Archivio tag: crisi economica

Carnia: montagna in crisi, lo spopolamento è una sciagura regionale

di Alfio Anziutti Forni di Sopra.

Lodevole iniziativa quella del Messaggero Veneto che fotografa il lento, costante, inarrestabile declino della montagna friulana. Mi soffermo sulla Carnia dove vivo, “la Madre del Friuli”. Scrigno di luoghi, come ben sa chi li frequenta, ancora puri, necessari a tutta regione, ricchi di acque spumeggianti, che nascono e assieme alla loro gente qui vogliono vivere e amministrarsi. Terra di storia, di preziose diversità animali e vegetali, di monumentali vallate, le Dolomiti Friulane che l’Unesco ha elevato a Patrimonio dell’Umanità. Paesi ricchi di originali parlate, di gelosi campanili e medievali municipi che una regione ignorante di cultura montanara vuol trascinare a valle, portarli all’ammasso a Tolmezzo: non riuscirete, cari politici, a cancellare l’antico soffio delle nostre storie, tanto meno a far diventare pianura la montagna. “Non fermerete il vento”. La natura di queste “terre alte” e di chi le abita è un mondo diverso, va compreso con umiltà e ascolto, aiutato a migliorare, applicando i differenziali su costi sociali e imposte: perché “non ci possono essere tasse uguali fra diseguali”, la legge “non” deve essere uguale per tutti: in particolare per chi abita a 50 chilometri dagli uffici e dagli ospedali, per chi tiene acceso il riscaldamento 6 mesi all’anno, per chi è senza internet veloce, per chi deve subire una alluvione di scartoffie sul nulla. In montagna deve vivere gente che abbia cura e rispetto dell’ambiente, che opera sul territorio, che “in primis” produce beni agro-zootecnici di qualità, che lavora una terra che conosce e ne sana le ferite: guardie, controlli, norme e scrivanie lasciamoli pure alla pianura. Lo spopolamento della montagna è una sciagura regionale (nazionale!) mai concretamente affrontata, nonostante l’art. 44 della Costituzione voluto dal carnico Gortani reciti: “La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”. Sono decenni che vengono drenati montanari e acque e poteri e soldi verso la pianura, sono altrettanti decenni che le parole in Regione non cambiano, sempre inutili e banali. Nei convegni pubblici i frettolosi politici regionali, indistinti, si presentano con le solite giaculatorie: “dobbiamo fare, bisogna attivare, è necessario impegnarsi, occorre fare…” Ma “sacrabolt”, fate! Ascoltate, informatevi con i montanari su proposte e necessità, e solo dopo aver capito, come diceva Einaudi, deliberate, perché siamo stufi di leggi e norme inventate a tavolino (turismo, strade, acque, Uti) che ci arrivano “dal basso”. A questo punto o si cambia spartito, atteggiamento e solfa, praticando la politica della dignità e del rispetto dei cittadini, oppure per manifesta incapacità dell’“ente inutile regionale” si convochino gli “Stati Generali della Montagna” così da cominciare finalmente a capire, partendo dalla cultura, come-dove-quando.

Carnia: tra acqua rapita e un poligono militare

 

di Gianni Nassivera Forni di Sotto.

