Archivio mensile:Novembre 2016

Cercivento: il ruggito di Ale Pittin «Voglio tornare a volare»

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di Giancarlo Martina
Nel fine settimana a Lillehammer, in Norvegia, nella seconda tappa di Coppa del Mondo della combinata nordica, cominciata con le gare di Ruka in Finlandia, ritorna in pista anche Alessandro Pittin, il 26 enne campione di Cercivento, portacolori della Fiamme Gialle e atleta del gruppo degli sponsorizzati Red Bull. Al vincitore della storica medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Vancouver 2010, e vicecampione del mondo, abbiamo rivolto sette domande per focalizzare il momento. Soddisfatto del lavoro di preparazione effettuato? «Negli ultimi anni, e soprattutto la scorsa stagione, avevo fatto troppi salti brutti e qualcuno anche pericoloso e conseguentemente avevo perso la fiducia in me stesso. Tutto questo è stato difficile da superare e da sistemare: sono stato costretto, infatti, a ripartire praticamente dalle basi. Ho lavorato tantissimo sui trampolini piccoli per curare alcuni problemi tecnici che però non ho ancora colmato. Ho fatto il possibile e quindi posso essere soddisfatto della preparazione». Una curiosità. Quanti chilometri con gli skiroll e di corsa in montagna hai totalizzato e quanti salti dal trampolino ha effettuato nei mesi estivi? «Da maggio a ottobre ho fatto 330 salti, di cui 97 su trampolini da 90 metri mentre i restanti sui trampolini più piccoli. I chilometri fatti in allenamento invece sono difficili da determinare perché ci basiamo esclusivamente sul tempo: a fine ottobre mi ritrovo con poco più di 330 ore totali (solo allenamenti per la parte fondo), di cui il 20% corsa, il 25% bici e il 40% skiroll». La recente vittoria nel campionato italiano sul trampolino piccolo di Predazzo, ti ha dato una buona iniezione di fiducia? «La vittoria è il massimo che potessi fare anche se in realtà mi aspettavo molto di più soprattutto nella parte salto che rimane la mia grossa incognita. È un punto debole su cui bisogna continuare a lavorare. In gara non ho saltato bene e non mi sono affatto piaciuto quindi alla fine non posso considerarmi soddisfatto appieno». Sono proverbiali il tuo impegno e spirito di sacrificio, ma hai risolto i problemi tecnici, insistiamo, che ti condizionavano nei salti sul trampolino? Hai notato dei miglioramenti significativi? «L’obiettivo finale che ho in mente è ancora lontano però la strada che stiamo percorrendo è sicuramente quella giusta. Dalla scorsa stagione ci sono stati dei miglioramenti e anche rispetto all’estate i salti sono migliorati tecnicamente. I problemi non sono del tutto superati ma non manca molto». Sei soddisfatto dell’assistenza assicurata dalla Fisi? Quale è il clima in squadra? «Al termine della stagione 2013 mi sono ritrovato a svolgere un programma diverso dal resto della squadra e finora ho sempre avuto l’appoggio della federazione, anche nei momenti difficili. Anche quest’anno sono stato appoggiato nella mia scelta anche se arrivavo da una stagione molto deludente. Ero convinto, e lo sono ancora, che bisognasse tentare un lavoro diverso sul salto e avevo bisogno di tranquillità e pochi spostamenti per poter dare il massimo. Fondamentale è stato anche l’appoggio delle persone che mi sono vicine e Red Bull, il mio sponsor, che mi ha sempre sostenuto. Pian piano le cose cominciano a funzionare e spero di raccogliere qualche risultato già in questa stagione. Il clima in squadra è abbastanza buono, credo che a questo punto ci voglia solo un buon risultato, singolo o di squadra, per portare quella grinta in più che servirebbe a tutto il gruppo». I tuoi obiettivi per le prime gare al Nord? «La mia stagione inizierà con la tappa di Lillehammer, dove ci saranno anche due gare sul trampolino piccolo. L’obiettivo è quello di iniziare con il piede giusto cercando di finire tra i migliori 20, se dovesse arrivare un risultato migliore sarei davvero soddisfatto». Nel tuo programma c’è la partecipazione ai campionati mondiali? «Ovviamente, è l’appuntamento più importante della stagione e la preparazione spero mi porti ad arrivarci in perfetta forma. Nella gara sul trampolino piccolo difenderò l’argento mondiale di Falun e vorrei farlo nel migliore dei modi».

