Archivio mensile:Ottobre 2016

Paluzza: una legge e un museo per le Portatrici carniche

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di MAURA DELLE CASE.
In attesa che gli storici si ravvedano riconoscendo loro il posto che meritano nel tragico affresco della Grande Guerra – tanto più considerato che in questi anni se ne celebra il centenario –, un primo, dovuto riconoscimento alla figura delle Portatrici carniche è in arrivo dalla Regione. L’assessore alla cultura, Gianni Torrenti, sta infatti lavorando a un disegno di legge che approderà in breve all’esame dell’aula il cui intento è appunto «riconoscere e valorizzare – parola sua – una storia unica e particolare. tutta al femminile». Saranno dieci articoli al massimo, in cui la Regione fisserà un luogo di riferimento – con tutta probabilità Paluzza – in cui ospitare un piccolo museo e centro documentale dedicato alla storia di queste eroiche donne cui saranno dedicate pure delle borse di studio. «C’è in proposito un forte interesse del Quirinale» ha fatto sapere l’assessore Torrenti che nell’operazione ha coinvolto l’ex parlamentare Manuela Di Centa oltre naturalmente alle associazioni che sul territorio già si occupano di valorizzare la memoria delle portatrici. Con sforzi che la Regione oggi intende mettere a sistema «per poi lasciare però al territorio – precisa Torrenti – la gestione sia dell’archivio che delle iniziative». «Questo disegno di legge vuol essere infatti una freccia all’arco della montagna – precisa l’assessore -, un’occasione per fare aggregazione sul territorio, per attirare studiosi, turisti, appassionati di storia sulle tracce di queste straordinarie figure». La scelta di Paluzza non è casuale. E’ infatti il paese natio della portatrice divenuta simbolo del corpo di ausiliarie, Maria Plozzner Mentil, morta sul campo nel 1916 e insignita della medaglia d’oro al valor militare nel 1997 per “motu proprio” dell’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Con lei, a far su e giù dalla “zona Carnia”, percorrendo più di mille metri di dislivello, si contano tra l’agosto del 1915 e la disfatta di Caporetto oltre mille donne. In molti casi poco più che ragazze. Per non dire bambine. Dedite al focolare, alla famiglia. A portar quella gerla che è poi divenuta il loro simbolo. Prima carica di viveri ed erba sfalciata, poi – con l’avvento della guerra – di armi e munizioni. Il conflitto sconvolge anche le loro vite. Prima gli porta via gli uomini, poi le costringe a farsi loro ausiliarie. Ad andare in aiuto del padre, del marito, dell’amico. “Solito” gej in schiena, stavolta carico di armi e munizioni, spinte da un senso di responsabilità tipicamente femminile cristallizzato dalle parole rimbalzate sulle labbra delle donne di Paluzza: «Anin, senò chei biadaz ai murin encje di fan». Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame. Così, fino alla rotta, centinaia di donne ogni giorno si avventurano al fronte, cariche di gerle piene di vettovaglie, cartucce, granate, medicinali, pesanti anche 40 chili. Arrivate a destinazione dopo ore di cammino massacrante, scaricano la gerla, riferiscono le ultime novità e dopo un breve risposo riprendono la strada per la valle. Panni da lavare issati in schiena e faccende domestiche ad attenderle a casa. In cambio? Una lira e cinquanta centesimi a viaggio, pagati una volta al mese. Ma il valore sta soprattutto nell’intestimabile consapevolezza d’aver agito per la Patria. E per i propri uomini al fronte. Questo cammeo della storia d’Italia è stato fin qui poco meno che dimenticato. Non fosse per l’attività delle locali associazioni e per l’iniziativa isolata dell’ex sindaco di Comeglians, Flavio De Antoni, che alle portatrici l’anno scorso ha intitolato una piazza del paese. Ora a spalancare il sipario ci pensa la Regione, con una leggina ad hoc, che speriamo sia solo l’inizio di una riscoperta, tardiva ma quantomai meritata ed opportuna di questo pezzo di storia d’Italia, scritto sulle montagne della nostra Carnia.

Tratta ferroviaria La Carnia–Villa Santina: racconta Pietro Cirant “l’ultimo della Veneta”

