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Illegio: lascia il posto di perito metalmeccanico per dedicarsi a mais e ortaggi

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di GIUSEPPE RAGOGNA.
Non è stato un gioco da ragazzi assemblare un puzzle di terreni. Marco Zozzoli ha portato a termine un’operazione complicatissima. Ora ride soddisfatto, senza dare più di tanto peso a una faticaccia durata un paio d’anni: «Ho nel cassetto più di cento contratti di comodato d’uso gratuito di piccoli appezzamenti, alcuni sono micro-superfici di poco più di una decina di metri quadrati. In molti casi c’è stata la necessità di contattare proprietari in giro per il mondo». È riuscito così a mettere assieme all’incirca quattro ettari di terreno per dare concretezza al sogno della vita: creare degli orti ricchi di biodiversità tutt’attorno a Illegio, che è una gemma di bellezza tra i monti della Carnia, a una manciata di chilometri da Tolmezzo. È il paese degli antichi mulini di pietra, che si affacciano lungo il rio Touf, con le grandi ruote spinte dall’acqua. Un luogo d’altri tempi, che si ravviva soprattutto d’estate in occasione di mostre d’arte di prestigio. Di anno in anno, si alternano esposizioni di capolavori di assoluto valore che attirano, in un borgo che non raggiunge le 400 anime, più di 40 mila visitatori. Pitture cariche di emozioni, come lo sono i paesaggi di Illegio.La svolta della vita. Marco Zozzoli ha ventott’anni. Ha saputo costruire dalla passione per la terra, che è nata accompagnando il nonno Carlo nei campi, una specie di “officina della biodiversità”, dove studia, sperimenta e coltiva varietà diverse di mais, di ortaggi, di verdure e di legumi. L’officina, quella vera, l’ha lasciata davvero, dando un calcio a un posto fisso che durava da almeno tre anni, da quando si era diplomato perito metalmeccanico all’Ipsia di Tolmezzo: «Inutile insistere, era troppo forte il richiamo dell’agricoltura. Capita che nell’adolescenza si facciano delle scelte scolastiche non finalizzate agli obiettivi che via via maturano con l’età. L’attrazione fatale era per i motori, ma nell’esercizio del mestiere non li ho mai visti. Il mio ruolo era infatti quello di programmatore». L’orizzonte è la Natura con le sue fasi e le sue regole. Da curioso com’è, si era messo a smanettare su Internet per apprendere ogni tecnica, che poi applicava nei terreni che pian piano entravano nella sua disponibilità. Tre anni fa la svolta. Ha frequentato i corsi per aprire l’attività agricola. Oggi ha un’aziendina, il cui nome mette assieme la specializzazione dell’impresa con la caratteristica del paese: Il Vecjo Mulin, dove la prima parola richiama i semi antichi usati nei campi, e la seconda si riferisce alla strada principale di Illegio dominata dai mulini. Non ha scelto però un percorso qualsiasi. Ci sono infatti vari modi di “fare agricoltura”. La frequentazione della Rete gli ha spalancato nuovi orizzonti. «Di giorno sui campi, di sera davanti al computer. Marco è un ragazzo cocciuto – mormora nonna Alda, che ha voluto assistere alla lunga chiacchierata -, guarda i cavoli anziché le ragazze. È un grande lavoratore, ma a modo suo: ha soltanto le piante in testa. Pensi che uno dei suoi clienti, un responsabile della Cartiera Burgo, l’aveva corteggiato per portarlo in azienda. Niente da fare, ha dato un altro calcio al posto sicuro. Ai giorni d’oggi… mah».Metodi rigorosamente naturali. Il nipote non raccoglie le provocazioni, si schermisce, sorride e prende la forza per introdurre un lungo ragionamento sull’agricoltura sinergica. Dedica l’incipit alla visione etica, non soltanto pratica, dei due pionieri che hanno applicato concretamente alcune teorie: l’agricoltrice spagnola Emilia Hazelip, la quale ha adattato al clima mediterraneo i principi del microbiologo giapponese Masanobu Fukuoka. Marco, prima si accerta che sui fogli degli appunti siano stati scritti correttamente i nomi, poi passa a una sintesi di questo sistema alternativo di coltivazione. «Sul campo – avverte – non si fa quasi niente, occorre l’umiltà di capire la Natura, poi si arrangia la terra a far crescere i frutti». E scandisce gli elementi principali del sistema sinergico: nessuna lavorazione del suolo, se non nella fase di avvio per riassestare il terreno; nessun concime chimico; neanche prendere in considerazione diserbanti o fitofarmaci; attenzione scrupolosa delle fasi lunari e del ritmo delle stagioni; rotazione tra alcune specie di ortaggi e di verdure. «Il terreno trova nel tempo il suo equilibrio naturale. Alla fine conta soprattutto la qualità del prodotto – spiega – che garantisce profumi e sapori. Che sia chiaro: non mi interessa raccogliere quantità sproporzionate di frutti. La terra ha tutti gli elementi per lavorare da sola. E le piante si adattano. Ciò che conta è invece il rispetto di valori vitali: noi nelle campagne siamo degli intrusi, al massimo degli ospiti. L’uomo fa soltanto danni, rischia di coltivare campi di plastica. Ecco, allora, che non dobbiamo stravolgere l’ordine prestabilito, perché dopo di noi arriveranno altre generazioni». Di tanto in tanto, alla spiegazione, arricchita dai risultati concreti di esperienze intriganti, Marco intercala una serie di critiche severe alle multinazionali, «che fanno soltanto i loro interessi seguendo logiche industriali e commerciali». E non si ferma più: «Per seguire soltanto il mercato si arriva all’impazzimento. Un esempio lo si trova nelle vigne: hanno dato finanziamenti per lo sradicamento dei vecchi vigneti soltanto per assecondare le mode, così hanno devastato tutto e ora si ributtano al ripristino delle viti di una volta, perché garantivano vino buono. Così si finisce per diventare dipendenti da sistemi che c’entrano poco con la vita dei campi».La bio-valley di Illegio. Marco Zozzoli sta creando il suo piccolo “regno delle biodiversità” procedendo attraverso sperimentazioni che assicurano un insieme di macchie di colori e di forme non comuni. Ha cominciato con la raccolta di vecchie sementi di mais, di legumi e di altri ortaggi ascoltando i racconti degli anziani del posto: «Alcuni mi hanno portato i loro sacchettini con i semi che hanno fatto la storia locale. Ho dato spazio soprattutto al sorc di Dieç, un misto di mais giallo e rosso di Illegio (Dieç, in friulano). Ne faccio farina per polenta e pane, con trattamento in un mulino che utilizza una macina di pietra». La novità è l’introduzione di un tipo particolare di mais, chiamato “gemma di vetro”, i cui chicchi rappresentano una gamma amplissima di colori. È il prodotto assolutamente naturale di una serie di incroci di pannocchie diverse. La provenienza è americana, il risultato è un valzer cromatico: «È la pianta che crea più curiosità nei mercatini che settimanalmente frequento. Ho un cliente vegano che viene appositamente da Verona per comprare il mio mais. Non riesco più a far fronte alle richieste. Pian piano raddoppierò la produzione, destinando a questo tipo di coltivazione un ettaro di terreno». In realtà, il giovane agricoltore ha fatto della biodiversità il suo mantra. L’investimento riguarda varietà diverse per ogni specie, «perché la biodiversità è ricchezza, in quanto proietta la storia nel futuro, adattando meglio le piante al clima e al suolo di un determinato territorio». Nei suoi semenzai c’è di tutto. La lista dei nomi è molto lunga. Comprende varie tipologie di pomodori, cetrioli, spinaci, peperoni, fagioli, fagiolini, cavoli, cipolle, patate, barbabietole, zucche, carote. Si tratta di un centinaio abbondante di nomi che non si ripetono mai, perché danno vita a “pezzi unici”. La vendita avviene soprattutto come prodotti freschi. Soltanto una piccola parte è lavorata nei laboratori di un paio di ditte, a Lestans e Tarcento, per ricavarne conserve, sottoli e sottaceti. A a conclusione della conversazione, Marco cala il suo asso: lo zigolo dolce, che è una specie di mandorla di terra (un piccolo tubero) prodotta da una pianta erbacea. «È una coltivazione in via sperimentale che mi occupa d’inverno, perché durante l’anno non potrei permettermi di sbrigare la mole di lavoro, tra pulizia dalla terra ed essiccazione. Un lavoraccio che alza il prezzo a quasi 30 euro il chilo. Ma la produzione, molto richiesta dai celiaci, va via bruciata». La frenesia del giovane coltivatore richiama quella di un navigato collezionista di francobolli. Acquista, o dà vita a scambi, attraverso i rapporti che intrattiene con singoli produttori e con alcune associazioni specializzate nella raccolta e nella riproduzione di particolari sementi in via di estinzione. Alimenta così coltivazioni di nicchia che sono da tempo estromesse dalle grandi catene commerciali, le quali hanno imposto la standardizzazione delle proposte, financo dei sapori. «Siamo dentro la morsa di una grande omologazione – conclude Marco – che ridimensiona la biodiversità. Le varietà sono appiattite su pochi numeri per convenienze economiche. Dettano legge persino i metodi di confezionamento dei prodotti. Per esempio, alcune specie di ortaggi sono scomparse perché non erano funzionali ai tipi di imballaggio. Così rischia di sparire tutto». Non a caso la Fao ha già cantato il de profundis a un buon 80 per cento di varietà vegetali. Marco, nel suo microcosmo di montagna, si propone invece come coltivatore-custode della biodiversità.

