Una coraggiosa politica energetica regionale

Logo del consorzio BIM Tagliamento

di Franceschino Barazzutti
già presidente del Consorzio del Bacino Imbrifero Montano (Bim) Tagliamento, già sindaco di Cavazzo Carnico

Ha fatto bene il neopresidente del Consorzio BimTagliamento, nonché sindaco di Ampezzo, Michele Benedetti a sollevare il tema dell’applicazione nella nostra regione dell’art. 11-quater (Disposizioni in materia di concessioni di grandi derivazioni idroelettriche) della Legge Nazionale 11. 02. 2019 n. 12 (Legge Semplificazioni), poiché il settore idroelettrico investe ampiamente e pesantemente quasi tutti i corsi d’acqua del territorio montano della nostra regione, per il quale il provvedimento legislativo può essere uno strumento per una positiva svolta radicale. Ma vediamo, per punti, che cosa prevede questo provvedimento legislativo iniziando dall’aspetto più importante qual è il trattamento delle concessioni: “alla scadenza delle stesse e nei casi di decadenza o rinuncia, gli impianti passano, senza compenso, in proprietà delle regioni, in stato di regolare funzionamento”. Questo è il dettato fondamentale. Al concessionario è dovuto solo un indennizzo pari al valore non ammortizzato delle opere autorizzate. Le regioni possono assegnare le concessioni così acquisite ad operatori economici mediante gara pubblica, (che significherebbe lasciare le cose come sono ora! ) o a società a capitale misto pubblico-privato (sarebbe una mezza misura! ) o a una propria società energetica (sarebbe la cosa giusta! ) come avviene con ottimi risultati nella Regione Autonoma Trentino Alto Adige. Conseguentemente i nuovi concessionari versano i canoni concessori alla regione e non più allo stato. Inoltre sono previsti canoni aggiuntivi da destinare al finanziamento del ripristino ambientale dei corpi idrici interessati dalla derivazione e misure di compensazione ambientale e territoriale da destinare ai territori dei comuni interessati dalla presenza delle opere idroelettriche Con questo provvedimento legislativo viene riconosciuta alle regioni l’importante facoltà di disporre “l’obbligo per i concessionari di fornire annualmente e gratuitamente alle stesse regioni 220 kWh per ogni kW di potenza nominale media di concessione, per almeno il 50 per cento destinata a servizi pubblici e categorie di utenti dei territori provinciali interessati dalle derivazioni. ” Tale obbligo è da tempo vigente nel Trentino Alto Adige. Di fronte a così importanti ed innovativi poteri attribuiti alle regioni, sorge la domanda: come mai la nostra Regione non ha ancora adottato la propria legge attuativa di quella nazionale entro il termine massimo previsto del 31 marzo 2020? Né risulta che sull’argomento tuttora siano state depositate in consiglio regionale proposte di legge di gruppi politici o di singoli consiglieri o un disegno di legge giuntale. Ogni ulteriore ritardo sarebbe grave e minerebbe la credibilità politica. Preoccupa il fatto che sugli interessanti scenari disegnati dalla legge nazionale regni il silenzio in particolare proprio nei territori montani sui quali principalmente grava l’idroelettrico, mentre dovrebbe essere oggetto di dibattito e di iniziative nelle sedi istituzionali, nei partiti, nelle associazioni, nelle comunità, e perché no anche nei bar, con la volontà di prendere nelle proprie mani il destino della propria terra, dove sono presenti storiche presenze di cooperative idroelettriche centenarie che hanno garantito e garantiscono condizioni favorevoli agli utenti e sono depositarie di una preziosa esperienza gestionale. Tra le varianti di assegnazione delle concessioni acquisite va considerata la preziosa e consolidata esperienza della Provincia Autonoma di Trento, che attraverso la propria società energetica “Dolomiti Energia” ed altre società pubbliche gestisce le concessioni, come fa pure la Provincia Autonoma di Bolzano con la propria società energetica “Alperia”. Province che hanno saputo e voluto ben utilizzare ed ampliare i poteri della loro autonomia. Altrettanto deve fare la nostra Regione, dove purtroppo spadroneggiano società energetiche esterne, i cui azionisti di riferimento – si noti – sono Comuni, enti pubblici che incamerano all’attivo dei loro bilanci i profitti realizzati dallo sfruttamento della nostre acque. È ormai indilazionabile che la nostra Regione a statuto speciale di autonomia costituisca quanto prima una propria società energetica a capitale pubblico per assumere via via le concessioni. Non si capisce perché la proposta di legge n. 193 avente per oggetto “Costituzione della Società Energia Friuli Venezia Giulia – SEFV”, presentata il 27. 02. 2017 dai Consiglieri Revelant, Tondo, Riccardi, Colautti, Violino, Marsilio, Ciriani e Zilli sia rimasta senza seguito. Forse per fermarla è bastata una letterina dell’Associazione dei derivatori “Elettricità Futura”? Occorre più coraggio politico. Tanto più che sono imminenti le scadenze del complesso idroelettrico della Val Tramontina di Edison, cioè della francese “Electricité de France”, costituito da 5 centrali, mentre nel 2029 scadranno le concessioni del sistema idroelettrico del Tagliamento della lombarda a2a costituito dalle centrali di Ampezzo e di Somplago. Un sistema dinosauro incompatibile e insostenibile in quanto ha privato di tutte le acque la gran parte della Carnia e sconvolto il lago di Cavazzo o Tre Comuni, un sistema che va rivisto. È tempo che la nostra Regione a statuto speciale di autonomia decida se vuole doverosamente svolgere una propria politica energetica autonoma anche ricorrendo alle moderne tecnologie o se invece vuole continuare a rilasciare concessioni per centraline speculative che inaridiscono gli ultimi ruscelli, incentivate fra l’altro con i certificati verdi pagati dagli utenti attraverso le bollette, e ad essere quindi colonia delle società multiutity esterne. Tanto più dal momento che l’idroelettrico sfrutta un bene comune per eccellenza come l’acqua che sta già diventando sempre più strategica e preziosa.