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di Gino Grillo
 È “l’ultimo della Veneta”, la società che gestiva il trasporto su rotaia della tratta di diciannove chilometri La Carnia – Villa Santina. Pietro Cirant oggi ha 88 anni e vive nel suo paese d’origine con la moglie Giannina Lorenzin. Si tratta dell’ultimo lavorante della Società Veneta dell’ingegnere Lorenzo Breda che assieme a una cinquantina di suoi compaesani entrò a servizio delle ferrovie sin dall’agosto 1945. La sua mansione era quella di “accenditore delle locomotive”. «Erano locomotive a carbone, che funzionavano a vapore – ricorda Pietro –. Per due anni ho dovuto accendere la caldaia e tenere il fuoco acceso tutta la notte per permettere la partenza del treno la mattina successiva». Poi per Pietro è arrivato il trasferimento in officina e quindi, quando il diesel e l’elettricità hanno preso il posto del carbone e del vapore, ha tentato, senza successo, l’esame di macchinista. Poco male perchè il destino aveva in serbo per lui altri piani. «Alla fine mi è andata bene, perché sono diventato capotreno, mansione che ho mantenuto sino alla pensione ottenuta negli anni Ottanta» mette in chiaro. Dalla Carnia, Piero ha dovuto spostarsi ad Asiago, in Veneto, la notizia arrivò senza troppe cerimonie. «A quel tempo ti dicevano solo che eri trasferito, non si curavano di trovarti una accomodazione, dovevi arrangiarti» è la testimonianza di Pietro. Ricorda il primo giorno ad Asiago, con 23 gradi sottozero, senza sapere dove andare a dormire. «I colleghi mi hanno indicato un salone sopra la stazione: ho dormito sotto una piramide di coperte, patendo ugualmente un freddo cane» ammette. Rammenta il treno a cremagliera, che quando entrava in galleria «siccome si viaggiava senza finestrini, ci si doveva accucciare a terra per poter respirare: il calore era così alto che all’uscita del tunnel eri tutto nero dal fumo e dalle bruciature». Pietro sfoglia con nostalgia l’album delle vecchie fotografie, lì dentro ci sono i suoi colleghi carnici, e particolari che ispirano aneddoti e storie di quei tempi. «A Villa Santina nel 1952 è stato girato il film “Penne nere” con Marcello Mastroianni e Marina Vlady: io facevo andare il treno durante le riprese» afferma orgoglioso. «Nel dopoguerra non c’erano lavatrici e acqua calda nelle case. Le donne del paese arrivavano di mattina con i secchi per farsi dare dell’acqua calda che scaricavo dalla caldaia del treno». Il treno serviva anche in cucina. «Spesso le donne venivano anche a farsi battere il baccalà. Lo stendevo sulle rotaie ci passavo sopra con la locomotrice». La Veneta era un’istituzione in Carnia. «Ricordo – termina chiudendo l’album delle fotografie e dei ricordi – che quando si entrava a Tolmezzo, alla Cantina Brunetti trovavamo sempre del vino nero e bianco, da bere con il “cop”, con la scritta “Riservato al personale della Società veneta”.

Tolmezzo: il 3° Artiglieria è stato trasferito a Remanzacco, chiude la Cantore: entro il 03/11/2016 via tutti i 250 militari

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di Tanja Ariis.
Chiude la caserma Cantore: la bandiera di guerra del Terzo reggimento artiglieria da montagna giovedì lascerà il capoluogo carnico alla volta della Caserma di Remanzacco. Con essa tutta la restante parte del reparto. Dopo varie partenze nei mesi scorsi, ad andarsene da Tolmezzo solo nelle ultime settimane e fino a giovedì saranno 250 militari, di cui 40 diretti alla caserma di Venzone e il resto a quella di Remanzacco. La notizia della partenza del Terzo Reggimento artiglieria da montagna fra i tolmezzini è corsa tristemente in queste settimane solo sul passaparola, sui rumors, sulle indiscrezioni. Nessuna comunicazione ufficiale è stata data ancora alla cittadinanza, che da più parti si attendeva un atteggiamento diverso da parte dell’esercito dopo una così lunga permanenza nel capoluogo carnico e che invece deve leggere sui giornali che Remanzacco da venerdì ospiterà l’intero reparto. Ciò ha fatto storcere il naso a più d’uno di coloro i quali ricordano il legame storico con le comunità locali e la cittadinanza onoraria conferita al reggimento dal Comune nel 2009. Una città, Tolmezzo, che ha visto anche il suo sviluppo sociale, economico e urbanistico legarsi fortemente alla presenza prima, fino a oltre venti anni fa, di ben due caserme, la Del Din e la Cantore, e fino a questi giorni della Cantore. Ora si ritroverà non più solo con una delle due in vergognoso degrado (e la cui anche sola demolizione costerebbe parecchio, visti i materiali, da smaltire, con cui è realizzata), ma con ben due aree immense (in tutto oltre sei ettari e mezzo: quattro e mezzo la Cantore, due la Del Din) desolatamente vuote e di cui non ha ancora in mano il concreto futuro. Prevedibili le ripercussioni sul sistema scolastico per la popolazione residente: risentiranno della partenza di molte famiglie dalla città. Il Comune si è già mosso per poter guidare una riqualificazione della Cantore e un suo rilancio: va recuperata a beneficio della Carnia con spazi decisivi per lo sviluppo di questa terra e al suo interno va salvato il magnifico Palazzo Linussio. A luglio, a questo proposito, il sindaco, Francesco Brollo, ha partecipato a un incontro a Roma al Ministero della Difesa, con la task force per la valorizzazione e dismissione degli immobili per confrontarsi sul complesso iter burocratico necessario per poter ottenere la disponibilità dell’intera area della Cantore.