Carnia: torniamo ai Forni Savorgnani

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In più Comuni della Regione, si discute, si parla, si dà spazio a riunioni, dibattiti e incontri, tesi alla migliore ricerca di azioni comuni tra paesi confinanti e con pochi abitanti con l’obbiettivo mirato della loro oramai necessaria fusione. A stimolare questa scelta ha certamente contribuito la Legge regionale 26/2014, istitutiva degli Uti, che per la sua applicazione ha dato a tanti amministratori comunali l’occasione per avviare una collaborazione di lavoro tra i vari Comuni che come obbiettivo hanno il superamento del perdurare delle difficoltà economiche che giornalmente si incontrano. “Il vento di crisi soffia sempre più minaccioso”, con particolare intensità nelle zone periferiche e di montagna, portando in primo piano l’esigenza di trovare accordi, arrivare a strette di mano, sulle iniziative da assumere per garantire la sopravvivenza di questi luoghi. Fatta questa breve premessa, l’attenzione va rivolta alla situazione (a tutti nota) di come si trova la Carnia, ritenendo che tutti gli addetti ai lavori la conoscono, uno stato di cose che è pure presente anche nei Forni Savorgnani. Le comunità dei Forni di Sopra, con meno di mille abitanti, e quella di Forni di Sotto, che non raggiunge le seicento anime, vivono in una “culla” di rara bellezza ambientale che comprende un territorio di ben 175 kmq ricco di tutto quello che la natura ha potuto dare a una zona montana – parte della quale è stata riconosciuta come patrimonio Unesco – tenendo conto che quasi la metà del territorio che è compreso nel “parco delle Dolomiti friulane”, il più vasto del Friuli Venezia Giulia. Non essendo questa la sede deputata a elencare le tante possibili iniziative che possono essere intraprese a beneficio dell’economia della zona interessata, è però ovvio che per fare ciò, va operato tenendo ben presente le premesse sopra evidenziate, che portano a valorizzare il patrimonio ambientale, che unito alla storia e alla cultura di questa parte di Carnia, ci indica che la via percorribile per superare “il vento di crisi che soffia sempre più minaccioso”, con il fine di tenere in vita questa “culla” della Carnia, diventa l’improrogabile necessità di dar corso tra le parti a un dialogo aperto e costruttivo che miri al superamento degli ancora presenti e anacronistici “campanilismi” per giungere rapidamente a ricostruire la storica comunità dei “Forni Savorgnani”. Agli addetti ai lavori, ai consiglieri comunali, ai loro schieramenti politici, a quanti condividono questa indicazione e soprattutto a quanti amano il loro paese e la loro terra, spetta il compito di avviare il cammino verso una concreta speranza. L’ignorare l’attuale situazione, che certamente non presenta prospettive positive per le future generazioni, e il non assumere una comune iniziativa, a parer personale, porteranno le comunità interessate verso una situazione irreversibile. Gianni Nassivera Forni di Sotto

Fusilâz: dietro la riabilitazione negata dal Parlamento, i troppi eccidi da nascondere