Pesariis: tornano i fasois, ripristinate le varietà di una volta

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di GIUSEPPE RAGOGNA.

Il fumo esce abbondante dai camini delle abitazioni, Pesariis si prepara all’inverno. Il freddo si fa sentire nel piccolo paese carnico, incastonato nella lunga valle che si apre al Cadore. In giro non c’è anima viva. L’estate, che porta un po’ di turismo, è ormai un ricordo. Già si abbozzano i piani per il futuro. Nelle strette viuzze domina il silenzio, che non è minimamente disturbato dal lavorio meccanico dei congegni di alcuni orologi monumentali piazzati nei punti strategici: astronomici, a turbina, a vasche d’acqua, a cremagliera, a palette, con carillon. C’è un po’ di tutto per segnare il tempo, perché lassù, tra le manciate di case in pietra, è forte la tradizione centenaria degli arlois, come gli abitanti del luogo chiamano gli orologi, ideati e realizzati dai Solari, esportati ancora in tutto il mondo. La capacità di innovazione industriale ha tenuto a galla un settore messo sotto pressione da una concorrenza agguerrita, senza particolari traumi nel passaggio dal sistema analogico a quello digitale. Oggi però dell’attività di fabbrica è rimasto poco nel paese di origine, mentre i volumi più importanti della produzione sono concentrati nello stabilimento di Udine. Il marchio Solari è comunque ancora una garanzia. Lo testimoniano i tabelloni che segnano gli arrivi e le partenze in stazioni e aeroporti. È un riconoscimento della storia della Carnia, in particolare dell’ingegno che si è arricchito di tecnologia di generazione in generazione. Ripristino delle coltivazioni di una volta. L’altra caratteristica di Pesariis sono i fagioli (fasois, in carnico). La valle è il regno di numerose varietà: se ne contano almeno 160, che sono quelle censite. La catalogazione è work in progress, sotto la regia del dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Udine. Alla ricerca partecipano un po’ tutti i coltivatori della Carnia. Molto attiva è Eliana Solari (cognome comune a gran parte dei residenti), che in paese viene indicata come “la signora dei fagioli”. Lei ha sempre avuto l’amore per il lavoro della terra, fin da bambina quando si attaccava alle gonne della madre e passava molte ore nei campi. È nata lì la sua passione. Gli studi l’hanno portata a fare altre scelte, almeno momentaneamente perché il tarlo della vita in montagna continuava a lavorare. Si è diplomata in arti grafiche, a Udine, trovando alcune soluzioni occupazionali. Ma il richiamo della terra l’ha sempre tormentata: «Sì, era troppo forte per me, non vedevo l’ora di dedicarmi anima e corpo ai campi di Pesariis». Così ha mollato tutto e si è ripresa la serenità che le mancava. Dai primi Anni 90, è una piccola imprenditrice che si muove da un’attività all’altra, in quanto è dura vivere lassù puntando soltanto su una monocoltura: «Non si fanno i soldi con i fagioli, al massimo si integrano le entrate familiari, o si produce per l’autoconsumo». In paese un po’ tutti coltivano “il legume della delizia”. Si sfrutta ogni fazzoletto di terreno nel rispetto della tradizione dell’orto di casa. Per Eliana Solari i fagioli hanno costituito la base di partenza della sua azienda agricola. È riuscita a mettere assieme, con pazienza, alcuni appezzamenti sparsi qua e là nei pianori del paese. Oggi ha a disposizione un ettaro abbondante di terreno. Quando sente parlare di biodiversità, le si illuminano gli occhi perché l’orgoglio è anche quello di faticare per conservare un’impronta d’identità al paese, che è fatta anche di fasois e di valori della terra. È il senso di appartenenza al luogo dell’anima, dove ci sono le radici, la storia, gli affetti. Nulla è stato buttato: la Val Pesarina, nonostante i marchingegni precisissimi degli arlois, è profondamente una valle “senza tempo”. Fagioli e basta, allo stato puro. Eliana Solari coltiva essenzialmente una quindicina di varietà autoctone: «Sono quelle ereditate dalla mamma, o meglio tramandate da più generazioni». Hanno caratteristiche e colori diversi l’uno dall’altro, ovviamente cambiano anche i sapori. Sono dei “pezzi unici”, con proprio nome: oltre ai Borlotti di Pesaris e della Carnia, i Laurons, i Dal Voglut / Plombin, i Cesarins, i Fumul, i Fasòlas, i Militons, i Favars. Ma l’elenco continua, e va in lungo. La semina avviene a primavera avanzata, per evitare le gelate improvvise che rovinerebbero tutto; mentre la raccolta inizia ad agosto e va avanti sino ai primi giorni di novembre. Una parte della produzione, la più precoce, viene utilizzata subito per esaltarne la freschezza; un’altra è sottoposta a essiccazione naturale, rigorosamente sulla pianta. L’azienda Solari mette sul mercato un quintale di fagioli freschi e un paio di quintali di secchi. Una