L’anima carnica di Pietro Cescutti

Da “Lettere al Direttore del MV” del 22/01/2020

con questa lettera vorrei ricordare mio padre Pietro Cescutti nel venticinquesimo anniversario della sua morte.Si era fatto qualche anno di Grecia e Albania, arruolato nel terzo granatieri di Sardegna, meritandosi la croce di guerra al valore militare. Era riuscito a tornare a casa un po’ prima che finisse la guerra a causa di problemi a un orecchio, in seguito allo scoppio di una bomba, per questo cercò di ottenere una pensione per invalidità, che però non ebbe mai.Rientrò nel suo paese natale, in Carnia, e venne subito nominato podestà, al posto di quello che aveva tagliato la corda, visto come si stava mettendo la situazione per il regime di allora.Non era fascista, anzi, apparteneva alla brigata Osoppo, ci sono i documenti che lo testimoniano, e, grazie a quella “copertura”, riuscì a salvare molte persone. Per questo trattò con i cosacchi di Verzegnis, con il comando dei tedeschi stabilitisi nell’albergo Rossi e, più tardi, con gli inglesi, sempre lì alloggiati. A causa della denuncia di un fascista – che io ho avuto modo di conoscere – venne imprigionato a Tolmezzo, rischiando di essere deportato. Se la cavò perchè riuscì a fuggire dalle carceri prima di essere trasferito. In seguito fu eletto primo sindaco della Repubblica, incarico che onorò per due volte.Ha insegnato con passione, competenza e dedizione per molti anni nelle scuole elementari, dove era rinomato per la sua paterna severità e per la sua spiccata capacità artistica. È stato anche il primo corrispondente del Messaggero Veneto per la Carnia. Molto ha fatto per il suo paese, sia sul piano culturale che su quello sociale. Nipote diretto di Giovanni Gortani, si deve anche a lui se i trecento e passa libri, scritti dal nonno, sono stati raccolti e trasferiti nell’archivio di stato. Ha lasciato una infinità di quadri, dopo aver esposto in diverse mostre personali. E tanto si potrebbe dire ancora…Personalmente lo ricordo come uomo mite, schivo, di grande cultura e grande sensibilità. Voglio ricordarlo anche insieme a sua moglie, donna Alessandra, donna a sua volta eccezionale, con la quale ebbe una storia incredibile, e dalla quale ricevette gli stimoli e lo sprone necessario per fare tutto ciò che ha fatto.Dimenticato ormai da molti, soprattutto da chi non dovrebbe… sempre presente invece nella mia vita.Era mio padre e, come tale, con infinita tenerezza lo ricordo, insieme a quegli occhi azzurri, che mi guardarono, per l’ultima volta, venticinque anni fa!

Giuseppe Cescutti.

Aldo Rossi: tornare a scrivere…

Ritornare a scrivere!


Detta così potrebbe far pensare ad un momento di pausa, di stasi, di mancanza di idee e creatività, ad un prosciugamento del pozzo in cui i miei pensieri più profondi si aspettano che l’intrecciarsi della vita, mi porti a ritrovarli. In realtà di scrivere canzoni non ho mai smesso, però rifuggendo nell’innovazione, nel cercare quello che oggi chiamano l’effetto “wow”, proiettandomi nella zona in cui il genio della trovata non ammette troppe discussioni, come la recentissima “Vino rosso”. Una modalità  proiettata nel futuro che sotto sotto, serve anche a fare in modo che si non debba mai fare i conti con il passato.

Il passato che, musicalmente parlando, significa canzoni di grande successo e impatto emotivo che non smettono mai di essere ascoltare nemmeno 15 anni dopo averle scritte, con le statistiche di Youtube.com a dirmi che qualcuno, da qualche parte del mondo, anche oggi ha visualizzato e messo in play brani come “Cjalde che sere”, “A la su”, “La me rosse”, “None “. Per questo non ho più cercato quel filone compositivo, quelle radici ben piantate in un territorio e nella sua cultura che mi hanno permesso di scrivere, brani che con le mille attestazioni di affetto e di stima da parte di chi mi segue, posso definire i miei piccoli “capolavori”. C’è una paura là in fondo al mio cuore: quella di non essere più all’altezza di quello che sono stato, di confrontarmi con quel temibile avversario che è quel “che tu sei già riuscito a fare”; paura di ritrovarsi a pensare se quel tempo trascorso possa tornare, se il mondo visto dai tuoi occhi ha ancora la capacità di far generare parole e suoni dalla tua anima. E se ancora ci fossero per la tua terra e per i tuoi “fradis”, temi così unificanti da trattare che possano arrivare a tutte coscienze e venir riconosciuti come parte di un bene comune condiviso…

E da qui che nasce la necessità di un ritorno alla scrittura, a quel tipo di scrittura.

