Archivio mensile:Gennaio 2016

Tolmezzo: ferrovia dismessa, il recupero ora guarda ai fondi europei

di Tanja Ariis.
Tratto ferroviario Carnia-Tolmezzo: Euroleader apre a progettualità turistiche per il suo recupero. L’associazione “Vecchi Binari Fvg” incontrerà, probabilmente a febbraio, l’assessore regionale Maria Grazia Santoro per presentarle un progetto ad hoc delle associazioni regionali di settore. «Cordiale è stato l’incontro – riferiscono da Vecchi Binari Fvg – con il commissario della Comunità montana della Carnia Lino Not, che ha dimostrato interesse per gli obiettivi dell’associazione, ricordando tuttavia l’esistenza anche di idee alternative legate all’utilizzo del sedime ferroviario per la realizzazione di piste ciclabili». Vecchi Binari Fvg ha ribadito la necessità di non smantellare il binario che avrebbe anche un costo e un impatto ambientale di non poco conto per lo smaltimento delle traversine, «considerate – rileva – rifiuto tossico primario per il processo di catramizzazione a cui sono state originariamente sottoposte. Prioritaria resta la ricerca di soluzioni condivise che evitino la distruzione dell’infrastruttura ferroviaria, che potrebbe essere recuperata anche per funzionalità di trasporto legate al distretto industriale di Tolmezzo, come già fu fatto in passato per la locale Cartiera Burgo. Proprio con l’attuale direttore, Fulvio Azzopardo, l’associazione ha avuto un informale, ma fattivo, scambio di opinioni su tali argomenti». «Molto profittevole l’incontro invece con il presidente di Euroleader, Claudio Cescutti. Si è concordato – afferma l’associazione – che il progetto di recupero della tratta ferroviaria rientrerebbe negli ambiti di intervento e finanziamento comunitario e Cescutti ha dimostrato ampio interesse per le prospettive in campo turistico e culturale. Ha proposto addirittura al sodalizio l’affiliazione al Gal (Gruppo di azione locale) per meglio corroborare la proposta e spiegarla ai vari referenti territoriali». Vecchi Binari Fvg reputa il ripristino della Carnia-Tolmezzo una delle più interessanti chances di sviluppo turistico della zona e considera Euroleader quale eventuale partner una solida base per il futuro. L’associazione vorrebbe procedere anche, in collaborazione con volontari propri e delle Pro Loco interessate, a una pulizia generale di tutto il sedime ferroviario per un riatto ambientale dell’area. Propone inoltre una manifestazione a tema sul tratto Carnia-Tolmezzo, per la giornata nazionale dedicata alle “Ferrovie NON dimenticate”.

Carnia: al via il “Pacchetto Giovani” del Programma di Sviluppo Rurale per sostenere i giovani agricoltori

30 milioni di euro con la Programmazione 2014-2020, di cui circa 6,5 nel 2016. È la dotazione del cosiddetto Pacchetto Giovani del Programma di Sviluppo Rurale (PSR) 2014-2020, finalizzato a sostenere i giovani agricoltori nella fase di avvio di una nuova attività, nella formazione e nelle scelte gestionali.

Su proposta dell’assessore regionale alle Risorse agricole e forestali Cristiano Shaurli, la Giunta del Friuli Venezia Giulia ha approvato oggi il primo Bando del Pacchetto Giovani, con l’indicazione dei criteri di concessione dei contributi e le modalità di presentazione delle domande.

“Favorire il ricambio generazionale, sostenere la produttività, la competitività e l’innovazione delle imprese a conduzione giovanile, promuovere nuova imprenditorialità nelle aree rurali con ricadute positive sul piano economico e dell’occupazione” sono, come spiega l’assessore, gli obiettivi della misura, che si attua attraverso la concessione di premi per l’avviamento di imprese (2.875.000,00 euro le risorse a disposizione) e aiuti finalizzati agli investimenti per migliorare le prestazioni aziendali e l’efficientemente dell’uso dell’acqua (3.561.000,00 euro), fermo restando l’obbligo di aderire a servizi di formazione indirizzati alla maturazione professionale e all’acquisizione di nuove competenze.

“Un risultato davvero importante – ha commentato l’assessore Shaurli – sia in termini di velocità di preparazione del Bando che di risorse a disposizione del comparto: 6 milioni e mezzo di euro che possono muovere investimenti per oltre 9 milioni e di cui potranno beneficiare centinaia di giovani, anche in considerazione del loro crescente interesse per il comparto agricolo e agroalimentare. Una scelta chiara da parte del governo regionale in termini di priorità nella convinzione che nuove competenze e anche nuove visioni possono dare rinnovato slancio alla nostra agricoltura e nello stesso tempo una scelta di serietà perché non verrà premiato solo il dato anagrafico come in passato, ma ci sarà per i giovani il diritto/dovere di presentare un piano aziendale di investimento a testimoniare la reale volontà di fare dell’agricoltura il proprio futuro professionale”.

Il biologico, la qualità, le denominazioni di origine, l’identificazione territoriale dei prodotti sono i settori a cui i giovani guardano con maggiore interesse, capendo le esigenze del cittadino consumatore. “I giovani hanno la capacità di interpretare le richieste del mercato per offrire le opportune soluzioni. Hanno capito che servono cambiamenti, che il futuro non può essere dettato solo da comodity  e monoculture massificanti ma dal valore aggiunto dato dalla trasformazione e dalla qualità che il consumatore non percepisce più come un lusso ma giustamente come una richiesta basilare. Penso che nei settori innovativi i giovani ci daranno delle risposte importanti”, ha concluso Shaurli.