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di LUCIANO SANTIN.
Doveva essere, il 2016, l’anno del “giubileo civile”. Il momento della riabilitazione morale per i fucilati nella guerra 1915-18 e per gli altri mille 200 (la stima è prudenziale) uccisi dal piombo italiano per dare un salutare esempio, secondo le feroci raccomandazioni di Cadorna. L’Italia pareva finalmente disposta a fare i conti con il proprio passato e con il suo triste primato delle esecuzioni (il quadruplo della Gran Bretagna entrata in guerra quasi un anno prima, e con due milioni e mezzo di combattenti in più). Dopo manifestazioni di varia natura, prese di posizione popolari e istituzionali, iniziative di legge, sembrava che finalmente quei ragazzi già infamati e passati per le armi il 1° luglio 2016 per essersi opposti a un’azione suicida potessero venir considerati “morti per la Patria”, e consegnati all’abbraccio della Nazione. Invece qualcosa è accaduto. La legge che doveva preparare questo passo, approvata all’unanimità dalla Camera in soli tre mesi, è stata bloccata in commissione Difesa del Senato. Quasi un anno e mezzo di stop per arrivare a uno stravolgimento totale: laddove si prevedeva di chiedere perdono ai fucilati, si dice che glielo si può elargire. Si esclude ogni inserimento del nome dei fucilati nell’elenco dei caduti. E soprattutto si cancella il passaggio che prevedeva di trattare queste vicende nelle scuole, al fine di dettare un’epigrafe. Le prime richieste di fare luce sulla giustizia militare ’15-18 risalgono infatti agli anni ’80, quando Mario Flora, nipote di Silvio Gaetano Ortis, uno degli alpini fucilati a Cercivento, domanda formalmente di riaprire il processo. Le autorità militari rigettano l’istanza, perché, a termini di regolamento, può essere avanzata solo dall’interessato. La comunità di Cercivento reagisce con civile fermezza: rischiando l’incriminazione per apologia di reato, il sindaco Edimiro Dalla Pietra fa erigere un monumento ai fusilâz, che da allora vengono sempre onorati nelle ricorrenze civili e religiose. Sul caso escono poi tre libri, e nel 2000 la commissione Giustizia della Camera approva una risoluzione che cita “l’indignazione per l’ingiusta condanna a morte dei giovani alpini Ortis, Matiz, Corradazzi e Massaro”. Uno dei firmatari, il socialista Valdo Spini, presenta anche un testo di legge che finirà insabbiato. Due anni fa, con la rievocazione dell’inutile strage, la questione si ripropone. La prima voce a levarsi è stata quella dell’Ordinario militare Santo Marcianò. «Riabilitare i militari disertori, come caduti di guerra: giustiziarli fu un atto di violenza ingiustificato, gratuito, da condannare», dice il vescovo capo di tutti i cappellani delle Forze Armate. «Un qualche gesto di riabilitazione potrebbe avere valore dimostrativo e simbolico, proprio come quello che si voleva attribuire alle fucilazioni». Il consiglio regionale e quello provinciale di Udine, più altri enti minori, chiedono unanimemente la restituzione dell’onore agli alpini uccisi, la stessa presidente della Regione Debora Serracchiani scrive al Capo dello Stato, cui si rivolge anche un appello pubblicato on line dal Messaggero Veneto (sottoscritto da quasi duemila lettori) e un’altra lettera, partita da Milano e firmata da cento intellettuali e studiosi. Mattarella, con toni di apertura, parla dell’interpello «della nostra coscienza e del nostro senso di umanità da parte di quei mille e più italiani uccisi dai plotoni di esecuzione». Si muove la Camera: il sardo Gian Piero Scanu predispone una legge firmata da settanta parlamentari Pd e sulla quale vengono auditi Mario Flora e il sindaco di Catanzaro (stanti le decimazioni subite dall’omonima brigata). Vi si prevede l’attivazione d’ufficio del riesame per i reati di assenza dal servizio (ovvero diserzione) e anche in servizi (come lo sbandamento, e i fatti di disobbedienza, ancorché collettiva). Si stabilisce inoltre l’affissione, in un’ala del Vittoriano, di una targa nella quale la Repubblica «rende evidente la sua volontà di chiedere il perdono di questi nostri caduti». L’epigrafe dovrà essere dettata dagli studenti, attraverso un concorso bandito dal Miur. Il testo, che ha per relatore il friulano Giorgio Zanin, completa l’iter nel tempo record di tre mesi e viene approvato, all’unanimità, nella data altamente simbolica del 24 maggio 2015, centenario dell’ingresso in guerra dell’Italia. La “riabilitazione alla memoria” sembra cosa fatta. L’indomani il provvedimento passa alla commissione Difesa del Senato. E qui il vento cambia. Il presidente Nicola Latorre (Pd) spiega la delicatezza e la complessità del tema (ragion per la quale si propone come relatore), avvertendo che saranno necessarie varie audizioni e l’affidamento del problema a un comitato ristretto (da lui stesso presieduto). A fine ottobre viene presentato un testo che azzera completamente la legge della Camera. Latorre (che molti, sottovoce, ritengono interprete dei malumori espressi dagli Stati maggiori) motiva questo intervento radicale con una serie di rilievi: le sentenze (anche se non tutte) «applicavano correttamente la legge vigente (severa ma comunque espressione della forma mentis di un’epoca)». Poi dice che una riabilitazione non si può fare, perché il presupposto è «una condotta positiva successivamente alla condanna», (che non c’è stata, essendo i condannati estinti), e perché si creerebbe disparità con i fucilati di altri conflitti quali le guerre d’indipendenza e d’Africa, o la II guerra mondiale. Inoltre l’Albo d’oro dei caduti è chiuso da cinquant’anni, e sarebbe problematico riaprirlo. Ancora, solleva dubbi sul fatto che senatori della Repubblica intervengano su sentenze emesse in nome del re. E mette in guardia sul rischio di incorrere in azioni risarcitorie da parte degli eredi. Infine, in merito alla bocciatura della lapide scritta con il coinvolgimento degli studenti, Latorre spiega che non è il caso di fare «troppo affidamento nelle basi culturali di un adolescente».