Piano d’Arta: ricostruito il bivacco Lander sabato 05/11 l’inaugurazione

L’associazione Amici della montagna inaugura, sabato 05 novembre ore 11.00 , il nuovo bivacco Lander, a quota 1200 metri. La struttura preesistente, in legno, datata 1981, con il passare del tempo e nonostante le continue manutenzioni, non presentava più i requisiti di sicurezza, per cui si è deciso di ricostruire il bivacco ex novo. Una edificazione con materiali locali: legno e pietra. La nuova struttura, costata 45 mila euro grazie ai contributi del Comune, dell’Uti della Carnia, della Provincia a valere sul Fondo montagna e della Fondazione Crup, oltre che dell’associazione Amici della montagna, è più ampia della precedente, elevata su due piani. Il primo, spiega il presidente Massimiliano Di Monte, seminterrato ospita un salone cucina riscaldato con uno spolert, mentre al piano superiore si potrà dormine nel camerone comune. La zona è sprovvista di acqua, per cui si consiglia, in caso di escursione, di portarla appresso. Il taglio del nastro avverrà alle 11 alla presenza delle varie autorità e della cittadinanza. Seguirà la benedizione da parte del parroco don Ivo Dereani e il sorvolo della zona da pare dei deltaplani. 

Tolmezzo: a Betania campo di gioco ripulito dai volontari grazie all’accordo con il Comune

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di Tanja Ariis.
La giunta comunale del capoluogo carnico ha dato il via libera alla convenzione con la Consulta frazionale di Betania per realizzare l’atteso campetto sportivo pubblico per i ragazzi della frazione in una parte dell’ex tiro a segno nazionale, dopo aver ripulito, grazie ai volontari, questa area in grave degrado. La questione si trascina dal 2009, in quanto la parrocchia, per realizzare un centro di aggregazione giovanile, ha smantellato il preesistente campetto di sfogo che aveva concesso di realizzare su terreni propri. Da allora Betania era alla ricerca di un’area alternativa dove poter ripristinare uno spazio analogo. Gli interventi saranno attuati con volontari organizzati dalla Consulta e per i quali sarà attivata idonea copertura assicurativa. Il Comune trasferirà alla Consulta una somma complessiva di 3 mila euro(il 50% nel 2016 e l’altro 50% nel 2017), quale contributo per l’intervento. I lavori consistono sostanzialmente nella pulizia generale dell’area, nella rimozione dei rifiuti abbandonati, nel taglio delle piante di poco pregio cresciute spontaneamente in loco, nella pulizia della vegetazione di sottobosco e nella sistemazione del terreno previo asporto delle ceppaie. Mauro Migotti, presidente della Consulta, spiega che si sta già occupando del taglio coi volontari una ditta che raccoglie cippato e che agevola così il lavoro, poiché, oltre a velocizzarlo, consente di contenere la spesa dell’intervento complessivo, in quanto l’impresa si porta via anche il materiale raccolto, senza alcun costo. Il risparmio così ottenuto può essere poi impiegato sui costi derivanti invece dal successivo ricorso a escavatori per rimuovere le ceppaie e livellare il terreno. L’assessore comunale alle frazioni, Mario Mazzolini, esprime soddisfazione per l’accordo finalmente trovato con la Consulta: «Siamo riusciti – afferma- a onorare un nostro impegno e addivenire a una convenzione con la Consulta e i volontari. Auspichiamo di poter così riuscire a portare a termine lo sbancamento del terreno e il suo livellamento (l’area è in leggera pendenza). Speriamo si riesca a fare tutto. Poi si tratterà in realtà solo di allestire il campetto con una recinzione. Non sarà un vero campo sportivo, ma, sulla falsariga di quello che c’era prima a Betania, un campetto di sfogo per i ragazzi, poco più grande di un campo di calcetto».