Friuli: la storia di Maria, friulana di Peonis a servizio da Scola

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di Ivo Del Negro.
Ettore Scola, l’ultimo grande regista della gloriosa commedia all’italiana scomparso a 84 anni, ha sempre avuto con il Friuli un legame “particolare”, tant’è che nel suo celebre “C’eravamo tanto amati” spuntano Trasaghis e Peonis. Mi ha sempre incuriosito cercare di capire come mai Scola abbia deciso di scegliere proprio queste due località, per lui sperdute. Per anni questo “tarlo” ha continuato a ricomparire ciclicamente, ma soltanto all’inizio degli anni Novanta ho capito com’era andata veramente, grazie soprattutto alle indicazioni di Livio Jacob – Presidente della Cineteca del Friuli di Gemona – hoquesta. In un mio viaggio romano vidi alcuni manifesti che preannunciavano un’assemblea di cineasti al cinema Capranica e, tra questi, era presente pure il regista. Attesi che l’assemblea si concludesse per avvicinare Ettore Scola e poter finalmente chiedere a lui la ragione che lo aveva spinto a scegliere Trasaghis e Peonis come località di provenienza dell’aspirante attrice Luciana Zanon, interpretata nel film da Stefania Sandrelli. Anche perché già nel film del 1965 di Antonio Pietrangeli Io la conoscevo bene, di cui Ettore Scola era il co-sceneggiatore, aveva inserito una battuta su Trasaghis. Nel colloquio che ne seguì Scola mi spiegò che durante la sua infanzia nella sua famiglia prestava servizio una giovane ragazza proveniente da Peonis e ogni mese, la domenica, doveva prenotare una telefonata per la domenica successiva per poter così parlare con i propri genitori. Negli anni Trenta nel Comune di Trasaghis era presente un solo telefono pubblico; pertanto tutti coloro che volevano parlare con persone residenti negli altri paesi dovevano obbligatoriamente passare per questa cabina. Era il postino di allora, Albino Di Santolo “Santolin-Fari”, che svolgeva tale mansione e che avvertiva gli interessati per l’appuntamento telefonico. Nel 2011, quando è stato pubblicato il libro Peonis, grazie alla collaborazione con la Cineteca di Gemona, ho inserito a pagina 243 il dialogo tra il portantino Antonio (Nino Manfredi) e Luciana Zanon (Stefania Sandrelli). Purtroppo in quell’occasione romana Ettore Scola non ricordava il nome di quella ragazza che sarà poi ispirazione di quelle battute. Pochi mesi dopo la pubblicazione di questo libro, grazie a un colloquio con il figlio Edi ho scoperto che questa ragazza era sua madre, Maria Di Santolo, nata a Peonis nel 1923, che ha sempre abitato a pochi metri da casa mia. Per un ironico scherzo del destino ho sempre avuto la risposta a questa mia curiosità proprio davanti a casa senza saperlo. A differenza di Ettore che non ricordava il nome della ragazza, Maria invece parlava spesso alle nipoti del periodo trascorso a Roma, raccontando che il periodo più bello era quando la famiglia Scola si trasferiva nella tenuta di Trevico, in provincia di Avellino, da dove era originaria la famiglia del regista. I nonni di Ettore erano soliti chiamare Maria simpaticamente tedesca e volevano addirittura adottarla. Maria ha sempre ricordato di aver vissuto un felice periodo in quella famiglia, tanto che nel 1940 quando il padre le scrisse informandola che a breve sarebbe nato un fratellino e invitandola quindi a rientrare a Peonis, lei strappò la lettera. Poi le vicende della guerra la costrinsero a rientrare comunque in famiglia nel 1941. Maria si sposò poi con Ezio Di Santolo nel 1947. Due furono i figli della coppia, Norina e Edi. Negli ultimi anni Maria, che ora ha quasi 93 anni, si è trasferita a Pagnacco presso il figlio. Nel 2003 la nipote Sara, con alcune foto della nonna, si recò a Roma nello studio cinematografico di Scola e parlò a lungo con lui; in seguito a quel colloquio Ettore e suo fratello Pietro, di qualche anno più anziano, telefonarono a Maria per salutarla. Nel maggio del 2012, Livio Jacob Presidente della Cineteca di Gemona, mi avvertì che l’Università di Udine aveva in programma il conferimento della laurea Honoris Causa ad Ettore Scola. La sera nella quale avrebbe dovuto ricevere il riconoscimento era stata programmata la proiezione del film C’eravamo tanto amati a Gemona con la presenza del regista e, a sua insaputa, avrebbe incontrato Maria. Purtroppo questo non avvenne perché la laurea non gli fu mai conferita.Parlare di Maria significa anche ricordare le migliaia di ragazze friulane che dalla fine degli anni Venti fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale hanno prestato servizio nelle famiglie benestanti delle grandi città. Partivano all’età di tredici-quattordici anni e tornavano alle proprie case in Friuli verso i diciotto-diciannove anni. È probabile che fossero i sacerdoti a segnalare i nomi delle ragazze tramite le parrocchie. Mentre per la gran parte di loro il servizio ha rappresentato un’esperienza che le ha migliorate, alcune sono tornate a casa con figli mentre altre ancora hanno deciso di rimanere in servizio per decenni fino alla loro vecchiaia. Lunedì 1 e martedì 2 febbraio, al Cinema Sociale di Gemona del Friuli, è in programma la proiezione dell’ultimo docufilm del regista Ettore Scola, Che strano chiamarsi Federico (2013).