Intervista inedita, per entrare nell’ ”Officina letteraria” di Siro Angeli nel 25° della sua scomparsa

 

di Ermes Dorigo.

Sei domande a Siro Angeli — (La Fiera Letteraria, 21/10/1962)
D. – Finalmente è uscito il tuo libro di poesie L’ultima libertà. Da quanti anni lo aspettavi? E credi che il ritardo gli sia giovato?
R. – Il volume doveva uscire nel 1959. Tre anni di attesa mi hanno consentito di aggiungere una quarantina di poesie (fra le quali il lungo poemetto Assisi) alle venti premiate al Trebbo di Cervia nel 1958, e di rielaborare a mio agio le une e le altre, Ora, a pubblicazione avvenuta, ignoro se tale lavoro di revisione protrattosi per tanto tempo, sia stato sempre opportuno e mi sia effettivamente giovato. Lo ritengo indispensabile, almeno nel mio caso, ma so che non comporta di per sé una maggiore validità di risultati. Ci si può avvicinare di più a quella che dovrebbe essere la poesia grazie a questo, oppure nonostante questo. Posso dire che ho fatto del mio meglio, ma il bisogno che avverto di riprendere la rielaborazione dei miei versi dopo averli riletti in volume non mi tranquillizza.
D. – Hanno detto di te che sembri riproporre modi e accenti della poesia stilnovistica. Sei d’accordo con questo giudizio critico, o credi che questa “guida di lettura” tradisca (in tutto o in parte) la sostanza del tuo libro?
R. — Il richiamo alla poesia stilnovistica mi sembra pienamente giustificato, e non solamente per i modi e gli accenti, ma anche e soprattutto per la presenza di un tema dominante l’amore per la donna, sentito come l’esperienza fondamentale dell’esistenza umana, quella che riflette e riassume in sé tutte le altre esperienze, e dà loro valore e significato; e approfondito nelle sue radici psicologiche e concettuali, nei suoi riferimenti metafisici e religiosi. Anche quando affronto altri temi (la vita ultraterrena, il mistero dell’universo e le sue “corrispondenze”, la solitudine, la funzione e il valore della poesia, ecc.), esiste quasi sempre un nesso, esplicito o implicito, con questo motivo centrale, Oltre che agli stilnovisti, il richiamo andrebbe esteso a Petrarca e a Leopardi; e fra i contemporanei almeno a Saba, Ungaretti e Montale. Naturalmente non mi sono rifatto a questi autori di proposito: mi sono trovato a fare i conti con essi; e anche se può sorprendere la molteplicità e la diversità delle influenze che ammetto di avere subìto spero che quello che ho scritto non si riduca alla loro somma.
D. – Pensi che la tua poesia possa aprire un nuovo discorso, se letta e capita bene? In pratica, vorresti dire qualcosa ai critici e ai lettori?
R. – Benché una domanda del genere possa lusingarmi, non ho esitazioni nel dare una risposta negativa. Non presumo assolutamente di bandire messaggi o di scoprire verità, né di portare alcun contributo a innovazioni espressive. Il mio modo di concepire la poesia e di farla è rimasto quello tradizionale. Spero che non sia anche convenzionale, perlomeno non sempre; ma posso sbagliarmi. Comunque, sono convinto che sia più meritorio e anche più proficuo, ai fini di un rinnovamento da tutti auspicato, rifarsi alle esperienze più recenti della poesia italiana e straniera. Per quello che mi riguarda, sono piuttosto per l’autonomia che per l’eteronomia dell’arte il che non significa considerarla fine a sé stessa, evasione, torre d’avorio, negare la sua socialità e la sua storicità. Non sono insensibile all’esigenza dell’impegno, ma temo che esso divenga controproducente se non è accompagnato da una altrettanta viva capacità di distacco. Ho l’impressione che oggi si tenda ad accettare l’impegno come una legge imposta dall’esterno, anziché a servirsene come urgenza interiore; a servirlo ciecamente a priori, senza servirsene consapevolmente in concreto. Ritengo sia indispensabile aderire all’attualità, ma senza dimenticare che si corre il rischio di confonderla