buona scorta costituisce però il seminativo indispensabile per l’annata successiva. D’altra parte, bisogna fare un po’ le formichine: risparmiare per domani. La quantità di produzione dipende dalle condizioni meteo, perché anche queste colture cominciano a patire i cambiamenti climatici. Le temperature estive permangono a lungo elevate e la piovosità è scarsa. Eliana allarga le braccia e conferma sconsolata: «Non ci sono più le stagioni di una volta e le piante, che sono autoctone, soffrono». Ogni operazione richiede l’impiego delle sole mani, perché il terreno non ammette alcun tipo di meccanizzazione. I metodi di coltivazione sono rigorosamente naturali, senza impiego di nessun elemento chimico. I fagioli della Val Pesarina richiedono tanto lavoro, ma danno in cambio una buona qualità che si misura con i sapori della montagna. Non rispettano gli standard imposti delle catene industriali e commerciali, secondo i quali le macchine fanno tutto, e via: finiscono la corsa nei grandi supermercati, abbattendo i prezzi. Le varietà strettamente locali costano un po’ di più. «È inevitabile – sussurra Eliana Solari, quasi a voler giustificarsi – anche perché i nostri fagioli sono rampicanti e possono raggiungere i due, tre metri di altezza. Bisogna metterci i tutori di legno, o di canna, pianta per pianta, e poi richiedono cure esclusivamente manuali. Beh, però i nostri hanno tutto il gusto dei fagioli». L’unica attività di meccanizzazione è limitata alla sgusciatura, che viene eseguita a Cercivento, ma non per tutti i tipi.L’agricoltura multifunzionale. Una coltivazione di nicchia non può sostenere le esigenze di una famiglia, tra l’altro numerosa. Così la struttura aziendale dei Solari è diventata multitasking, cioè caratterizzata dall’evoluzione di più attività: non soltanto agricoltura fine a se stessa, ma anche trasformazione dei raccolti della terra e gestione di un agriturismo come sintesi dell’utilizzo dei vari prodotti. «Tutto è avvenuto – racconta Eliana – passo dopo passo, senza lasciare spazio a scelte improvvisate, perché le decisioni devono avere radici solide e una visione imprenditoriale». La creatività nel trattamento della “materia prima” ha influenzato l’innovazione in laboratorio: con i fagioli si può fare di tutto, dalle farine alle marmellate, persino i gelati. Le coltivazioni dell’azienda si sono estese ad altri tipi di ortaggi e di verdure: soprattutto patate, cavoli e verze per garantire la rotazione con benefici per la terra. C’è spazio anche per i frutti di bosco (fragole, lamponi, noci) e per la raccolta di erbe spontanee (radic di mont, tarassaco, sambuco, mirtilli, asparagi selvatici). Così, dal laboratorio di Eliana esce un po’ di tutto: confetture, sciroppi, prodotti in agrodolce e crauti. Anche i sistemi di vendita sono cambiati. Meno giri nei mercati, soprattutto nei posti più lontani: «Andavo a vendere fragole fino a Lignano». Più attività a Pesariis: «Proposte così particolari funzionano meglio nel luogo di produzione, perché dobbiamo portare la gente qui per far conoscere il territorio. Il cibo fa parte della cultura locale ed è elemento di identità». Da qualche anno i Solari hanno una “vetrina”: l’agriturismo. «Di sola agricoltura – spiega Eliana – una famiglia non può vivere, specialmente in montagna. Così mi sono lasciata trascinare dalla mia testardaggine. Avevo messo gli occhi su un edificio di pregio del ‘600 lasciato andare un po’ in malora. Mi doleva il cuore vedere quella casa, architettonicamente elegante, chiusa da tempo. Ho sfidato mio marito, un po’ prudente, e con i sacrifici l’abbiamo acquistata». Ora il locale è bene impostato: Sot la Napa è il nome che richiama il calore del grande fogolar al centro della sala. In cucina trova spazio un altro tipo di uso dei prodotti dei campi. I fagioli sono proposti nei vari menù, a partire dalla jota nella versione tipica della Val Pesarina. L’attività dell’agriturismo è stata l’occasione per stringere un po’ tutta la famiglia attorno alla stessa mission. Accanto a Eliana, la regista dell’impresa, ci sono il fratello Elio, che si occupa dei piccoli allevamenti in grado di rifornire la cucina di vari tipi di carne, il marito Amanzio, il quale sovrintende da pensionato all’osteria, la figlia Silvia. In parte c’è anche il figlio Antonio, che sta pensando a un coinvolgimento pieno. Invece, la figlia Elisa, laureata in Scienze sociali, ha preso una via legata al titolo di studio; e l’altra figlia Michela, laureata in Psicologia, sta ultimando la specializzazione universitaria, ma non disdegna di dare un aiuto nei mesi estivi. Eliana sorride, a conclusione della lunga conversazione attorno al fogolar: «A scandire il tempo ci pensano gli orologi, mentre noi possiamo occuparci della vita secondo il ritmo delle stagioni. E gustarcela».