Carnia: internet veloce in montagna, si punta sull’accordo salva-tempo

Wireless

di Tanja Ariis.
Internet veloce in montagna:entro oggi la Regione deciderà se si procede con un accordo di programma. La formula riconoscerebbe al progetto di rete wireless (una serie di pali,paletti e tralicci, che guardandosi tra loro porteranno connessioni veloci in tutta la montagna friulana) la valenza strategica che riveste e avrebbe anche, tra gli altri, il vantaggio di velocizzare i tempi di approvazione delle varianti urbanistiche richieste. Le Comunità montane del Fvg e la Regione si sono confrontate più volte, dopo la gara di appalto su progettazione definitivo-esecutiva e lavori andata deserta anche a causa dei tempi troppo stretti(fine 2015) per l’aggiudicazione provvisoria imposti dalla Regione (in quanto i fondi a cui attingeva erano statali) alle Comunità montane. Ai partecipanti alla gara si richiedeva di presentare già un progetto definitivo sull’intervento che poi avrebbero realizzato solo se avessero vinto. L’impegno richiesto a monte, il ridotto tempo a disposizione per la complessità del progetto e la vastità del territorio ha azzerato le offerte. Si è concordato, ha sottolineato martedì Lino Not, commissario della Comunità della Carnia, in un incontro con sindaci e Regione, che si procederà comunque: da troppo tempo i cittadini della montagna aspettano connessioni decenti e gli operatori privati non realizzano infrastrutture simili ex novo. La Regione ha già assicurato fondi propri e sono già state predisposte le 15 varianti urbanistiche necessarie: 5 in Carnia (per Silianas, Cima Corso, Chiarpignas, Runchia e Monte Tenchia), 7 nelle Valli del Natisone e del Torre (per Altovizza, Monte Planino, Monte Bernadia, Monte Maggiore, Purgessimo, Porzus e Platischis), 3 in Valcanale, Canal del Ferro e Gemonese (per Moggio Campiolo, Saletto e Monte Straulizze), nessuna nella montagna pordenonese. Ora per velocizzare i tempi i Comuni delegheranno la Comunità montana a richiedere per essi il parere geologico alla Regione. L’approvazione della variante spetta a ciascuno di essi, ma servono almeno 110 giorni. Per questo Regione, Comuni e Comunità montane si sono impegnati ad attivarsi subito, ognuno per la sua parte. L’accordo di programma tra questi enti ridurrebbe i tempi di almeno un mese, se non un mese e mezzo: dalla sua firma il sindaco lo deve portare una sola volta in Consiglio comunale (non due). La valenza strategica dell’iniziativa, il progetto preliminare unico, così come lo sarà il definitivo esecutivo (su cui si procede) sono solo alcuni degli argomenti a favore dell’accordo di programma. Martedì la Regione ha annunciato la risposta entro oggi. Si prevede per ora il termine dei lavori per fine anno. Partirà poi la gara per l’affidamento della gestione della rete wireless a operatori privati .