Tolmezzo: Il Comune salverà la cappella Linussio, al via un intervento per manutenzioni urgenti

di Tanja Ariis.
Finalmente si mette mano alla settecentesca cappella gentilizia annessa a Palazzo Linussio. Dopo tantissimi anni, si stanno gettando quanto meno le basi per la tutela dell’elegante cappella dell’Annunziata, collegata al complesso di cui fa parte anche il Palazzo Linussio (fu abitazione della famiglia dell’imprenditore Jacopo Linussio, genio carnico del tessile). Un complesso di grande interesse, indicato da decenni come una possibile Villa Manin della Carnia, ma su cui nel frattempo, nonostante le tante segnalazioni e i sopralluoghi, la Soprintendenza non ha messo fondi per salvare le pareti e il soffitto (attribuibile al pittore Francesco Chiarottini) e intanto problemi di umidità ne stanno compromettendo gli affreschi. É fondamentale agire. Sulla cappella gentilizia qualcosa si muove: la giunta comunale ha appena approvato una delibera con cui approva il progetto definitivo per 20 mila euro per un primo intervento urgente di manutenzione che riguarda la ripassatura del tetto e la sostituzione di grondaie e discendenti, così almeno da fermare le infiltrazioni che da tanti anni danneggiano gli interni della chiesetta, tra muffe e pezzi di intonaco e colore che cadono. Il Comune sta avviando l’iter per acquisire la proprietà della cappella dalla famiglia Linussio così da aver titolo per intervenire sulla chiesetta. Per molti tolmezzini essa rappresenta un patrimonio che appartiene a tutta la comunità e vorrebbero in questa cappella gentilizia ancora consacrata celebrare cerimonie, battesimi e matrimoni. Il Comune si sta muovendo anche per Palazzo Linussio e caserma Cantore (di cui il palazzo oggi fa parte) per poterne guidare una riqualificazione e un rilancio a vantaggio di tutta la Carnia. A luglio, a questo proposito, il sindaco, Francesco Brollo, ha partecipato a un incontro a Roma al Ministero della Difesa.

 

Tolmezzo: i gestori basta strumentalizzazioni politiche sull’albergo diffuso

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di Tanja Ariis.
Dalla Carnia si leva la richiesta di non demonizzare, strumentalizzando politicamente, l’albergo diffuso. È di qualche giorno fa un incontro a Tolmezzo sulla Carnia, dove se ne è parlato molto. Diverse le voci che si sono levate dal pubblico in difesa dell’albergo diffuso: non ci sono solo fondi pubblici, i privati ci hanno investito parecchio, l’albergo diffuso rivitalizza i piccoli borghi, portandovi turisti, crea indotto, comincia a creare una certa ottica di ospitalità. Ma un conto è correggerlo per migliorarlo, un conto è finire nel tritacarne dello scontro politico tra la governatrice Debora Serracchiani e il consigliere Enzo Marsilio. Lucia Miotti, presidente dell’albergo diffuso di Comeglians, «Certamente questo progetto – ha detto – non salverà da solo l’economia della montagna, però è uno dei pochi progetti o l’unico che esiste per ridare vita ai piccoli borghi della montagna». Con le sue seimila presenze nei primi otto mesi del 2016 (1800 solo in agosto) – chiede – Comeglians (500 abitanti), può perlomeno trovare il senso del progetto che ha sposato? Un caffè in più sarà stato venduto? Una spesa in più sarà stata fatta? Turisti arrivati anche da Austrialia, Stati Uniti. Su Booking.com, ha evidenziato, la struttura ha 9 come punteggio. «Parlo per me – ha detto – ma potrei dire la stessa cosa praticamente per tutti gli alberghi diffusi della Carnia (c’è alta qualità, ottimo servizio nelle recensioni dei nostri turisti)». Sulla scure che starebbe per scendere sugli alberghi diffusi lei dubita che la Regione vieti l’acquisto di tv e pc e il pagamento di lavoratori a voucher, ma anche che abbia mai pagato alle persone fisiche contributi per la gestione. Paola di Sopra, consigliere comunale di Rigolato ha evidenziato di aver portato quest’anno a Vuezzis (13 i residenti) 270 persone con l’albergo diffuso. Per Paola Schneider, “albergatrice classica”, l’albergo diffuso sta rivitalizzando i piccoli borghi della Carnia. «A Sauris – ha detto – funziona, fa funzionare i ristoranti, guai se non ce l’avessimo. Per cui, ben venga l’albergo diffuso». Bruno Soave, neopresidente dell’albergo diffuso di Paluzza, ha annunciato fin d’ora che non si ricandiderà. Motivo: insoddisfazione personale, perché, ha rilevato, «praticamente un presidente non ha nessun potere di decidere qualcosa, non può punire soci che non fanno quello che dovrebbero» e che con certi comportamenti fanno danni alla società stessa e al suo nome». Rivolto ai presidenti dell’albergo diffuso, ha detto: «Non ci saranno chance, se non ci uniamo. È inutile avere questi campanilismi di periferia e avere un presidente qui e uno lì. Deve esserci un presidente che comanda e ha poteri decisionali». Per Lucio Zanier dell’albergo diffuso di Socchieve, tutta la bagarre sull’albergo diffuso è frutto di una strumentalizzazione: i 120 posti letto occupati al giorno sono stati ricavati dai dati del 2014, pubblicati nel 2015 e questi calcoli derivano dalla somma del primo contributo che hanno avuto gli alberghi diffusi col secondo: «però questo calcolo è stato fatto, quando avevamo appena finito di costruire col secondo contributo. Tant’è vero che l’albergo diffuso di Socchieve, che è andato in funzione nel 2015, aveva in questi calcoli solo la spesa e nessun guadagno». Per lui la politica ha strumentalizzato volutamente la cosa.