Dagli anni ’50 del secolo scorso le acque dei rii della sinistra orografica del fiume Tagliamento presenti sui territori dei comuni di Forni di Sopra e Sotto vengono captate e convogliate nel lago di Sauris a fini idroelettrici, captazioni ottenute anche con il consenso dei Comuni interessati facendo ad essi più di una promessa che a distanza di tanti anni, si può tranquillamente affermare, che sostanzialmente non sono mai state mantenute, in questi tanti anni diverse sono state le manifestazioni di proteste fatte dalle popolazioni interessate ma il comportamento della Sade prima e dell’Enel per nulla si modificò. Oggi tutti sono a conoscenza che la captazione dell’acqua, e la sua gestione viene eseguite dalla multinazionale Edipower, essendo divenuta proprietaria delle centrali di Ampezzo e di Cavazzo con la logica conseguenza di intascarsi i relativi utili che poi vengono investiti altrove. La Regione Alto Adige e non solo questa , ha acquistato dall’Enel le centrali presenti sul suo territorio, la gestione ed i relativi utili ricadono sul suo territorio ed a beneficio della sua popolazione. Perché questo non è avvenuto anche da noi? È sbagliato ora affermare che alla nostra popolazione viene praticato un continuo furto? Pochi anni dopo aver captato le acque nei modi sopra citati ai Comuni dei Forni Savorgnani arriva la beffa. Tutti siamo a conoscenza che decenni or sono l’uomo ha visitato la luna, oggi abbiamo aerei che volano senza piloti, satelliti oltre l’orbita terreste, missili che possono “viaggiare” da un Continente all’altro eccetera mentre nella piana di Casera Razzo e sui pendii del monte Bivera, l’autorità militare vincola un territorio di oltre 100 kmq di proprietà comunale per crearvi un Poligono di tiro sotto regia Nato. Nell’anno 1979, l’autorità militare espresse la volontà di espropriare ai Comuni interessati il territorio prescelto comprese malghe e pascoli cioè una vasta zona ricca di bellezze naturali con ricchezze di flora e fauna, che successivamente venne riconosciuta Zona di interesse comunitario (proprio non si riesce a capisce come possa essere attivo un poligono militare di tiro) la volontà dell’esproprio da parte dei militari fu subito contestata dall’intera popolazione carnica, che ben organizzata nell’ottobre del 1979 manifesto energicamente a Casera Razzo. Mi sia consentito ricordare i vari colloqui telefonici, che come consigliere provinciale ebbi con il compianto Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che sensibile alla situazione che si presentava subito si attivò a sostegno delle richieste delle popolazioni interessate, e in pochi giorni ci comunicò che era riuscito ad evitare l’esproprio dei terreni ed a ridurre al minimo necessario le esercitazioni , precisando che la chiusura del poligono non rientrava in quel momento nelle sue competenze essendo questo sotto la regia Nato. Il primo e più importante passo era compiuto. Ora, le esercitazioni continuano e con arroganza impongono alle popolazioni il divieto il di poter disporre dei propri beni come Democrazia vuole comportamento certamente non corretto considerati i tempi in cui viviamo, inoltre va tenuto presente, come sopra citato il progresso negli armamenti che il settore militare ha purtroppo avuto dall’inizio di questa vicenda, ed è anche su ciò che a mio avviso gli amministratoti pubblici devono far leva e saper dimostrare con determinazione che tale poligono oggi si presenta come una imposizione fanciullesca, argomenti che personalmente ritengo sostenibili per compiere un ulteriore passo innanzi affinchè questa vertenza si chiuda definitivamente, è ovvio che per arrivare a questo è necessario saper individuare il giusto interlocutore istituzionale. Continuando così, con acqua rapita e poligono militare imposto affermare che siamo soggetti al male e alle beffe è sbagliato? 

Carnia: quali sono le ragioni della crisi

di Tita De Stalis Ravascletto.

Pur condivedendo molte delle cose che Paolo Medeossi ha scritto nell’edizione di domenica 6 marzo, ritengo che non abbia fatto un buon servizio alla mia terra. È vero, 100 anni fa la Carnia era all’avanguardia in tante cose, i nostri padri, i nostri nonni, magari ammaestrati dalla loro emigrazione in paesi più evoluti, hanno saputo essere lungimiranti, le prime latterie sociali o turnarie, sono nate in Carnia, non in Friuli, la stessa Coopetativa Carnica di Produzione e Consumo, la Secab Soc elettrica Cooperativa Alto Bût (100 e più anni la prima, 100 e più anni la seconda), ne sono la testimonianza. L’industria del legno era fiorente, la Cartiere di Tolmezzo e di Ovaro, pur non essendo state creati dai Carnici, rappresentavano il fiore all’occhiello di questa terra. Ma anche la miniera carbonifera di Cludinico aveva il suo ruolo nell’economia della Carnia. A Villa Santina si producevano impiallacciature e compensati, Sutrio era la capitale del mobile, non a caso era nato il Consorzio Mobilieri, mentre l’industria turistica ha cominciato a muovere i primi passi nel dopoguerra, l’ambiente era quanto di meglio si potesse desiderare. ‘erano uomini politici quadrati, Michele Gortani ne era il portabandiera (giustamente, come ha sottolineato Madeossi, nessuno ha ritenuto di ricordarlo, a 50 anni dalla sua scomparsa). A mio parere, il giocattolo si è rotto dopo gli eventi sismici del 76, quando i soldi (forse troppi) hanno dato alla testa a troppa gente. Si sono costruiti Municipi faraonici, che ora rischiano la chiusura grazie all’in venzione delle Uti, sono state inventate le indennità di carica ed i gettoni di presenza, cosette sconosciute prima del terremoto, la popolazione cala a vista d’occhio, viene chiuso il Tribunale di Tolmezzo, ma rimangono le carceri mandamentali, ora di massima sicurezza, gli Uffici Postali lavorano a singhiozzo (nel paese in cui abito, tre mezze giornate alla settimana, con l’auspicio che gli strumenti informatici funzionino), la posta verrà presto consegnata a giorni alterni, ma se in una settimana il primo giorno di consegna è il martedi, il secondo e l’ultimo potrebbe essere il giovedì, in quanto il sabato i portalettere non lavorano. Come se ciò non bastasse, ci stanno espropriando anche l’acqua, l’unica risorsa ancora rimasta nelle mani dei carnici. È vero, soldi dallo Stato e dalla Regione ne sono arrivati, tanti, ma la megalomania di alcuni Sindaci, ha portato a costruire delle cattedrali nel deserto, a cui gestione potrebbe essere problematica per non dire costosissima. Ed allora cosa si fa, con il beneplacito di Stato e Regione si inventano nuove imposte, certune anticostituzionali (vedasi tassa raccolta RSU anche per le abitazioni chiuse l’intero anno).