Friuli: animali sulle strade, distrutti 246 veicoli in provincia di Udine

di Alessandra Ceschia.
Chi se li è visti sbucare dinanzi all’auto all’improvviso non se li dimentica. Sono 246 le richieste di risarcimento presentate alla Provincia di Udine per gli incidenti stradali provocati dagli animali selvatici nel 2015, numeri in aumento rispetto all’anno precedente. Eppure, le proporzioni del fenomeno sono ancora più vaste, visto che tanti automobilisti rinunciano a presentare richiesta di risarcimento, scoraggiati dalla burocrazia e dalla mancanza di fondi. E invece la Provincia è pronta a risarcire i danni, almeno per il 2015 e per i primi mesi del 2016, ovvero fino a quando le competenze per il settore caccia e pesca non saranno trasferite alla Regione. Dal riparto di quei fondi dipendono i bilanci di tante famiglie e di svariate imprese agricole, visto che parliamo dell’indennizzo dei danni sia ai veicoli sia alle colture, vale a dire due facce di un fenomeno in continua evoluzione che registra l’aumento della fauna selvatica sul territorio, in primis degli ungulati. Ammontano a 686.542 i danni ai veicoli denunciati dalla popolazione in provincia per il 2015, un conto che si allunga anno dopo anno. Nel 2013 sono state presentate 264 denunce per complessivi 591.037 euro, la Provincia ha liquidato 206 pratiche, pari a 279 mila euro, fondi che hanno garantito la copertura del 47% dell’importo speso per la riparazione dei veicoli danneggiati. Nel 2014 le richieste sono scese a quota 227 per complessivi 540.000 euro. In questo caso sono state indennizzate 169 famiglie per un totale di 280.763 euro. Lo scorso anno una nuova impennata di richieste di risarcimento, sparse su tutto il territorio, da Paluzza a Premariacco, da Fusine ad Aquileia, passando per Prepotto, Lauco, Tolmezzo, San Pietro al Natisone, Udine e perfino Lignano, secondo una mappa dei sinistri disegnata a macchia di leopardo nella provincia di Udine. Gran parte degli incidenti stradali sono provocati dai caprioli (ben 164 nel 2015) seguiti dai cervi (37) dai cinghiali (29), dalle lepri (9), le volpi, i fagiani e i tassi (2) e perfino le pernici (1). Purtroppo, il trend dei finanziamenti regionali pare essere inversamente proporzionale a quello dei danni segnalati. «Abbiamo iniziato a gestire il settore nel 2003 – fa il punto l’assessore provinciale a caccia e pesca Marco Quai – la Regione nel 2008 individuato un fondo per finanziare gli indennizzi. Da allora il versamento annuale da parte dei 6 mila cacciatori della provincia di Udine della tassa governativa (pari a 84 euro ndr) è confluito in quel fondo, eppure nel 2013 la Regione ha ridotto da 500 mila a 150 mila euro gli stanziamenti». È iniziato così il pressing di Palazzo Belgrado su Trieste per ottenere maggiori trasferimenti. «Di norma sono denunce che si aggirano sui 2 mila o 3 mila euro di danni ciascuna – osserva l’assessore Quai – non colpiscono i beni voluttuari ma le auto utilizzate dalle famiglie per andare al lavoro». Per il 2015 la Regione ha reso disponibili 150 mila euro a inizio anno e, nel settembre scorso, ha decretato l’assegnazione alla Provincia di Udine di 253.965 euro aggiuntivi, cifra che dovrebbe permettere una discreta percentuale di copertura delle richieste. «Contiamo di erogare gli indennizzi entro la fine della primavera» assicura l’assessore. Più complessa la situazione per i danni alle colture. «Purtroppo – fa notare Quai – la Regione applica il regolamento comunitario per gli aiuti de minimis sui risarcimenti all’agricoltura e ha fissato un tetto di 15 mila euro per ciascuna azienda. Una soglia che può essere applicata in tema di contributi, ma non certo di risarcimenti poichè alcune aziende agricole sono soggette a razzie periodiche da parte della fauna selvatica, che noi verifichiamo con attenti sopralluoghi». Forse per questo le richieste di indennizzo sono passate da 92 nel 2013 per 342.194 euro complessivi (di cui 57.501 liquidati) a 64 nel 2014 per 150.305 euro (di cui 73.766 liquidate), mentre nel 2015 le richieste sono diventate 53 (per 59.116 euro). Anche in questo caso la geografia è quanto mai varia. I cinghiali risultano i principali responsabili delle razzie alle colture, seguiti da cornacchie, lepri, caprioli, nutrie, volpi, cervi, merli e storni.

Carnia: a Lauco arrivano i pompieri per dar da bere agli animali

di Gino Grillo.
La scarsità di precipitazione ed il freddo intenso, con anche 10 gradi sotto zero, di questo periodo hanno causato diversi disagi ad un’azienda zootecnica. A dissetare nove mucche e alcuni cavalli dell’azienda di Renato Dario, in Val di Lauco, a quota 1.200 metri, località completamente senza un centimetro di neve, sono dovuti intervenire i vigili del fuoco, alle 22.30 di domenica, con due fusti di 200 litri (altri erano stati portati in quota da Carniacque nei giorni scorsi). «L’acqua – racconta la moglie di Renato, Donata – arriva a giorni alterni, non ne abbiamo neppure per usi domestici, ma l’importante era dissetare gli animali». La zona, dove vive una dozzina di personei, è servita da un acquedotto privato, costituito da un vascone eretto “sotto i monti”” e da una rete sotterranea costruiti in tempi lontani dai pastori. Oggi l’acquedotto serve tre aziende agricole e una cinquantina di capi, ma l’azienda di Dario è la più lontana, in una zona pianeggiante dove l’acqua fa più fatica ad arrivare. «Le tubature – spiega Donata – arrivano prima in stalla, poi salgono ai piani superiori dove abbiamo l’abitazione. Qui l’acqua scarseggia, a volte non arriva neppure e non possiamo neppure farci la doccia». Per gli usi domestici «ci si arrangia con bottiglie d’acqua minerale», mentre il bucato lo si porta a valle da parenti. «Carniacque e il Comune – prosegue Donata -. una volta avvertiti, hanno effettuato dei sopralluoghi. Alcuni anni or sono la vasca di raccolta è stata ammodernata, ma ora manca l’acqua per gli animali e bisogna che si intervenga in modo che simili situazioni non abbiano più a ripetersi». Non manca un accenno polemico: «Non vorrei – termina la donna -, considerato che le temperature sono spesso sotto zero, che qualcuno lasci qualche rubinetto aperto per non far gelare le condutture: l’acqua è importante per tutti».

Carnia: Romano Marchetti, un antieroe del nostro tempo

di Ermes Dorigo.