Per farlo ho abbandonato tutti quegli aiuti, quel porto sicuro che è il tuo Mac, dove è facile sviluppare le idee a patto di saper riconoscere quella giusta tra le cento che puoi generare. Niente computer, decido che scriverò a mano e utilizzerò solo un registratore per incidere le note della mia chitarra. Esattamente come facevo 15 anni fa e vi assicuro che non è un vezzo: al diverso modo di scrivere corrispondano cambiamenti nel modo di pensare, la scrittura a mano obbliga a una maggiore concentrazione; tornare a scrivere con la penna e in corsivo è il modo migliore per allenare il pensiero e per renderlo fluido. Lo sguardo è puntato sulla mano che guida la penna sul foglio e su di essa convergono movimento e creatività. Mi obbligo ad usare solo la chitarra e non i sequencer con i loro suoni elettronici: se le mie canzoni migliori sono arrivate così è da li che dovrò ripartire.

E un argomento condiviso che riesca ancora a farsi riconoscere come valore comune della Friulanità nel 2020, finalmente ora credo di averlo trovato.

Quindi posso dirvi che ci sarà una nuova canzone scritta ora come allora e che regalerò a chi mi segue: un dono per il Natale 2019.

“Quando la folla diventa preda del razzismo” di Pierluigi di Piazza

di Pierluigi di Piazza
Provo quotidianamente un dolore profondo dell’anima per la evidente e persistente disumanità di una parte di questa società, della politica che la alimenta e insieme la interpreta e rappresenta in un circuito molto pericoloso di reciproco sostegno. Le migrazioni sono il fenomeno più importante e decisivo del nostro tempo e, se sempre hanno caratterizzato la storia dell’umanità, da alcuni decenni hanno assunto una dimensione planetaria: sono infatti 70 milioni le persone costrette a partire. Delle cause strutturali delle loro forzate partenze il nostro mondo è ampiamente responsabile per il passato remoto e nel presente. Impoverimento, condizioni di vita disumane, violazione dei diritti umani, violenze, guerre, disastri ambientali costringono a partire. Di questo la politica non parla. Negli ultimi anni ci sono stati arrivi significativi, mai l’invasione di cui è stata diffusa la percezione con evidente falsità. Si constata quotidianamente la totale mancanza da parte della politica sovranista e localista di una considerazione planetaria del mondo e di conseguenza dell’impegno a rompere le cause strutturali delle forzate migrazioni per accompagnare il cammino dei popoli del pianeta e insieme per progettare con lungimiranza l’accoglienza di chi arriva nelle nostre società nella consapevolezza che esse ne avranno bisogno per la loro stessa vita, basti pensare alla progressiva decrescita demografica.Insomma un altro mondo diverso da costruire. L’insicurezza generalizzata di questa società liquida, le diverse paure alimentate ad arte, i timori per il futuro, l’esigenza di rassicurazione personale e sociale, i diritti non garantiti, il desiderio di un cambiamento politico, l’esigenza di un progetto più adeguato sull’accoglienza hanno portato, nella logica illusoria del capro espiatorio, a identificare nell’altro che arriva la causa di tutte le situazioni problematiche. La politica di destra con evidenza xenofoba e razzista ha alimentato e alimenta questi vissuti e nello stesso tempo promette di rassicurarli, di portare ordine, mossa dall’avversione verso l’immigrato. Questo pensiero fortemente negativo e disumano è all’origine di leggi altrettanto negative e disumane, come le due sulla sicurezza, che invece non è garantita dalle telecamere, dalle pistole elettriche, dai manganelli, dalle manette, ma dai progetti culturali di crescita umana e di convivenza.Soprattutto colpisce la disumanità, il cinismo di non considerare i migranti persone ma numeri. Di conseguenza non importa se i numeri, non più persone, sono da 15 giorni su una nave: «Per me possono stare lì fino a Natale!»; non importa, anzi indispettisce che la nave di una Ong salvi delle persone, «la nave è da distruggere e da affondare». Prevalgono l’atteggiamento e le parole della distruttività. Le Ong nel Mediterraneo sono state e sono presenze importanti in assenza di un piano e di una presenza efficace dell’Europa e dei Paesi che la compongono, in particolare di Italia, Spagna, Grecia lasciate sole. Le Ong hanno salvato in mare migliaia di persone; certamente vanno ricordate e sempre ringraziate tutte le persone della Guardia di finanza, della Marina, delle Capitanerie che ne hanno salvate decine di migliaia. È evidente la mancanza di un progetto ampliato e permanente dei corridoi umanitari, ringraziando la Comunità di Sant’Egidio e le Chiese valdesi di averli attuati con successi significativi. E puntualmente si ripete il conflitto che questa politica apre con chi salva le vite in mare attribuendogliene la colpa. Ricordo di aver affermato in diverse occasioni, anche in una situazione di particolare significato, di fronte a mille studenti che sarò sempre vicino e grato a chi salva una vita in mare, che i nomi delle navi Acquarius, Diciotti, Sea Watch, Mediterranea, ora Sea Watch 3 suscitano in me vicinanza a loro, gratitudine, ammirazione, sostegno.Sono vicino ed esprimo ammirazione per Carola Rachete, questa giovane donna di 31 anni, mossa solo dal desiderio di salvare le vite in mare e ogni giorno preoccupata delle loro condizioni, persone già ripetutamente vittime e ora rese nuovamente tali dal cinismo della politica per evidenziare strumentalmente la latitanza dell’Europa. Carola si è trovata di fronte a una scelta difficile: violare una norma italiana o venire meno all’obbligo morale di salvare vite umane e insieme al venir meno agli obblighi stabiliti dai trattati internazionali.Partecipando alla sua decisione ho ripensato all’insegnamento di don Lorenzo Milani: «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando, invece, vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate». Le leggi sicurezza sono la legittimazione dei forti. E fino a quando non sono cambiate prevale la preoccupazione per la vita delle persone.L’Onu ha inviato una lettera all’Italia sul decreto “Sicurezza bis” in cui si afferma che il diritto alla vita e il principio del non respingimento, stabiliti da trattati internazionali, prevalgono sulla legislazione nazionale e che rispetto ai diritti umani è fuorviante. E ancora rifacendomi a don Milani ho pensato all’ubbidienza non più virtù, ma subdola tentazione quando è ossequio conformista a leggi ingiuste, e invece virtù quando è espressione delle proprie convinzioni, della propria libertà e responsabilità; quando è disubbidienza per diventare ubbidienza alla vita delle persone. Deve essere denunciata con sdegno morale l’impressionante aggressività violenta, maschilista, sessista nei confronti di Carola Rachete, espressione del degrado culturale ed etico, segno della disumanità di una parte di questo Paese. Manca completamente un progetto serio sull’immigrazione; ci sarebbe tanto da fare ma per questo è necessaria una cultura completamente diversa. La disumanità chiude i cuori, annebbia le coscienze, devia la ragione nell’irrazionalità emotiva, nell’esaltazione del particolare fino a parlare in questa vicenda di “guerra”, di difesa dei confini dell’Italia.È vergognoso! Quante volte ogni giorno il nostro mondo oltrepassa tanti confini dei popoli per occupare, sfruttare, impoverire. Ma noi siamo sempre i primi, i superiori; appunto “prima gli italiani”. Questa irrazionalità ha portato la politica xenofoba a ipotizzare sul fronte orientale muri, barriere. Da non credere. Peraltro, ciascuno ha i suoi maestri: la frequentazione di Trump e di Orban prevede anche queste conseguenze.I muri chiuderanno questo nostro mondo nel suo benessere particolarista e insieme nelle difficoltà di tante persone, nella sua mancanza di cultura e di etica, nella sua illusione. C’è il consenso di tanta gente? La storia ci insegna in modo chiaro che il consenso non corrisponde, specie in alcuni momenti, alla verità delle persone e delle situazioni. Anche le leggi razziali furono applaudite da folle entusiaste. Un’ultima considerazione: che non si continui ad aggiungere vergogna a vergogna autodefinendosi cristiani quando praticamente in modo palese si è contro il Vangelo di Gesù di Nazareth, contro la Chiesa di papa Francesco.