Klagenfurt: Governo austriaco “non verseremo più neanche un euro”, Land della Carinzia verso il fallimento

di Marco Di Blas.

La partita a poker tra il governo austriaco e i creditori di Hypo Bank si è conclusa ieri, alle 17.30, quando i due giocatori hanno messo sul tavolo le carte. La proposta di chiudere la drammatica controversia accettando un rimborso delle obbligazioni della defunta banca carinziana ridotto al 75% del loro valore nominale (8,25 miliardi, anziché 10,2) è stata respinta. Chi ha perso? Forse entrambe le parti. I creditori, perché incasseranno probabilmente meno di quegli 8,25 miliardi offerti loro in parte dallo Stato e in parte dal Land Carinzia, che si era dichiarato pronto a dissanguarsi, pur di fare la sua parte. Ma ha perso sicuramente anche lo Stato, che ora si troverà a dover decidere se lasciare la Carinzia al suo destino, con il probabile fallimento. Il comportamento di entrambe le parti ha una propria logica. Per i creditori non si trattava soltanto di una questione, pur importante, di soldi, ma di riaffermare il principio che, se un credito è assistito da una garanzia pubblica (in questo caso la garanzia prestata a suo tempo dal Land Carinzia), questa va integralmente onorata, per non creare un precedente. Altrimenti in futuro qualsiasi altro Stato o regione federale potrebbe seguire l’esempio austriaco. Per lo Stato il problema è di proteggere il proprio bilancio – che ha giù subito devastanti scossoni dal disastro Hypo Bank – lasciando la Carinzia al suo destino, cioè il fallimento. Oppure il governo ora si vedrà costretto a intervenire in aiuto del suo Land, per evitare costosi contenziosi giudiziari che durerebbero sicuramente anni, facendo ingrassare legali e periti, e per proteggere la piazza finanziaria austriaca che uscirebbe compromessa e inaffidabile se un Land fallisse? Il ministro delle Finanze Hans-Jörg Schelling, in margine a un consiglio dei ministri che si è tenuto ieri, ha confermato la sua linea di fermezza: lo Stato non verserà più un euro ai creditori della sua ex banca e questi dovranno vedersela con il Finamzmarktaufsicht (Fma), l’organo di vigilanza sulle banche e sulle società quotate in borsa. Che cosa accadrà ora? In primo luogo si dovrà attendere lunedì, quando si conoscerà ufficialmente quali creditori e per quale importo hanno respinto l’offerta. L’esito sfavorevole al governo austriaco lo si conosce già, perché tra quelli che hanno confermato il loro rifiuto è anche un pool di banche tedesche titolari di obbligazioni Hypo Bank per circa 5 miliardi, vale a dire oltre un terzo dei credito complessivo. Perché l’offerta fosse operativa bisognava che almeno due terzi dei creditori la approvasse. A questo punto entrerà il gioco l’Fma, che stabilirà un taglio del debito e indicherà l’importo di cui i creditori dovranno accontentarsi. Se, per esempio, l’Heta Asset Resolution (la bad bank, che sta amministrando i crediti in sofferenza di Hypo e il patrimonio mobiliare e immobiliare confiscato ai clienti insolventi della banca) verserà ai creditori 5 miliardi, i restanti 6 miliardi andranno richiesti al Land Carinzia, in quanto garante. La Carinzia ha già annunciato di voler contestare sul piano giudiziario la validità di quelle garanzie. Se in quella sede dovesse risultare perdente e fosse condannata a pagare, il fallimento sarebbe inevitabile e i creditori potrebbero rivalersi sul suo patrimonio. Che cosa sia pignorabile e che cosa non lo sia è oggetto di discussione tra esperti, non esistendo precedenti di Länder falliti. Secondo alcuni, quasi nulla di ciò che il Land possiede può essere pignorato, per cui i creditori si troverebbero con un pugno di mosche. Ma altri ritengono invece che i creditori potrebbero metter mano persino sulle entrate fiscali, paralizzando praticamente l’intera operatività del Land.