(Si ripropone ‘omaggio a Romano Marchetti 100 anni’  per i 103  il 26 gennaio  giornata in cui  sarà insignito della Medaglia d’oro al Valor Militare  da delegato del Presidente della Repubblica)

“Une côce in miéč al prât/ une côce iò ai cjatât”: così cantilenando, arrivava coi suoi occhietti furbi il pittore Arturo Cussigh e si sedeva, al Roma, accanto a Romano e a me vicino al fogolâr, balcone sopraelevato, da dove si dominava la sala affollata di avventori, seduti o in piedi sulle verdi piastrelle  abrase attorno al bancone, appartati dal romorìo a folate dell’ambiente fumigante; di tempo in tempo passava Gianni Cosetti, assorto o ruspio o amabile conversatore, ad attizzare il fuoco ed una sontuosa fiamma, che dalla primavera all’autunno era sostituita dalle traboccanti  e sgargianti composizioni floreali della sorella Liliana. Era divenuto un appuntamento rituale: l’ironia di Cussigh e la passione indignata di Romano che, traendo dalla tasca un foglio dopo l’altro, dimostrava con grafici, ragionamenti, schizzi il tradimento  nei confronti della Carnia dei politici locali, succubi del latrocinio udinese.

Credo che il nostro primo incontro a tu per tu sia avvenuto dopo il terremoto del 1976 proprio sull’entrata del Roma e che egli si sia rivolto a me con un rimbrotto, per aver io definito  eccessivo, in uno dei tanti incontri culturali, cui partecipavamo entrambi, il suo anti-udinesismo: “Puoi pure dissentire, ma devi rispettare anche le opinioni che non condividi!”, mi disse con sguardo fermo, poi quasi volò via lungo il marciapiede con l’impermeabile svolazzante che pareva il tenente Colombo, pensai; similitudine appropriata, mi resi conto in seguito, in quanto anche lui sommesso e modesto, antiretorico, dissimulatore delle proprie grandi qualità di intelligenza critica e investigativa: documenti, leggi, fatti, prove a smascherare i falsi alibi dei politicanti.

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In seguito, da diverse occasionali conversazioni, seppi che era nato il 26 gennaio 1913 a Tolmezzo, da Rachele Diana di Maiaso (compresi così il motivo del suo profondo legame con questo paese e con la Cooperativa di Lavoro di Enemonzo, che aveva contribuito a fondare) e dal direttore didattico Sardo Marchetti, quello stesso, me la mostrò qualche anno dopo, che aveva steso nel 1907 la sua relazione su Benito Mussolini, maestro a Tolmezzo, ripresa con grande evidenza da Claudio Magris sul Corriere della sera del 27 febbraio 1993: “Il Sig. Benito Mussolini non fu un maestro senza una naturale disposizione all’arte educativa, ma senza metodo, mancante di quei mezzi e abilità che sono istromenti indispensabili all’educatore, senza la chiara visione di quanto deve impartire nella scuola, disorganico nel procedimento; il sig. Benito Mussolini (pur riconoscendogli il suo lavoro) ha ottenuto frutti scarsi. Avrebbe potuto raggiungere un profitto molto migliore se avesse dato alla scuola buona parte delle sue non comuni risorse intellettuali”. Appresi, inoltre, che era agronomo, laureato a Firenze e con una specializzazione in Agricoltura tropicale; ma soprattutto ch’era stato un combattente nella lotta di Liberazione dalla dominazione nazifascita e caucasica: dopo aver contribuito a creare una rete resistenziale in Carnia, il coordinamento dei CLN di vallata, il comando unificato delle 5 brigate Osoppo-Garibaldi operanti in Carnia, del quale divenne Commissario unico, era stato nel 1944 tra i padri costituenti ad Ampezzo della Giunta Civile di Governo della Zona Libera della Carnia. Così lo ricorda nel giugno di quell’anno Tiziano Dalla Marta nel suo libro autobiografico Il volo del rondone: “Trentenne, bello nella divisa kaki, il fazzoletto verde intorno al collo. Con voce quasi musicale, gli occhi chiari che guardavano lontano come per trovare l’ispirazione al suo argomentare, mi parla di giustizia sociale e di libertà, di democrazia e di autogoverno per un migliore avvenire della Carnia. Non accenna alla violenza che sta disintegrando il mondo, ha la serena determinazione di chi già si prodiga nell’opera di ricostruzione”.

Pur avendo sperimentato di persona il diffuso atteggiamento antipartigiano, non mi pareva che questo suo passato potesse pesare a tal punto su di lui e determinarne come un isolamento, pur tra formali attestati di stima. C’era, infatti, anche qualcos’altro: lui, azionista e poi repubblicano, nel dopoguerra si era avvicinato agli esponenti di Unità popolare ed era “in combutta” coi membri della Giunta di sinistra del sindaco Pesce: i moderati lo guardavano con sospetto, mentre la Questura lo qualificava  come “pericoloso in zona di confine, sospetto di intelligenza con Tito”; di fatto,  venne allontanato dal Friuli anche per aver aggredito verbalmente  il comiziante on. Tiziano Tessitori, che aveva definito gli esponenti di Unità  popolare” quelli delle mantenute”; l’esilio politico dura dal 1953 – Savona, Treviso – fino al 1964, quando può tornare in Regione, ma senza poter mai rivestire la carica , che gli spettava di diritto, per aver superato gli esami di Ispettore Capo per merito distinto; infatti,  quando  vengono nominati i Capi dell’Ispettorato Provinciale di Udine e del Servizio Agrario Autonomo della montagna, Romano viene escluso.