Legambiente FVG e WWF, comunicato congiunto sulla moria delle api

 

Le associazioni ambientaliste LEGAMBIENTE e WWF ritengono necessario intervenire nel dibattito in merito al tema “moria delle api”, con queste brevi note.

  1. Prologo: il contesto globale e la biodiversità
  • Secondo Johan Rockström, co-direttore del Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung (PIK) e uno degli scienziati che ha definito i cosiddetti 9 confini planetari (limiti ecologici) che non dovremmo oltrepassare, «per evitare il disastro climatico, l’eliminazione dei combustibili fossili è la parte facile», il test definitivo per l’umanità sarà la salvaguardia delle risorse biologiche nell’acqua, nel suolo e la biodiversità;

  • Il tasso di estinzione delle specie sta accelerando” “a un ritmo senza precedenti nella storia umana”, causando ora gravi effetti sulle popolazioni in tutto il mondo”. Un nuovo e più grave allarme lancia oggi la Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e sui servizi degli ecosistemi (IPBES), che ha approvato nella sua 7ª sessione plenaria a Parigi il “Global assessment Report” (29 aprile-4 maggio 2019);

  • Il declino degli insetti pronubi e delle api in particolare, è la punta dell’iceberg di una drammatica ed inaccettabile perdita di biodiversità che ha tra le sue cause principali, l’impatto del modello di produzione agro/industriale.

L’inchiesta friulana sulla moria delle api (per non nascondere la testa sotto la sabbia) evidenzia, la necessità di cambio di passo nelle modalità di produzione agricola, che nel tempo ha privilegiato la diffusione dei pesticidi, in luogo di tecniche agricole alternative ed integrate, miranti a ridurre l’impatto sulle acque, aria, suolo e biodiversità. Come accelerare la transizione è un quesito dirimente per le istituzioni pubbliche, le associazioni degli agricoltori, gli imprenditori agricoli e i portatori di interesse? Molti cittadini hanno già scelto. Come peraltro hanno già fatto i cittadini e le istituzioni della Baviera;

  • Gli agricoltori sono l’ultimo anello della catena che, a monte, conserva importanti e imponenti interessi economici, favorevoli al business e non certo a una agricoltura con basso utilizzo di sostanze chimiche;