E mi sembra che non si risolva il problema con la scelta di certi contenuti e il rifiuto di altri (esistono oggi dei temi “privilegiati”) né con il puntare sulla registrazione o sulla protesta invece che sulla rappresentazione o sulla interpretazione: suI grido invece che sulla parola, sulla lacerazione e disintegrazione sintattica invece che sul discorso logicamente costruito. Dubito che la crisi, il disordine, il caos trovino miglior espressione nel disordine piuttosto che nell’ordine formale. Per questa strada si finirebbe con il dare una riproduzione esistenziale, una ripetizione quasi materia1e dalla realtà, invece di reinventarla e trasporla in una dimensione totalmente diversa.
D. – Sei uno scrittore appartato e modesto (scusa la spicciativa definizione). Perché lo sei? Pensi che il riserbo sia una dote necessaria per un poeta? Non senti di comportarti in modo diverso da come vorresti intimamente?
R. – Appartato sì, modesto non so. Per temperamento sono incline a partecipare, a comunicare, a chiedere e a offrire confidenza e solidarietà. Tra l’altro, sentendomi assai poco sicuro delle mie effettive capacità, ho particolare bisogno di ricorrere al giudizio di qualcuno che sappia e voglia conciliare la comprensione che nasce dall’amicizia con la sincerità senza riserve; e ciò capita abbastanza di rado. Posso aggiungere che il riserbo mi è consigliato anche dalla constatazione di casi sempre più frequenti in cui si eccede in direzione opposta. D. – Il teatro ti interessa ancora? E c’è un accordo di fondo tra la tua poesia e il tuo teatro, addirittura c’è un punto nel quale convergono?
R. – Tornare a scrivere per la scena mi sta a cuore quanto continuare a comporre versi. Ma se alla poesia riesco a dedicarmi anche nei ritagli di tempo concessimi dai miei impegni professionali per il teatro è diverso. Posso abbozzare e maturare a lungo una vicenda drammatica solo mentalmente, senza prendere appunti; ma per la stesura vera e propria mi è indispensabile disporre interamente delle mie giornate. Anche il cinema esige la sintesi, la scelta del particolare significativo, la traduzione di idee e concetti in immagini, e in particolare il senso della costruzione. Se non mi inganno nell’avvertire nelle mie liriche un impianto strutturale piuttosto solido, certo la mia esperienza di sceneggiatore vi ha contribuito non meno della mia esperienza di autore drammatico. Ed è probabile che nell’accanimento che metto a rielaborare decine e talvolta centinaia di volte una poesia che nessuno mi ha ordinato di scrivere, vi sia una intenzione più o meno consapevole di rivalsa e di riscatto, per le migliaia di pagine che ho scritto su ordinazione, con l’angoscia di non fare in tempo per la scadenza fissata sul contratto.
D. – Cosa hai pronto, e cosa stai approntando per le stampe?
R. – Preparo da tempo una nuova raccolta di poesie che spero di avere pronte entro l’anno. Il nucleo sarà costituito da un lungo poemetto, già apparso due anni addietro in una rivista, Il grillo della Suburra, nel quale mi è avvenuto – per la prima volta in venticinque anni che vi abito – di prendere Roma a soggetto. Ne è venuta fuori, con mia sorpresa, una rappresentazione della città come un inferno.