Mai, comunque, una parola di vittimismo e di rancore da parte sua; rabbia certo, indignazione, ma niente odio, fedele, se pur a denti stretti, fino in fondo ai suoi ideali di fratellanza universale; ma i fatti sì, perché si ricordasse la cattiveria del potere, quando, per spirito di indipendenza e di libertà, non ci si sottomette ad esso. Fatti, storia, individuale e collettiva; ma, da antieroe, non ha mai voluto porsi come saccente maestro: “Vedi – mi diceva -, io ti dico quello che ho fatto, non so se bene o male. Tu scegli e utilizza quello che ritieni valido”: responsabilizzava l’interlocutore, lo costringeva a riflettere, a valutare, a formarsi un giudizio personale e autonomo: maieutico, socratico nel suo sapere di non sapere, ma fermo nei propri ideali (europeista ante litteram diede al figlio il nome di:Euro),  nelle proprie convinzioni e nell’ interminato amore per la sua terra.

A guerra appena finita, il 19 maggio 1945 vede la luce ad opera sua il settimanale Carnia, la cui direzione dopo il numero 13 deve abbandonare, per motivi di lavoro: doveva pensare alla famiglia,  sostenuta fino allora soprattutto dal lavoro della moglie Lida Benardelli, che aveva sposato nel 1941. Sotto lo pseudonimo di Cino da Monte rilancia, memore delle esperienze del primo Novecento e della Zona Libera,  i temi del cooperativismo e la necessità di un organo di autogoverno e autodeterminazione della Carnia (sarà affidato a lui il compito di studiare lo statuto della Magnifica Comunità Cadorina e di preparare una bozza per quella che nel 1947 sarà la Comunità Carnica; bozza bocciata, perché troppo ‘autonomista’): “La Carnia è una piccola regione: la lingua, la razza, il sentimento, le consuetudini dei suoi figli, i problemi di carattere industriale, commerciale, agricolo, pastorale, identici  o quasi  in ciascuna delle valli, ne fanno un’unità distinta dal Friuli non scindibile in parti più piccole. I problemi della Carnia in Friuli son poco sentiti perché non sono gli stessi; inoltre Udine è troppo lontana anche in chilometri da tali problemi.”

Cosa ha rappresentato per me l’incontro con Romano? E’ stato, nella oscura selva sociale carnica, una guida come Virgilio per Dante, come ho abbozzato in alcuni versi a lui dedicati, mai compiuti, nel 1995: “Hai preso per mano e guidato/ nei sentieri della storia/ un incompiuto, istinto di vita/  nella ragnatela della morte/ dell’anima./  Perché camminare?/ chiedeva il rinunciatario. So/ già dove mi porti, in un mondo/ di morti. Non sono tutti tarantole/ gli uomini, rispondevi antico,/ e con la mano premurosa/ levavi/ le ragnatele dagli orecchi.  / Ora senti, se pur confusamente,/ brusio chiacchiere voci pianti/ strida lamenti sussurri d’amore/ godimenti: libera i rumori/ che hai dentro e scopri la tua voce./ L’afasíco balbettava/ fin che modulava il suo nome,/ odiandolo. Panoramico guardati,/ distante da te come da giovane,/ quand’eri più forte del tuo dolore…”

Ne scrivo al passato, perché inevitabilmente un’amicizia che dura da oltre cinque lustri è intrecciata di ricordi, ma Romano è ben presente nella sua nobile e assorta figura, sempre combattivo, curioso e acuminato lettore di giornali e libri e della realtà, vicina e lontana, che ci circonda. Discutemmo un giorno del romanzo di Volponi Le mosche del capitale ed ecco che, pochi giorni dopo, arrivò con il libro del 1952 di Adriano Olivetti, Società, Stato, Comunità, per confermare la sua sintonia d’idee con lo scrittore urbinate, che si era formato proprio a Ivrea: un ideale di progresso sociale, fondato sulla conciliazione tra capitalismo sociale e socialismo liberale, che era poi, con tutte le contraddizioni, quello che aveva determinato il suo avvicinamento, tramite Fermo Solari, al Partito d’Azione,  a Giustizia e Libertà.

Un altro giorno lo vedo molto abbattuto: l’attuale Giunta regionale ha distrutto le Comunità Montane, figlie della Comunità Carnica: indignato mi guarda e come è solito, quando è in questo stato di tensione, col collo incavato nelle spalle e il mento sul petto, esplode in una furente condanna e riprende amaramente ad enumerare le spoliazioni subite dalla Carnia e dalla montagna friulana, ricordando, tra l’altro, il convegno che, col supporto del periodico Macchie, avevamo organizzato insieme a Tolmezzo nel giugno 1981 sul tema: Una proposta di sviluppo e di autonomia per la Zona Alpina (istituzione del Circondario come dall’art. 129 della Costituzione): anche i  comuni fallimenti ci hanno uniti.

Pochi anni fa mi consegnò un suo manoscritto: I due scogli morali di Caio Gracco, sorta di psicodramma con bellissimi passaggi descrittivi: Caio Gracco, sul punto di morire, è lo specchio, sereno e stoico del suo scacco: il tribuno della plebe sconfitto dal corrotto Senato-politicante e dalla voracità dei Cavalieri-faccendieri, ma anche da una plebe non cresciuta civilmente e culturalmente, nonostante tutti gli sforzi, per educarla e trasformarla da anonima ‘gente’ in cittadini.  Pensavo, appunto per questo suo contenuto autobiografico, di pubblicarlo ora, così come, in occasione dei suoi ottant’anni, avevo pubblicato il suo scritto visionario e onirico-allucinato, L’Ors di Pani, anch’esso ricordato nell’articolo citato di Magris, documento intenso di una esperienza biografica fondamentale: la dolorosa e sofferta conquista della ‘maturità’ – proprio in Pani aveva attrezzato un primo rifugio di armi e viveri per la Resistenza.