  • La soluzione processuale (messa alla prova con misure formative) che è stata prospettata da uno degli indagati e rispetto alla quale la Procura della Repubblica di Udine si è espressa favorevolmente, è coerente con l’auspicabile approccio che dovrebbe caratterizzare un’agricoltura innovativa: approfondita conoscenza degli agrofarmaci che vengono utilizzati, sicurezza nel lavoro agricolo, attenzione alla salute dei consumatori, ricerca di produzioni compatibili con gli altri usi del territorio e l’imprescindibile protezione dell’ecosistema;

  • Si rimane stupiti della contrarietà delle associazioni, degli indagati e di chi li difende, nonchè di eminenti persone della politica, che dipingono gli “esiti formativi” del procedimento penale come percorsi di rieducazione obbligatoria;
  • Riteniamo che la messa alla prova possa diventare, invece, sul piano extragiudiziale, una sorta di “messa alla prova collettiva” che coinvolga la Regione nell’adozione di politiche agricole, l’ERSA di predisposizione di linee guida, di formazione e supporto agli agricoltori, le associazioni degli agricoltori e le associazioni ambientaliste in un dialogo costruttivo su questo tema.

  • Allargando lo sguardo si auspicano inoltre obiettivi ambiziosi e strumenti adeguati nel Piano d’Azione Nazionale sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari e nella nuova PAC

3 La proposta delle associazioni

WWF e Legambiente ritengono che la richiesta di messa alla prova, per la natura di questo istituto, che:

  • non costituisce in alcun modo assunzione di responsabilità da parte degli indagati in ordine ai fatti che vengono loro contestati, oltre a consentire agli stessi di estinguere il procedimento penale a loro carico (e costi connessi),

  • non pregiudica futuri contributi della PAC

ben si attaglia a un’impostazione dell’azione giudiziaria, non meramente repressiva ma piuttosto volta alla prevenzione e al rimedio rispetto a vasti fenomeni di illeceità quale è quello rilevato dalle indagini della Procura friulana; Legambiente e il WWF, credendo nell’efficacia di questa forma di giustizia riconciliatoria e riparatoria, come soluzione alternativa al tradizionale iter giudiziario, sollecitano le associazioni di categoria e gli indagati a rivedere le loro posizioni; diversamente WWF e Legambiente si assumeranno nella loro veste di portatrici dell’interesse collettivo alla tutela dell’ambiente, l’onere di assistere tramite un gruppo di avvocati, tutti coloro che intendano iniziare questo percorso di messa alla prova sino al raggiungimento dell’estinzione del reato, laddove non si palesino evidenti ragioni di soluzioni più favorevoli al singolo assistito. Questo patrocinio sarà totalmente gratuito essendosi le predette associazioni assunto l’onere del compenso dei predetti difensori che agiranno in assoluta autonomia di giudizio.

In mancanza dell’auspicato ripensamento nelle prossime settimane verranno diffuse, tramite i siti delle associazioni, le modalità di accesso a questo patrocinio.

Presidente regionale WWF                                               Presidente Legambiente FVG

Alessandro Giadrossi                                                                Sandro Cargnelutti

Tolmezzo: Magazzino solidale c’è l’accordo con la Caritas

 

di Tanja Ariis

Il Comune concorda con Caritas le linee operative per il magazzino solidale: tutti gli avventori possono accedere a tutto il materiale (nuovo o di seconda mano) esposto e l’offerta di denaro deve essere libera e mai obbligatoria. Inoltre la rendicontazione non sarà presentata solo a Caritas che gestisce la struttura, ma anche al Comune. L’Emporio ManDiCûr di Tolmezzo nasce all’interno del Laboratorio di promozione culturale e sviluppo di comunità del Forum Attivo del Volontariato del Comune di Tolmezzo, dove è emerso come prioritario il tema delle povertà. n quel contesto si decise due anni fa di aprire a Tolmezzo un “magazzino solidale”,che potesse fungere da luogo di raccolta, selezione e rimessa in circolo di beni donati da privati, associazioni e aziende a favore di tutta la popolazione del territorio. Il gruppo chiese a Caritas di fungere da ente di riferimento. Inoltre, il progetto locale fu subito sostenuto dal Comune di Tolmezzo che ha messo a disposizione, in comodato d’uso gratuito, gli spazi di via Piave 10 e ha anche destinato un contributo per consentire all’emporio solidale di aprire. «L’accesso è gratuito, l’offerta è facoltativa: se la persona può sostenere il progetto lascia un’offerta liberale secondo propria disponibilità e viene proposta dalle volontarie in termini di opportunità: la merce non ha un prezzo, e l’offerta non è comunque vincolante per l’accesso ai beni».Non esiste un servizio di prenotazione o richiesta di beni. «L’Emporio è aperto a chiunque, con particolare attenzione verso coloro che per le loro condizioni economiche non dispongono di redditi sufficienti per acquistare beni nei consueti negozi».