Mario Rigoni Stern: un uomo buono, a otto anni dalla sua scomparsa, di Ermes Dorigo

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 «Il bosco, cattedrale del Creato: le luci che filtrano dall’alto, i fruscii, i suoni, gli odori, i colori sono mezzi per far diventare preghiera le tue sensazioni da offrire senza parole a un dio che non si sa. Forse da qui sono nati per la prima volta nell’uomo l’idea, il pensiero, la riflessione»

di Ermes Dorigo.

Ogni lettera di questa scrittura è come una lacrima essiccata, perché, come vorrebbe Mario, il dolore deve essere vissuto nelle pieghe del cuore, con la forza e la fermezza della consapevolezza che il mondo è fatto da persone che vengono, persone che restano, persone che vanno: «Mi viene anche la tentazione di chiudere con la scrittura e dedicarmi solo alla lettura e all’orto; vedo anche, purtroppo, che ad applicarmi nello studio gli occhi mi si stancano. Ormai, voglia o no, il tramonto si avvicina». Lui, per me, se n’è andato sull’altro lato della strada; lo vedo che mi precede col volto radioso di primavera e so che rimarrà sempre dentro di me come sapiente guida,  per quanto ancora mi sarà concesso d’essere in questo mondo, con i suoi valori: la vita come fatica e conquista quotidiana, spesso sofferta; la leopardiana allegoria della giovinezza; l’identità storico-culturale della comunità; il rispetto della dignità umana, fortificata da valori come il sentimento della umana solidarietà; l’accettazione serena del limite umano; la bellezza della natura…

Rimarrà sempre dentro di me.

Il suo calore umano e la sua sensibile dolcezza, che conservo nelle parole che mi scrisse dopo una mia lunga degenza ospedaliera: «Caro Ermes, la tua voce al telefono, ieri sera, mi ha persino commosso: era la voce di chi è uscito dalla “sacca” (come ai pochi del gennaio 1943). Ora anche tu sei ‘ritornato a baita’ e, piano piano, con l’aria di casa e la primavera che verrà sarà come rinascere. Vedrai come sarà bella la primavera! Una scoperta, come imparare a ricamminare. Vai, vai con il mio augurio che ti accompagna». Ed io vado dietro di lui che, col suo passo cadenzato e giudizioso, m’insegna ancora come si scala la montagna della vita, senza rassegnazione ma con la coscienza della nostra precarietà e limitatezza creaturale nell’universale eterno naturale: umiltà nei confronti della vita, resistenza nella storia: «E poi mi mortifica quest’Italia berlusconiana con troppi sottoposti al padrone. Sarà difficile liberarci. Comunque resistenza. Sempre. Abbi un po’ di compassione di questo vecchio ostinato che crede ancora in qualcosa».

La sua ingenuità, la capacità di meravigliarsi, come quando avvertì una ‘strana’ consonanza tra noi: «Rileggendo ora il poemetto Di quel mondo, che con tanta bontà hai voluto dedicarmi, ho trovato le radici delle Stagioni di Giacomo ed è sconcertante – almeno per me – la concomitante data di stesura: 28.3. 95 (!)». Di questa  profonda affine sensibilità montanara ho avuto conferma, quando mi ha accolto nella sua casa ‘di legno’ in Valgiardini, con semplicità, spontaneità, premurosa e calda ospitalità: mi era ‘debitore’ di una polenta ed Anna, moglie veramente tale, donna apprensiva e premurosa ed anche madre sua, protettrice dai petulanti e dagli intrusi,  aveva preparato tutto in sala da pranzo: noi abbiamo sbaraccato tutto e pranzato in cucina al calore del focolare, come si conveniva, appunto, ad una colta e calda amicizia montanara. Austero e ordinato il suo studio in mansarda. Serio, autorevole e solenne nel portamento composto e raccolto, era dotato anche di sottile ironia, sia nei rapporti quotidiani sia nella scrittura: i suoi, ora tristi,  lettori ricordano certamente ne Le stagioni di Giacomo quella scena carnevalesco-bachtiniana della manifestazione di protesta dei contadini contro l’introduzione dei tori svitt al posto di quelli locali di razza burlina al grido di «Viva Mussolini e i tori burlini!»