Amaro: sono made in Carnia le cisterne del Prosecco, Gortani amplia lo stabilimento e prevede di assumere altre 20 persone

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di Maura Delle Case.
Le vigne del Prosecco distano in qualche caso diverse centinaia di chilometri da Amaro eppure nel primo paese della Carnia vantano uno dei segreti del proprio successo: le grandi autoclavi in acciaio Inox prodotte dalla Gortani srl. Una delle principali aziende del settore che ha saputo cavalcare con profitto il boom del Prosecco mettendo a segno, in pochi anni, un vertiginoso salto di fatturato in parallelo all’aumento delle superfici produttive e dei lavoratori a libro paga. Tutto, rigorosamente, in Carnia. A poca distanza da dove l’avventura produttiva è cominciata. E’ il primo dopoguerra quando Gianpietro Gortani avvia una piccola attività di distilleria ad Arta Terme. Usa, per imbottigliare, tradizionali contenitori di legno finché non si accorge dell’acciaio inox, garanzia di migliori prestazioni. C’è però un problema: nessuno in montagna e nemmeno a stretto giro produce quel tipo di contenitori e così Gortani inizia a fabbricarli da solo. Prima per sé, poi per una serie di altri piccoli produttori. Il business cresce rapidamente, tanto da indurre il fondatore ad abbandonare la distilleria per votarsi interamente alla produzione di serbatoi grazie all’aiuto, determinante, del figlio Gian Paolo che oggi, assieme alla figlia Federica, guida l’azienda. Divenuta nel frattempo un piccolo colosso del settore: nata 30 anni fa, nel 2002 si è trasferita ad Amaro con i suoi 35 dipendenti, divenuti 70 nell’arco dei successivi 10 anni fino agli attuali 150. Un tesoretto occupazionale per la Carnia, formidabile argine, insieme a poche altre realtà produttive – come le cartiere Burgo e l’Automotive lighting -, allo spopolamento della montagna che la famiglia Gortani per nulla al mondo abbandonerebbe. Parola di Federica: «Siamo carnici e qui restiamo, nonostante qualche svantaggio ci sia. Siamo lontani e dunque meno competitivi di altri, per via degli alti costi di trasporto, in regioni come Piemonte ed Emilia Romagna, d’altro canto però diventiamo concorrenziali nei Paesi dell’est, vedi Slovenia e Croazia». L’azienda in questi anni è dunque cresciuta all’interno del Cosint, il consorzio industriale che per consentirne lo sviluppo, in sintonia con il Comune di Amaro, ha rivisto addirittura le norme urbanistiche derogando ai 10 metri di altezza massima degli edifici produttivi per far sì che Gortani potesse costruire i grandi serbatoi da oltre 20 metri d’altezza e 2.000 ettolitri di capacità sotto a un tetto, anziché sul piazzale come per un po’ è stata costretta a fare. Prodotti che poi prendono – con trasporti eccezionali – la via di numerose aziende vitivinicole soprattutto del Nordest (ma non solo). Con qualche puntata all’estero, ad esempio in Georgia (ex Urss), anche se il mercato domestico resta quello di riferimento. Trainato dal settore vitivinicolo che non conosce crisi e garantisce alla Gortani il 95% del fatturato. «Siamo passati da poco meno di 7 milioni di euro nel 2008 a 10 milioni nel 2012 proseguendo in crescendo fino quest’anno che prevediamo di chiudere oltre i 19» continua Gortani annunciando per il 2017 l’inaugurazione del nuovo capannone e l’assunzione di ulteriori 20 unità di personale. Gortani dunque promette di crescere ancora. Forte dell’ottima reputazione di cui gode tra i produttori vitivinicoli e del boom del Prosecco che non conosce freni. «E’ una moda – conclude la figlia del titolare -, il mondo del vino oggi tira in quella direzione. E’ un prodotto facile, alla portata di tutti, non costa molto e le quantità sono sempre maggiori. Nel nostro caso vale una buona fetta di fatturato (in certi anni quasi la metà) ma offre anche l’occasione per farci conoscere dalle aziende che, dopo le autoclavi, vengono da noi anche per i serbatoi semplici». Tipologia di prodotto che continua ad essere il pezzo forte della produzione Gortani, quello da cui tutto è cominciato.