Friuli: c’era una volta la Carnia ora viviamo in un incubo

di Paolo Medeossi.

Ci sono ancora i paesaggi, i fiumi, i torrenti, i rifugi, i boschi, le belle montagne innevate (viste alcune settimane fa nel programma tv “Linea bianca”), ma appena si scende a fondovalle atmosfere e stranezze da incubo. Esagerazioni ed enfasi da cronisti a caccia di scoop? Sarebbe riduttivo e letale ragionare così perché in gioco ci sono le sorti di un territorio complesso e strategico, non solo per i carnici. Diceva un acuto osservatore, anni fa: «Se i problemi della montagna non vengono risolti, la valanga si ingrossa e travolge tutti, anche in pianura». Adesso la valanga è enorme, oltre i livelli di guardia, e non si vedono grandi soluzioni. L’orizzonte si fa cupo e lo stillicidio delle notizie non solleva il morale, anzi. Addirittura succede che spariscano in una banca i conti correnti di ignari risparmiatori che, quando vanno a ritirare il gruzzolo, si trovano con un pugno di mosche. Scattano le indagini, la magistratura apre l’inchiesta, intanto campa cavallo. La situazione a livello giudiziario, per tempi e rallentamenti ben noti, sembra dare boccate d’ossigeno ai colpevoli più che alle vittime. D’accordo: non sono cose che succedono solo in Carnia, ma il peso di certi macigni diventa micidiale in territori fragili, vulnerabili, abitati da una popolazione con tanti anziani, più indifesi rispetto a stress e timori. Qualcuno ha detto che stiamo vivendo l’epoca delle “passioni tristi”. Definizione intelligente. C’è un malessere diffuso, una tristezza che attraversa le fasce sociali. Serpeggia un senso di impotenza e incertezza che induce a rinchiudersi, a vivere il mondo come una minaccia alla quale non si sa rispondere. Ogni tutela legale pare un miraggio, altri strumenti non esistono. Una volta si mostrava l’indignazione tutti assieme, le si dava forma visibile e voce. Ora non c’è l’urlo di protesta: si sfoga la rabbia scrivendo frasi di fuoco sui social network, poi si resta a livello virtuale ingigantendo l’impotenza, la frustrazione. Così si consolida l’idea che la roccaforte dei potenti resti inespugnabile. Forse riporteranno qualche cicatrice, qualche feritina, subiranno gli insulti, ma hanno un asso fondamentale: la smemoratezza generale. Si dimentica in fretta, troppo in fretta. Ciò che oggi fa scandalo, domani è solo un piccolo foruncolo da estirpare. E chi ha subìto il danno si arrangi. Sulla Carnia pesa maledettamente la tegola Coopca, vicenda terribile per tanti motivi, compreso quello simbolico. Si chiude una pagina gloriosa per questa terra di montagna e per lo stesso modo di sentirsi carnici. Ciò accade (visto, tra l’altro, che questo 2016 è zeppo di anniversari) proprio a 110 anni dalla nascita, avvenuta nell’aprile del 1906. La mazzata ha cancellato i piccoli capitali della gente, ha creato disoccupazione in zone dove il lavoro è manna, ma soprattutto ha seminato sfiducia in maniera irrimediabile. È lo stesso incubo che si sta verificando nel caso della Banca Popolare di Vicenza, con dimensione ancora più ampia e grave. Realtà economiche e finanziarie con le quali le famiglie avevano stabilito un rapporto di conoscenza e affidabilità a occhi chiusi, ponendosi come obiettivo non la speculazione, ma la difesa del risparmio, hanno voltato le spalle tradendo dalla sera alla mattina con cambi di scena inauditi, in un quadro dove ha fallito ogni tipo di vigilanza e controllo. E adesso c’è la fuga dalle responsabilità che darà vita a infinite schermaglie legali in un Paese con il primato europeo per lunghezza dei processi. Aver demolito, in Carnia, in Friuli e altrove, la fiducia dei risparmiatori è un fatto atroce, non solo per chi aveva i soldi alla Coopca o in banca. Abbatte un pilastro sociale su cui l’Italia è cresciuta e peserà tantissimo. La Carnia di questi tempi, gestita tra astuzie varie, ha gettato ombre anche su una sua invenzione, quella degli alberghi diffusi, idea lanciata fin dagli anni Ottanta, dopo il terremoto, da personaggi come Leonardo Zanier e Piero Gremese per dare una chance turistica ai paesi senza vederli ridursi a una sorta di “Pompei montanara”. Sappiamo cos’è invece successo attraverso le cronache di questi mesi, che alla fine alimentano il discredito anche su chi si è comportato in maniera corretta, in base a leggi di tanti anni fa, che non avevano sollevato dubbi o rimostranze. C’è chi (ecco il popolo dei risparmiatori) ha investito i soldi nel recupero di case o stavoli diroccati come atto di fede verso la propria terra e c’è chi ha agito in altri termini, sotto gli occhi di una politica indifferente, sia carnica sia regionale. Politica che dopo la grande crisi, scoppiata da nemmeno dieci anni, non si è calata con senso di umiltà e consapevolezza nel nuovo mondo. Ha continuato come sempre, allontanandosi così dai sentimenti della gente. Alla fine ci sarà certo chi, miracolato, festeggerà elezioni ottenute con un pugno di consensi, ma primo compito d’un politico, al di là della vittoria personale, dovrebbe essere in democrazia quello di riportare il popolo compatto e convinto al voto. La Carnia non è all’anno zero, ma poco sopra. Appena Enzo Cainero ridà il Giro d’Italia allo Zoncolan si accende l’entusiasmo e cresce la speranza. Uno sprazzo vitale. La scorsa estate il turismo ha regalato sorrisi, timidi forse, ma concreti. Ora però i carnici devono tornare a essere se stessi. Basta trucchi, trucchetti e cortigianerie. Per trovare qualche idea, rileggano la bella biografia che Ermes Dorigo ha dedicato a Michele Gortani (in gennaio sono passati 50 anni dalla morte, ma chi se ne è ricordato?) oppure rileggano gli Almanacchi pubblicati dal Coordinamento dei circoli culturali. Riscoprire Giorgio Ferigo diventa fondamentale. Anche lo scrittore Sergio Maldini, che non era di Tolmezzo e dintorni, visitando le vallate disse: «In Carnia c’è un popolo autonomo, cosciente, civilissimo, che vanta i pareggi dei bilanci comunali e diffida di tutto ciò che è brillante, ma effimero. E inoltre la Carnia possiede una cosa sempre rara nel nostro Paese: la serietà». Era il 1968, secoli fa. Infine ecco Leo Zanier, il poeta di Maranzanis, che scrisse: «I tromboni predicano “guai a perdere le radici”? Io dico invece che stiamo perdendo la semenza». E in una sua “storiuta” pedagogica, per bambini e non, narrò dell’orso a cui piaceva il miele e con l’acquolina in bocca attraversava le foreste seguendo un’usta zuccherina… Ogni riferimento (eccetera eccetera) è puramente casuale.