La sua modestia ed umiltà, come si evince da quanto scrive ‘al lettore’ nel Meridiano, che raccoglie tutta la sua opera: «Un giorno, passeggiando per il bosco con un amico, mi venne da dire: «Vede, la letteratura è come una foresta, ci sono alberi grandi e bellissimi che sovrastano gli altri: si chiamano Omero, Tucidide, Virgilio, Dante, Boccaccio, Cervantes, Shakespeare, Leopardi…, poi alberi di ogni misura e aspetto. Ma la foresta è bella perché ci sono anche arbusti e cespugli. È tutto l’insieme che è bello». Dove la foresta alpina si dirada e la montagna, in alto, diventa nuda, lassù cresce l’albero più piccolo della terra: il salice nano che si difende dal vento aggrappandosi al suolo e ruba il calore alla roccia che il sole illumina. La neve lo copre per sette mesi all’anno. È stata lunga la mia stagione sotto la neve; ecco, nella foresta della letteratura sono un salice nano». In realtà era uno scrittore vero – per niente istintivo e illetterato – e mi ha ringraziato di cuore, per quanto io ho scritto, a proposito de L’ultima partita a carte – «quello che ‘gli altri’ non avevano capito o non volevano capire» – («questo libro mi ha portato anche dispetto e dolore. E qualcosa di più, nel vedere come oggi vanno le cose sulla terra e come a troppi è diventato facile dimenticare il nostro non lontano passato. Anche tristezza ho provato, e la tristezza in vecchiaia non è cosa buona. Ma il cuore del mio pensiero, tutt’altro che triste, va ai ragazzi di oggi»): era, in verità, uno scrittore colto e raffinato, non un semplice “narratore di storie” come lui si definiva; autoetichetta, questa, della quale hanno profittato molti critici, per limitarne, marginalizzandolo quasi, l’importanza nella letteratura italiana del secondo Novecento, dove viene per lo più ricordato di sfuggita nei sottogeneri: memorialistica, ricordi di guerra, realismo nostalgico. Scrittore vero, il quale oltre che dei classici, di Dante, dei poeti Trecenteschi, di Leopardi ha nutrito la mente  e il cuore anche di poeti contemporanei, come Montale e Ungaretti:«Mi ero incontrato con lui tre o quattro volte e sempre, nei miei confronti, era amichevole e benevolo. Una volta fu lui, a un convegno, a volermi accanto. Ne ho un buon ricordo e, naturalmente, amo la sua poesia».

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Il  rapsodo della civiltà alpina, suo rifugio, l’antidoto vitale all’orrore che aveva attraversato: un luogo serenante dell’anima che, a differenza di Primo Levi che non l’aveva più ritrovato, lo aveva salvato. Non un presepe, ma una grande allegoria, sostenuta da una felicità di nominazione delle persone e delle cose quasi adamitica, per cui esse sono sottratte di fatto, pur mantenendo la loro concretezza realistica, ad ogni determinazione spazio-temporale (proprio come gli idilli leopardiani, di concreta e cosmica verità), e trasformate in sentimenti, pensieri, comportamenti e valori universali: la sua civiltà alpina non è, dunque, un monumento nostalgico a qualcosa che si sta definitivamente perdendo, ma presenza viva proiettata con forza dentro il nostro e presente mondo di disvalori, come critica forte e alta di questa inciviltà senza direzione, senza rapporto più con i problemi ultimi dell’esistenza individuale e collettiva; i valori di questa cultura, ci ha insegnato Mario, possono (devono) essere ancora oggi paradigmatici, se non si vuole andare verso un nuovo autoritarismo politico-istituzionale, la perdita definitiva del rapporto dell’uomo con la natura e la disumanizzazione.

La sua intatta e sbalorditiva freschezza d’animo, dalla quale zampillavano sorgivi incanti poetici: in mezzo alla natura l’anima era rimasta quella di un bambino, e ben gli si addice quanto scriveva il suo amato Leopardi:«Quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo, siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quella sterminata operazione della fantasia; quando il tuono e il vento e il sole e gli astri e gli animali e le piante e le mura dei nostri alberghi, ogni cosa ci appariva o amica o nemica nostra, indifferente nessuna, insensata nessuna».