Tolmezzo: Cosilt “Qui il lavoro aumenta nessun capannone sfitto”

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di Tanja Ariis.
Le zone industriali di Amaro, Tolmezzo Sud e Villa Santina occupano oggi 3 mila 500 persone. Lo segnalano il presidente del Cosilt (Consorzio per lo sviluppo industriale di Tolmezzo), Mario Gollino, e il suo direttore Danilo Farinelli: lo dicono i dati della mappatura eseguita per la prima volta dal Consorzio sulle 205 aziende che operano in tali aree e che proseguirà ora sul resto della Carnia. Gollino e Fanelli evidenziano che, in controtendenza rispetto ad altre aree del Friuli, in Carnia il comparto industriale tiene. Mostrano l’ultimo rapporto elaborato dalla Cisl Alto Friuli sul fronte occupazionale: nel settore industriale, senza l’ambito costruzioni, il saldo triennale (dal 2013 al secondo trimestre del 2016) assunzioni/cessazioni in Carnia è positivo con un + 248 unità. La dimensione delle 205 aziende è varia: si va dalla grande industria a medie e piccole industrie. Automotive ha la dotazione massima raggiunta finora in termini di organico: 900 lavoratori, di cui 750 a tempo indeterminato e 150 con contratti flessibili. A ottobre il Cosilt completerà per essa un capannone industriale dotato di innovativi impianti tecnologici per fanaleria di alta gamma. Tra le medie imprese Gollino e Fanelli citano l’esempio positivo della Gortani. L’azienda ha richiesto al Cosilt collaborazione per ampliare di 10 mila mq il proprio capannone ad Amaro. Oggi impiega 120 dipendenti e ne sono previsti altri 20. Da Amaro Gortani sta sbaragliando la concorrenza, con i suoi innovativi serbatoi per l’enologia in acciaio inox, autoclavi di spumantizzazione e vinificatori, inserendosi bene anche nel boom del prosecco. La cantina La Delizia di Casarsa ha appena rinnovato tutti i suoi impianti di produzione con le vasche Gortani. Una piccola azienda innovativa è Helica ad Amaro, che con le sue tecnologie avanzate nelle rilevazioni geolocalizzate ha commesse dall’Europa, ma anche da India e Oman. Ha 30 dipendenti, quasi tutti ingegneri, molte le donne. A Villa Santina indicano Villa Food: ha 15 dipendenti e sviluppato due brevetti notevoli con l’Università di Udine relativi alla pastorizzazione a freddo e cottura sottovuoto a bassa temperatura degli alimenti, allungando la conservazione del prodotto finito anche fino a 90 giorni senza conservanti e mantenendo intatti i sapori. Disponibili più di 100 ricette e monoporzioni. Le commesse arrivano così da gestori di servizi mensa e ristorazione, linee aeree, alberghi, tant’è che Villa Food, segnalano, ha chiesto al Cosilt altri due capannoni. «Noi – assicura Gollino -non abbiamo un solo capannone sfitto e stiamo ricevendo ancora nuove richieste di insediamento». Altre tre aziende friulane sono interessate ad avviare attività in Carnia. Scade intanto il 19 settembre l’indagine conoscitiva del Cosilt tra le aziende su 10 lotti urbanizzati di sua proprietà. Il capannone di Coopca?È di interesse per il Cosilt,ma è imbrigliato nelle procedure legate alla nota vicenda.