Cercivento: La Torre al senato stravolge il testo di legge sui fusilâz

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di Luciano Santin.
Il Senato azzera il testo approvato all’unanimità dalla Camera, per restituire l’onore ai fusilâz e a tutti i “giustiziati” per trasgressioni disciplinari. La legge, passata in tre mesi a Montecitorio, è rimasta ferma per un anno e mezzo alla commissione Difesa di Palazzo Madama, e oggi riappare non con qualche modifica, ma stravolta nella lettera e nello spirito. Là dove si chiedeva perdono agli uccisi, si ipotizza di concedere il perdono. E sparisce il coinvolgimento delle scuole superiori, tramite concorso. «Ho servito la patria in divisa, ma non mi ci riconosco più. Rifiuto qualsiasi legge su questi presupposti, rigetto il perdono agli innocenti», è l’amaro e duro commento di Mario Flora, nipote di Silvio Gaetano Ortis, uno dei quattro alpini friulani uccisi. «Li hanno fucilati per la seconda volta», commenta, tranchant, l’onorevole Scanu (Pd), primo firmatario della legge. «Uno schiaffo istituzionale, e l’avallo della tesi per cui a Norimberga sono stati condannati militari ligi agli ordini», aggiunge il compagno di partito Giorgio Zanin, relatore della legge. I due, e altri deputati, hanno redatto un preoccupato comunicato stampa. Barese, figlio d’arte (il padre è stato amministratore Psi), La Torre – dicono – è vicino a D’Alema a dell’Utri e agli ambienti militari. Famoso il suo discorso sugli F35: «Dire tagliamo i caccia e facciamo gli asili nido è un eccesso di demagogia e di disinformazione». La legge Scanu-Zanin approda al Senato il 25 maggio 2015 (data simbolo, così La Torre dirà di voler procedere entro il 4 novembre). Il relatore mette le mani avanti: occorre approfondire demandando il tutto a un comitato ristretto. Nel gruppetto, da lui presieduto, siede anche Maurizio Gasparri, contrario «a un intervento legislativo che sembra avere come fine una riscrittura del passato di orwelliana memoria». In commissione è presente anche Gioacchino Alfano, che esprime il proprio apprezzamento per le modalità scelte. Lo scorso ottobre La Torre relaziona sulle audizioni (non rendendo noti, peraltro i nomi degli auditi e i loro pareri, eccezion fatta per Arturo Parisi). Moltissimi i problemi prospettati: dalla «necessità di decidere se dare la priorità alla memoria o al diritto», al fatto che «l’uso dello strumento giuridico per fornire o riscrivere giudizi morali appare estraneo alla logica dello stato di diritto» e che non si può «giudicare con categorie e sensibilità attuali fatti storici di un secolo fa». C’è poi il rischio di «confondere i piani tra le sentenze che applicavano correttamente la legge vigente (severa ma comunque espressione della forma mentis di un’epoca), e, invece, i casi di arbitraria inflizione della pena capitale, anche senza un processo». Altre difficoltà discendono dal fatto che potrebbe esserci qualche «ombra di incostituzionalità» in merito al «principio di difesa della patria sancito dall’articolo 52», dichiara La Torre (dimenticando che la guerra’15-18 fu di offesa). Aggiunge che ci sarebbero disparità di trattamento con i fucilati di altre guerre (da quelle d’indipendenza alla II mondiale), con i condannati a pene inferiori a quella capitale (e non riabilitati), e che occorre evitare che «i caduti nell’adempimento del dovere o addirittura i decorati si ritrovino, nei fatti, considerati alla stessa stregua di coloro che sono sottratti a quel dovere». Non basta: i discendenti potrebbero nutrire «aspettative economiche risarcitorie, o di recupero emolumenti mai corrisposti», la riabilitazione presuppone «una condotta positiva successivamente alla condanna», (che non c’è stata, essendo i fucilati deceduti). Ancora, i senatori della Repubblica non possono chiedere perdono per sentenze comminate in nome del re, il Tribunale militare di sorveglianza non ha risorse adeguate, l’Albo d’oro è chiuso da cinquant’anni, e occorrerebbe riscriverlo. Infine si boccia l’idea di investire i giovani di un giudizio, trattando l’argomento: non si può infatti fare «troppo affidamento nelle basi culturali di un adolescente».