La sua riservatezza: Mario ha scritto tanto delle sue esperienze, che ha trasfuso in personaggi dei suoi libri, ma in realtà ‘nulla’ di sé; il suo vero discreto autoritratto interiore, la fonte d’ispirazione, per raccontare il suo mondo, realisticamente lirico e  incantato, li troviamo nello specchio di Lettera a Jacopo (da Bassano) nel libro Aspettando l’alba: «Caro Jacopo, ancora una volta sono sceso dalla montagna per rivedere i tuoi capolavori. Sono ritornato a guardarli con attenzione e la scorsa notte non ho dormito perché dentro avevo quelle tue pitture che mi davano da pensare. Cercavo a occhi chiusi di selezionare le immagini, che non erano di personaggi ma di uomini, donne, ragazzi, bambini, animali, alberi, casupole, montagne, cieli della nostra terra. Mi pareva, in quei pastori, contadini, artigiani, osti, di riconoscere volti ai quali poter dare un nome di stirpe famigliare. Nei tuoi paesaggi ritrovavo il profilo di quella montagna, l’ombra di quel bosco, la luce di quella radura, le mele di quell’ albero. Persino le pecore erano le nostre, di razza «foza», e le vacche le «burline». Così cani, i gatti, le stoviglie, i mobili. Da tanto tempo, Jacopo, ti conosco, un tempo che non si può misurare, e ti sento fratello maggiore e grande, il più bravo e il più grande dei compaesani; nelle tue pitture ritrovavo quello che la nostra patria e la nostra gente avevano espresso di meglio.[…] osservavi i pesci nei canestri dei pescatori, le anatre sull’acqua, le transumanze dei nostri pastori che ogni primavera risalivano verso i pascoli alti e ogni autunno scendevano verso i pascoli invernali, sempre seguiti lungo la «strada della lana» dalle loro donne e dai bambini, con migliaia di pecore e agnelle, e i montoni robusti, e le capre per il latte, e i cani per la custodia, e gli asini per il trasporto a soma delle pentole di rame, delle mastelle, degli agnelli appena nati dentro le borse. Dopo, a casa, ripensavi alle storie che tuo nonno ti raccontava e aveva portato con sé quando scese dalle montagne: ti diceva di gente venuta da tanto lontano per vivere in pace; agli uomini, alle donne, ai ragazzi davi i nomi delle storie della Bibbia e del Vangelo; solamente nei paesaggi montani dietro le figure principali e nelle piccole figure lontane trovavi qualcosa di vivo; guardavi oltre le finestre dove sotto scorreva il fiume: vedevi l’acqua e gli uccelli sulla corrente, gli alberi con i frutti e gli uccelli, i colli con le vigne, il castello degli Ezzelini, il Grappa, le pendici dell’Altipiano nostro. E dentro le tue pitture mettevi anche il gatto di casa, il cane pezzato bianco e castano, le pentole di rame, il tappeto turco, i fiori dei prati intorno. Ti era sufficiente il mondo che vedevi attorno, questa vita, questi uomini e questi paesaggi per raccontare la nascita, il lavoro, la morte. La Bibbia e il Vangelo diventavano la vita di tutti i giorni; la mitologia i racconti di tuo nonno attorno al fuoco nell’inverno, le stagioni e il trascorrere dei giorni, la vita della natura. In tutti o quasi tutti i tuoi dipinti c’è la luce della creazione, dell’alba sopra le montagne. Non c’è il sole radioso, ma quella luce che fa fremere il creato e lo fa nascere dal buio. Il paesaggio che si apriva intorno — con le grandi montagne di rocce e di neve contro il cielo, le valli profonde, i boschi odorosi per il disgelo della terra, i lavori della gente sui prati e negli orti appena liberati dall’inverno, gli agnelli e i capretti che saltavano tra l’erba novella, le donne intente a filare il lino e la lana davanti agli usci — erano per te sempre cose nuove. Nell’aria c’era intenso l’odore del fieno che essiccava su prati appena sfalciati, e nel cielo il canto delle allodole. Alla fine dei tuoi giorni era il crepuscolo che ora volevi dipingere, la tua prenotte. Forse il prenatale che viene dopo un tramonto. Lumeggiature nella notte buia, come uno splendore sovrumano che inizia al mistero arcano, una luce che può venire solo da dentro. Da parte mia, Jacopo, fratello grandissimo e caro, vorrei solo che i miei racconti dessero al lettore una piccola parte di quanto tu hai saputo darci».

 

Portis: nella frazione di Venzone minacciata dalla frana i giovani cercano le loro radici