La Carnia è pronta per una scuola innovativa

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di Stefano Stefanel
Quest’anno, attraverso una nomina d’ufficio, sono stato nominato Dirigente scolastico reggente dell’istituto comprensivo di Arta & Palaro. La dirigenza nella scuola carnica si è sommata alla mia dirigenza di titolarità (Liceo Marinelli di Udine) e all’altra reggenza che ho ormai da quattro anni (istituto comprensivo di Pagnacco).Anche se in una situazione lavorativa piuttosto complessa ho potuto conoscere da vicino potenzialità e problemi delle scuole della Carnia e farmi un’idea in merito.Ho, perciò, maturato la convinzione che la situazione scolastica della Carnia non si posso affrontare con i sistemi ordinari previsti dal sistema scolastico nazionale e neppure con interventi regionali di supporto, per tamponare la mancanza di dirigenti, di docenti di ruolo, ma anche di alunni e di opportunità. C’è un problema generale in Carnia che lega lo spopolamento alla debole offerta lavorativa, che passa da un sistema turistico che ha bisogno di potenziarsi a un’idea di sviluppo frazionata in troppi piccoli comuni.Pensare di applicare i parametri nazionali, sai pure in deroga, a questa realtà porta solo a soluzioni in cui i problemi si sommano per la mancanza di dirigenti, direttori, docenti di ruolo e tutto questo in una triste progressione.Da quello che ho potuto vedere la Carnia ha molti ottimi docenti, ha bambini e ragazzi svegli e motivati e comunità che tengono molto a se stesse e alla propria storia. Per questo ritengo che il modello scolastico adatto alla Carnia di oggi (molto diversa da quella di 35 anni fa in cui da giovane ho insegnato) sia quello delle “Charter School”.Le Charter School sono un modello di scuola “di scopo” nato in America e che prevede un obiettivo da raggiungere definito e centralizzato attraverso finanziamenti quinquennali per il raggiungimento dell’obiettivo definito, piena libertà della scuole sulle metodologie per raggiungere l’obiettivo e verifica finale sul raggiungimento o meno di quanto progettato.Io credo che questo metodo sarebbe di grande aiuto per la Carnia: organici di ruolo stabili per cinque anni di dirigenti, direttori, docenti e personale ata (incrementabili se aumentano gli studenti, ma intatti anche se diminuiscono), autonomia nella gestione dei curricoli didattici legati al territorio, obiettivi chiari e pubblici da raggiungere.Me ne vengono, a caldo, in mente due: miglioramento delle competenze in italiano, matematica e inglese e aumento di diplomati e laureati carnici; raccordo tra il territorio e i programmi e i progetti scolastici (ecologia, ecosistema, turismo, storia, cultura).Attraverso un sistema a “Charter School” la Carnia potrebbe essere monitorata nei suoi percorsi, potrebbe avere risorse certe e stabili, potrebbe agire su progetti di lungo periodo, potrebbe verticalizzare i suoi interventi (rendendo armonico il passaggio dal primo al secondo ciclo dell’istruzione), potrebbe collegare la sua scuola alla valorizzazione del territorio e del turismo.La Regione Friuli Venezia Giulia potrebbe legiferare per una scuola carnica di progetto che, con l’accordo e il concorso di tutti, permetta alla Carnia di ripartire dalla sua scuola. La Carnia ha le forze per attuare un sistema di “Charter School”, ma deve credere in sé stessa e avere un aiuto da tutti quelli che credono in quella terra.Io non sono carnico e sono stato lì solo di passaggio, ma sono certo che serve tanta innovazione e tanto progetto per aiutare la crescita della la gioventù carnica, un diamante raro che deve trovare un sistema scolastico fatto per le sue esigenze, le sue passioni, il suo futuro e non per standard nazionali e punitivi per questa terra di montagna. —

Ferrovia Pontebbana: passaggi a livello e accessibilità del territorio

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di Legambiente

In queste settimane la Regione ha preso posizione su due importanti questioni relative alla ferrovia Pontebbana Udine – Tarvisio.

La prima riguarda la definitiva dismissione della linea ferroviaria Stazione per la Carnia – Tolmezzo linea che fino ad ora era rimasta “dormiente” e sul quale sedime sorgerà una pista ciclabile. La seconda riguarda la dismissione del tratto ferroviario P.M. Vat – Udine nel quale transitano i treni passeggeri diretti in alto Friuli e in Austria.

Queste prese di posizione derivano da ciò che i Comuni chiedono riguardo alle suddette infrastrutture, và sottolineato però che i Comuni, pur essendo espressione dei propri cittadini, non hanno competenza riguardo alla complessa materia dei trasporti ferroviari. Le strade ferrate sono opere che possono avere rilevanza regionale nazionale o come in questo caso internazionale. Sono opere difficili e lunghe da costruirsi destinate a rimanere in funzione per secoli.

Le decisioni della Regione incidono sulla Ferrovia Pontebbana da pochi anni rinnovata con non pochi sacrifici da parte del territorio oltrepassato: sono state bucate le montagne, soppresse le stazioni minori, si è modificato l’aspetto dei centri abitati e scavalcato fiumi. Proprio per i risvolti sociali, ambientali ed economici che la costruzione della Ferrovia Udine – Tarvisio ha determinato in alto Friuli Legambiente ritiene che le decisioni succitate debbano essere frutto di una più ampia analisi che comprenda l’intera rete dei trasporti e non singole esigenze puntuali.

La scelta di deviare l’ingresso dei treni regionali sulla linea di cintura di Udine  determinerà un aumento dei tempi di percorrenza  limitando di fatto le potenzialità della nuovissima Pontebbana. Tutto questo senza aver chiarito qual’è la politica di sviluppo del trasporto pubblico locale da e per l’alto Friuli. Cosa cambierà a chi ogni giorno prende il treno per studio o per lavoro? Servono chiarezza e confronti, serve un piano di sviluppo per l’accessibilità in alto Friuli che tenga conto della potenzialità delle infrastrutture esistenti e dei possibili bacini d’utenza fino ad oggi ignorati  come i centri industriali. Non solo turismo ma servizi per i cittadini!