Invero, Romano, personalità complessa e sfaccettata, difficile da etichettare o da fissare in un’immagine statica, è (è stato) soprattutto un intellettuale non teoretico, ma pragmatico; un intellettuale alla Vittorini, che non ha “suonato il piffero” per nessun dogmatismo; o, se si vuole, come quello delineato da Norberto Bobbio in Politica e cultura del 1955, indipendente nel giudizio, servitore della verità, coscienza critica della società civile in rapporto  dialettico con il ceto politico: quanto basta per essere guardato con diffidenza un po’ da tutti: il prezzo della libertà.

Conoscitore di scienza e acuto lettore di opere letterarie (è sua la definizione di Siro Angeli come “scienziato del metro e dell’anima”), le nostre conversazioni spesso si allontanavano dalle delusioni della storia sulle orme di Leopardi, verso l’infinito, verso la libertà di mondi possibili, che continuano a vivere dentro Romano: “Solo attraverso l’istruzione di livello superiore e attraverso la cultura la Carnia potrà superare i suoi ritardi sociali ed uscire dalla marginalità economica”. Coerente fino in fondo con questa sua convinzione ha promosso con altri la creazione in collaborazione con l’Università di Trieste del Centro Botanico sul monte Pura ad Ampezzo; si è battuto per l’istituzione a Tolmezzo del Centro Plurilinguistico Internazionale (poi trasferito a Udine anche per l’insipienza dei carnici);  è stato tra i fondatori del Coordinamento dei Circoli Culturali della Carnia e, fino a poco tempo fa, per quasi un decennio, ha insegnato all’Università della Terza Età.

A questo punto dovrei ricominciare da capo e scrivere della moglie Lida, senza la cristiana vicinanza e ‘sopportazione’ della quale non avrebbe potuto vivere fedele  ai propri ideali e valori, ed essere l’uomo ch’è stato.       

Friuli: la Stratex dichiarata fallita, vinse appalti all’Expo 2015

di Luana de Francisco.
Non ce l’ha fatta: la “Stratex spa”, storica azienda con uffici e stabilimenti a Palazzolo dello Stella e Sutrio, e partecipata al 28,57 per cento dalla finanziaria regionale Friulia, è arrivata al capolinea. Venerdì, il tribunale di Udine ne ha dichiarato il fallimento, decretando in tal modo la fine di un’attività imprenditoriale cresciuta negli anni, fino al punto di riuscire a imporsi sul mercato mondiale del settore del legno e, più in particolare, della bioedilizia e della produzione di strutture in legno lamellare, e di aggiudicarsi importanti appalti anche all’Expo 2015 di Milano. Con la sentenza, pronunciata dal collegio presieduto da Francesco Venier – a latere, i colleghi Andrea Zuliani e Lorenzo Massarelli -, sono stati indicati quale giudice delegato lo stesso Massarelli e, come curatore, il commercialista udinese Maurizio Variola. L’esame dello stato passivo della società avverrà nell’udienza fissata per il prossimo 14 giugno. La decisione del tribunale chiude un iter avviato lo scorso 13 novembre, con il deposito dell’istanza di dichiarazione di fallimento presentata dalla “Codognotto Italia Spa”. Che la Stratex non navigasse in buone acque era cosa nota già dall’estate scorsa, quando era stata la stessa azienda a chiedere l’ammissione alla procedura di concordato preventivo al tribunale del capoluogo friulano. Il piano di salvataggio, però, non era stato ritenuto sufficiente a garantire la «prospettiva di continuità aziendale» promessa «grazie all’intervento finanziario di un soggetto terzo» con il quale la società aveva dimostrato di avere già trattative in corso. E così, l’azione combinata della mancata fiducia in una reale possibilità di ripresa dell’azienda e dell’istanza di fallimento nel frattempo presentata da uno dei creditori ha portato al verdetto di venerdì. Una decisione sicuramente prevedibile, ma rispetto alla quale più di qualcuno, specie tra i circa 80 dipendenti attualmente in servizio, aveva continuato a conservare qualche margine di ottimismo. Dopo le difficoltà determinate dalla negativa congiuntura economica mondiale e che, nel 2013, l’avevano costretta a ricorrere alla cassa integrazione, infatti, la Stratex aveva inaugurato una nuova stagione produttiva. E il peggio sembrava definitivamente passato. Il bilancio del 2014, chiuso con oltre 30 milioni di ricavi e 150 dipendenti al lavoro su tre turni, e quello non meno florido del 2015, avevano restituito ossigeno all’azienda. Buona parte dei risultati dell’ultimo biennio era legata proprio agli appalti che la società capitanata dalla famiglia Plazzotta era riuscita ad aggiudicarsi con l’Expo di Milano. Sua la firma posta sul progetto del Centro servizi e sua anche quella del padiglione della Cina, entrambi riconoscibili dalle strutture in legno lamellare che ne caratterizzano design e produzione. Per non parlare delle commesse collezionate nelle maggiori città italiane – da Trieste, a Firenze e Venezia – e all’estero – dal Kazakistan, alla Francia e il Qatar -, oltre che degli ulteriori affari in corso di trattazione in Marocco e Colombia. Decisamente non male per una realtà aziendale partita da Sutrio come una segheria, nei lontani anni Cinquanta, e diventata poi, generazione dopo generazione, un punto di riferimento nazionale e internazionale nel proprio segmento di produzione, tanto da azzardare il raddoppio nel 2010, con l’inaugurazione dello stabilimento da 12 milioni di euro di Palazzolo. A trascinare la Stratex nel baratro del fallimento, quindi, non è stata certo la carenza di ordini. La “bestia nera”, per la famiglia Plazzotta così come per tanti altri bravi imprenditori, è stata la piaga dei crediti. E cioè del ritardo infinito con cui molti di loro sono costretti a incassare pagamenti per milioni e milioni di euro. Un effetto indiretto della crisi, insomma, che, sommato alle esposizioni per alcune delle grosse commesse in corso, ha finito per prosciugarne la liquidità e paralizzarne la struttura produttiva.