Carnia: Ravascletto un paese in declino

Sergio De Infanti Albergatore Guida Alpina M. sc.

Mi chiamo Sergio De Infanti, sono nato a Ravascletto nel 1944. Nella vita ho fatto il maestro di sci dal 1963, unico allora in Carnia, e subito dopo sono diventato Guida Alpina. Sono proprietario di un piccolo Albergo di nome Pace Alpina e del Campeggio denominato Zoncolan; ambedue, con una commissione arrivata da Roma, hanno il vanto di fregiarsi del Marchio Europeo “Ecolabel”, unico in regione per l’attività condivisa con un Rifugio Alpino: il Flaban Pacherini a Forni di Sopra e un Agriturismo sul Carso. Ho vissuto in gioventù da diverse parti fra cui, in vari periodi, due anni in Oriente. Il mio legame con il territorio e sempre stato forte, non c’è un buco della nostra Carnia che non conosca. Fra le mie passioni grandi, oltre la natura, è stata la lettura e mi viene in mente la Guida della Carnia e del Tarvisiano edita nel 1898 a Udine dello scienziato Marinelli. In questi ultimi vent’anni ne hanno fatte parecchie di ristampe ed è quindi facile a trovarsi anche oggi. Il nostro paese assieme a Treppo Carnico e Forni di Sopra ne esce alla grande e non nascondo l’emozione quando rileggo quelle bellissime righe, che mi fanno tornare all’infanzia, dove ancora tutto era perfetto in un paese al limite per l’altezza delle coltivazioni agricole. Nel 1951 al censimento il comune aveva oltre 1800 abitanti, preferisco non pronunciarmi su quanti siamo adesso, tolte le residenze di comodo di chi non si è mai cancellato dalle liste elettorali o di chi di fatto è in ricovero, siamo rimasti quattro gatti di elevata età media. Come è potuto succedere che, nonostante gli svariati milioni di euro investiti dalla Regione, il paese sia andato indietro in tutto? Il bosco avanza da tutte le parti, gli abitanti trovano più comodo usare il gasolio o il gas da poco arrivato per scaldare la casa, anche perché il feroce spezzettamento dei terreni e l’alto costo dei passaggi di proprietà per riunire le particelle ridotte alle dimensioni di un orto, scoraggia amaramente chi avrebbe intenzione di unire le proprietà tramite permute o con denaro. Certamente se i nostri vecchi potessero uscire dalle tombe darebbero a ognuno di noi un sacco si legnate, con la fatica enorme che avevano fatto a terrazzare i prati meglio esposti per renderli coltivabili proprio come in Nepal o in Perù. Ma lasciamo perdere i tempi passati e vediamo cosa sarebbe ancora possibile per attirare ancora abitanti in quel che era uno dei paradisi delle Alpi. Considerato che senza agricoltura il villaggio non può essere vivo. Do un plauso al Comune che ha realizzato la bella stalla in Valcalda dimenticando che quando le mucche venivano trasferite da quella parte il fieno con poco sole e molta umidità faceva calare della metà la produzione del latte, pazienza di questo fatto, ma il non avere previsto la trasformazione del prodotto per venderlo ai turisti è delittuoso con un erba che non nutre e il prezzo del latte pagato 23 centesimi al litro quel giorno che uno apre la stalla è già fallito. La mia opinione è che i comuni debbano dotarsi di un piano agricolo e incentivare chi mantiene l’agricoltura. Le risorse del bosco un tempo evitavano di pagare l’acqua, i libri di scuola e tanti lavori fatti in economia che permettevano di avere la bellezza descritta da Marinelli; oggi che paghiamo tutto come in città non vedo perché si utilizzi quel denaro per salvare il salvabile. Sono certo che ho pagato una tassa comunale per il depuratore per molti anni. Vi invito a fare un giro dove confluiscono le due fogne principali del paese. Per me è una vergogna ciò che mandiamo in giù nel fiume. Questo, come diceva il mio vecchio maestro, è lavorare contro se stessi e non può portare fortuna.