Tolmezzo: passaggio della Magneti Marelli dalla FCA – la Samsung Electronics ne vorrebbe solo una parte

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Quando si è diffusa la notizia di trattative in atto per il passaggio della Magneti Marelli dalla FCA alla Samsung Electronics pareva che la cosa fosse di agevole definizione, invece a distanza di poche settimane pare che le difficoltà non manchino e i colloqui tra le parti avrebbero subito uno stop. Va ribadito che non ci sono notizie ufficiali da parte delle due società, ma organi di stampa coreani hanno pubblicato indiscrezioni secondo cui le divergenze sarebbero sensibili, appunto fino alla paralisi delle trattative. Le questioni sul tappeto sono di fondo: l’oggetto della compravendita (tutta la Magneti Marelli o solo alcune sue parti) e l’importo relativo, ovviamente molto diverso a seconda che l’affare riguardi tutte le attività della società di componentistica della FCA, o se invece si faccia passare di mano solo una parte di esse.

Secondo i rumors pubblicati (che fanno riferimento a fonti interne alla Samsung) il colosso coreano sarebbe interessato appunto soltanto ad alcune parti della Magneti Marelli, per un impegno finanziario attorno a 1,5 miliardi di dollari. Da parte della FCA invece si vorrebbe vendere tutta la Magneti Marelli, per un controvalore superiore a 3 miliardi di dollari. La situazione sarebbe tale da imporre un intervento dei massimi vertici delle due società. In proposito sempre la stampa coreana fa presente che l’occasione potrebbe essere imminente: nei prossimi giorni è prevista una visita in Italia di Lee Jae Yong, vicepresidente della Samsung Electronics ( figlio del n° 1 del gruppo Samsung). Nel corso del suo soggiorno in Italia si svolgerà anche il consiglio di amministrazione e l’assemblea della Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli, di cui Lee Jae Yong è consigliere d’amministrazione. È dunque possibile un incontro con Sergio Marchionne per valutare lo stato della trattativa. 

Tolmezzo: il 25 giugno 2016 la Cic riapre l’ex bottega Nadali

di Tanja Ariis.
Grandi novità per la Cooperativa Indotto Carnia (Cic): dopo quattro negozi di alimentari di paese in Carnia, il 25 giugno riaprirà anche la bottega ex Nadali in pieno centro a Tolmezzo, dal 2 giugno gestisce il ristorante della Polse di Côugnes a Zuglio e negli ultimi mesi ha assunto a tempo determinato 22 persone nella sua fabbrica a Villa Santina. Cic dimostra insomma che nei paesi si può fare impresa, si può ridar vita alle botteghe alimentari, se si crede in questi contesti. La Cic, nata nel 1987, svolge la sua attività principale a Villa Santina dove produce collettori per scambiatori di calore, impianti rigidi per vasche e componentistica per auto. Nel 2000 ha avviato anche l’alimentari a Enemonzo,a gennaio 2015 ha rilevato quello di Lauco, nell’estate ha riaperto quello di Liariis di Ovaro e rilevato un altro a Cavazzo Carnico, con relativo risvolto occupazionale che è andato ad aggiungersi agli allora 26 dipendenti che già lavoravano per essa in fabbrica. Nel settembre scorso una grossa multinazionale nella componentistica per auto le ha affidato un’importante commessa che ha permesso di assumere da novembre ad agosto altre 22 persone. «E la prospettiva – spiega Stefano Adami, presidente della Cic – è di ottenere nuove commesse, perciò alcuni potremo probabilmente stabilizzarli». Sul fronte negozi, come detto, Cic si avvia a far riaprire il quinto negozio: questa volta tocca a Tolmezzo all’ex bottega Nadali, in via Del Din, dove aveva operato fin dal 1940. Aveva chiuso a fine aprile, quando i titolari erano andati in pensione. La Cic applicherà anche qui il concetto di bottega di prossimità. Sarà un negozio di alimentari con prodotti al banco e al taglio, prodotti freschi, pane, bombole del gas e consegna gratuita a domicilio della spesa, con un occhio di riguardo agli anziani. Adami spiega che i negozi stanno dando soddisfazioni alla Cic e l’idea è continuare a sviluppare tale presenza in Carnia. Col passaparola sono già diverse le botteghe di paese che si stanno rivolgendo alla Cic perché la loro attività abbia un seguito. Come ci si sta dentro? Cic punta molto sull’acquisto a buon prezzo della merce,di marca. Così può fare una politica dei prezzi attenta e offerte ogni 15 giorni, attirando così clienti. Sono poi, nei paesi, botteghe multiservizi con punto wifi e fax.

Tolmezzo: chiude l’alimentari Nadali che aprì in via Del Din nel ’40

___Alimentari Nadali

Chiude oggi lo storico negozio di alimentari Nadali che aprì a Tolmezzo, in via Del Din, nel 1940, su iniziativa di Vittorio Nadali. Dal ’70 è gestito dal figlio Luciano e dalla moglie Renata Chiaruttini. Nel dopoguerra vendeva all’ingrosso cibi e bevande in Carnia. Poi la vendita al dettaglio, anche con produzione di pasta fresca. È stato un punto di riferimento per la comunità tolmezzina anche in periodi difficili come quello seguito al terremoto del ’76 quando, nonostante le difficoltà, Luciano e Renata hanno tenuto sempre aperto. Poi la conduzione familiare ha caratterizzato la gestione del negozio che, anche con l’avvento della grande distribuzione e della crisi economica, è riuscito a rimanere sul mercato grazie rapporto di fiducia e confidenza con i clienti che, oltre a fare la spesa, si fermavano anche solo per due chiacchiere. Da domani Renata e Luciano si godranno la pensione assieme alle nipotine, certi di avere fornito un servizio utile alla comunità. In futuro il negozio potrebbe ripartire grazie all’impegno di un gruppo di giovani che gestiscono una cooperativa e che hanno già manifestato il loro interesse.

