito, le idee, gli scontri e le elaborazioni che riguardavano i problemi locali e nazionali. Il professor Tiziano Sguazzero, autorevole studioso della vita politica regionale del secondo dopoguerra, integrando il contenuto dell’archivio con le altre fonti di conoscenza dell’attività del Partito socialista e degli altri partiti in Friuli, ha composto un affresco completo, efficace e appassionante. È emersa, fin dai primi anni del dopoguerra, l’impostazione federalistica europea del Partito socialista friulano e volta costantemente a tutelare le minoranze nelle zone di confine. L’obiettivo finale, pur nelle diverse impostazioni dei suoi principali esponenti, è stato quello di promuovere un socialismo nella libertà e nella democrazia con il recupero di una parte del “socialismo degli albori”, la condanna del collettivismo . Cruciale è stata la questione dei rapporti con il mondo cattolico nella faticosa ricerca di contemperare i principi di laicità dello Stato e dell’istruzione pubblica e la più ampia tutela della libertà religiosa. Costante è stato l’impegno per i diritti civili e per il ruolo delle donne nella società. Ma il movimento socialista friulano ha inciso anche a livello nazionale con i propri parlamentari. Umberto Zanfagnini nel 1953, assieme a Ferruccio Parri, Piero Calamandrei e Antonio Greppi ha fondato Unità Popolare che è stata decisiva nell’impedire che scattasse l’applicazione della “legge truffa”. Loris Fortuna è considerato il padre della legge sul divorzio del 1970. La percentuale del “no” nel referendum del 1974 in Friuli è stata più alta rispetto alla media del Paese. C’è poi il periodo che va dal 1992 al 1994, con la cosiddetta “tangentopoli” che ha visto lo scioglimento del Psi. La responsabilità politica è diversa da quella individuale e pertanto quando un partito non ha la forza per superare i momenti di grave difficoltà deve imputare prima di tutto a se stesso il proprio venir meno. Su tutto il resto il dibattito è aperto, Rimane un’ultima questione. Ha ancora un senso definirsi socialisti? Per quanto mi riguarda rimango dell’opinione di Norberto Bobbio il quale diceva: «Se voi mi invitaste a scommettere sulla salvezza ultima dell’umanità, non accetterei. Sono disposto a scommettere invece in favore dell’affermazione che l’unica via di salvezza è lo sviluppo della democrazia, verso quel controllo dei beni della Terra da parte di tutti e la loro distribuzione egualitaria, in modo che non vi siano più da un lato gli strapotenti e dall’altro gli stremati, che si chiama socialismo»

Tolmezzo: Cosilt “Qui il lavoro aumenta nessun capannone sfitto”

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di Tanja Ariis.
Le zone industriali di Amaro, Tolmezzo Sud e Villa Santina occupano oggi 3 mila 500 persone. Lo segnalano il presidente del Cosilt (Consorzio per lo sviluppo industriale di Tolmezzo), Mario Gollino, e il suo direttore Danilo Farinelli: lo dicono i dati della mappatura eseguita per la prima volta dal Consorzio sulle 205 aziende che operano in tali aree e che proseguirà ora sul resto della Carnia. Gollino e Fanelli evidenziano che, in controtendenza rispetto ad altre aree del Friuli, in Carnia il comparto industriale tiene. Mostrano l’ultimo rapporto elaborato dalla Cisl Alto Friuli sul fronte occupazionale: nel settore industriale, senza l’ambito costruzioni, il saldo triennale (dal 2013 al secondo trimestre del 2016) assunzioni/cessazioni in Carnia è positivo con un + 248 unità. La dimensione delle 205 aziende è varia: si va dalla grande industria a medie e piccole industrie. Automotive ha la dotazione massima raggiunta finora in termini di organico: 900 lavoratori, di cui 750 a tempo indeterminato e 150 con contratti flessibili. A ottobre il Cosilt completerà per essa un capannone industriale dotato di innovativi impianti tecnologici per fanaleria di alta gamma. Tra le medie imprese Gollino e Fanelli citano l’esempio positivo della Gortani. L’azienda ha richiesto al Cosilt collaborazione per ampliare di 10 mila mq il proprio capannone ad Amaro. Oggi impiega 120 dipendenti e ne sono previsti altri 20. Da Amaro Gortani sta sbaragliando la concorrenza, con i suoi innovativi serbatoi per l’enologia in acciaio inox, autoclavi di spumantizzazione e vinificatori, inserendosi bene anche nel boom del prosecco. La cantina La Delizia di Casarsa ha appena rinnovato tutti i suoi impianti di produzione con le vasche Gortani. Una piccola azienda innovativa è Helica ad Amaro, che con le sue tecnologie avanzate nelle rilevazioni geolocalizzate ha commesse dall’Europa, ma anche da India e Oman. Ha 30 dipendenti, quasi tutti ingegneri, molte le donne. A Villa Santina indicano Villa Food: ha 15 dipendenti e sviluppato due brevetti notevoli con l’Università di Udine relativi alla pastorizzazione a freddo e cottura sottovuoto a bassa temperatura degli alimenti, allungando la conservazione del prodotto finito anche fino a 90 giorni senza conservanti e mantenendo intatti i sapori. Disponibili più di 100 ricette e monoporzioni. Le commesse arrivano così da gestori di servizi mensa e ristorazione, linee aeree, alberghi, tant’è che Villa Food, segnalano, ha chiesto al Cosilt altri due capannoni. «Noi – assicura Gollino -non abbiamo un solo capannone sfitto e stiamo ricevendo ancora nuove richieste di insediamento». Altre tre aziende friulane sono interessate ad avviare attività in Carnia. Scade intanto il 19 settembre l’indagine conoscitiva del Cosilt tra le aziende su 10 lotti urbanizzati di sua proprietà. Il capannone di Coopca?È di interesse per il Cosilt,ma è imbrigliato nelle procedure legate alla nota vicenda.