Forni di Sotto: Mancano volontari, la Pro loco costretta a chiudere

di Gino Grillo.
I giovani se ne vanno dal paese, manca il ricambio e la Pro Loco La tole chiude i battenti. La fine del sodalizio, nato il 9 maggio 2009 durante una riunione nella sala consigliare del municipio, è stata sancita dal direttivo sabato sera. La presidente Sara Polo spiega come il direttivo avesse già annunciato le proprie dimissioni lo scorso anno. «Già durante l’ultima assemblea avevamo fatto presenti le difficoltà in cui versavamo – racconta Polo –. Dei nove consiglieri eletti alla nascita della Tole, Sara Polo, Laura Ghidina, Sandro Polo per il Gruppo Giovanile Iniziative Fornesi, Paolo Tonello, Stefania Lisi per il Centro di cultura, Fabio Polo per il Cai, Rita Polo, Edo Zollia quale rappresentante dei commercianti, Valentino Polo per la Polisportiva Pro Nova Forni; mentre i revisori dei conti erano Elena Cappellari, David Polo e Francesco Polo, in paese eravamo rimasti solo in due». «Nel tempo, per motivi di lavoro, uno alla volta i componenti – continua Sara Polo – si sono recati fuori paese, ritornandovi alcuni solo saltuariamente. Non si poteva continuare ad andare avanti in questo modo». Diversi gli inviti a non non mollare da parte della gente del paese, ma la mancanza di giovani, residenti in paese, disposti a mettersi in gioco ha fatto decidere per la chiusura. Marco Lenna, sindaco del Comune carnico, precisa che l’amministrazione comunale , pur non facendo parte della compagine, per questioni statutarie delle Pro loco, ha sempre avuto un atteggiamento favorevole alle iniziative del paese. «È purtroppo – ammette Lenna – la fotografia del paese, la montagna va spopolandosi sempre più». Lenna però si dice fiducioso, questo impasse lo ritiene fisiologico e si dice sicuro che «sebbene andrà a mancare una associazione con una formula giuridica ben precisa, la gente del paese e i giovani di Forni di Sotto in particolare, non mancheranno di dare il loro sostegno e le loro proposte per il benessere della collettività ».