Amaro: sono made in Carnia le cisterne del Prosecco, Gortani amplia lo stabilimento e prevede di assumere altre 20 persone

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di Maura Delle Case.
Le vigne del Prosecco distano in qualche caso diverse centinaia di chilometri da Amaro eppure nel primo paese della Carnia vantano uno dei segreti del proprio successo: le grandi autoclavi in acciaio Inox prodotte dalla Gortani srl. Una delle principali aziende del settore che ha saputo cavalcare con profitto il boom del Prosecco mettendo a segno, in pochi anni, un vertiginoso salto di fatturato in parallelo all’aumento delle superfici produttive e dei lavoratori a libro paga. Tutto, rigorosamente, in Carnia. A poca distanza da dove l’avventura produttiva è cominciata. E’ il primo dopoguerra quando Gianpietro Gortani avvia una piccola attività di distilleria ad Arta Terme. Usa, per imbottigliare, tradizionali contenitori di legno finché non si accorge dell’acciaio inox, garanzia di migliori prestazioni. C’è però un problema: nessuno in montagna e nemmeno a stretto giro produce quel tipo di contenitori e così Gortani inizia a fabbricarli da solo. Prima per sé, poi per una serie di altri piccoli produttori. Il business cresce rapidamente, tanto da indurre il fondatore ad abbandonare la distilleria per votarsi interamente alla produzione di serbatoi grazie all’aiuto, determinante, del figlio Gian Paolo che oggi, assieme alla figlia Federica, guida l’azienda. Divenuta nel frattempo un piccolo colosso del settore: nata 30 anni fa, nel 2002 si è trasferita ad Amaro con i suoi 35 dipendenti, divenuti 70 nell’arco dei successivi 10 anni fino agli attuali 150. Un tesoretto occupazionale per la Carnia, formidabile argine, insieme a poche altre realtà produttive – come le cartiere Burgo e l’Automotive lighting -, allo spopolamento della montagna che la famiglia Gortani per nulla al mondo abbandonerebbe. Parola di Federica: «Siamo carnici e qui restiamo, nonostante qualche svantaggio ci sia. Siamo lontani e dunque meno competitivi di altri, per via degli alti costi di trasporto, in regioni come Piemonte ed Emilia Romagna, d’altro canto però diventiamo concorrenziali nei Paesi dell’est, vedi Slovenia e Croazia». L’azienda in questi anni è dunque cresciuta all’interno del Cosint, il consorzio industriale che per consentirne lo sviluppo, in sintonia con il Comune di Amaro, ha rivisto addirittura le norme urbanistiche derogando ai 10 metri di altezza massima degli edifici produttivi per far sì che Gortani potesse costruire i grandi serbatoi da oltre 20 metri d’altezza e 2.000 ettolitri di capacità sotto a un tetto, anziché sul piazzale come per un po’ è stata costretta a fare. Prodotti che poi prendono – con trasporti eccezionali – la via di numerose aziende vitivinicole soprattutto del Nordest (ma non solo). Con qualche puntata all’estero, ad esempio in Georgia (ex Urss), anche se il mercato domestico resta quello di riferimento. Trainato dal settore vitivinicolo che non conosce crisi e garantisce alla Gortani il 95% del fatturato. «Siamo passati da poco meno di 7 milioni di euro nel 2008 a 10 milioni nel 2012 proseguendo in crescendo fino quest’anno che prevediamo di chiudere oltre i 19» continua Gortani annunciando per il 2017 l’inaugurazione del nuovo capannone e l’assunzione di ulteriori 20 unità di personale. Gortani dunque promette di crescere ancora. Forte dell’ottima reputazione di cui gode tra i produttori vitivinicoli e del boom del Prosecco che non conosce freni. «E’ una moda – conclude la figlia del titolare -, il mondo del vino oggi tira in quella direzione. E’ un prodotto facile, alla portata di tutti, non costa molto e le quantità sono sempre maggiori. Nel nostro caso vale una buona fetta di fatturato (in certi anni quasi la metà) ma offre anche l’occasione per farci conoscere dalle aziende che, dopo le autoclavi, vengono da noi anche per i serbatoi semplici». Tipologia di prodotto che continua ad essere il pezzo forte della produzione Gortani, quello da cui tutto è cominciato.