Carnia: si è ripetuta anche nel 2016 la “Magia del legno” a Sutrio

magia del legno

di Federica Nodale.

Anche quest’anno grandissima affluenza di persone alla magia del legno che ha ospitato artisti locali e provenienti da Friuli Veneto Slovenia Alto Adige Lombardia che hanno dato vita ad un paese che si presta ad accogliere nel migliore dei modi chi da’ voce e forma alla propria interiorità….e io per le strade li guardo questi artisti e mi riportano alla fiaba di Pinocchio…da un pezzo di legno prende forma una scultura che poi rivela la loro natura.
Nasce dalla creatività dal sentimento ritagliata fra attimi di vita in cui l impegno quotidiano rende statico l animo umano.
La loro mano silenziosa scalpella leviga e dona incanto a chi passa al loro fianco.
Il mondo del sapere antico oggi ci parla dalle vie…ci trasforma in allievi e maestri o semplici appassionati.
Viviamo in una societa’ che toglie manualita’ e regala tecnologia, ma e’ nell’ arte la vera magia.

Alto Friuli: a “Moggessa di Là” sono rimasti solo Silvio e i gatti selvatici

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di DARIO ZAMPA.
Questa settimana il viaggio nei paesi dimenticati fa tappa a Moggessa di Là, frazione di Moggio Udinese. Ad accompagnarci e a fare da guida ai lettori del Messaggero Veneto è ancora il cantautore Dario Zampa. Come arrivare Partendo dal capoluogo si prosegue per la Val Aupa. Dopo 6 km si gira a sinistra, verso Grauzaria. Superato il paese si prosegue per altri 2 km, fino a Monticello. Qui si lascia l’auto e si prosegue a piedi per 6 km (un’oretta di strada). Si può continuare solo in moto o con un mini fuoristrada. Il Comune Qualsiasi turista, anche sbadato, non può tralasciare nel suo itinerario montano la visita all’abbazia di San Gallo, a Moggio di Sopra, fondata nel 1085, con la sua torre medioevale e l’elegante chiostro. E’ una rara chicca storica! Una curiosità: a Moggio è nata Miranda Martino una famosa cantante e attrice, oggi 82enne. Vanta 3 presenze al festival di Sanremo, cinque a Canzonissima, a numerose commedie musicali, teatrali. Figlia di napoletani, Miranda ha vissuto la sua prima infanzia a Moggio, fino a 7 anni, ed ha sempre mantenuto un bel ricordo di quel periodo tanto da incidere, nel 2006, una canzone in friulano: O tornarai. Ti aspettiamo! Silvio, un po’ selvatico Se c’è una Moggessa di Là è ovvio che ci sia anche una Moggessa di Qua. Ebbene sì! Esistono due Moggesse che si trovano a mezz’ora di cammino l’una dall’altra. Ambedue si trovano a oltre 6 km dai primi casolari delle altre borgate e sono raggiungibili solo a piedi. Sono totalmente isolate. Moggessa di Qua, che nel primo Novecento contava oltre 170 abitanti, è rimasta completamente disabitata. Per poter parlare con qualcuno ci siamo recati a Moggessa di Là dove risiede l’ultimo vero moggessano: Silvio Simonetti. Silvio, quasi ottantenne, si è ormai fossilizzato nella borgata e nessuno è mai riuscito a convincerlo di scendere a valle anche se l’età, l’isolamento e la salute cominciano a richiedere attenzione. Non c’è verso! Ormai sono anni che non si muove dal paese, neanche per fare la spesa. «Questo posto è il mio paradiso terrestre – dice sorridendo –, si sta benissimo! Ci sono tre fontane con l’acqua che sgorga purissima. C’è la chiesetta ristrutturata con dentro la Madonna, anche Lei sola come me…». Fa quasi tenerezza sentirlo parlare, lui che ha lavorato 30 anni in miniera a Cave del Predil dov’è rimasto per due lunghi giorni, tra la vita e la morte, intrappolato per il crollo di una galleria. «Mi dicono che il mondo è cambiato – dice scuotendo la testa –, ma non mi preoccupo: io sono fuori da quel mondo. Quassù non arrivano neanche i ladri! Per me è già cambiata troppo Moggessa. Fino a quindici anni fa c’era il telefono ma i pali si sono infraciditi e nessuno li ha sostituiti. Una volta veniva tanta neve… Oggi non viene neanche quella! Avevo una decina di galline, ma la volpe e la faina le hanno dimezzate. Qui – balbetta fra se – non c’è posto neanche per galline!». Mandi Silvio! La curiosità A Moggessa di Là, oltre a Silvio, unico umano, vi è una colonia di gatti selvatici che si è appropriata del paese. Oltre una ventina di felini percorrono indisturbati le stradine del piccolo borgo. La signora Nadia, delegata dal Comune di Moggio, ha il compito di accudire, curare e sterilizzare i felini con la collaborazione, quando necessita, di un veterinario. «Il problema non è semplice – ci confida Nadia – perché è molto difficile catturare gatti selvatici da sottoporre alle varie cure: quando si sentono braccati diventano pericolosi. Possono saltarti addosso e lacerarti il corpo con un’aggressività impressionante. Stiamo studiando qualche espediente per poterli gestire».