Friuli: la Stratex dichiarata fallita, vinse appalti all’Expo 2015

di Luana de Francisco.
Non ce l’ha fatta: la “Stratex spa”, storica azienda con uffici e stabilimenti a Palazzolo dello Stella e Sutrio, e partecipata al 28,57 per cento dalla finanziaria regionale Friulia, è arrivata al capolinea. Venerdì, il tribunale di Udine ne ha dichiarato il fallimento, decretando in tal modo la fine di un’attività imprenditoriale cresciuta negli anni, fino al punto di riuscire a imporsi sul mercato mondiale del settore del legno e, più in particolare, della bioedilizia e della produzione di strutture in legno lamellare, e di aggiudicarsi importanti appalti anche all’Expo 2015 di Milano. Con la sentenza, pronunciata dal collegio presieduto da Francesco Venier – a latere, i colleghi Andrea Zuliani e Lorenzo Massarelli -, sono stati indicati quale giudice delegato lo stesso Massarelli e, come curatore, il commercialista udinese Maurizio Variola. L’esame dello stato passivo della società avverrà nell’udienza fissata per il prossimo 14 giugno. La decisione del tribunale chiude un iter avviato lo scorso 13 novembre, con il deposito dell’istanza di dichiarazione di fallimento presentata dalla “Codognotto Italia Spa”. Che la Stratex non navigasse in buone acque era cosa nota già dall’estate scorsa, quando era stata la stessa azienda a chiedere l’ammissione alla procedura di concordato preventivo al tribunale del capoluogo friulano. Il piano di salvataggio, però, non era stato ritenuto sufficiente a garantire la «prospettiva di continuità aziendale» promessa «grazie all’intervento finanziario di un soggetto terzo» con il quale la società aveva dimostrato di avere già trattative in corso. E così, l’azione combinata della mancata fiducia in una reale possibilità di ripresa dell’azienda e dell’istanza di fallimento nel frattempo presentata da uno dei creditori ha portato al verdetto di venerdì. Una decisione sicuramente prevedibile, ma rispetto alla quale più di qualcuno, specie tra i circa 80 dipendenti attualmente in servizio, aveva continuato a conservare qualche margine di ottimismo. Dopo le difficoltà determinate dalla negativa congiuntura economica mondiale e che, nel 2013, l’avevano costretta a ricorrere alla cassa integrazione, infatti, la Stratex aveva inaugurato una nuova stagione produttiva. E il peggio sembrava definitivamente passato. Il bilancio del 2014, chiuso con oltre 30 milioni di ricavi e 150 dipendenti al lavoro su tre turni, e quello non meno florido del 2015, avevano restituito ossigeno all’azienda. Buona parte dei risultati dell’ultimo biennio era legata proprio agli appalti che la società capitanata dalla famiglia Plazzotta era riuscita ad aggiudicarsi con l’Expo di Milano. Sua la firma posta sul progetto del Centro servizi e sua anche quella del padiglione della Cina, entrambi riconoscibili dalle strutture in legno lamellare che ne caratterizzano design e produzione. Per non parlare delle commesse collezionate nelle maggiori città italiane – da Trieste, a Firenze e Venezia – e all’estero – dal Kazakistan, alla Francia e il Qatar -, oltre che degli ulteriori affari in corso di trattazione in Marocco e Colombia. Decisamente non male per una realtà aziendale partita da Sutrio come una segheria, nei lontani anni Cinquanta, e diventata poi, generazione dopo generazione, un punto di riferimento nazionale e internazionale nel proprio segmento di produzione, tanto da azzardare il raddoppio nel 2010, con l’inaugurazione dello stabilimento da 12 milioni di euro di Palazzolo. A trascinare la Stratex nel baratro del fallimento, quindi, non è stata certo la carenza di ordini. La “bestia nera”, per la famiglia Plazzotta così come per tanti altri bravi imprenditori, è stata la piaga dei crediti. E cioè del ritardo infinito con cui molti di loro sono costretti a incassare pagamenti per milioni e milioni di euro. Un effetto indiretto della crisi, insomma, che, sommato alle esposizioni per alcune delle grosse commesse in corso, ha finito per prosciugarne la liquidità e paralizzarne la struttura produttiva.