In mancanza di una politica dei trasporti chiara partecipata e definita secondo principi ingegneristici e urbanistici non vi sarà alcun miglioramento per i pendolari dell’alto Friuli  che, pur viaggiando sui nuovi treni CAF,  dovranno percorrere la via di cintura per accedere a Udine impiegando in definitiva, più tempo di quando c’erano i vecchi treni ALE. Stiamo stimando quanti sono i pendolari che ogni giorno vedranno aumentato il tempo di percorrenza?

Gestire secondo interessi puntuali una infrastruttura complessa com’è questa nuova Pontebbana evidenzia l’incapacità della politica di amministrare la materia dei trasporti. A nulla serve promuovere la costruzione di nuove ferrovie se poi non abbiamo la forza di utilizzarle e tutelarle nella loro integrità.

Cavazzo: la centrale di Somplago, non fa bene al lago

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di Dino Franzil, membro del Comitato difesa sviluppo del Lago dei Tre Comuni.

Dagli studi dei nostri geologi, fra cui M.Gortani e F.Feruglio, risulta che, un tempo lontano, nella valle del Lago di Cavazzo, alias, Lago dei Tre Comuni, vi era il mare e in seguito il Grande Lago della piana di Osoppo. Dalla fine del Tilaventino, ultima era glaciale di diecimila anni fa, il Tagliamento ha iniziato l’inghiaiamento di quel lago e i torrenti Leal e Palar, in primis, coadiuvati dalle deiezioni delle montagne franose circostanti, chiusero il fondo valle. In seguito, il Palar trasportò ghiaia verso est formando la morena su cui posa Alesso e confinò il nostro lago che visse fiorente fino alla costruzione della centrale idroelettrica a metà del secolo scorso. Le conseguenze di questo devastante impianto sono state evidenziate dai recenti studi, del sottoscritto, in “Lago-Energia-Ambiente” e dai rilievi dell’istituto di Scienze Marine (Ismar) di Bologna del Consiglio nazionale Ricerche (Cnr). Risulta che, per colpa della centrale idroelettrica di Somplago, che da oltre mezzo secolo scarica acque fredde e limose, il fango trasportato ha ricoperto abbondantemente il fondale seppellendo le alghe e assieme al freddo ha fatto estinguere quasi totalmente la vita biologica lacustre e anche quella ittica che un tempo era molto varia e abbondante.Inoltre, è stato valutato che “il lago scomparirà” tristemente in meno di cento anni, perché lo stesso fango lo riempirà e lo trasformerà in una palude attraversata da un canale.Deviando lo scarico della centrale, con tubi o galleria, il lago non solo diventerà più caldo, ma riacquisterà anche la sua “antica autonomia vitale”, come ora dimostrerò analizzando i fattori che la determinano, ossia la piovosità, l’evaporazione e l’apporto idrico diretto. I rilievi pluviometrici dicono che nella Valle del Lago, sui 21kmq del bacino imbrifero montano, negli ultimi decenni sono caduti in media 2800 mm/anno d’acqua, equivalenti a 230/235 mm/mese, e che mediamente è stata rilevata una temperatura di 16 gradi centigradi e un’umidità del 72%. Ora, considerando la conformazione geologica del sito, si stima che il 25% dell’acqua piovana, filtrando, vada nelle falde freatiche e che i rimanenti 43 milioni di metri cubi/anno arrivino nel lago in parte con veloce scorrimento superficiale, e in parte lentamente attraverso le numerose sorgive del fondale ancora attive. A questi si aggiunge l’apporto diretto della la pioggia sul bacino valutato di 3,25 milioni/mc anno. Poi vi è anche il contributo continuo del rio Scjasazze, che con un minimo di 200 litri al secondo, versa almeno 6,3 milioni/mc anno. Allora, sommando, l’apporto complessivo nel lago si aggira sui 52,5 milioni/mc anno, ma da questi occorre detrarre l’acqua di evaporazione. Calcolandola con la formula di Vicentini per i piccoli laghi, dall’attuale superficie lacustre stimata di 1.115.000 mq, con una media termica dell’aria di 16 gradi e umidità del 72%, l’evaporazione asporta una quantità d’acqua prossima a 1,5 milioni/mc anno. Quindi, arrotondando i valori, nel lago arrivano, per statistica, non meno di 51 milioni/mc d’acqua/anno, ossia circa 140 mila mc/giorno. Questo potrebbe portare a un aumento di livello dell’acqua del lago di ben 12,5 cm/giorno e, come un tempo, con le grandi piogge, “las montanas”, defluire nell’antico canale “Taj”. Oggi, ciò non può avvenire perché quest’acqua naturale è costretta a scaricarsi nell’emissario artificiale della centrale. Quindi, si può immaginare che il suo deflusso continuo sia come una roggia che trasporta 1,6 mc/sec. Non è poi tanto se la centrale scarica giornalmente ben 1.900.800 mc, ossia 22 mc/sec. Inoltre, non bisogna dimenticare che, nel contributo d’apporto, non è stato considerato quello del torrente Palar, difficile da valutare, ma continuo. L’acqua del Palar, che scorre a ovest in un lento ben 40 m più in alto, passa sotto Alesso, filtra nella citata morena alluvionale e alimenta il lago con le famose sorgive di fondale chiamate “busins” di forma circolare e conica, a me note sin dall’infanzia. Infine, analizzando bene gli studi dei citati geologi si scopre che “il bacino del lago” fa parte di quell’antico, profondo e ben più grande bacino che oggi configura le faglie freatiche. Detto questo, si conclude che l’affermazione gratuita “Il lago scompare se manca l’acqua di scarico della centrale”, fatta da noti personaggi locali, non può essere altro che una penosa bufala speculativa. Infatti la scienza afferma il contrario: “Il nostro lago non si prosciugherà mai, a meno che non smetta di piovere e anche avverte che se non verrà costruito un bypass per isolare la centrale, il bacino si trasformerà in una putrida palude in circa 95 anni”. Si deduce che il bypass è un’opera che “si deve fare”! Il lago è un bene inestimabile da salvare, rendere fruibile e da tramandare sano. “Rinaturalizzarlo” è ritenuto un dovere per i governanti dabbene, ai quali, tale opera, non può non provocare uno stimolo morale per spingerli a porre rimedio, almeno in parte, ai noti ingenti disastri causati all’ambiente e all’economia della valle, da concessioni, progetti e opere inique, che da più di mezzo secolo trasferiscono altrove le risorse locali e quelle del Friuli. 