Friuli: Promotur non trascuri chi pratica lo scialpinismo

di Alberto Muzzolini Udine.

Una proposta per Promotur nDa tanti anni ormai faccio parte della categoria degli scialpinisti, quegli sportivi cioè che preferiscono risalire a piedi le piste innevate piuttosto che utilizzare gli impianti di risalita per poi godersi un’unica discesa guadagnata con le proprie forze. Siamo tanti e rappresentiamo una potenziale risorsa per gli operatori turistici delle località che frequentiamo ma di questo, in zona, nessuno si è accorto ed anzi i gestori dei comprensori sciistici regionali di Promotur da anni ci ostacolano con una serie di divieti incomprensibili quasi fossimo un pericolo pubblico. Di recente una minima apertura, in verità, c’è stata ma molto limitata ed utile, nella pratica, solo agli atleti che in questa disciplina si allenano per le competizioni. Sinceramente non capisco quale pericolo possa rappresentare uno sciatore che lentamente a bordo pista risale un pendio ma tant’è ormai nessuno rischia multe tra l’altro spropositate dal momento che nella vicina Austria ma anche in Veneto gli scialpinisti sono invece accolti a braccia aperte. Per fare un esempio nel comprensorio di Arnoldstein pagando 5€ si può risalire un tracciato a bordo pista opportunamente segnalato senza alcun rischio per chi sale come per chi scende. Mi permetto di suggerire a Promotur di non trascurare una categoria di appassionati delle nostre montagne che ha raggiunto ormai una consistenza numerica tale da essere appetibile per gli operatori economici dei comprensori sciistici regionali.

Tolmezzo: Betania continua a crescere è la frazione dei giovani

di Tanja Ariis.
Betania continua a crescere:nel 2015 ha registrato 8 abitanti in più, raggiungendo i 1.104 residenti. In sei anni sono aumentati di 94 unità. Molte sono le giovani coppie che scelgono Betania per viverci, preferendola anche al capoluogo. Inoltre ben 195 dei suoi abitanti hanno un età sotto i 18 anni. Anche per questo molte richieste della consulta frazionale al Comune riguardano interventi per tali residenti. Il presidente della consulta, Mauro Migotti, commenta: «Betania continua a crescere in residenti, a differenza del capoluogo e di quasi tutte le frazioni. Merita quindi le dovute attenzioni». Migotti accoglie con favore la notizia del contributo regionale per le Zone 30 a tutela del transito ciclopedonale, specie vicino alle scuole. Rileva però anche che «una delle priorità che abbiamo ricordato di nuovo al sindaco nella riunione del 16 novembre è una zona pubblica da adibire a campetto sportivo della frazione. Abbiamo sottolineato che la cittadinanza chiede un “campetto di sfogo” e che l’area adatta poteva essere una zona all’interno dell’ex Tiro a segno nazionale»(di cui mesi fa il Comune ha ottenuto l’assegnazione in concessione) di proprietà del Demanio dello Stato. «È adiacente alle scuole e centrale. Abbiamo così chiesto al Comune di domandare l’autorizzazione agli uffici competenti per potervi effettuare un’approfondita pulizia, tagliando qualche pianta di pino nero, per adattare l’area a campetto sportivo e fare così anche gli interventi di pulizia previsti nella convenzione che il Comune ha stipulato con il Demanio. Dopo oltre un mese e mezzo pare non sia nemmeno stata inoltrata la richiesta, sollecitata altre volte al sindaco e alla vicesindaco. Con una spesa minima di circa 3 mila euro – osserva – la consulta e i volontari dell’Apc Betania avrebbero effettuato un primo intervento sull’area, oggi degradata e “habitat” di topi e serpentelli. Con l’autorizzazione a iniziare il taglio delle piante si potrà rimuovere a inizio primavera le ceppaie e livellare il terreno». In una zona del tiro a segno in questi giorni è stata invece rimossa la guaina catramata, che ora sarà smaltita dal Comune (in quanto si è assunto l’onere della pulizia dell’area), «cioè – osserva – a carico della collettività». Migotti considera poco percorribile anche l’ipotesi avanzata dall’assessore Alfonso Fasolino nel marzo scorso: «asseriva che questa convenzione avrebbe permesso al Comune di realizzare la viabilità programmata di collegamento tra via Palmanova con via Illegio entro ottobre».