Friuli: salta il piano di salvataggio della Stratex

di Domenico Pecile.
Lo scorso mese di agosto aveva chiesto il concordato: un passaggio difficile, ma necessario per ripartire dopo lo stallo causato da un micidiale mix fatto di tempi di incasso troppo dilatati ma anche dall’esposizione verso commesse impegnative. E pochi giorni fa è trapelata la notizia, come un fulmine a ciel sereno, che il piano di salvataggio è saltato. Il giudice non ha infatti asseverato il piano concordatario. Così sulla Stratex – impresa con mezzo secolo di attività alle spalle soto la bandiera dell’eccellenza made in Friuli appena passata alla ribalta mondiale con prestigiose realizzazioni firmate da Expo – è sceso il buio . Nonostante l’azienda sia stata protagonista di una crescita di fatturato più che raddoppiato nell’ultimo anno. E nonostante nel 2014 sia stata capace di raggiungere i 30 milioni di ricavi che ha bissato anche nel 2015. Ma i tempi sempre più prolungati degli incassi dei crediti e la forte esposizione per alcune importanti commesse ottenute hanno costretto Stratex – che ha 80 dipendenti e impianti a Sutrio e a Palazzolo dello Stella – a rimettersi al tribunale. L’azienda della famiglia Plazzotta, che da piccola segheria nata negli anni Cinquanta si è trasformata in un interlocutore globale nel selettivo mercato delle costruzioni, si è ritrovata incagliata nella palude di crediti da milioni e milioni di euro che hanno prosciugato la liquidità, paralizzando la struttura produttiva. Non era rimasto che chiedere il concordato. Nessun commento dai vertici aziendali. Parla invece Francesco Gerin, della Cgil: «È una situazione complicata, difficile. Dispiace per tutti: dai dipendenti al management. Tutti – afferma – hanno continuato a lavorare anche in questi mesi a testimonianza che appalti e commesse non mancano. L’azienda ha pagato sempre tutti regolarmente, ditte appaltatrici e dipendenti e posso anche aggiungere che il Durc (documento unico di regolarità contributiva) è assolutamente regolare. Eppure…». Eppure Stratex rischia la chiusura. «Questa situazione – insiste Gerin – è figlia del mancato supporto finanziario. Le banche non vogliono intervenire in un settore come quello delle costruzioni particolarmente esposto». Neppure Friulia, che pure partecipa con il 28 per cento, è intervenuta. «Credo – chiosa Gerin – che non si sia voluto crare le condizioni per salvare un’azienda ancora molto appetita sul mercato, con diversi appalti in fieri e che pochi giorni fa ha incassato il corrispettivo di un importante appalto regolarmente portato a buon fine».

Carnia: CoopCa chiudono i punti vendita di Tolmezzo, per inseguire gli altri ha imboccato la via del declino

di Domenico Pecile.
Lo tsunami che ha travolto CoopCa – la cooperativa carnica finita in concordato e su cui indaga la procura di Udine – costringendola a un concordato che si è tradotto in uno schiaffo violento per i 650 dipendenti, per i circa 3 mila soci prestatori e per gli altri “azionisti” ha incrociato inevitabilmente il boom prima e l’espansione poi dei centri commerciali nella nostra regione. Ad ammetterlo, in questi lunghissimi mesi di attese, speranze e infine di cocenti delusioni, sono stati a più riprese gli stessi vertici della cooperativa, per bocca dei rappresentanti del consiglio di amministrazione. CoopCa – siamo agli inizi degli anni 70 – era una rete distributiva fatta di piccoli negozi disseminati in tutta la Carnia. Nel 1956, vale a dire nel cinquantesimo anniversario di quella che originariamente si chiamava “Società anonima cooperativa di consumo carnico” oggi CopCa, c’erano 6 mila soci e 60 spacci sparsi in tutta la Carnia. E ognuno di quei negozietti aveva un’anima che racchiudeva il sogno di una mutualità che in Carnia significava servizi, lavoro, solidarietà, etica. E anche e soprattutto sviluppo. La cooperativa di quei paesi era anche un simbolo di fraternità ma anche di quella comunanza che colmava le distanze tra persone antropologicamente chiuse. Ma quando la grande distribuzione irrompe sul mercato, i vertici della CoopCa si sentono accerchiati. Temono che la concorrenza possa stritolare una realtà che, bene e o male, non conosceva la grande concorrenza. E così CoopCa ritenne fosse venuto il momento di pensare in grande, di dare l’addio ai piccoli negozi, di accettare la sfida della grande distribuzione e di pianificare l’espansione in tutto il Friuli e anche in Veneto. Questa è stata anche la genesi della sciagurata idea di costruire il magazzino di Amaro che si è trasformato in un boomerang economico che ha devastato l’equilibrio finanziario della cooperativa carnica. Intanto, proprio oggi – come ha informato il liquidatore giudiziale, Paola Cella – sarà scritto un altro capitolo di questa triste storia. Scade infatti l’avviso di raccolta di manifestazioni di interesse per l’acquisto dei negozi rimasti invenduti, di cui 4 in Friuli: Sacile, Gemona, Codroipo e Tarvisio. Le offerte dovranno pervenire entro le 15. Finora il bilancio delle vendite è stato positivo, anche perché si sono materializzate offerte inaspettate. Tuttavia, i conti continuano a leggere un responso durissimo per i creditori chirografi. E non a caso l’esercito dei tre mila soci prestatori che ha perso 26,5 milioni di euro nel dissesto di CoopCa adesso si aggrappa all’atto di liberalità annunciato da Coop 3.0, che ha assicurato di rimborsare loro il 50 per cento dei depositi congelati.