Carnia: è il momento di riflettere sul mercato del legno

di Delio Strazzaboschi.
Dopo l’eccezionale maltempo e i danni epocali provocati ai boschi della montagna, occorre provvedere al più rapido recupero del materiale legnoso, e successivamente alla ricostituzione dei boschi stessi. Ma, indipendentemente da ciò, dovrà anche essere colta l’occasione per riflettere, forse diversamente, sulla cosiddetta “filiera legno”. È un po’ difficile da spiegare: soggetti che da sempre agiscono solo dal punto di vista del proprio interesse, ora offrono e chiedono collaborazione, auspicano e anelano, organizzano tavoli e tavolini. Ma è ben semplice: i rapporti fra cliente e fornitore sono comunque rapporti di mercato, basati su interessi oggettivamente opposti. La sensazione è che ora si voglia promuovere come obiettivo generale una ingiustizia sostanziale, ovvero riuscire a ottenere al minor prezzo possibile il prodotto dal soggetto a monte della filiera (pretendendone addirittura il consenso formale): il produttore di semilavorati o pannelli rispetto alla segheria, la segheria rispetto al proprietario boschivo, eccetera. Così facendo, tutto viene ribaltato a monte, sui proprietari, che risultano i benefattori della filiera in nome dell’interesse di tutti e dei profitti di qualcuno. Il risultato non può che essere l’ulteriore riduzione delle utilizzazioni boschive: meno investimenti e meno occupazione, paesi abbandonati, territorio che frana (e più importazioni). E una ulteriore delusione, probabilmente l’ultima. Sì, si parla troppo di filiera legno. I proprietari del bosco nella montagna friulana sono prevalentemente i Comuni, i domìni collettivi e i consorzi privati. Perché non si taglia abbastanza? Perché manca la viabilità forestale. La Regione ancora si illude che possa essere realizzata con contributi al 50%, dimenticando il valore non soltanto economico ma di generale fruibilità (didattica e turistica) delle foreste. Serve di più, il 90%. Ai proprietari pubblici e collettivi si finanzino poi finalmente gli investimenti per impianti di cogenerazione basati sulle biomasse forestali (compresi quelli per la logistica del cippato). E non si taglia, soprattutto, perché non si guadagna abbastanza vendendo il bosco in piedi. La Regione non riconosca più contributi ai proprietari che continuano a farlo e non affidano le lavorazioni alle imprese boschive locali (che in questo modo sarebbero concretamente sostenute), vendendo poi direttamente o tramite la borsa del legno il legname assortimentato a piazzale, o che non si organizzano in azienda forestale con propri uomini e attrezzature per la gestione diretta del bosco. È vero, i prezzi sono un po’ migliorati vendendo i tronchi in Austria o Germania. Ma il problema generale è che si vendono i tronchi all’estero, da cui poi si ricomprano travi, tavole, perline e segati in genere. Non è che ci voglia molto a capire: servono le segherie di vallata (per esempio, tre in Carnia, due in Canaldeferro-Valcanale). Grandissime, tecnicamente all’avanguardia, tutte dotate di impianto per la produzione di pellet. Finanziate direttamente e totalmente dalla Regione quale infrastruttura pubblica di sistema, e poi gestite da manager (veri, no parenti e amici) che potranno operare sul mercato, nell’interesse generale, a prezzi competitivi perché non costretti a recuperare gli investimenti. Dovranno invece essere capaci e bravi a vendere ovunque possibile semilavorati segati e pellet della montagna friulana, scalzando i prodotti d’importazione. La politica prenda finalmente atto che anche nella filiera legno si è in presenza di un fallimento del mercato: risorse non valorizzate (non si taglia e si importa legno, no investimenti e no occupazione) e bisogni non soddisfatti (economia locale, vitalità delle comunità, cura del territorio). E agisca, finalmente, di conseguenza. —