Tolmezzo: rifiutano la proposta di lavorare a Pasquetta e finiscono ammoniti

di Maura Delle Case.
Chiamati al lavoro il lunedì di Pasquetta dicono no e si beccano dall’azienda una contestazione disciplinare. Osservare le festività, che siano religiose o civili poco importa, non è più cosa scontata, soprattutto nel mondo della manifattura, che sta lentamente avviandosi verso la strada imboccata anni fa dagli operatori del commercio. Che significa negozi aperti – potenzialmente – 365 giorni l’anno. A farne esperienza sulla propria pelle sono stati, giorni fa, alcuni lavoratori di Automotive lighting, l’azienda tolmezzina del gruppo Fca che alla vigilia delle festività ha chiamato al lavoro, con apposita comunicazione al personale affissa in bacheca, i lavoratori del reparto di pre-produzione. Non era mai accaduto prima – salvo un 8 dicembre di qualche anno fa, allora però con un accordo siglato – e non tutti hanno accolto “l’invito”. Su oltre 100 lavoratori in forze al reparto, circa 40 come detto sono rimasti a casa, con le proprie famiglie, probabilmente non immaginando che l’ufficio personale avrebbe recapitato loro, una volta rientrati in azienda, una lettera di contestazione disciplinare invitandoli a presentare eventuali giustificazioni alla direzione. Pena? Non è dato sapere. «Forse un semplice richiamo verbale, forse un richiamo scritto. O peggio una multa se non la sospensione dal lavoro». Qualsiasi sia lo scenario, Giampaolo Roccasalva, segretario regionale di Fiom Cgil, annuncia battaglia. «Se provvedimenti vi saranno li impugneremo a costo di arrivare fino in Cassazione». Ultimo grado di giudizio che con una recente sentenza – di cui Roccasalva si fa forte – ha fatto giurisprudenza in materia. Ricorda infatti il sindacalista di come il supremo tribunale abbia rigettato, a settembre, il ricorso presentato da un’azienda in materia stabilendo che «il lavoratore può prestare servizio durante le festività infrasettimanali celebrative di ricorrenze religiose o civili solo se c’è accordo con il datore di lavoro e non può essere obbligato». Può. Non deve. Su questo punto vertici aziendali e Rsa si sono confrontati aspramente alla vigilia delle festività senza raggiungere un accordo, che invece qalche anno fa c’era stato. «Eravamo andati a lavorare un 8 dicembre, ma allora la situazione era diversa. Azienda e Rsu avevano trovato un accordo. Ci fosse stato anche questa volta sarebbe andata diversamente», ha chiarito ieri il delegato Rsa, Liduino D’Orlando. Invece niente. «L’azienda non si è mossa dalla propria posizione». Dopo diversi incontri in bacheca ha fatto la sua comparsa una comunicazione. Apparentemente asettica nei toni. Vi si leggeva, in poche righe, che «nella giornata di lunedì 28 marzo 2016 è confermata la normale attività lavorativa per il reparto pre-produzione e personale a esso collegato» precisando inoltre che «la giornata verrà retribuita secondo le maggiorazioni di cui all’articolo 5 titolo secondo del vigente Ccsl». Fatte le proprie valutazioni, i lavoratori hanno compiuto una scelta. Alcuni hanno deciso di andare al lavoro, altri invece hanno preferito trascorrere la Pasquetta in famiglia. Con il benestare del sindacato che, a margine della comunicazione aziendale, ha voluto precisare la propria posizione affiggendola a chiare lettere in bacheca. Fiom vi ha riportato il passaggio saliente della sentenza cassazionale, Fim e Uilm hanno invece ribadito «fuor di giurisprudenza come tale giorno ricada nelle festività religiose e pertanto sia da considerarsi giornata di festa». E la scelta aziendale è stata capace tra l’altro di rimetter sulla stessa linea d’onda Fim, Fiom e Uim che all’interno degli stabilimenti Fca da tempo ormai non parlano più la stessa lingua. Il caso Pasquetta li ha fatti ritrovare alla vigilia e li ha investiti trasversalmente dopo. «Le lettere sono infatti arrivate un po’ a tutti – precisa Roccasalva –, iscritti e non». Compresi i delegati Rsa che hanno deciso di astenersi dal lavoro, come D’Orlando. «Siamo rimasti a casa tutti. L’azienda non ha voluto stringere un accordo e sentiti i nostri nazionali abbiamo deciso di non andare al lavoro – ha raccontato ieri –. Ricevuta la contestazione abbiamo già provveduto a rispondere per iscritto fornendo le giustificazioni che hanno mosso la nostra scelta. Ora – ha concluso D’Orlando – attendiamo di capire la posizione dell’azienda, per agire di conseguenza, assistiti dai nostri legali». Se Fim e Uilm hanno provveduto alla replica scritta, Fiom ha invece annunciato di voler incontrare di persona i vertici aziendali. «I lavoratori ci andranno assistiti dal sottoscritto – ha concluso Roccasalva –. E se ci saranno provvedimenti lo ribadisco, andremo dritti fino in Cassazione. Non sarebbe la prima volta».