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di Giacomina Pellizzari.
Portis non è morto. L’unico paese distrutto dal terremoto del 1976 e non ricostruito dov’era continua a vivere nella memoria collettiva. L’anima del luogo è rimasta tra le case non demolite e messe a dura prova dal tempo. Lì i residenti di allora, una ventina, continuano a coltivare orti e vigne, lì i giovani vanno a cercare le loro radici. Quest’estate hanno riacceso il fuoco di Sant’Antonio nell’ansa del fiume, una sorta di porto naturale, dove, ai tempi della Repubblica Veneta, venivano scaricate le zattere piene di legname. Tra quei muri lesionati a croce di Sant’Andrea, l’antropologo, Stefano Morandini, contrattista di ricerca all’università di Udine, assieme alla docente Donatella Cozzi, del dipartimento di Lingue, letterature, comunicazione, formazione e società dello stesso ateneo friulano, scrivono la storia di Portis. È una storia che inizia nel Settecento, ad allora risale la prima casa costruita della quale oggi resta solo un cippo. Quella pietra segna il passaggio della strada nel mezzo del paese prima che la statale venisse spostata più in alto, sotto la montagna dalla quale il 15 settembre 1976 si staccò il masso, lasciando in bilico una frana di ben più ampie dimensioni. Il sasso cadde sul cartello “Portis deve rinascere qui” esposto da chi non voleva spostarsi e nascose il qui. Portis è risorto in borgo Gnocs, ma la frana è ancora lì appesa al monte: «Se il picco si stacca – cantavano gli anziani prima del terremoto – Portis sarà sepolto». Quarant’anni fa la gente mentre piangeva i sei morti, due non erano residenti a Portis, comprese il pericolo e la stragrande maggioranza degli abitanti accettò di rifare il paese altrove. Ma con il cuore il luogo di sempre non venne mai abbandonato, tant’è che oggi, se non fosse per il bosco che ha la meglio su tutto, sembrerebbe rinascere. L’anima dei luoghi «Portis non può rinascere perché non è mai morto», spiegano Cozzi e Morandini facendo notare che chi è nato e cresciuto a Portis vecchia ogni giorno torna nella piccola frazione di Venzone. Lo fanno gli amanti della bicicletta che percorrono la ciclabile Alpe Adria, gli anziani e i giovani. «I paesaggi e i modi dell’abitare – aggiunge la docente – sono i paesaggi dell’anima, ci torni. È l’anima dei luoghi e tu gli assomigli». È quella stessa anima che quarant’anni fa i terremotati del Friuli tutelarono pretendendo la ricostruzione dei paesi dov’erano e, quando era possibile, anche com’erano. Oggi l’anima di quel luogo attira l’attenzione dei giovani come Katia che di anni ne ha 27, Umberto, è neppure maggiorenne. «Siamo arrivati alla terza generazione – continua Morandini – pur non avendo vissuto il terremoto, i giovani hanno un rapporto con il paese di allora. Nella chiesetta di San Rocco organizzano concerti e funzioni, in una casa trasformata nella sede della Proloco hanno esposto le immagini di 40 anni fa e raccolto la documentazione per attribuire un proprietario a ogni casa». Basta lasciare spaziare lo sguardo per imbattersi nel cartello con scritto “Cjase Valent Sigars”. Tessera dopo tessera, gli antropologi ascoltano e interpretano i racconti di Maddalena, la nonnina che nonostante sia rimasta sotto le macerie non ricorda nulla del terremoto. Ogni sera recita una preghiera perché quel dramma non si ripeta, pur sapendo che quando la terra deciderà di tremare ancora lo farà. E poi ci sono Giuseppe, Giovanna e Valerio Pituelli, colui che promosse la cooperativa “Nuova Portis”. La ricostruzione La cooperativa “Nuova Portis” è un esempio virtuoso. Seppur non senza difficoltà e qualche diffidenza di troppo, la maggior parte degli abitanti nel paese minacciato dalla frana capì che Portis non poteva rinascere dov’era. La legge consentiva alla gente di riunirsi in cooperativa e un emigrante, proprietario al 90 per cento di un’area, mise a disposizione il terreno in Borgo Gnocs. Qualcuno tentò inutilmente di dissuaderlo arrivando a presentare un ricorso al Tar (Tribunale amministrativo) per chiedere l’annullamento del Piano particolareggiato. Non mancarono i blocchi stradali per respingere le accuse che arrivavano anche dagli agricoltori. Furono proprio i ricorsi a spaventare i dirigenti regionali che temporeggiarono e rinviarono all’infinito la firma degli espropri. «Politicamente con Adriano Biasutti, allora assessore regionale ai Lavori pubblici, – racconta Pituelli – non avevo nulla a che fare. Ma con il presidente della cooperativa e gestore dell’osteria di Portis, Giovanni Battista Jesse, andammo da lui e gli illustrammo il problema. “Lasciatemi le carte” ci disse, una settimana dopo fu proprio lui a firmare gli espropri». Il presidente della cooperativa Jesse, la segretaria Silvana Valent e lo stesso Pituelli si assunsero la responsabilità della gestione dei fondi gratuitamente. «Gli sciacalli con la valigetta e la cravatta c’erano anche allora» sottolinea Pituelli ricordando un fantomatico impresario dal quale prese le distanze quando scoprì che era solo un venditore di fumo. I lavori furono affidati e completati nel 1981 dall’impresa Trevisan Sergio di Fontanafredda (Pordenone). Ma c’è di più perché, fatti tutti i conti, in cassa restarono quasi 5 milioni di vecchie lire che la cooperativa donò al Cro di Aviano. Questo è solo un capitolo della storia di Portis. L’idea di recuperare la memoria è stata proposta da tre soci della cooperativa su progetto di Morandini che l’ateneo friulano sostiene gestendo i finanziamenti messi a disposizione da Legacoop e Assicop ai quali si aggiunge il contributo del Centro audiovisivo per il documentario.