Friuli: con il caso Vidoni emerge il il crollo dell’edilizia, chiusa un’impresa su tre

di Michela Zanutto.
Un’impresa su tre ha chiuso i battenti in regione fra il 2008 e il 2015, ben 820 realtà. All’indomani dello scoppio del caso Vidoni è bene guardare ai dati. Anche perché la sorte peggiore tocca agli operai, in questo caso la variazione in sette anni è negativa del 43 per cento: da 14 mila 328 a 8 mila e cento. Maglia nera nella classifica provinciale, modulata sui dati delle quattro Casse edili, è Pordenone. Nella Destra Tagliamento gli operai persi toccano quota 49,3 per cento, passando da 3 mila 752 a mille 902 addetti fra il 2008 e il 2015. Meno 850 posti. Segue di poco staccata Udine, con il taglio del 44,8 per cento (meno 2 mila 914 operai). A Trieste l’emorragia riguarda mille 135 addetti (meno 41,6 per cento) e a Gorizia 329 (meno 24,5 per cento). Posti di lavoro persi a causa della chiusura delle imprese. «Il caso Vidoni è esemplificativo dell’ennesima impresa che svolge la sua attività prevalentemente con gli appalti pubblici e si trova in condizioni di difficoltà – sottolinea Mauro Franzolini, segretario generale della Fenea Uil –. Gare di appalto al massimo ribasso, scarsissima remunerazione del lavoro svolto e dei margini di utile sono le condizioni in cui operano le imprese e i lavoratori del settore edile. Se nel nostro Paese non cambia il rapporto fiduciario tra soggetto appaltante ed esecutore delle opere, le imprese che sopravviveranno e che agganceranno la ripresa saranno una esigua minoranza». È proprio nella chiusura delle imprese edili che si leggono tutte le difficoltà del settore. Il tracollo in questo caso è a Udine, dove le realtà edili passano da mille 335 a 784. Meno 551, pari al 41,3 per cento. Distaccata di pochi punti è ancora una volta Pordenone, con 299 imprese in meno (il taglio è del 37,8 per cento). Seguono Gorizia (perse 99 imprese, pari al 30,5 per cento) e Trieste (167 imprese, il 29,7 per cento). Ma come uscirne? «Sono percorsi difficili da invertire in tempi brevi – aggiunge Franzolini –. Ci vorrebbe un piano di investimenti generalizzato nel comparto edile. Un intervento straordinario in attesa che riprenda una richiesta di abitazioni private, spinta dalla ripresa del comparto industriale e quindi dell’occupazione». Il compito di “tirare la carretta” spetta proprio alle opere pubbliche: «Ma in questo senso la Terza corsia è paradigmatica di un sistema in difficoltà –chiosa Franzolini –: c’è stata una fatica incredibile a reperire le risorse e mettere in cantiere un’opera ideata tantissimi anni fa. Ma ormai in 15 anni è cambiato il mondo ed è evidente che se lo Stato ci mette così tanto tempo a eseguire un’opera, l’Italia perde in competitività».

Villa Santina: alla Refrion troppe infiltrazioni nel capannone, lavoro a rischio

(t.a. dal MV)

La Refrion minaccia di lasciare Villa Santina a causa del mancato intervento al tetto “colabrodo” del capannone della Comunità montana, che si difende: a bloccare l’avvio di quei lavori fu l’impresa, che per essi si rivolse al giudice. La Refrion segnala in una nota che dal 2008 lo stabilimento, quando nevica o piove forte, «subisce danni a causa delle infiltrazioni dal tetto che la Comunità montana, proprietaria del capannone, non ha mai aggiustato». I vertici del gruppo industriale, che hanno anche chiesto l’assistenza dell’avvocato Maurizio Conti, non sono più disponibili a sopportare ciò e segnalano che Refrion ha un confronto concreto con un suo altro stabilimento, a Hermagor, «dove i servizi alle imprese sono ben più efficienti e la tassazione la metà rispetto all’Italia». «A causa dei mancati interventi sulla struttura di Villa Santina per la quale paghiamo regolarmente un canone di locazione – afferma l’amministratore unico, Daniele Stolfo – in questi anni abbiamo dovuto pagare oltre 130 mila euro per le pulizie e il ripristino degli spazi, senza contare i danni subiti per la mancata produzione e quelli diretti su materiali, macchine e attrezzature». Stolfo lamenta risposte evasive ai puntuali reclami fatti. «L’ora della verità – assicura – sta per scoccare anche perché è da sette anni che denunciamo difetti strutturali al capannone, dove attualmente lavorano 35 persone. Se gli interventi non saranno rapidi e risolutivi, saremo costretti a valutare l’ipotesi di trasferire la produzione». Il commissario della Comunità montana, Lino Not, e l’avvocato Andrea Ghidina ribattono che al tetto del capannone si lavorò anche nel 2009 e nel 2011 e che nel 2014 fu aggiudicato un intervento risolutivo di 45 mila euro da eseguire da lì a poco, ma Refrion si rivolse al tribunale, che dispose un accertamento tecnico preventivo. La relazione della Ctu, spiegano, giunse alla fine dell’estate 2015 e suggeriva o un intervento mirato sulle singole infiltrazioni o il rifacimento dell’intero tetto. In incontri successivi con Refrion la Comunità montana ha confermato che procederà, appena il meteo lo consentirà, con i lavori previsti fin dal 2014 sulle singole infiltrazioni.